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Comunicazione ambientale: un’esigenza di riequilibrio tra umanità, natura e innovazione

Di Giulio Maria Chiodi - Professore ordinario emerito di Filosofia politica e Filosofia del diritto

Il concetto di comunicazione da molti anni è valorizzato come una delle principali chiavi interpretative della costituzione e del comportamento di insiemi e di sistemi di relazione, nonché delle loro trasformazioni; e il fenomeno non concerne soltanto i comportamenti umani. La comunicazione è concepita, perciò, se non proprio come l’unica, certamente come la principale responsabile delle strutture e delle dinamiche assunte da ogni forma dell’esistente, cosicché la spiegazione delle modalità compositive e altresì attive di un organismo, individuale o collettivo, viene affidata all’individuazione della quantità e della qualità delle informazioni che le sue componenti si scambiano al suo interno e che, al suo esterno, esso nella sua unità scambia con altre entità. Il mondo, detto in altri termini, è visto come uno sterminato insieme e insieme di insiemi in costante intercomunicazione. Si ritiene che l’interruzione dell’azione comunicativa, se non si instaurano nuovi rapporti, equivale per un organismo alla sua estinzione.

Anche la realtà ambientale assunta nella sua totalità, dunque, può essere considerata come un sistema complesso di fattori intercomunicanti.

Ogni ambiente nelle sue articolazioni appare come un organo vivente appartenente all’intero organismo di Gea. In quest’ottica diamo per acquisita una premessa basilare: la comunicazione, nelle sue innumerevoli manifestazioni, intesse una struttura dinamica che forma e condiziona costitutivamente l’ambiente e l’ambiente a sua volta è determinante nel condizionare la comunicazione che gli inerisce. L’ambiente perciò è da intendersi, in ultima analisi, come il risultato unitario ed articolato di una continua interazione di fattori reciprocamente condizionanti e condizionati, che solo per semplificare possiamo polarizzare su due estremi: il territorio fisico o naturale e gli esseri umani che lo popolano.

Già gli antichi – un illustre esempio viene da Ippocrate, ma non è il solo – avevano sviluppato la teoria dell’incidenza dei climi e della natura dei territori sulla formazione dei costumi dei popoli; oggi ci poniamo anche il rapporto inverso, ossia dell’incidenza umana sul clima e sulla natura e, detto in sintesi, ragioniamo su un evolversi interconnesso e unitario dell’umanità e del suo habitat. Si tratta, in ultima analisi, di una sorta di simbiosi in continuo mutamento, in virtù della quale prendono corpo i vari ecosistemi e biosistemi nelle loro modalità evolutive e involutive in diretta congiunzione con l’intervento umano.

L’ambiente, insostituibile condizione di sopravvivenza, è dunque da definirsi come un’entità natural-culturale, risultato cioè di una fusione di elementi naturali e di operato umano in costante trasformazione. Su queste basi si profila la necessità di un’attenta presa in considerazione delle realtà ambientali in cui viviamo, in vista anche di precise prese di posizione sul come relazionarsi in esse e con esse: il come comportarsi “ambientato” è un problema impellente del presente che proietta nel futuro gli esiti delle soluzioni e rende pressante l’assunzione di un costume sociale che ne prenda piena consapevolezza e sappia agire di conseguenza. Detto con altri termini, la cura dell’ambiente, concepito nella sua unitaria molteplicità, è sempre più giudicata una priorità indiscutibile dalle strategie della sopravvivenza.

Insorge in tal modo il bisogno di commisurare alle esistenti condizioni ambientali le necessità economiche e i profitti materiali, tenendo in debito conto il paesaggio, la produzione, il carattere delle risorse presenti, le attività agricole, manufatturiere e industriali locali, le peculiarità dell’organizzazione e della tipologia delle iniziative commerciali che convivono. Ma alla tutela del patrimonio naturale, che coinvolge anche la sempre più pressante questione del reperimento di risorse primarie, si affianca la cura del patrimonio apportato dall’opera umana, frutto del susseguirsi storico e profondamente integrato col territorio in quanto tale, con la terra lavorata dal sudore di intere generazioni e spesso nutrita dal sangue versato per difenderla o fors’anche per conquistarla, e con le aree intensamente urbanizzate.

