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Energia e crisi climatica

di Mauro Furlani

Affrontare la questione energetica nella contingenza ambientale e climatica, data la precarietà degli equilibri tra Stati, è cosa quanto mai complessa, col rischio di muoversi in terreni viscidi e scivolosi. È noto come la crisi climatica sia in buona parte dovuta alle grandi emissioni di sostanze chimiche climalteranti, in particolare diossido di carbonio (CO2), oltre a una minore capacità che ampie aree geografiche naturali hanno di assorbirla per effetto di una loro riduzione o alterazione. È evidente pertanto che la crisi climatica non può essere contrastata senza affrontare le modalità di trasformazione energetica.

L’uso del termine scivoloso vuole richiamare sensibilità e visioni differenti anche all’interno dello stesso mondo ambientalista, con il perseguimento di strategie differenti.

È certamente da tutti condivisa la preoccupazione sugli effetti della crisi climatica e la necessità urgente, non più dilazionabile, di uscire dalla combustione di fonti fossili, principale responsabile delle alterazioni climatiche in atto. Emergenze climatiche che presumibilmente si accentueranno nei prossimi anni e decenni, con risvolti giuridici e internazionali importanti (vedi l’articolo di Giovanni Cordini “Profili giuridici della crisi climatica” in questo stesso numero di “Natura e Società”). L’Italia, in particolare, al centro del bacino del Mediterraneo, ponte naturale tra due continenti, costituisce anche un epicentro di questi cambiamenti.

Visioni differenti, talvolta contrastanti, affiorano sulle modalità per raggiungere un equilibrio tra le trasformazioni energetiche, la produzione di sostanze alteranti il clima e la capacità naturale della Terra e della biosfera di assorbirle e metabolizzarle.

Il grande consumo di energia richiesto da società ad elevato livello di industrializzazione e a tecnologia avanzata è in continuo aumento e ciò comporta la ricerca di nuove fonti e un livello di sfruttamento di quelle già esistenti sempre più spinto (Ferdinando Boero: “Uscire dall’era della combustione”).

Le ricadute negative sul clima generale sono inevitabili, così come sugli ecosistemi e sul versante geopolitico, spingendo gli equilibri tra Stati e tra popolazioni in una condizione di forte tensione. A questo si va a sommare la ricerca di nuove materie prime, indispensabili per soddisfare le nuove richieste di cui le nuove tecnologie fanno uso.

Pur nella consapevolezza che gli argomenti trattati non riescono a coprire interamente la complessità e i pericoli impliciti nella conversione dell’energia, coerentemente con lo spirito di “Natura e Società”, abbiamo ritenuto utile portare un nostro contributo, una nostra visione e sviluppare alcuni approfondimenti.

Per questo sono stati coinvolti Autori con competenze diverse, in grado di affrontare alcuni problemi da più punti di vista. Ulteriori approfondimenti saranno pubblicati nel successivo numero di questa rivista, che uscirà alcune settimane dopo il presente. Ci piacerebbe che, anche grazie a questi scritti, proseguisse un confronto al di fuori di visioni preconcette e improntato ad una visione scientifica e laica.

Ci è sembrato utile portare il nostro contributo soprattutto ora, in cui i nuovi equilibri mondiali a seguito dell’elezione negli Stati Uniti di Donald Trump sembrano avere messo in discussioni non solo gli assetti geopolitici, ma anche faticose conquiste e interrotto percorsi che sembravano irreversibili, rischiando di alimentare vecchi conflitti e generarne di nuovi ancora più pericolosi.

In una sorta di specularità rispetto a quanto accade al di là dell’Atlantico, ignorando l’esito dei due referendum celebrati nel 1987 e nel 2011 il nostro Ministro dell’Ambiente e della Transizione Energetica, Pichetto Fratin, ha ritenuto di riesumare la pericolosa e obsoleta opzione nucleare con la “Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile”.

