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Animali “nocivi”: sotto a chi tocca

di Piero Belletti

Dopo cinghiali, orsi, lupi, nutrie, colombi, cormorani e chi più ne ha più ne metta, questa volta tocca all’ibis sacro entrare a far parte della sterminata lista di specie problematiche, spesso alloctone, ma comunque fonte di infinite polemiche, anche interne al movimento ambientalista.
Ma procediamo con ordine.

Di cosa stiamo parlando

L’ibis sacro (Threskiornis aethiopicus) è una specie diffusa soprattutto in Africa e, limitatamente ad alcune piccole e relitte popolazioni, in Medio Oriente. In tempi remoti era particolarmente abbondante in Egitto, dove era considerato animale sacro e associato a Thot, il dio della saggezza e della scrittura. Era infatti consuetudine mummificarli e seppellirli in apposite catacombe: in quella di Tuna el-Gebel si presume fossero presenti circa 4 milioni di esemplari. A partire dal XIX secolo, l’ibis sacro è tuttavia scomparso da tutta l’Africa del nord, mentre sopravvive in quella sub-sahariana, con una popolazione stimata di circa 300.000 individui, cosa che la esclude dalle specie a immediato rischio di estinzione.

Specie tendenzialmente stanziale, nidifica in colonie, generalmente costituite da alcune decine di nidi, su cespugli o alberi nei pressi di zone umide. Spesso le colonie condividono lo spazio con altre specie: nel nostro Paese soprattutto garzette, aironi guardabuoi, aironi cenerini e tarabusi. La deposizione delle uova avviene tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera; a maggio si schiudono le uova e i piccoli lasciano il nido tra giugno e luglio. Possibile un secondo ciclo riproduttivo, soprattutto in caso di fallimento del primo, che inizia ad agosto e si protrae fino ad ottobre inoltrato. Le uova (solitamente due-tre per deposizione) vengono covate da entrambi i genitori per circa un mese. Il successo riproduttivo non è molto elevato: supera infatti di poco l’unità per covata.

Dal punto di vista alimentare l’ibis sacro è specie tendenzialmente onnivora, anche se altri animali, soprattutto invertebrati, costituiscono la parte predominante della sua dieta. La ricerca del cibo avviene soprattutto in aree umide (tipo risaie), dove gli uccelli sondano con il loro lungo becco il sottosuolo, alla ricerca di insetti, lombrichi, crostacei, molluschi, anfibi e piccoli pesci. Le discariche di rifiuti possono rappresentare un’integrazione alimentare, a volte significativa. La predazione nei confronti di altri uccelli pare un comportamento limitato a pochi individui “specializzati”.

Diffusione naturale e artificiale

Poiché si tratta di una specie adattabile, e quindi facile da allevare, fin dall’antichità l’ibis sacro è stato introdotto in parchi e giardini privati, anche molto lontani dal luogo di origine. Le inevitabili fughe hanno poi creato numerosi nuclei di animali rinselvatichiti, soprattutto in Europa meridionale: Portogallo, Spagna, Grecia ma soprattutto Francia e Italia. Non è escluso che tali nuclei siano poi stati integrati con individui selvatici giunti spontaneamente, a causa delle mutate condizioni climatiche, dai loro luoghi di origine. Come peraltro è avvenuto, in tempi recenti, per numerose altre specie, tra cui l’airone guardabuoi.

In Italia la specie è segnalata allo stato rinselvatichito fin dal XIX secolo, anche se con numeri molto ridotti. La prima nidificazione nota in natura avvenne nel 1989 ad Oldenico, in provincia di Vercelli. Solo all’inizio dell’attuale secolo le popolazioni sono aumentate in modo esponenziale, sia per ulteriori fughe dalla cattività che per dispersione spontanea di individui provenienti da immissioni in Francia.

Difficile dire quanti siano oggi gli ibis sacri in Italia. Le stime più accreditate parlano di numeri intorno a 20.000, con una costante e marcata tendenza all’aumento. Le concentrazioni maggiori si hanno al confine tra Piemonte e Lombardia e lungo il litorale veneto-romagnolo, ma anche in altre zone della pianura Padana e della Toscana la specie è presente con popolazioni significative.

