La Grande Sete dei Data Center
Domenico Giorsetti
“I Data Center (o C.E.D., Centro Elaborazione Dati) garantiranno la sovranità nazionale tecnologica, il potere di uno Stato di governare autonomamente sul proprio territorio e sulla propria popolazione, dotandosi di conoscenze ed attrezzature necessarie per risultare indipendenti da altri paesi.”
Così ci viene detto.
Ma nelle loro viscere digitali pulsano le contraddizioni del nostro tempo: l’innovazione che consuma il futuro per alimentare il presente. Stanno rappresentando un fenomeno di crescente sviluppo e di problematicità in molti paesi. Dove collocarli, come alimentarli, quali fonti usare, come collegarli alla rete elettrica e quali ricadute avranno sui territori, sui cittadini e sull’ambiente?
È una problematica che la politica fa fatica, o fa finta di non interessarsene.
Un C.E.D. non è un capannone come gli altri, non è un magazzino, non è un centro commerciale e non è una fabbrica tradizionale: significa trasformatori, cabine, sistemi di raffreddamento, ventilatori, gruppi elettrogeni e batterie. Un impatto paesaggistico e acustico che non può essere liquidato con qualche fila di alberi disegnata nei rendering al computer. Il rumore prodotto non è necessariamente un’esplosione o un rombo improvviso. Può essere un ronzio continuo, prodotto dagli impianti di ventilazione e raffreddamento, a bassa frequenza particolarmente difficili da sopportare per chi vive nelle vicinanze. E siccome i server non dormono, quel rumore può continuare di giorno e di notte.
Già agli inizi del 2025 si stava superando la presenza di 12.000 strutture a livello mondiale. Più di 120 GW di capacità installata, localizzate in 170 nazioni, quasi metà di queste infrastrutture negli Stati Uniti, che con più di 5.000 rappresentano il 45% circa della capacità globale. A fine 2025, in Italia c’erano 216 C.E.D., per una potenza installata di oltre 600 MW, secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano; di 397 MW secondo la Italian Data Center Association. Non immediata la corrispondenza dato che il codice Ateco per i C.E.D. è stato introdotto solo nel 2025, e perché molti sono interni alle aziende e non chiaramente identificabili.
Il Mondo Digitale ha bisogno di sempre più energia. Dopo l’iniziale entusiasmo positivista per questi dispositivi, arrivano le domande sul loro insaziabile appetito, sia di corrente sia di acqua, risorsa sempre più carente a causa dell’azione antropica.
Spinta dalla euforia per le nuove tecnologie sull’Intelligenza Artificiale (IA), si è registrata un’impennata nei progetti di costruzione di nuovi C.E.D.: per alimentare il cloud (la nuvola) l’insieme dei servizi online che usiamo ogni giorno per conservare dati, far funzionare siti internet, e-mail, archivi, piattaforme e applicazioni.
Più crescono i dati prodotti, archiviati e utilizzati, più cresce il bisogno di capacità di calcolo e più aumenta la domanda di elettricità. In particolare sono sotto esame per l’enorme quantità di energia che consumano: si stima che collettivamentei C.E.D./IA (basati sull’Intelligenza Artificiale) utilizzino il 2% di tutta l’elettricità generata a livello globale. Inevitabile il surriscaldamento, e la necessità che sia raffreddato con l’acqua o impianti di refrigerazione. Secondo l’esperto di gestione delle risorse idriche, Venkatesh Uddameri, un tipico C.E.D. può utilizzare tra 11 e 19 milioni di litri d’acqua al giorno, all’incirca la stessa quantità di una città di 50.000 abitanti.
Perché così tanta acqua? L’acqua fornita rischia di diventare una risorsa critica nei prossimi anni in assenza di normative chiare e obiettivi di riduzione dei consumi, e ne viene consumata in due modi, direttamente e indirettamente. Il consumo maggioresi verifica durante il periodo in cui l’IA riceve dati e viene programmata per rispondere (fase di addestramento).
Il consumo indiretto. L’attenzione mediatica sui prelievi d’acqua per il raffreddamento ha portato a trascurare quella che è la quota prevalente nei consumi idrici: quellaassociata alla produzione di elettricità, per mantenerli operativi h24.
