La disinformazione contro l’auto elettrica
di Riccardo Graziano
La disinformazione è stata utilizzata molto efficacemente per fini commerciali, come dimostra la strategia condotta dall’industria del tabacco di cui parliamo in un altro articolo. Anche le compagnie petrolifere sono molto attive nel difendere i loro interessi multimiliardari, sostenendo i negazionisti del cambiamento climatico o attuando pratiche di greenwhasing per millantare una presunta sostenibilità ambientale di fatto inesistente. E anche i produttori di automobili non sono da meno, quando si tratta di tutelare i propri fatturati: si passa da piccoli inganni quali pubblicizzare con atmosfere italiane auto prodotte in Polonia a vere e proprie truffe, come quella di truccare i valori delle emissioni di scarico che ha portato allo scandalo del Dieselgate, passando per la disinformazione strisciante dell’auto “che si ricarica da sola”, manco avessero inventato il moto perpetuo, quando in realtà la “ricarica” avviene alla pompa del distributore, come per tutte le altre. Tranne le elettriche, naturalmente, che si riforniscono alle colonnine o, per chi può, direttamente a casa propria. Già, perché la differenza fondamentale delle elettriche è che, nei casi più fortunati, il “carburante” te lo puoi fare da te, se hai dei pannelli solari sul tetto di casa. Non è un caso se fra i pionieri della mobilità elettrica si trovano molti possessori di impianti fotovoltaici, che hanno comprato l’auto elettrica per sfruttare eventuali surplus di produzione e viaggiare almeno in parte gratis.
In ultima analisi, forse è proprio questo il vero motivo per cui le case automobilistiche e i loro compari petrolieri osteggiano le vetture elettriche: perché se le persone scoprono che possono fabbricarsi il “carburante” da soli e sottrarsi almeno in parte dalla dipendenza delle multinazionali, i loro fatturati potrebbero iniziare a scendere progressivamente, prospettiva che li getta nello sconforto. Naturalmente, gioca anche il fatto che per la transizione alla mobilità elettrica occorrono investimenti imponenti sulle piattaforme, sull’elettronica di bordo, sulla componentistica e, ovviamente, su motori e batterie. Ma questo si è in parte già verificato quando si è passati dalla sola benzina al diesel, che in breve tempo è arrivato a occupare più o meno metà del mercato, pur richiedendo a sua volta cicli di produzione sensibilmente differenti. Eppure, all’epoca dell’introduzione del gasolio non ci fu nessuna levata di scudi, come pure per le auto alimentate a metano e gpl, anzi furono proprio le case automobilistiche a introdurre le novità. Allora perché sull’auto elettrica si è sollevata subito un’ondata di ostilità? Perché si passa dalla dipendenza dalle multinazionali del petrolio a quella dai produttori elettrici? Eppure questi ultimi si riforniscono spesso dai primi, anzi a volte sono la stessa cosa, come nel caso della nostra Eni. No, il problema è proprio che, nel caso dell’auto elettrica, un numero crescente di consumatori riesca a fare da sé, affrancandosi dalla schiavitù alle multinazionali, una cosa che proprio non va giù al ristretto numero di oligopolisti che controllano con pugno di ferro il “libero mercato”.
Ecco allora che contro l’auto elettrica si è scatenata un’offensiva mediatica di disinformazione di rara potenza e capillarità, che ha avuto e ha tuttora ampio riscontro in una larga maggioranza dell’opinione pubblica, anche se basata spesso su pregiudizi, mezze verità o vere e proprie bufale. Vale dunque la pena fare un po’ di chiarezza, almeno sulle problematiche principali.
“Un Diesel di ultima generazione inquina meno di un’elettrica”
Questa affermazione ingannevole deriva da alcuni studi, ormai obsoleti e smentiti, secondo i quali nell’intero ciclo di vita – estrazione materie prime, fabbricazione, utilizzo, smaltimento finale – l’auto elettrica avrebbe comportato più emissioni di anidride carbonica rispetto a un equivalente veicolo diesel. Oggi sappiamo che questa affermazione è falsa persino in quei Paesi, come la Polonia, dove il mix energetico è particolarmente sfavorevole a causa dell’utilizzo esteso del carbone, il combustibile fossile più inquinante. Il confronto diventa progressivamente sempre più favorevole per l’elettrica man mano che cresce la percentuale di energia da rinnovabili: in Italia, che pure non è fra i Paesi più virtuosi, il ciclo di vita di un’elettrica produce meno della metà delle emissioni di un’equivalente vettura con motore a scoppio. Per non parlare dei gas di scarico: provate a respirare vicino al tubo di scappamento di un diesel mentre pensate che una elettrica il tubo di scappamento non ce l’ha nemmeno, e avrete subito un quadro chiarissimo della differenza.