Problematiche

Come tutte le specie alloctone che si trovano, volenti o nolenti, a dover vivere in un ambiente che non è quello di origine, anche l’ibis sacro crea una serie di problematiche. Intanto l’impatto su altre specie ornitiche, di cui in alcuni casi sono stati segnalati distruzioni di nidi e predazione di pulcini: in realtà questo aspetto pare essere stato sovrastimato e limitato a episodi sporadici, e comunque mai verificati per il nostro Paese. C’è poi la competizione “territoriale” con altre specie (soprattutto aironi) per occupare i siti più propizi alla nidificazione; tuttavia anche tale aspetto non sembra determinare impatti significativi sulla consistenza delle specie “bullizzate”, se non in condizioni particolari, tipo aree idonee molto piccole e frammentate. Infine, da segnalare il danneggiamento degli alberi scelti per tale attività, depredati per il prelievo di materiale per la costruzione dei nidi e spesso “intossicati” dalle eccessive quantità di guano che si depositano ai loro piedi.

Anche i danni alle attività agricole sono localizzati e legati non tanto al consumo diretto da parte degli ibis, quanto all’azione di estirpazione e coricamento di piante (ad esempio asparagi) durante le fasi di ricerca di animali che vivono nel suolo, quali ad esempio lombrichi. Questo aspetto può tuttavia assumere aspetti di grande rilevanza in casi particolari. Citiamo il caso di un’azienda del vercellese che produce riso biologico. In questo caso i danni sono molto rilevanti, sempre dovuti all’attività di schiacciamento ed estirpazione delle pianticelle di riso esercitata durante la ricerca di cibo. Il fatto è che nelle risaie biologiche, dove il periodo di sommersione è praticamente continuo e dove non si fa uso di prodotti chimici di sintesi, la microfauna è molto più abbondante delle risaie tradizionali (quasi dei “deserti” dal punto di vista biologico), cosa che ovviamente attrae in modo irresistibile gli ibis sacri e ne determina concentrazioni molto elevate. Purtroppo, questi danni non sempre vengono risarciti in modo adeguato, anche per la palese ostilità del mondo venatorio e di parte di quello agricolo nei confronti di chi esercita forme di agricoltura più sostenibile, le quali permettono la sopravvivenza di numerose specie animali che possono poi causare danni alle attività agricole oppure entrare in competizione con le più tradizionali prede dell’attività venatoria.

Ancora del tutto da dimostrare la possibilità di diffusione di malattie, ad altre specie sia selvatiche che allevate, mentre non sono noti, almeno nel nostro Paese, episodi di “bird-strike”, cioè di impatti con velivoli.

Normativa vigente

L’ibis sacro è considerata “specie esotica invasiva di rilevanza comunitaria” dal Regolamento 1143 del 2014 dell’Unione Europea e dal conseguente Regolamento di esecuzione del 2016 (n. 1141), per la quale occorre quindi prevedere disposizioni volte a prevenirne l’introduzione e gestirne la diffusione. Il Regolamento è stato recepito, nel nostro Paese, dal Decreto legislativo 15 dicembre 2017, n. 230. Sulla base di tali normative, l’ISPRA, nel 2020, ha predisposto uno specifico piano di gestione nazionale della specie (il documento è scaricabile dal link: https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/piano_gestione_ibis_sacro_integrazioni_finale_30_novembre_2020-pdf). A livello locale, anche il Parco del Po piemontese si è dotato nel 2022 di uno strumento normativo per la gestione dell’ibis sacro (https://www.parcopopiemontese.it/PDF/PianoIbisSacro.pdf)

Metodi controllo

Va da sé come, in questi casi, la miglior strategia di intervento sia quella di impedire che essi si verifichino. Anche quando l’invasione è ormai avvenuta, è imperativo tenere alta l’attenzione e impedire che si verifichino nuove immissioni, volontarie o accidentali che siano.

Ma in questo caso la frittata è stata fatta. Che fare, dunque? E qui si apre un dibattito tra i più imbarazzanti e divisivi per il fronte ambientalista. Ma cominciamo a esaminare le possibilità operative che dovrebbero mettere tutti d’accordo.