Recentemente si è accresciuta la sensibilità nel prendersi cura dell’ambiente in merito ad interventi tanto sostitutivi o di protesi territoriale quanto riattivanti, quanto nei confronti di aree naturali, rurali o urbanizzate, anche sulla spinta di una imperante propensione all’innovazione.

Innovare è necessario, ma non deve essere fine a sé stesso. La sopravvivenza è sicuramente garantita dal rinnovamento delle fonti energetiche e dal reperimento di nuove risorse, che inevitabilmente trasformano gli ambienti, ma come la terra deve essere curata affinché produca i suoi frutti, che poi altresì la rigenerano, altrettanto va curato l’ambiente preso nel suo complesso, affinché risponda alle nostre reali esigenze, in maniera di non alterarlo più del necessario e assicurando il mantenimento delle sue peculiarità. Oggi si parla di sostenibilità, con riferimento prevalentemente pensato in chiave economica e legato a un rapporto calcolistico costi-benefici, ma il concetto deve essere esteso oltre i valori puramente materiali fino a comprendere valori morali e ideali: alla sostenibilità puramente utilitaristica va accostata anche la sua compatibilitàcon la conservazione del patrimonio culturale.

L’osservanza della compatibilità ambientale, assunta in tal senso, è di salvaguardia alla sussistenza identitaria delle collettività e comporta una responsabilità verso l’ambiente, che si risolve, in prima istanza, in responsabilità verso chi vi è insediato e in ultima istanza verso l’intera umanità. Coltivare materialmente e moralmente il proprio ambiente è da porsi come un dovere primario. Non ha alcun senso parlare di diritti dell’ambiente e sull’ambiente, ma in realtà bisogna soltanto parlare di doveri verso l’ambiente, che nel contempo comportano anche doveri dell’ambiente, se considerato nella sua componente umana, nei confronti degli altri ambienti.

Mettere in evidenza in proposito il concetto di Identità non significa semplicemente porre un problema di conservazione, ma piuttosto di continuità, di specificità, di particolarità insostituibile, di una ricchezza quindi con sue peculiarità di cui uguali, prese nel loro insieme, non si riscontrano altrove. È l’identità a qualificare come tale un ambiente preso nel suo complesso; e nel contempo l’ambiente nel suo complesso contribuisce a determinare le identità che ospita. In conclusione, l’ambiente non può essere concepito come qualcosa di soltanto esteriore, preordinato, passivamente accogliente l’essere umano che lo abita: noi siamo sempre in un ambiente, ma anche l’ambiente è in noi, l’ambiente è anche noi. Per questo motivo, per ben acquisire questo concetto, dobbiamo prima di tutto concepire il contesto relazionale in cui viviamo come ambiente culturale.

Ambiente culturale è memoria ambientale; la conservazione della memoria è il fattore qualificante. C’è una memoria conscia, rappresentabile, di portata sia collettiva che personale: in entrambi i casi è evocativa, ossia espressione di un passato, che fa parte del luogo e di noi, lo vive, lo riplasma, lo presentifica fisicamente e sentimentalmente. I monumenti celebrativi di quel passato sono simboli vissuti, infondono sostanza identitaria, che continua ad influire su condizioni di vita e su assetti sociali, costitutivi non soltanto di ricordi retorici o di oggetti di curiosità artistica e di antiquariato; sono invece dotati di energie simboliche che plasmano sentimenti di appartenenza, attestando radici storiche e stimolando continuità solidamente fondate rivolte al futuro. Reperti archeologici, edifici di culto, antichi palazzi o semplici costruzioni familiari e rurali, specialmente se dotati di esclusive peculiarità, quando si trovano disseminati in un medesimo territorio lo caratterizzano, lo impregnano di significati, addirittura lo consacrano e si fanno elementi insostituibili nel qualificarne la natura e tutto l’insieme della sua abitabilità. Si tratta di testimonianze non soltanto mnestiche, ma anche silenziosamente orientanti le idee e i sentimenti dell’intera collettività che pratica in quegli spazi; e tanto più rivestono tale carattere, quanto più intense sono la consuetudine di abitare o di frequentare un consimile ambiente. Accanto a una memoria conscia, ecco che si cela anche una memoria inconscia, incidente sulla percezione dei sensi, sui sentimenti e sulle intenzionalità che orientano la mente.

