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Consumo di suolo, consumo di Terra

Riccardo Graziano



Da troppo tempo stiamo sfruttando le risorse naturali a un ritmo superiore rispetto a quanto la Terra impiega per rigenerarle. Quindi le stiamo esaurendo, o mettendo in crisi. Vale per l’aria che respiriamo, sempre più inquinata, per l’acqua potabile sempre più scarsa e, soprattutto, per il suolo. In particolare, stiamo compromettendo superfici sempre più vaste di terreno fertile, quello dove si produce il cibo che mangiamo. Un problema grave e complesso, che presenta varie sfaccettature e gradi di compromissione.

In Italia, uno degli elementi di preoccupazione è la proliferazione degli impianti fotovoltaici “a terra”, che sempre più diffusamente compaiono al posto di terreni agricoli non più coltivati. Attenzione, non parliamo di agrivoltaico, dove sullo stesso terreno convivono colture e pannelli, offrendo agli agricoltori la duplice possibilità di produrre cibo ed energia contemporaneamente, ma di quelle migliaia di pannelli posati direttamente sul suolo, in sostituzione delle colture. Una prassi che si sta diffondendo rapidamente, in nome di una “transizione energetica” dettata più dalla ricerca del profitto che dalla consapevolezza della necessità di decarbonizzare la produzione di elettricità.

Tuttavia, si tratta di un consumo di suolo ben diverso da quello generato dalla costruzione di un centro commerciale o di un polo logistico, tanto che recentemente l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) ha introdotto i concetti di “suolo occupato” e “consumo reversibile”, in pratica inquadrando il fotovoltaico a terra come un semplice cambio di destinazione d’uso, in ogni caso reversibile. Anzi, qualcuno ha evidenziato come, rispetto ai terreni coltivati in modo intensivo, migliorino alcuni servizi ecosistemici, a partire dalla biodiversità. Ciò è dovuto al fatto che, sospendendo i trattamenti con i fitofarmaci (alias pesticidi, nel linguaggio corrente) molti organismi si riprendono o tornano a colonizzare terreni per loro precedentemente invivibili, un processo che nel medio periodo può anche migliorare la fertilità del suolo, come sapevano bene i nostri nonni, che per prassi ruotavano le colture e lasciavano alla terra anche dei periodi di riposo, proprio per dare modo alla biomassa di rendere nuovamente fertili questi appezzamenti.

Naturalmente, l’optimum sarebbe di posizionare i pannelli fotovoltaici sulle innumerevoli superfici già compromesse, a partire dai tetti di case, capannoni e centri commerciali, ma andrebbero benissimo anche parcheggi, cave dismesse, discariche, bordi di autostrade e ferrovie … una quantità di spazio che potenzialmente consentirebbe, se sfruttata, di soddisfare completamente le esigenze energetiche del nostro Paese, liberandoci una volta per tutte dalla dipendenza  dalle fonti fossili e dalla volatilità dei loro prezzi. Purtroppo, per ora i pannelli si vedono principalmente sui terreni agricoli, ma come abbiamo visto il danno per il suolo – in questo caso – è contenuto.

È più impattante utilizzare il suolo per la produzione di cibo non destinato direttamente all’alimentazione, come nel caso dei mangimi destinati agli allevamenti intensivi o, peggio ancora, alla produzione di biocombustibili, di cui il nostro attuale governo è grande sostenitore, tanto che nella stessa Pianura Padana svariati ettari sono coltivati a mais destinato alla produzione di biogas. Una follia dal punto di vista energetico, dal momento che le stesse superfici, se coperte di pannelli, produrrebbero una quantità di elettricità ben più elevata dell’energia ricavata dai biocarburanti. Negli Stati Uniti hanno calcolato che, con auto simili e a parità di chilometri percorsi, la quantità di terreno necessario a produrre biocarburante è fra 75 e 200 volte più vasta di quella che si dovrebbe ricoprire di pannelli sufficienti ad alimentare un veicolo elettrico. Quindi, se proprio volessimo sacrificare terreno per le nostre esigenze di spostamento, col fotovoltaico e la mobilità elettrica ne servirebbe un centesimo rispetto ai biocombustibili per i motori a scoppio. Ma vallo a spiegare ai fautori del fossile…