Come ha ricordato Nicola Almaroli, ricercatore del CNR, una delle massime istituzioni pubbliche di ricerca italiane, durante l’audizione in Commissione Ambiente della Camera, l’opzione nucleare è una opzione costosa, con prospettive temporali di realizzazione troppo lunghe e in controcorrente rispetto all’orientamento di quelle nazioni già dotati di reattori nucleari, come la Germania, che dal nucleare sono di recente usciti e la Francia, che pur dotata di reattori nucleari, non è esente da problemi. Si consideri, peraltro, che spesso al nucleare civile, si associa il nucleare militare. La Francia, massima produttrice di energia nucleare all’interno dell’Unione Europea è la sola nazione in possesso anche di un arsenale nucleare militare.

Evidentemente il Ministro, rilanciando questa scelta, trascura gli enormi costi per la realizzazione di nuove centrali e le difficoltà di gestione e di collocazione delle scorie radioattive. Non è dato sapere come si possa conciliare l’autonomia differenziata delle singole Regioni, voluta dallo stesso Governo, con la scelta delle Regioni ad accogliere favorevolmente sul proprio territorio una centrale nucleare.

Alcune forme di conversione di energia mettono fortemente a rischio e violano uno dei principi fondamentali su cui si basa non solo la convivenza all’interno della società, ma anche l’irrinunciabile solidarietà intergenerazionale. (Gian Piero Godio: “Come salvare il clima senza ipotecare il futuro”).

Alla base di una qualsiasi idea di protezione della natura e di una cultura ecologica vi è una idea di sviluppo, di principi morali, di complicità tra persone e tra generazioni che dovrebbe trovare il suo punto di equilibrio in una solidarietà intergenerazionale, in cui umanesimo e scienza diventino strumenti irrinunciabili.

La conservazione dell’ambiente è solo in parte a vantaggio delle attuali generazioni, essa trova la propria ragione ideale nella possibilità che le future generazioni ereditino le stesse opportunità ambientali avute dalle precedenti e possano beneficiare delle stesse bellezze naturali.

L’energia nucleare, a causa della pericolosa eredità che lascia alle future generazioni, è forse la forma di conversione energetica che mette più a rischio questo principio. Senza volere prefigurare eventi catastrofici, purtroppo accaduti, come quello di Cernobyl o, più di recente, Fukushima in Giappone e altri ancora prima, la sola conservazione delle scorie radioattive costituisce una eredità trasmessa alle generazione che verranno. Quanto prodotto in pochi anni di attività delle centrali in Italia ancora oggi non ha trovato una adeguata collocazione in grado di garantire sicurezza per secoli e millenni e perciò accettata dalle popolazioni.

Come si può pensare che vi possa essere un atteggiamento differente all’istallazione di nuove centrali?

Non che alcune forme di energia, comprese quelle da fonti rinnovabili, rispecchino sempre il principio di compatibilità ambientale. Un impianto eolico su un crinale, oppure a ridosso di un paese medievale indubbiamente produce un impatto violento su quel territorio, che non potrà risanarsi se non dopo tempi estremamente lunghi. (Ferdinando Boero: “Energia eolica: sostenibile, ma....”)

Dal materiale al virtuale

Da diversi anni ci stiamo indirizzando verso una sorta di dematerializzazione, accentuata dalla pandemia del Covid 19. Le società, almeno quelle maggiormente industrializzate, hanno riorganizzato parzialmente il tempo di lavoro, di formazione e quello ludico sfruttando le potenzialità di un mondo virtuale che avvolge con fili invisibili le nostre vite.

Se ciò da certi punti di vista offre opportunità nuove, mettendo in contatto persone che farebbero fatica ad incontrarsi e facilitando l’accesso a informazioni in passato impensabili, tutto questo non è a costo zero.  La trasformazione epocale nel modo di vivere e di rapportarsi può dare l’impressione che la virtualità attorno alla quale ruota la nostra vita non abbia un impatto sull’ambiente o sia meno profondo di un libro materiale, di una conferenza seguita in presenza o di un incontro con amici in piazza.

Le cose purtroppo non stanno così come appaiono.