È sulle basi ora tracciate che si delineano le specificità di quella che possiamo definire la comunicazione ambientale.

Le forme di comunicazione coinvolgente le componenti ambientanti attingono all’intimità del nostro essere e ne attivano le energie più sottili e più radicate negli animi. Ciò determina altresì la memoria inconscia che agisce per vie sotterranee, ma anche impregna lo spirito che anima una comunità e di fatto ne costituisce le insostituibili peculiarità. Un punto fermo va posto in posizione prioritaria: qualsiasi cura del territorio presuppone un intenso scambio comunicativo con e tra le componenti culturali che vi sono insediate, cogliendo le suggestioni di paesaggio sia territoriale che immaginario. Senza disposizione ad una ricettività intercomunicativa di tal genere non si dà comunicazione, perché l’ambiente è terra morta.

Il sentimento di appartenenza sviluppa anche modi di essere non forzati, non costrittivi, giacché questi si percepiscono dettati dalla condivisione di costumanze, che infondono anche il senso di una particolare dignità rappresentativa, spesso anche intrisa di sano orgoglio, che si risolve in comportamenti sociali utilmente condivisi e socialmente acculturanti. La comunicazione ambientale agisce infatti sulle potenzialità di autoriconoscimento a beneficio di rapporti sociali più consapevoli della propria e dell’altrui libertà e coinvolgenti un senso comune di responsabilità.

Simile ad un organismo vivente, quindi soggetto a trasformazioni evolutive e involutive, l’ambiente deve potersi strutturare conservando anche le sue memorie, come se dovesse fare costantemente tesoro delle esperienze consumate. Col passato ci si deve misurare onde trarre indicazioni ed orientamento per il futuro. Senza conservazione del suo passato un ambiente assomiglia ad uno smemorato che, in quanto tale, non sa chi sia né da dove venga ed è quindi privo della capacità di discernimento e di direzione e, per conseguenza, rimane in completa balìa del sopravvenire di ogni evento, impreparato ad affrontare qualsivoglia situazione ed esposto ad ogni degradazione. È soprattutto una costante intercomunicazione ambientale ad impedire la perdita di memorie e il successivo disarticolarsi e il disgregarsi di una comunità.

Comunicazione significa necessariamente “rivolgersi a”, “recepire da”, di conseguenza comporta relazione, contatto, coinvolgimento e, come suggerisce il vocabolo, altresì messa in comune. Comunicare, comunque, non significa semplicemente scambio di informazioni. Quanto possiamo affermare in merito non è un gioco di parole: informazione è condizione di formazione e quindi anche di performazione e infine conformazione. Comunicazione significa, allora, dare e al tempo stesso recepire indicazioni, ma favorendo in tal modo un’attività cognitiva che non si arresta all’acquisizione di nozioni o alla ricerca e alla messa a disposizione di dati, bensì arricchisce il patrimonio esistenziale, lo plasma e potenzia gli stimoli creativi e le iniziative all’azione. Al tempo stesso l’intercomunicazione, che anima la dialettica individuo-comunità-ambiente, genera un aumento della circolazione e della condivisione di energie cognitive e di modalità funzionali, che attivano aperture sia per l’ampliamento delle scelte e dell’acquisizione di novità, sia nei confronti delle alterità, in forme non stravolgenti e sostanzialmente compatibili con l’esistente.

Aver cura del proprio ambiente, colere, coltivare è cultura e valorizzazione del patrimonio disponibile. È atteggiamento che genera e invigorisce il poco sopra invocato sentimento di appartenenza. È questo un sentimento costitutivo, che rafforza autoconsapevolezza e solidarietà, incrementa potenzialità e capacità di ambientamento, qualificazione di identità, che orienta a valutazioni appropriate sia sui limiti e sui bisogni comuni effettivi, sia sulle adeguate necessità di apertura, di integrazione, di comprensione delle diversità e delle complementarità indispensabili alla conservazione e agli sviluppi della vita associata.

