Gianni Mattioli, il ricordo di ieri, il messaggio per l’oggi
Valter Giuliano
Fu con noi a Sarre in occasione delle celebrazioni del Cinquantenario del Movimento Italiano per la Protezione della Natura (MIPN) in cui affondano e si nutrono le nostre radici di ininterrotto impegno.
Era il 1998 e Gianni Mattioli ricopriva la carica di sottosegretario al Ministero dei Lavori Pubblici nel primo Governo Prodi. Ci onorò della sua presenza intervenendo da par suo. Più tardi, nel secondo Governo Amato (2000), diventerà Ministro per le Politiche Comunitarie.
Nato a Genova il 29 gennaio 1940 si è spento a Grottaferrata lo scorso 1 giugno.
Si laureò alla Sapienza di Roma in fisica nel 1964 e lì divenne docente nel 1973.
Qualche anno dopo, era il 1977, ebbe modo di occuparsi del progetto di insediamento di una centrale nucleare a Montaldo di Castro su invito delle comunità locali. Di lì, con il collega Massimo Scalia, prende avvio il suo impegno sulla questione energetica che lo porta l’anno successivo a fondare il Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche e nel 1981 a fondare e dirigere la rivista Quale energia?. Insieme all’inseparabile Massimo, e con Gianni Silvestrini, fornirono quell’imprescindibile e autorevole sponda scientifica al Movimento antinucleare, poi Comitato per il controllo delle scelte energetiche.
Le loro argomentazioni da docenti universitari della materia andrebbero riproposte oggi a chi vuole tornare su quella scelta, sconfitta per ben due volte nelle urne referendarie grazie proprio alle conoscenze e alle argomentazioni non ideologiche ma fondatamente scientifiche fornite dal duo Mattioli-Scalia e da altri colleghi che allora si impegnarono in prima fila nel promuovere scelte energetiche alternative sia al fossile sia al nucleare.
Purtroppo alla classe politica di oggi manca la conoscenza di tutte quelle convincenti argomentazioni e dunque torna a farsi influenzare dalle lobbyes dei nuclearisti che non si sono mai rassegnati e arresi all’evidenza dei fatti che condanna quella scelta come impercorribile, oggi come ieri, in attesa della fusione che oggi appare niente di più che un’Araba Fenice.
Gianni Mattioli ha insegnato, prima a noi del movimento, poi agli italiani, la strada del “conoscere per deliberare”, quella che continua a difettare in chi si è candidato a governare il Paese, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in giù, compresa gran parte del Parlamento.
Insieme a Massimo Scalia, allievo di Marcello Cini, Gianni Mattioli non esitò un istante a prendere posizione contro il Piano nucleare dell’Italia proposto dal ministro Donat Cattin.
Tra i fondatori prima di Legambiente poi delle Liste Verdi, Mattioli fu tra i protagonisti della vittoria nella battaglia contro il nucleare che, complice l’incidente di Chernobyl - spada di Damocle tuttora vigente tanto più nell’attuale scenario di guerra - ottenne il consenso dagli italiani nei referendum del 1987 e del 2011.
È stato, quello, un impegno nel quale sono stati messi in gioco scienza, etica e responsabilità civile, le stesse coordinate che a Pro Natura insegnò Valerio Giacomini. Gli amici di Legambiente si appuntano, con giustificato orgoglio, la loro connotazione di ambientalismo scientifico e non emotivo o ideologico. Ma dovrebbero riconoscere che quella stagione nacque proprio con Giacomini e la sua lezione, che ci richiamò al rigore scientifico quale bussola di orientamento per le nostre battaglie ambientaliste.
Gianni Mattioli ne fu un interprete straordinario, con posizioni sempre governate da conoscenza, supportate da dati scientifici incontestabili, mosse da una naturale capacità di farsi ponte tra accademia e piazza, tra sinistra storica e nuovo ecologismo.
Una dimensione che purtroppo si è un po’ perduta anche nei nuovi interpreti del pensiero verde.
Gianni, per molti di noi, se non un Maestro, è stato sicuramente un punto di riferimento, un uomo di visone, come quando volle immaginare la rivista di approfondimento dei Verdi, Metafora Verde, durata il tempo di un battito d’ala, ma segnale di un’esigenza di approfondimento sui temi da affrontare nell’agone politico avendo conoscenza oltre che coscienza dei problemi.