La richiesta di energia della società informatizzata ha costi energetici rilevanti. La nostra quotidianità, dal momento che accendiamo un computer o consultiamo uno smartphone, malgrado l’immaterialità ha abbassato i costi energetici solo in parte. Questi costi sono stati solo trasferiti altrove, in qualche luogo spesso sconosciuto, ma non per questo esente da effetti ambientali.

Nulla di ciò che facciamo è a costo zero. La stessa realizzazione della nostra rivista, i cui costi di stampa e spedizione ci hanno costretto a renderla immateriale, si carica di un costo energetico per la sua conservazione all’interno di memorie, per la sua diffusione nell’infinita e intricata rete virtuale e così via.

Essa viaggia nella rete, si ferma presso i vari utenti che possono ridistribuirla nel mondo immateriale, approdando a qualche social e li rimane per un tempo indefinito, conservata all’interno di memorie sempre più potenti ed energivore.

Ogni qualvolta varchiamo la soglia di una banca riconosciuti da una telecamera, ciò è reso possibile grazie ad un collegamento con qualche memoria che ha archiviato il nostro viso.

Ciò che ci attende non sarà una diminuzione dell’energia utilizzata, nonostante una accresciuta efficienza energetica dei data center, quanto al contrario una sua crescita costante, che sarà fortemente incrementata dallo sviluppo e diffusione dell’intelligenza artificiale.

Dal 2012 od oggi l’incremento di energia collegata allo sviluppo di questa rete immateriale è raddoppiato ogni tre anni e pochi mesi.

Tutto ciò appare sorprendentemente simile al funzionamento del nostro cervello e della nostra rete neuronale che, pur nella loro limitata dimensione rispetto al corpo, consumano all’incirca un quarto dell’energia del corpo.

Entro il 2027, da una ricerca di Alex de Vries della Vrije Universiteit Amsterdam, i data center che alimentano l’intelligenza artificiale potrebbero consumare tra 85 e 134 terawattora (ogni tera corrisponde a mille miliardi) di energia all’anno, equivalente addirittura al consumo di intere nazioni come l’Argentina o i Paesi Bassi. Ma non è solo di energia che i sempre più potenti strumenti che circondano la nostra vita necessitano. Al crescere della loro efficienza fa riscontro una accresciuta richiesta di acqua indispensabile a  tenere sotto controllo la temperatura degli strumenti. Microsoft tra il 2021 e il 2022 ha registrato un aumento del 34% nel suo consumo di acqua, corrispondente a 6,4 milioni di metri cubi, equivalente alla capacità di 2.500 piscine olimpioniche.

Dunque non si tratta affatto di un mondo immateriale: al contrario, l’impronta in termini di diossido di carbonio liberato in atmosfera per alimentare il nostro lavoro, ma anche il nostro svago, navigando nel mondo virtuale della rete ha un notevole impatto.

Non per tutti la crisi climatica è negativa: l’incognita Donald Trump

Una incognita, per la verità neppure tanto celata, è quanto potrà accadere durante i quattro anni che si sono appena aperti della presidenza Donald Trump negli Stati Uniti. L’elezione di Trump ha fatto emergere la fragilità della “comunità internazionale”, dai primi atti del nuovo Presidente del tutto ignorata. Il nuovo corso americano sembra voler completamente rinunciare a qualsiasi accordo internazionale faticosamente raggiunto, con il rischio di un trascinamento del Pianeta in una sorta di anarchismo internazionale dove a prevalere saranno quelli con maggiore forza militare ed economica e tecnologica. (Riccardo Graziano: “Punto di non ritorno”)

Purtroppo le prime decisioni assunte in vari settori, da quelli umanitari, alle relazioni internazionali, sanitari e dell’ambiente non lasciano presagire nulla di positivo. In tema ambientale, quanto promesso e minacciato sembra potrà venire concretizzato, a partire dall’uscita degli accordi di Parigi. Accordi che, ricordiamolo, hanno l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale all’interno di 1,5C. (Piero Belletti: “Il Medioevo prossimo venturo”).