L’autoconsapevolezza di una comunità è condizione di consistenza e di specificità, che si fondano sul sentimento di appartenenza, e consente di valorizzare sé stessa e nel contempo di relazionare stessa al mondo, operando maggiori e più virtuose reciprocità.Anche “comunicazione ambientale” significa soprattutto concreta manifestazione del sentimento di appartenenza. Tale sentimento, a sua volta, attesta una realtà di cui si è parte e che al tempo stesso è parte di noi. Le conseguenze di questo stato d’animo sono di grande rilevanza sociale: costituiscono un correttivo a due opposti ma strettamente compatibili e indesiderabili eccessi, che sotto il profilo della convivenza presentano aspetti patologici: sono le chiusure in un individualismo egotico autoreferente e le aperture ad un globalismo indifferenziato, entrambe situazioni abrasive di pensiero creativo e di effettiva intercomunicazione tra esseri umani consapevoli delle proprie scelte, entrambe soffocatrici tanto della coscienza di sé quanto dell’effettivo interscambio di apprendimenti e di valori.

Il sentimento di appartenenza è dotato di un intenso spirito socializzante e conferisce connotazioni identitarie, che non sono affatto imposte e passivamente recepite, ma attivamente partecipate a beneficio della comunità e dei suoi toni civili. Si può dire di più: è in virtù di una sorta di narrazione collettiva che, esprimendoci in forma un po’ enfatica, quel sentimento accomunante offre contenuti ai miti dell’origine o miti fondativi, in assenza dei quali è impossibile l’autoriconoscimento di una collettività e molto fragili se ne fanno i legami e le capacità di interazione con altre realtà.

Del sentimento di appartenenza in forma collettiva fanno parte integrante ritualità costumali e celebrative, che tanto più rivestono una funzione intercomunicativa aggregante quanto più sono radicate nelle consuetudini ambientali e non espresse da occasioni o circostanze transitorie ed effimere, ancorché dotate di momentaneo successo. Cerimonie ed iniziative rappresentative segnate dalle impronte consuetudinarie includono implicite consonanze accomunanti e investiture legittimanti e non si esauriscono affatto nelle momentanee coreografie.

Svolgeun ruolo rilevante il rispetto delle tradizioni, chenon è da considerarsibanalmente coincidente con un dogmatico tradizionalismo. Il tradizionalismo guarda al passato, il rispetto della tradizione qui in questione, invece, guarda con collaudata competenza al futuro e valorizza la sua entità secondo una temporalità non piattamente lineare, bensì ritmica. Cosa significa? Che il passatista tradizionalismo ha un atteggiamento descrittivo nei confronti del passato per poi volerlo riprodurre inalterato nel presente; quanto intendiamo come rispetto della tradizione, di contro, vive gli stimoli reperiti nelle memorie, ne fa termini di confronto, ne approfondisce le premesse più costruttive e ne mette a frutto le risorse materiali e spirituali reperite. Il ritmo non è solamente il tipo di temporalità che si riscontra nella musica, ma è anche quella forma temporale che scandisce le ritualità, le ricorrenze di una comunità, la conservazione di costumanze, la riproduzione di avvenimenti strutturanti, la tipicità delle proprietà naturali e costruite, l’allestimento di festività con le loro consuete ritualità, che comprendono anche le atmosfere familiari. Non si tratta affatto di ripetizione dell’identico, non si tratta di automatismi, ma di rinnovamento costante dell’espressione e della trasmissione di energie continuative, in maniera non molto dissimile alla rigenerazione effettuata dai cicli naturali della biosfera o a quella dei rintocchi di campana nelle ore e ricorrenze prestabilite.

La comunicazione ambientale, nella sua dimensione specificamente pubblica, si manifesta dunque anche con propri ritmi performativi, che la connotano e che trasmettono informazioni costitutive di sue peculiarità aggreganti, a differenza di quanto avviene con quelle utilitaristicamente programmate e riversate dalla comunicazione di massa omologante, tese a pianificazioni sradicate e volutamente sradicanti dalle proprietà naturali e culturali degli ambienti in quanto tali. La socializzazione ambientata, invece, riflette una comunicazione compartecipe sulla base di un vissuto condiviso, non imposto, spontaneo nelle consuete componenti degli ambiti di aggregazione. Da queste osservazioni si evince immediatamente che comunicare con e nel proprio ambiente smuove spontanee e connaturate istanze interiori, che non richiedono il sussidio di apposite mediazioni, poiché sono espressione di modo di sentire e pensare e di relazionarsi, sostenuto da una coscienza identitaria in connaturata condivisione di necessità e di sorti comuni.

