Il cambiamento climatico e le guerre
di Domenico Sanino
Nel mondo ci sarebbero più di 170 conflitti armati. Lo dice una relazione dell’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), un programma di ricerca sui conflitti realizzato dall’Università svedese di Uppsala. Nel conteggio rientrano non solo le aree dove due eserciti si fronteggiano, come in Ucraina o a Gaza, ma anche i tanti scontri armati che coinvolgono i vari Stati, le organizzazioni criminali e le bande armate. A risentirne è la popolazione civile, ma anche l’ambiente.
Calcolare l’impatto di queste guerre sull’ambiente è pressoché impossibile, ma certamente è devastante. Parlo unicamente dei danni all’ambiente, non la inaccettabile perdita di vite umane e la distruzione di intere città.
A fare i conti, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, hanno provato in tanti, tra cui Milena Gabanelli nei suoi Dataroom e i risultati sono impressionanti.
Il territorio ucraino è sconfinato, ma assai uniforme, per cui la biodiversità risente più che in altri paesi degli effetti dei bombardamenti, che hanno anche colpito i parchi naturali e le oasi di protezione faunistica, causando un’ecatombe senza fine, che sta pesando anche su di noi, visto le interconnessioni tra gli esseri viventi. Si è dimostrato che a morire non sono solo gli animali in territorio ucraino, ma anche quelli dei paesi confinanti.
L’ambiente e gli animali, è stato scritto, sono le vittime silenziose delle guerre. I calcoli dell’Università di Uppsala per il solo primo anno di guerra in Ucraina parlano di oltre 12 mila km² di riserve naturali distrutte, con il rischio di sterminare 600 specie diverse di animali e 750 specie di piante.
Alla distruzione diretta, va aggiunta quella indiretta dovuta al taglio indiscriminato di alberi per costruire le trincee. Al termine della Prima Guerra Mondiale migliaia di ettari di foreste in Veneto e Trentino Alto Adige erano sparite. È vero che poi la vegetazione si riprende, sempre che ci siano le condizioni climatiche per poterlo fare, e questo è l’altro problema.
Quanto incide sul clima l’inquinamento atmosferico causato dai bombardamenti?
Proviamo a vedere la situazione in Ucraina. A Kiev, dopo un mese di guerra, si sono registrati i valori di inquinamento atmosferico più alti al mondo, 33 volte oltre la soglia-limite fissata dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità).
Proviamo ad esaminare qualche dato. Per quanto riguarda l’anidride carbonica, tra bombardamenti, incendi, danni alle foreste (che non possono più assorbire la CO2) e agli impianti di energia da fonti rinnovabili, si stima che le emissioni di CO2 prodotte dalla guerra in Ucraina siano almeno il triplo rispetto a prima. Se a questo si aggiunge quanta CO2 verrà prodotta nelle fasi di ricostruzione, che prima o poi ci saranno, i dati sono veramente allarmanti.
Pensare che noi con grande sacrificio cerchiamo di ridurre le nostre emissioni e poi basta una guerra insensata ad annullare i nostri sforzi!
C’è poi l’inquinamento atmosferico. In Ucraina la guerra ha liberato nell’aria prodotti altamente tossici come l’ammoniaca e l’amianto presente negli edifici del periodo sovietico. Quando un edificio viene distrutto, le polveri d’amianto restano nell’aria e sappiamo qual è il danno sulla salute umana. Chi riesce a salvarsi dalle bombe, rischia di morire, fra pochi anni, di mesotelioma polmonare.
C’è poi l’inquinamento dell’acqua, sempre legato ai bombardamenti che hanno colpito fabbriche, impianti elettrici, acquedotti e depuratori, causando inquinamento ai fiumi, ai laghi e perfino al mare. E siccome l’acqua, come l’aria, non ha confini, prima o poi questi inquinanti arriveranno anche nel Mediterraneo. Non solo gli ucraini hanno avuto subito difficoltà a bere acqua potabile, ma di fatto si trovano a vivere in un ambiente fortemente contaminato. Nelle acque sono finiti i rifiuti umani, ma anche quelli chimici e industriali, pieni di metalli pesanti. I ricercatori sostengono che i pesci siano completamente spariti dall’Ucraina.
Infine il suolo e l’agricoltura, perché la contaminazione non riguarda solo le acque, ma anche il suolo. Pensate che cosa liberano le bombe e le mine! Sostanze che resteranno sul suolo per centinaia di anni e entreranno nella catena alimentare. E veniamo all’agricoltura, principale risorsa economica del paese. I dati, parziali, parlano di un terzo di campi che non possono più essere lavorati e un quarto delle aziende agricole che hanno dovuto chiudere con un danno economico valutato tra i 6 e i 10 miliardi di euro.
Le guerre per le terre rare
I minerali che fanno parte delle così dette “terre rare” son diventati particolarmente di moda quando il presidente americano, Donald Trump, li ha voluti dall’Ucraina come risarcimento per le spese di guerra sostenute dagli USA.
