La (dis)informazione ambientale
di Valter Giuliano
Nel 1981 decidemmo di ridare alla Federazione una voce autonoma. Dopo aver contattato e consultato il direttore del nostro foglio “storico” Natura-Società, Dario Paccino che ci incoraggiò, registrammo, a settembre, il foglio che, aggiungendo una “e”, consegnava speranza al dialogo tra Uomo e Ambiente. Il primo numero della nuova serie uscì a marzo 1982 riprendendo la storica testata diretta da Valerio Giacomini e, appunto, Dario Paccino. Il programma editoriale era riassunto nell’immagine di copertina che dal giovane all’anziana, riassumeva il “popolo” di lettori cui avremmo voluto rivolerci. Con linguaggio semplice e sostanza di argomenti.
Sembrò terremo fertile per l’informazione ambientale, nel quale inserirsi.
Per capire meglio il mare in cui avevamo calato la nostra scialuppa, ci confrontammo in un convegno “Stampa e informazione ambientale” (1982) i cui atti furono pubblicati dalla Regione Piemonte come n. 4 dei Quaderni di Natura e Società (anche qui ricongiungendoci all’esperienza degli anni Settanta).
Illustri i relatori (Salvatore Giannella, Fulco Pratesi, Dario Paccino, Mario Fazio, Francesco Corbetta, Gianluigi Mazzufferi, Gladio Gemma, Andrea Poggio...) a significare un momento propizio per chi desiderava comunicare i temi della difesa ambientale, delle crisi ecologica, delle possibilità, per ognuno, di portare il suo contributo.
Fotografia di un clima di crescente attenzione nei confronti delle tematiche ambientali e ambientaliste che registravano il successo, in edicola, di testate rivolte ai temi ecologici.
Rappresentati non solamente con i toni dell’invito alla conoscenza naturalistica, alla dimensione di scoperta di paradisi naturali incontaminati, di alfabetizzazione su flora e fauna, ma anche con un invito all’impegno e alla mobilitazione per difendere cotanta bellezza minacciata.
Facciamo un salto all’oggi. E ci sembra un balzo all’indietro.
Cosa resta? Cosa soprattutto rimane di quella tensione, anche ideale e politica, che suggerirà un impegno diretto degli ambientalisti nella politica e nella pubblica amministrazione?
Poco. Molto poco. Nell’informazione come nella politica. Tempi di presunta bonaccia, in cui si naviga a vista senza più la capacità di muovere tempeste. Che pure sarebbero richieste, oggi più che mai, nel momento in cui le fosche previsioni che indicavamo negli anni Settanta si stanno concretizzando. Basta rileggere le pagine di Alfredo Todisco, Giorgio Nebbia, Mario Fazio, Antonio Cederna, per citare i giornalisti ambientalisti più lungimiranti e impegnati sulle questioni ambientali cui se ne aggiungevano altri dai toni più conservazionisti e naturalistici tra cui contiamo addirittura un Dino Buzzati, impegnati nella difesa del patrimonio culturale come Vittorio Emiliani, o quelli che al giornalismo erano prestati dal primario impegno ambientalista come Fulco Pratesi.
Ma persino quelle di Airone, Oasis, Geodes, poi rientrate in una rassicurante e iconica rappresentazione della bellezza naturale da osservare e ammirare senza più alcun richiamo verso il dovere di difenderla. La storia della prima è emblematica. Andate a cercarla in edicola, ci sarà ancora per poco, e confrontatela con quella di Egidio Gavazzi o di Salvatore Giannella...
Ma anche testate di più recente esordio si sono piano piano adeguate alla necessità di sopravvivere accontentandosi di resilienze comportamentali ma anche politiche, come le associazioni che le editano.
Cosa rimane?
Rimangono poche voci. Tra loro emerge quella di Mario Tozzi, talvolta quella di Luca Mercalli cui la RAI ha ben presto rinunciato e, a spot, qua e là qualche bel servizio di inchiesta giornalistica relegato magari in tarda serata sulle rete del servizio pubblico. Spesso, e meritevolmente, di timbro animalista che, tuttavia non esaurisce la visione di un ambientalismo che deve avere visione globale. Restano alcune testate specializzate, tra quelle a stampa La Nuova ecologia, tra quelle on line, Greenreport. Navigando, con una certa abilità al timone informatico. si possono incontrare fonti, spesso internazionali, importanti per ciò che trasmettono con competenza e scientificità. Tra le fonti, ovviamente, anche quelle delle principali associazioni ambientaliste nazionali e internazionali storiche o recenti e di alcune ONG.
Ma a tirare i remi in barca sembra essere tutto il movimento ambientalista, ripetitivo e senza più creatività e, soprattutto, radicalità nelle sue azioni. Pienamente integrato nel sistema. Contento di diffondere ripetitivamente, ogni anno, dati sull’inquinamento nelle città, sullo stato delle acque marine, sul progressivo ritiro dei ghiacciai… Informazioni che sappiamo e che possiamo oramai facilmente prevedere. Di cui, semmai, dovrebbe occuparsi istituzionalmente lo Stato, i cui rapporti sullo stato dell’ambiente sono in ritardo di lustri. Come stanno diventando le nomine dei Consigli delle aree protette nazionali (le eccellenze della biodiversità), affidate a Presidenti autoreferenziali che non rispondono a nessuno.
Spesso con discutibili competenze e resi abili solo per obbedienze partitiche.
Nel silenzio dell’informazione. Che dovrebbe chiedere, pretendere di conoscere e far sapere ai cittadini,
L’Italia è scivolata nella classifica internazionale della qualità dell’informazione. Ci sono colleghi appagati dal rilanciare i comunicati stampa dei poteri forti o di mettere, senza interlocuzione, un microfono sotto le labbra dei potenti di turno senza sentirsi in dovere di contestarne le evidenti bugie e falsificazioni della realtà.
Esisteva il reato di diffusione di “notizie false e tendenziose”. Non risulta essere cancellato, ma la maggioranza delle notizie lo sono.
Tutto questo accade nel silenzio assordante dei vertici di una categoria sempre più inaffidabile e non credibile che registra, passiva, il declino inesorabile di una professione che dovrebbe essere garante della qualità dell’informazione. Tranne rare eccezioni, non lo è più da tempo, e per questo si avvia verso l’estinzione, sostituita dalla comunicazione diretta di soggetti che non fanno informazione ma propaganda. Eppure sembra non interessare nessuno. Si assiste con ignavia a spettacoli deprimenti di come la professione giornalistica si esercita in Italia, non solo senza alcuna deontologia professionale, ma neppure senza la pur minima dignità.
La classifica che ci spinge verso il fondo è dunque ben meritata anche se sembra non allarmare nessuno. Al servizio del potenti e irridenti e irriguardosi nei confronti dei cittadini che, non a caso, sempre di più rifiutano le menzogne dette e stampate.
In un contesto così, come pensare a una informazione ambientale di qualità che possa servire a rendere i cittadini coscienti e consapevoli delle questioni ambientali? Come superare i muri dei tabù che il potere economico finanziario e al suo traino quello politico ha eretto e difende pur di non far conoscere e distorcere la realtà? Come contrastare la propaganda ascientifica che, in contrasto, corre in rete sui social, senza alcuna verifica?
Il nostro lavoro operoso e imperterrito di formiche sarà sufficiente?