Ma qui si impone anche una precisa riflessione sulle incombenti necessità epocali di misurarsi con la necessità, ormai considerata planetaria, di introdurre innovazioni. Nell’affrontare il problema, si fa evidente il ruolo decisivo della comunicazione ambientale nell’individuare e coltivare adeguate forme degli interventi innovativi. A questo proposito la comunicazione ambientale è chiamata ad assolvere al compito di contribuire al mantenimento di sani ed efficaci equilibri tra conservazione ed innovazione in maniera che l’apporto dell’esperienza, e quindi di una ben collaudata attitudine a dialogare con le qualità costitutive dell’ambiente preso nel suo complesso, si configuri quale fattore funzionale assolutamente indispensabile.

A fronte di qualsiasi intervento trasformativo la geografia, la conformazione territoriale, le caratteristiche delle coltivazioni, dell’urbanizzazione e delle reti di collegamento devono contestualizzarsi armonicamente non solo in quanto paesaggio inerte, ma in quanto parte costitutiva dell’intero complesso vitale determinato dai fattori evocativi, dall’atmosfera storica, dalle suggestioni estetiche, dal patrimonio artistico e in generale dall’aura culturale che il luogo ispira.  Carente o addirittura mancante intercomunicazione tra fattori ambientali corrisponde, in tal caso, a favorire una vita sociale disambientata e psicologicamente disorientata.

Non da ultimo, la corretta ed equilibrata intercomunicazione ambientale favorisce nella comunità la creazione di un tessuto partecipativo, idoneo a provocare una più efficace interazione tra i cittadini e le istituzioni che li rappresentano. Si può perfino giungere a sostenere che intercomunicare consapevolmente nei confacenti modi in relazione al proprio ambiente sia uno dei più validi presupposti per predisporre le basi di una buona amministrazione e più in generale di un buon governo. Infatti, le componenti emotive e psico-affettive che accompagnano i modi di rapportarsi all’ambiente inducono anche a temperare autoreferenzialità e conflittualità meramente ideologiche e convinzioni divisive, politiche o religiose, senza per ciò disconoscerne la rilevanza, inducendo a non pregiudicare le sottili continuità che legano a luoghi e costumi e che nutrono il sé collettivo come parte del sentire ed agire personale.

Comunicazione ambientale è sinonimo di autocoscienza, di comunanza, di responsabilizzazione collettiva e individuale, di sentimento e condivisione di appartenenza, tutte precondizioni atte allo sviluppo di solidarietà e di ragionevole fruizione di risorse naturali e morali, idonee ad assicurare equilibri dinamici al corpo sociale.

Nella comunicazione ambientale occorre riserbare uno spazio privilegiato al cosiddetto genius loci. È l’interlocutore fondamentale del complesso ambientale preso nel suo insieme. Preliminare ad ogni trasformazione ambientale dovrebbe sempre intervenire un tipo sui generis di comunicazione, che può richiedere raffinata e sagace accuratezza col genius loci. È questa una figura immaginaria, estremamente fragile e discreta, che riassume in sé i significati e le energie patiche di un ambiente, facendosene idealmente interprete e nume tutelare: lo si può dire l’anima di un ambiente. La percezione della sua presenza, riassuntiva di un tutto unitario e multiforme, fa comprendere l’unicità e l’irripetibilità delle caratteristiche di un ambiente e invita alla sua salvaguardia e soprattutto a non rendersi, di fatto, parassiti di quel contesto territoriale, che fra l’altro può in certi casi, se provocato, reagire con disastrose rivalse eco-ambientali in forme impreviste. Anche un singolo insediamento, una singola abitazione, una particolare area naturale possono nascondere un proprio genius loci. Già gli antichi ne avevano compreso l’importanza, rappresentandolo come protettore e spirito propiziatorio di un luogo alla stregua dei lari protettori della famiglia. Rilevare la sua presenza equivale alla comprensione degli equilibri compositi e delle energie inafferrabili che reggono e qualificano un ambiente, conservandolo nella continuità delle sue sane fattezze.