“Se tutte le auto fossero elettriche non ci sarebbe abbastanza energia, a meno di non ricorrere al nucleare”
Rispetto al fabbisogno energetico complessivo quello necessario per la mobilità elettrica è piuttosto ridotto. Se tutte le auto dell’UE fossero elettriche bisognerebbe produrre il 15% di energia in più, ma si abbatterebbe il fabbisogno di petrolio e contestualmente la quota di energia necessaria a raffinarlo, perché occorre ricordare quello che in genere viene omesso: benzina e diesel non sgorgano spontaneamente sotto i distributori, vanno prodotti nelle raffinerie, stabilimenti estremamente inquinanti ed energivori. Inoltre, la crescita delle rinnovabili può soddisfare i bisogni energetici futuri a ciclo continuo, a differenza delle fonti fossili che, una volta bruciate, vanno nuovamente estratte, trasportate e raffinate, con costi energetici e ambientali destinati a crescere.
“Per produrre le batterie servono le Terre rare che hanno solo i cinesi e il cobalto scavato dai bambini in Africa”
Le batterie delle auto elettriche sono attualmente composte in prevalenza da Litio, un elemento il cui nome deriva dal greco lithos, letteralmente “pietra”, il che dovrebbe far intuire che non è così raro come si vuol far credere. In effetti, ora che la domanda sta crescendo in modo esponenziale, si è iniziato a cercarlo più attivamente e si è scoperto che è presente anche in Europa. Inoltre, come già accade per l’alluminio, una volta estratto è riciclabile praticamente all’infinito e per questo motivo l’UE punta molto sulla filiera dell’economia circolare, in modo che le batterie dismesse diventino materia prima per quelle di nuova fabbricazione. Le Terre rare sono effettivamente appannaggio privilegiato dei cinesi, ma servono per una molteplicità di usi, compresa la raffinazione del petrolio, rispetto ai quali nessuno ha manifestato preoccupazioni, mentre la quota destinata al settore auto elettrica è minimale. Quanto al cobalto, dalle auto elettriche è ormai scomparso, mentre invece viene utilizzato costantemente per produrre pc e telefonini, ma per questi oggetti di uso quotidiano non risultano particolari scrupoli morali sulla provenienza delle materie prime da parte della maggioranza dei consumatori.
“Se compro l’auto elettrica poi non so dove caricare perché non ci sono colonnine”
Questa affermazione era vera agli inizi della mobilità elettrica, fattore che, unito alla scarsa autonomia delle prime elettriche, ha comportato non pochi patemi ai pionieri di questo tipo di mobilità, con la cosiddetta “ansia da ricarica” e la dilatazione dei tempi di percorrenza dovuti alla lentezza del rifornimento. Attualmente, il numero delle colonnine in Italia ha superato le 60.000, delle quali parecchie a potenze elevate, mentre le prestazioni di auto e batterie sono notevolmente migliorate, per cui le percorrenze sono più facili e veloci. Purtroppo la moltiplicazione degli operatori complica un po’ il rifornimento, perché non sempre tessere e app per la ricarica sono interoperabili su circuiti diversi e i pagamenti con bancomat e carte sono ancora poco diffusi. Per contro, rispetto agli inizi, quando eravamo in pochissimi, è quasi totalmente scomparsa la possibilità di ricaricare gratis (bei tempi!) anzi, le tariffe hanno subito uno stillicidio di aumenti, per cui oggi viaggiare in elettrico ha un vantaggio economico minimo rispetto alla grande convenienza dei primi tempi. Tali aumenti sono del tutto ingiustificati e viziati da comportamenti che autorizzano il sospetto di logiche da “cartello” da parte degli operatori, ma al momento non ci risulta che qualcuna delle tante autority sia intervenuta, men che meno il governo.
In conclusione
L’elenco di falsi miti e bufale sull’auto elettrica potrebbe continuare ancora, ma forse conviene mettere in evidenza quello che è l’unico, vero e insopprimibile problema di questo tipo di vetture: passare da un’auto col motore a scoppio a una elettrica non è come passare da un’auto Euro 3 a una Euro 6. Occorre un cambio di mentalità, che va dalla programmazione del viaggio (ormai minima, vista l’abbondanza di colonnine, ma comunque consigliabile) all’idea che non si deve più andare “a fare il pieno”, ma sfruttare i tempi morti e mettere in carica la vettura mentre si fa la spesa, si pranza, si va al cinema o durante la notte. Un cambio di paradigma radicale, per il quale molti non sono pronti e che alcuni non vogliono proprio prendere in considerazione.