Sono un gruppo di 17 elementi chimici (scandio, ittrio e i 15 lantanidi) con proprietà magnetiche e chimiche tali da renderli indispensabili per numerose applicazioni tecnologiche e industriali. Sono elementi fondamentali per la transizione ecologica e digitale, perché vengono utilizzati in dispositivi elettronici, nelle batterie, nei magneti permanenti e in molti altri campi. Oltre ai minerali ricordati prima, molto ricercato è anche il litio, fondamentale per le batterie elettriche.
Le terre rare sono relativamente abbondanti sulla Terra, ma sono difficili da identificare e soprattutto è molto complesso il processo di estrazione e di lavorazione.
Oltre agli elementi sopra indicati, molto ricercato è anche il cobalto, fondamentale per la produzione di tecnologie aerospaziali e rinnovabili, e il coltan, una miscela di columbite, formata da ossidi di niobio, e tantalite, un ossido di tantalio.
Il Congo detiene il 70% del coltan mondiale, che è fondamentale per la produzione di telefoni cellulari e computer. Per questo da decenni è in corso una guerra nella regione di Goma, nel Nord Kivu della Repubblica Democratica del Congo, tra l'esercito congolese e il gruppo ribelle M23. Da anni Pro Natura Cuneo collabora con la missione salesiana di Goma e fornisce aiuti per la realizzazione di pozzi per l’acqua potabile e per l’educazione scolastica dei bambini. Nell’inverno di quest’anno il conflitto si è intensificato e i guerriglieri hanno occupato la città di Goma. La loro azione è chiara: distruggere tutto ciò che c’è, ammazzare migliaia di persone, incendiare le foreste e impedire l’agricoltura per terrorizzare la popolazione e avere mano libera nell’estrazione del minerale, estrazione che viene fatta senza nessuna attenzione ambientale, creando ulteriori danni al territorio già ben martoriato. Eppure di questa guerra nessuno parla. Ad oggi i morti si contano a migliaia e la crisi umanitaria ha costretto decine di migliaia di persone a sfollare.
La missione salesiana è sull’orlo del collasso. Ogni giorno bisogna scegliere tra i bambini e gli adulti a chi dare da mangiare, perché non c’è cibo per tutti. In Congo, come sapete, ci sono i gorilla di montagna, una specie in via di estinzione. Quale attenzione ci può essere nei confronti di questi animali, se non si rispetta l’uomo?
Anche da noi sono in espansione le ricerche sui minerali rari, come il cobalto e il litio. Nelle valli di Lanzo la società australiana Alta Zinc da alcuni anni percorre capillarmente il territorio alla ricerca di questi importanti minerali. Hanno iniziato con Usseglio ed ora stanno operando anche a Balme dove ci sarebbero nuovi importanti filoni di cobalto.
Non è difficile pensare che le autorizzazioni estrattive arriveranno senza tanti vincoli e, temo, anche senza attenzioni ambientali, perché il cobalto e il litio sono considerati minerali essenziali per il nostro futuro sviluppo economico. Non nascerà una nuova guerra, ma ci saranno momenti di tensione che non avvantaggeranno nessuno.
In Africa, con la violenza, si mette a tacere la popolazione. Da noi non ancora, ma come insegna il TAV, opporsi è sempre molto difficile.
Ecco un esempio europeo di contrasto tra l’estrazione di minerali e la difesa dell’ambiente. In Serbia c’è tanto litio nel giacimento di Jadar, che, secondo i calcoli, potrebbe contenere il 10% delle riserve mondiali. Per questo è stato avviato fin dal 2017 un progetto di estrazione gestito dalla multinazionale Rio Tinto.
A Jadar, unico caso al mondo conosciuto, Il litio si trova frammisto al boro (altro minerale importante) per cui la Geologia si è arricchita di un nuovo minerale, la jadarite. L’avvio delle attività estrattive determinerebbe la scomparsa di fertilissimi terreni agricoli, i migliori di tutta la Serbia, e l’inquinamento delle riserve d’acqua sotterranee. Per questo il progetto ha suscitato molte proteste e dissenso da parte della popolazione locale, che finora è riuscita a fermare l’inizio delle attività estrattive. Ma fino a quando? La Serbia, grazie alle sue riserve di litio, è diventata un attore importante nella geopolitica internazionale e fa gola a molte potenze, Germania in testa. Oltre al litio, la Serbia possiede anche altre risorse minerarie, come il rame, il carbone, l’uranio. I favorevoli all’estrazione sostengono le importanti implicazioni economiche con la possibilità di nuovi posti di lavoro e maggiore ricchezza della popolazione. L’occupazione è sempre una notevole molla per far passare i progetti, dimenticandosi sempre delle implicazioni ambientali. Poi a disastri avvenuti, si scopre che i posti di lavoro sono stati ben misera cosa e la popolazione locale raramente ha avuto dei vantaggi. Vedremo chi la vincerà.
Dopo quanto scritto, la depressione è massima e soprattutto c’è da chiedersi se ha senso continuare, qui da noi, a fare tutto il possibile per ridurre gli effetti del cambiamento climatico. Ovviamente la risposta è sì, perché, se non ce la mettiamo tutta, per la nostra specie non c’è futuro.