I C.E.D. sono per loro natura strutture energivore che richiedono da 10 a 100 volte l’elettricità di un edificio convenzionale; ed è un consumo spesso localizzato in aree carbon-intensive (territori geografici o settori industriali fortemente dipendenti da combustibili fossili). Per strutture piccole-medie si il consumo indiretto di acqua costituisce il 50-60% mentre per i più grandi (sui 100 MW) si arriva a più del 70% del fabbisogno.
Il consumo diretto. Per mantenere temperature operative stabili, l’acqua, prelevata in loco, viene immessa in un sistema di scambio termico per raffreddare le apparecchiature ed evitarne il surriscaldamento. Per raffreddarli, dato che possono arrivare a temperature anche oltre i 45°C, gran parte dei C.E.D. usano torri che raffreddano l’acqua proveniente dai circuiti elettronici, e che evapora in atmosfera. L’acqua per il raffreddamento è necessaria anche per rispondere alle variazioni stagionali della temperatura esterna; questo è particolarmente preoccupante considerando la crescente frequenza di estati più calde e la conseguente scarsità d’acqua che si registra in tutto il mondo. Con l’aggravarsi della crisi climatica e la crescente imprevedibilità dei modelli meteorologici si rischia il consumo d’acqua riservata alle comunità locali.
Il raffreddamento pesa mediamente per il 25-30% del consumo elettrico totale, solo per tenerli a temperatura, e manda in crisi il modello classico ad aria. Concentrare decine di kW in un singolo armadio significa flussi d’aria non più bastanti, e qui si apre la frontiera del raffreddamento a liquido: portare il fluido refrigerante direttamente sui componenti, con efficienze molto superiori e l’abbattimento dei consumi. È la tecnologia su cui si sta concentrando la nuova generazione, anche se richiede investimenti rilevanti e non è ancora diffusa su larga scala.
Indicatore centrale per questa sfida é il PUE (Power Usage Effectiveness), indicatore usato per misurare l’efficienza energetica di un C.E.D. Più si avvicina a 1, meno energia viene sprecata: è la differenza tra un’infrastruttura sostenibile e una non.
La direttiva europea sull’efficienza energetica (2023/1791) introduce per la prima volta un obbligo di trasparenza per i C.E.D.: dal 15 maggio 2026 le strutture con potenza pari o superiore a 500 kW devono raccogliere e comunicare a una banca dati europea una serie di parametri: consumi energetici, utilizzo della potenza, temperature operative, quota di rinnovabili, recupero del calore di scarto, efficienza nell’uso dell’acqua. L’efficienza esce così dall’ambito tecnico per diventare insieme un tema di conformità, di reputazione e di costo.Per anni un C.E.D. era giudicato dalla potenza che poteva erogare, oggi conta quanta ne spreca. L’efficienza non è più un dettaglio da ingegneri, è una voce di bilancio e un requisito di legge.
Richieste e normative. Oramai siamo parlando di un comparto in preda di spregiudicate manovre urbanistiche/finanziarie, seguendo la falla nel sistema che impedisce di respingere in via preventiva le istanze. Praticamente, operatori e società di comodo prenotano la potenza versando cauzioni di poche migliaia di euro, per poi rivendendo le autorizzazioni sul mercato secondario, generando i cosiddetti paper projects (progetti sulla carta).
Normativa nazionale e le recenti direttive semplificate per la transizione energetica hanno di fatto sottratto ai Comuni ogni potere di veto: qualsiasi provvedimento restrittivo adottato verrebbe immediatamente impugnato e annullato dai tribunali amministrativi, con il risultato di esporre in Comune a pesanti risarcimenti danni.
A fine luglio le domande di allaccio pervenute a Terna sono state per quasi 96 GW pari a 531 pratiche (55% dalla Lombardia), di cui 300 solo da gennaio (58 GW, il 48% in più rispetto al 2025, quando l’asticella si era fermata a 215 (39 GW). Solo 15 (meno di 2 GW) hanno raggiunto la fase più avanzata, segno che il grosso delle richieste non arriverà a traguardo.
Dati fuori scala rispetto alla potenza installata attuale, pari a circa 0,6 GW (collegati alla rete dei distributori locali e non in alta tensione). Stime al 2035, ipotizzano il fabbisogno tra 7% e il 13% dei consumi elettrici nazionali contro l’1,9% del 2024.