Ma in Italia c’è qualcosa di ancora più letale che minaccia il suolo: il cemento.
A dirlo non sono i “soliti ambientalisti contrari al progresso”, ma una fonte in genere molto ascoltata dai decisori politi, nientemeno che la Coldiretti, la quale  in un appello di qualche mese fa in occasione della giornata del suolo ha snocciolato numeri preoccupanti. Secondo l’organizzazione, che rappresenta una gran parte del mondo agricolo, “La cementificazione fa sparire 1,2 miliardi di euro di cibo all’anno”, mentre nel periodo fra il 2000 e il 2020 “ la superficie agricola è diminuita di 2,7 milioni di ettari. Mettendo a rischio la sovranità alimentare del Paese e la sicurezza idrogeologica”. In vent’anni, siamo passati da 18,8 milioni di ettari coltivati a 16,1 milioni, una diminuzione pari quasi al 15%.

Questa colata di cemento comporta una minore produzione di cibo, dunque una minore sovranità alimentare, con la necessità di aumentare l’importazione di cibo dall’estero, alla faccia delle “eccellenze enogastronomiche” del Belpaese. Inoltre, il suolo impermeabilizzato diminuisce l’assorbimento delle acque meteoriche, contribuendo al dissesto idrogeologico e all’aggravamento delle conseguenze degli eventi climatici estremi, ormai frequenti sulle nostre regioni. Nel solo 2024, abbiamo seppellito sotto il cemento 84 chilometri quadrati di terreno fertile (il 16% in più dell’anno prima) perdendolo di fatto per sempre, visto che occorrono secoli per ripristinare la fertilità di un suolo impermeabilizzato.

Secondo un sondaggio Coldiretti/Censis effettuato nel 2025, quasi quattro italiani su cinque “considerano l’agricoltura il baluardo più efficace per prevenire il dissesto idrogeologico e tutelare il paesaggio”. Dunque, sarebbe imperativo approvare al più presto una legge che arresti il consumo di suolo, ma vallo a spiegare al Governo e pure all’opposizione, che su questo argomento è altrettanto sorda.

E se dai problemi italici solleviamo lo sguardo a livello planetario?
In questo caso è la FAO, la branca delle Nazioni Unite che si occupa di cibo e agricoltura, a informarci che “circa 1,7 miliardi di persone vivono in aree in cui la resa dei raccolti sta diminuendo a causa del degrado del suolo causato dall’uomo: una crisi pervasiva e silenziosa che sta minando la produttività agricola e minacciando la salute degli ecosistemi in tutto il mondo”.
Si tratta di un quinto della popolazione mondiale: è evidente che qui siamo ben oltre a una crisi ecologica che interessa solo agli “ambientalisti radicali”. Qui parliamo di malnutrizione, carestia, fame. E magari della necessità di migrare per milioni di persone, esodi di proporzioni bibliche tali da far impallidire quelli attuali, che già sono fonte di grandi preoccupazioni e malumori.
Se volete conoscere le cause, le conseguenze e i possibili rimedi (finora inattuati) di questo disastro, vi rimandiamo al rapporto completo della FAO (Fonte: https://www.fao.org/newsroom/detail/fao-report–-1.7-billion-people-experience-lower-crop-yields-due-to-land-degradation/en).

Qui, ci interessa semplicemente rimarcare un semplice dato di fatto: l’Ambiente è ciò che ci consente di vivere, aria, acqua, suolo, biodiversità. Ed è ormai da tempo che gli “ambientalisti” si occupano non tanto della sopravvivenza di specie animali o vegetali spesso sconosciute, ma della sopravvivenza dell’Umanità, sempre più a rischio a causa di noi stessi, esseri “sapiens” che segano il ramo su cui sono seduti. Non siamo né radicali né estremisti, solo persone di buon senso e mediamente più informate di gran parte dell’opinione pubblica. Ed è forse giunto il tempo che smettiamo di autodefinirci “ambientalisti” e cominciamo a riconoscere ciò che siamo: Terrestri, abitanti del Pianeta Terra, consapevoli del fatto che, una volta devastato questo, non avremo un altro pianeta su cui sopravvivere.

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