Urbanisti, architetti, programmatori territoriali, gestori e governatori a vario titolo degli spazi devono intuire e saper interpellare i genii locorum ed apprenderne il silenzioso e multiforme linguaggio, altrimenti la mancata intercomunicazione produce inevitabilmente danni e scompensi in quegli equilibri. Il vandalismo estetico, l’urbanizzazione selvaggia, il cinico e irresponsabile sfruttamento di aree naturali sono responsabili di vere e proprie devastazioni, semplicemente imputabili al non aver saputo, ma spesso non aver voluto, consultare i suggerimenti del genius loci, da considerarsi a pieno titolo anche un genius communitatis.

Ma c’è di più. Interpellare il genius loci, respirarne l’aura, equivale altresì a mettere in pratica il terzo principio della dinamica, che avverte che ad ogni azione corrispondono reazioni contrarie di ugual portata e invita perciò a temperare e calibrare ogni intervento in considerazione di inevitabili e poco prevedibili effetti negativi. Il richiamo a questo principio del mondo fisico è estensibile anche all’operare socio-ambientale e occorre essere consapevoli che trasformazioni ed innovazioni qualsivoglia non si risolvono soltanto nel conseguimento delle utilità desiderate, come se fossero fine a sé stesse, ma che comportano sempre effetti compensativi controvalenti, che soltanto gli sfruttamenti sconsiderati di aree, le urbanizzazioni selvagge, nonché gli interventi riparatorî decontestualizzati mettono in chiara evidenza. Avere contezza di queste situazioni sotto diversi profili (economici, estetici, funzionali, ecologici, sociali, affettivi, cultural-patrimoniali e via dicendo), premessa indispensabile per un’effettiva valorizzazione ambientale si risolve di fatto nella capacità di saper comunicare col genius loci, il che vuol dire, in ultima analisi, con l’ambiente vivente preso nel suo complesso.

Diversamente dal turista distratto o di passaggio, ascoltare le voci della memoria, conoscere la storia dei luoghi, cogliere i significati desumibili, apprendere, saper ascoltare anche i silenzi, saper collegare particolari, individuare le pertinenze e le continuità, elaborarne proiezioni mentali atte a suggerire e guidare iniziative vuol dire comunicare effettivamente con l’ambiente. È una comunicazione prettamente simbolica e quindi in grado di esprimere dimensioni ricavate indistintamente dal conscio e dall’inconscio, dall’interiorità personale e dal vissuto comune, dall’immaginazione e dalla realtà oggettiva. La comunicazione ambientale ha dunque valenze squisitamente patiche, ossia elaborate simbolicamente dalla psiche, dove contemporaneamente e inscindibilmente come un tutt’uno agiscono la mente e le affezioni interiori o, come direbbero gli antichi, la mente e il cuore.

Comunicare con e nell’ambiente è altresì connesso con l’attitudine all’introspezione, ossia col saper dialogare con sé stessi attraverso il saper guardare, il saper ascoltare gli stimoli, il provare sensazioni ed emozioni, il destare affetti e il nutrire sentimenti e aspettative, lo scoprire implicanze di cose e memorie, il cogliere i tratti qualificanti e distintivi di un paesaggio o di un’architettura, il saper instaurare muti rapporti con le impressioni ricevute effettuando un percorso o soffermando lo sguardo su uno scorcio oppure rivisitando strutture consuete e il ripensarne vissuti e mutamenti, il sostare occasionale imbastendo una riflessione sullo scorrere del tempo lungo il luoghi o immaginando il trascorrere di generazioni che li abitano. Tutte queste forme di comunicazione squisitamente ambientale, che di per sé sono strettamente personali, alimentano e qualificano anche la comunicazione sociale, perché si trasformano in messaggi qualificanti nelle relazioni che poi si riversano nella comunità.