Nel 2025 la diffusione la potenza idroelettrica era guidata nettamente dalla Lombardia (5610 MW); a seguire Piemonte (con il maggior numero di impianti: 1109 e 3077 MW) e le province autonome di Bolzano e Trento (per un totale di 3757 MW).
La produzione altalenante: dai 60 TWh del 2014 si è scesi addirittura a 28 TWh nel 2022. Nel 2025 la generazione da idroelettrico è stata di circa 41 TWh, in calo di oltre il 21% sull’anno precedente. Il target per 2030 definito dal Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), è piuttosto conservativo: 47 TWh/anno.
Completato gli iter autorizzativo, il gestore della rete emette la cosiddetta soluzione tecnica minima di dettaglio (Stmd), con cui Terna definisce le opere e i costi necessari per connettere il C.E.D. alla rete e viene stipulato il contratto di connessione vero e proprio, al quale seguirà la fase di realizzazione delle opere e la loro entrata in esercizio.
Ma per reggere l’enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente sulle bollette dei cittadini.
Arduo descrivere, e riassumere, la situazione generale nelle diverse realtà nazionali, considerando il numero crescente e non facilmente identificabile, tra ipotesi, progetti o già attivi, anche perché alcuni sono all’interno di strutture industriali. Di seguito verranno descritte alcune realtà, le più significative, ovviamente approssimative.
Lombardia. In Italia l’investimento finora si è concentrato soprattutto in Lombardia con 73 strutture già attive (un terzo dell’Italia), con piani di investimento in gestazione nei prossimi 5 anni sui 22 miliardi. Quattro sono le macroaree già interessate: la prima è il polo Nord Ovest del Milanese (Settimo, Rho, Pero, Cornaredo), la seconda è il polo Sud nel Pavese, la terza è indicata come polo Est di Segrate/Pioltello e la quarta è il polo Bergamo-Brianza.
Milano è già oggi il principale hub italiano, ma è anche quello dove si sta concentrando gran parte dell’espansione futura, con circa 75 strutture censite (dati aprile 2026), con oltre il 30%. Se si considera le sole strutture già operative, il numero scende a 49, segnalando come una parte consistente della crescita sia ancora in fase di sviluppo.
Nel luglio scorso c’è stata la prima manifestazione in Italia, a Lacchiarella nella Bassa milanese, contro la costruzione di un C.E.D.: 300 MW (con un consumo annuo stimato vicino a 2 miliardi di kWh), su 228 mila m2 (32 campi da calcio) e composta da cinque strutture con numerosi generatori diesel. Circa duecento persone si sono radunate davanti al municipio per protestare contro il progetto. A promuovere il presidio sono stati diversi comitati di cittadini, che da mesi contestano l’iter autorizzativo dell’impianto. In piazza anche comitati di Magenta, Opera, Linate e di altri comuni della regione. Il progetto ha già ottenuto un primo via dal Ministero dell’ambiente ed è oggetto di riesame grazie alle pressioni del comitato locale.
Altre proteste a Travagliato (BS). Qui il Comune ha ritirato l’autorizzazione per la costruzione dell’impianto sul proprio territorio (120 MW di impianto, 648 parcheggi per auto e Tir, 60 generatori di emergenza per un progetto dal valore di 11 milioni di euro), dopo lo stop arrivato anche dalla Città Metropolitana. Decisione presa soprattutto a seguito delle vivaci proteste dei cittadini, venuti a conoscenza, come il solito, dopo il primo parere favorevole del Comune: contestando i possibili danni ambientali, dall’impiego di acqua e l’emissione di calore fino all’inquinamento acustico e alla cementificazione del terreno. per la mancanza di dati certi sui consumi energetici, risposte ritenute generiche dalla società e per l’assenza dei passaggi istituzionali con l’ente locale.
A Pregnana Milanese, un piccolo centro urbano di circa 7.000 abitanti situato nell’hinterland milanese, si appresta a ospitare tre nuove grandi infrastrutture, distribuite su una superficie complessiva di circa 500 mila m2 precedentemente occupata da insediamenti industriali dismessi (ex Olivetti, Citroën e Iveco-CNH).