Le principali riguardano il controllo della riproduzione, che può essere attuato con metodi relativamente incruenti: ad esempio asportando le uova prima della loro schiusa. Questo intervento può risultare difficile in ambiti naturalistici, ove non sempre è possibile raggiungere i nidi (o comunque senza creare disturbo nei confronti di altre specie), ma risulta molto più semplice in un contesto urbano. Ipotesi tutt’altro che campata in aria, vista la crescente predisposizione degli ibis sacri a colonizzare anche parchi e alberate all’interno di conglomerati urbani (il cimitero di Novara è forse l’esempio più lampante). Il rovescio della medaglia è che l’interruzione della covata potrebbe indurre gli animali a ricominciare da capo, con nuove deposizioni, le quali richiederanno a loro volta ulteriori interventi. Da valutare la strategia, già adottata con successo nel caso dei colombi, di sostituire le vere uova con simulacri di gesso o altri materiali. In questo caso aumentano le probabilità di impedire un secondo ciclo riproduttivo, in quanto gli animali continuano nella cova. Citiamo infine la possibilità di irrorare la superficie delle uova con una miscela di acqua e olio, allo scopo di bloccare gli scambi gassosi delle uova medesime e causarne così il deperimento. Sono stati effettuati tentativi con appositi droni, che però non hanno dato i risultati sperati, vuoi per la non totale efficacia del metodo, che per la difficoltà di far giungere i droni nei pressi dei nidi da trattare. Tuttavia appare opportuno proseguire con le sperimentazioni e verificare le possibilità di implementazione del metodo, con particolare attenzione alla mancanza di effetti di disturbo nei confronti di altre specie che eventualmente abbiano nidificato nella stessa colonia.

Si può anche procedere alla cattura di esemplari, utilizzando prodotti narcotici o gabbie: in questo caso si riesce a ottenere una buona selettività, evitando di coinvolgere specie non oggetto di intervento. Il problema è cosa fare poi degli uccelli catturati. Se si procede alla loro soppressione, allora la differenza con l’adozione di metodi cruenti e diretti di fatto scompare...

E veniamo all’aspetto più spinoso del problema: l’abbattimento diretto. Intanto una premessa: spesso questa tecnica si rivela inefficace, inducendo un aumento della sopravvivenza dei giovani e l’immediato ripristino quantitativo delle popolazioni precedenti l’intervento. Inoltre, si favorisce la diffusione degli animali, che potrebbero così colonizzare nuove aree in tempi più rapidi di quelli che sarebbero previsti nel caso di migrazioni spontanee. Cinghiale docet..... Tuttavia, in casi estremi, anche questa opzione dovrebbe essere presa in considerazione. Ovviamente solo dopo aver verificato che nessuno dei metodi incruenti possibili sia applicabile e operando in modo da non arrecare inutili sofferenze agli animali, né creare disturbo per altre specie non oggetto di contenimento o danni agli ecosistemi naturali in cui si opera. Inoltre, gli interventi non dovrebbero mai essere affidati a cacciatori, ma soltanto a personale dipendente da Enti Pubblici (guardaparco, agenti di polizia, ecc.). In caso contrario si corre il rischio (ma parlare di rischio è un eufemismo...) che gli interventi vengano condotti non in modo da risolvere il problema, ma semplicemente per prorogare all’infinito il divertimento degli sparatori. Si obietterà certamente che mancano le risorse per limitare gli interventi a operatori pubblici. Beh, fino a ieri potevamo anche concordare. Ma da quando il nostro eroico Ministro per le Infrastrutture e i Trasporti ha deciso di sperperare circa 14 miliardi di euro per un inutile ponte, francamente non ci crediamo più.....

Altri metodi, che pure sono stati proposti, non meritano nemmeno di essere presi in considerazione, per la crudeltà, l’incerta efficacia e soprattutto per l’impatto su altre specie. Citiamo, tra questi, l’uso di esche avvelenate e la distruzione con armi da fuoco dei nidi occupati da adulti e/o giovani.

Conclusioni

Il problema della gestione delle specie alloctone è tutt’altro che semplice. Purtroppo, per svariate cause (tra cui anche il cambiamento climatico) diventa sempre più frequente e presumibilmente lo sarà ancora di più nell’immediato futuro. Cosa fare dunque? Chiaramente bisognerà valutare caso per caso quali siano le strategie migliori da adottare: dalla rassegnazione al tentativo di eradicazione. Alcuni punti tuttavia risultano fondamentali e generalizzabili:

  • No a nuove introduzioni. Monitoraggio costante della situazione
  • Azioni dettate da motivazioni di tipo scientifico, e non semplicemente a fini elettorali o per sbandierare apparente interesse alle problematiche di alcune categorie
  • Interventi non localizzati, ma su tutto l’areale di nuova diffusione della specie. Coordinamento tra tutti gli Enti e le strutture coinvolte
  • Operazioni che non creino disturbo ad altre specie o danneggino l’ecosistema. Quindi scelta di periodo, luoghi e modalità più idonee a tali scopi
  • Interventi incruenti e, solo in caso di accertata inefficacia, ricorso ad altri sistemi
  • Esclusione mondo venatorio dalle possibili iniziative di controllo

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