L’assenza o la forte carenza di un tal genere di comunicazione con cose e persone - che può essere frutto di indifferenza o di distrazione, di disaffezione, di inerzia attitudinale o di facile allettamento alla presa di attrattive bassamente utilitaristiche o di messaggi massificati dai processi globalizzanti – inducono a creare condizioni di spaesamento, diciamo pure alla lettera di “disambientamento”, che gradualmente compromettono la consistenza di un habitat natural-culturale e morale e contribuiscono a rendere passivi gli animi di chi vi è ospitato. L’idea di spaesamento qui adombrata può bene esprimere la situazione di carenza di comunicazione ambientale come forma di estraneazione all’ambientamento in sé stesso che conduce a condizioni di vera e propria irresponsabilità, che prende le mosse proprio dall’irresponsabilità ambientale, a partire dalla quale la convivenza umana stessa incomincia a profilarsi come vittima inerme degli eventi.

Sono in corso elaborazioni di molte teorie sui principî-guida da seguire per prevenire o impedire nei territori l’aggravamento di processi di degrado temuti irreversibili, ma è urgente in aggiunta si è fatto urgente concepire un maggiore coinvolgimento degli aspetti che possiamo definire culturali, comprensivi delle esigenze del vissuto collettivo ambientato, onde cercare soluzioni che consentano il massimo equilibrio possibile tra le varie componenti ambientali. Il genere di comunicazione di cui qui ci occupiamo svolge in merito un ruolo essenziale e prodromico, in quanto incisivo sull’orientamento che devono assumere le scelte più opportune.

Prima di concludere non si può prescindere da un accenno alle innovazioni tecnologiche, che trovano applicazione sempre più estesa in tutti i campi. La civiltà digitalizzata neutralizza spazi e tempi e segue logiche meramente datistiche, in cui il dato è recepito decontestualizzato e astrattamente ricontestualizzabile – giocando con le parole diremmo “disambientato” e astrattamente “riambientabile” – ed è perciò facilmente incline ad ignorare completamente il sistema di relazioni di cui originariamente fa parte. Detto altrimenti, l’intelligenza artificiale persegue utilità avulse da un’effettiva intercomunicazione, giacché la macchina è incapace di dialogo, poiché in sé e per sé solamente monologa e recepisce monologhi. La comunicazione ambientale, come a grandi linee l’abbiamo tratteggiata, le è del tutto estranea (agisce con “mente” separata dal “cuore”) e ciò ci induce a pensare che un ambiente reale e vitale non può certo essere affidato soltanto alle sue programmazioni.

Se ne deduce l’insostituibilità dei valori assunti ed espressi dalla permanenza di contatti intercomunicativi diretti con e dell’ambiente, le cui caratteristiche assicurano una proficua complementarità ed efficacia integrativa e correttiva alle virtualità egemoniche della macchina, conservando proprietà squisitamente umane e naturali a fronte delle sue informazioni programmate e seriali, esproprianti la varietà di appartenenze e le specifiche identità coese alla vita personale e collettiva. 

In conclusione, il luogo unitariamente naturale e sociale che definiamo ambiente, vissuto sia nelle impressioni ricevute che nelle proiezioni espresse, è fonte di educazione, che nella sua articolata complessità aiuta a coniugare le dimensioni estetiche, nel senso esteso del termine, con quelle etiche, ed è condizione precostitutiva della coltivazione (dal latino colere, da cui cultura) delle inclinazioni personali, dell’istinto orientatore, delle intenzionalità del pensiero, delle idealità, che infine tramite l’intercomunicazione sociale alimentano le relazioni e il costume collettivo vigente. L’ambiente è, per tale motivo, un patrimonio concentrato di risorse etiche, in cui il rispetto delle consuetudini non si risolve nel chiuderne i ricordi in una specie di ideale archivio museale, ma nel porre a disposizione e mettere in azione esperienze collaudate, che offrono un prezioso sostegno orientatore per il futuro. È questa una buona ragione per affermare che incombe il dovere di diffondere e fortificare una solida coscienza ambientale1.



1. La letteratura sui temi toccati è ormai molto vasta. Solo per un’indicazione di primo avvio per eventuali approfondimenti segnalo: Giacomo Becattini, Ritorno al territorio, Il Mulino, Bologna, 2009; Vincenzo Pepe, Pensare il futuro. Dare vita a un nuovo modello di ambientalismo, Cairo, Milano, 2018; Alberto Magnaghi, Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2020; per accostare la problematica giuridica cfr. Giovanni Cordini, Paolo Fois, Sergio Marchisio, Diritto ambientale: profili internazionali europei e comparati, Giappichelli, Torino, 2024.

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