Portò il rigore del mondo scientifico in Parlamento qualificando la presenza dei Verdi a partire dalla metà degli anni Ottanta quando fu tra i promotori della Federazione delle Liste Verdi. La sua militanza politica si è sviluppata tra Democrazia Proletaria, Cristiano Sociali, Alleanza Democratica, Sinistra Ecologia Libertà.
Insieme a Massimo Scalia seppe scendere dal piedistallo accademico per impegnarsi nelle urgenze ambientali. Un impegno allora molto meno riconosciuto di quanto accade oggi per chi si impegna, nelle Università, sui temi ambientali e che, tuttavia, non conta che piccoli numeri di protagonisti che dalla cattedra si lasciano contaminare, come militanti, nell’impegno in battaglie della società civile.
Il suo pensiero è ben riassunto in questa frase: «La crisi ecologica non è uguale per tutti. Chi vive ai margini della società – nei quartieri inquinati, nelle periferie abbandonate, nei Paesi più poveri – paga il prezzo più alto di un modello di sviluppo dal quale ha ricevuto il meno. Combattere per l’ambiente significa combattere per loro, prima che per i ghiacciai o per le foreste. Significa scegliere da che parte stare».
Gianni è stato uomo di scienza che non ha avuto paura di farsi contaminare dalla politica. Anzi, ha risposto a un richiamo. Quello del dovere civico che impone di mettere a disposizione della collettività le conoscenze scientifiche e renderle accessibili ai cittadini chiamati a decidere.
«Chi entra in politica portando con sé una competenza scientifica - scrisse - ha un dovere doppio: verso i cittadini, che meritano la verità anche quando è scomoda, e verso la scienza stessa, che non può essere piegata alle convenienze del potere. La politica che non si fonda sulla conoscenza è solo gestione dell’esistente, non costruzione del futuro».
Porteremo con noi, in un’epoca di dissoluzione delle capacità di mantenere un minimo grado di stile nei rapporti umani e politici, quella sua capacità apparentemente aristocratica, che tuttavia comunicava vicinanza; quel portamento fatto di eleganza del gesto e del pensiero che non era forma ma sostanza, quel sorriso empatico che scioglieva le distanze, capacita maturate in una intensa vita di militanza, dal Movimento studentesco del Sessantotto, all’esperienza nel Pdup e poi in Dp, nei Cristiani per il Socialismo, fino alla costruzione dell’ambientalismo politico italiano. Un percorso di coerenza costruito sull’attitudine a tenere insieme sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale.
Ma di lui ricorderemo, soprattutto la dote di raccontare con semplicità e farci comprendere concetti complessi che in quegli anni abbiamo raccolto dal suo insegnamento per moltiplicarli nei dibattiti e nella assemblee in cui, sul territorio, affermavano le ragioni scientifiche contro la scelta nucleare.
«L’atomo non è né civile né militare: è potere sulla materia, e come ogni potere chiede di sapere chi lo controlla, a quale scopo, con quale legittimità democratica. Chi dice che il nucleare civile non ha nulla a che fare con quello militare o non conosce la fisica, o sceglie deliberatamente di non conoscerla. In entrambi i casi, non può guidare le scelte di un popolo».
Nel ricordare doverosamente la figura di Gianni Mattioli, così come facemmo, poco tempo fa, per Massimo Scalia, come non riflettere sul fatto che, recentemente, il nostro Parlamento su proposta del ministro Pichetto Fratin ha approvato una legge per reintrodurre il nucleare in Italia?
Un atto che ha deliberatamente calpestato, con una disinvoltura intollerabile, che grida vendetta, il risultato di ben due referendum popolari. Con essi è stata registrata la volontà del popolo sovrano d’Italia che, a distanza di ventiquattro anni l’uno dall’altro ha detto no alla scelta energetica nucleare.
L’attuale Governo della Repubblica ha deliberatamente scelto, con arroganza, di ignorare ciò che per ben due volte la volontà popolare, sullo stesso tema, ha deliberato. Milioni di voti verrebbero così gettati alle ortiche. La vogliamo chiamare ancora “democrazia”? Il governo di destra invoca, a ogni piè sospinto, il popolo. Ma quando si esprime contro, viene ignorato.
Per onorare Gianni Mattioli e Massimo Scalia, ci toccherà forse tornare in piazza a raccogliere le firme per un Referendum che ricordi a Lor Signori, che il popolo è sovrano sempre, non solo quando fa comodo.