Alla decisione americana potrebbe far seguito quello dell’Argentina, il cui Presidente Javier Milei, lo stesso che in campagna elettorale e in diverse sue apparizioni pubbliche si è presentato con una motosega in mano, forse a ricordare, qualora ce ne fosse bisogno, come trattare l’ambiente e la sua tutela. Il nuovo corso americano, affidato oltre a Trump anche a personaggi come Elon Musk, incensato come genio per la sua capacità di intuire e progettare un futuro dell’umanità in cui la tecnologia e il grande capitale avranno la supremazia sui popoli e sui viventi.

A nostro parere, una intelligenza che guardi al futuro è tale se messa al servizio dell’intera umanità, stabilendo con essa empatia, e non asservita e finalizzata ad alimentare una patologica bulimia economica.

Lo spregiudicato approccio con il quale il nuovo Presidente statunitense sembra affrontare i problemi è ben lontana dalla consapevolezza che salvaguardia degli ambienti naturali, tutela ella biodiversità, rallentamento del riscaldamento globale possano rappresentare una preoccupazione e una minaccia a cui cercare di porre rimedio.

In uno scenario che ha come unico obiettivo l’accrescimento economico di pochi, un aumento della temperatura globale può essere visto come elemento positivo, come opportunità da sfruttare. Non è un caso che il Presidente Trump immediatamente dopo la sua nomina abbia espresso mire egemoniche nei confronti della Groenlandia, o verso quel mare del Nord il cui riscaldamento lo renderebbe facilmente navigabile, mettendo a frutto quello slogan tanto usato in campagna elettorale: drill baby drill.

Il Green Deal europeo

Molte delle politiche di protezione ambientale nel nostro Paese derivano dall’applicazione di normative prodotte in sede europea. Si pensi alle Direttive Uccelli (79/409/CEE) e Habitat (92/43/CEE), le cui aree validate sono designante in Zone Speciali di Conservazione (Z.S.C.), oppure la recente applicazione sul ripristino della natura. Pur con molte contraddizioni (si veda ad esempio il recente declassamento dello status di protezione del lupo), l’Unione Europea costituisce un argine alle spinte localistiche dei singoli Stati, Italia compresa. La Nature Restoration Law, che prevede un recupero degli ecosistemi degradati è, almeno nella volontà, una proiezione verso il futuro, verso nuove generazioni. L’Europa, malgrado le accresciute incertezze dal nuovo corso americano, che ha ridato vigore alle spinte più regressive, mantiene nel suo ordinamento una spinta ideale che va incrementata e salvaguardata come un bene prezioso.

La capacità di deterrenza che le normative europee in materia ambientale possono svolgere va difesa, soprattutto ora che l’ambiente è minacciato in maniera sempre più aggressiva, forse come mai lo sia stato.

Gli obiettivi e le linee guida del green deal sul tema climatico si prefiggono l’obiettivo ambizioso, previsto dagli accordi di Parigi, di raggiungere, nel 2050, una parità tra quanto emesso in atmosfera e quanto gli ambienti naturali sono in grado di metabolizzare. Questo obiettivo potrà essere raggiunto riconvertendo la trasformazione energetica da fonti fossili a quelle rinnovabili, ma anche e soprattutto modificando gli stessi paradigmi di vita individuali e collettivi.

L’uomo, diversamente da quanto fanno le popolazioni naturali, non ha sviluppato la capacità di autocontrollo, sia in termini di espansione numerica, sia dei suoi consumi. Già nel lontano 1972 il Club di Roma, con la pubblicazione del libro “I limiti dello sviluppo” ha chiaramente dimostrato la incompatibilità tra una crescita illimitata e incontrollata con le possibilità di vivere in un Pianeta finito. Avere confidato nella presunzione di dominare gli eventi naturali e, ignorando le stesse sue leggi, sottovalutando la regola secondo cui una crescita costante e incontrollata e uno sfruttamento predatorio delle risorse, rende forse inevitabile che la natura, prima o poi, ci presenti il conto.

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