Non lontano dalla Certosa di Pavia è previsto un insediamento da 50 MW e 130 mila m2. A Bornasco, sempre nel Pavese, è nato il comitato Sentinelle del territorio contrario all’arrivo di un altro mega impianto. Committente Microsoft, 50 MW su 165 mila m2, mentre nei pressi Amazon Data Services costruirà un altro centro di elaborazione dati su un terreno di 70 mila m2.
La concentrazione degli investimenti sulla Lombardia ha generato reazioni per i rischi legati al consumo di suolo, l’impatto sulle reti energetiche e idriche dovuto ai grandi fabbisogni di energia e acqua, spingendo la Regione Lombardia, prima in Italia, a elaborare ed approvare una legge regionale ad hoc. Entrata in vigore il 20 giugno scorso, introduce un raddoppio degli oneri di urbanizzazione in area agricola e fino al +200% in aree verdi e parchi, per fermare il consumo di suolo e favorire il recupero dei siti dismessi. Va chiarito che se gli oneri maggiorati restano l’unico strumento, i grandi operatori li potranno assorbire come semplice voce di costo, e l’effetto di deterrenza sul consumo di suolo sarà nullo.
Qualcuno ha definito la decisione “tardiva”, “mite”, “fissa sanzioni facilmente aggirabili”, “non protegge a sufficienza l’ambiente, sacrificando i terreni più fertili” (condivisa dalla Coldiretti). Giudizio opposto invece dai liberisti dell’high tech: “può costituire un freno agli investimenti, introducendo vincoli che allontanano gli investitori”. Ma in mancanza di una norma a livello nazionale (il governo finora si è limitato a dettare linee guida) si è riempito comunque un vuoto.
Piemonte. Torino e la sua cintura sono diventate particolarmente appetibili: ci sono vaste aree industriali dismesse, terreni già compromessi dal punto di vista urbanistico, collegamenti autostradali, fibra ottica, infrastrutture elettriche e una posizione sufficientemente vicina a Milano, dove il mercato dei data center è già molto più sviluppato e comincia a incontrare limiti di spazio e di potenza.
Dalle pagine de La Repubblica del 11 agosto scorso: “Torino si prepara a diventare uno dei nodi della nuova geografia italiana dei dati.” Articolo/spot-pubblicitario dove si apprende delle nuove 14 aperture nell’area metropolitana di edge data center (strutture distribuite elaboranti dati vicino al punto di generazione o agli utenti finali).
Ex Bonafous (ex laminatorio Teksid), tra corso Regina Margherita e via Pianezza, Asja Ambiente (fondata da Agostino Re Rebaudengo) ha avviato un progetto di riqualificazione per la realizzazione di un C.E.D.
Grugliasco. Nell’area dell’ex Pininfarina di Borgata Lesna, il 30 giugno 2026 il Consiglio comunale è stato chiamato a discutere il riconoscimento dell’interesse pubblico alla realizzazione di un C.E.D. in deroga alla strumentazione urbanistica vigente. Quattro miliardi di euro di investimento e quattrocento posti di lavoro, promessi.
Moncalieri. Nell’enorme area dell’ex Ilte, si prepara un campus formato da quattro edifici, con viabilità interna, spazi aperti e opere di compensazione. Il Comune ha espresso un orientamento preliminare favorevole: l’operazione dovrà essere definita attraverso il Piano esecutivo convenzionato.
Caselle Torinese. Vicino all’aeroporto, un progetto, già passato attraverso una prima fase di Conferenza dei servizi, promosso da “Hines” prevede sei grandi edifici, alti fino a circa trenta metri, su una superficie superiore ai 150 mila m2. L’investimento annunciato supera i 500 milioni di euro.
Trino. Il Cavour Hyperscale Campus nell’ex centrale termoelettrica e nucleare Galileo Ferraris (solo pochi anni fa al centro del dibattito per la vicenda del Deposito Unico delle scorie radioattive), sta già generando dibattito tra chi è favorevole e chi invece vede dei nuovi problemi. Le parole, per il momento, sono previsti e stimati. La dichiarazione di interesse strategico del Governo non equivale ancora all’apertura del cantiere, né garantisce automaticamente che tutte le ipotetiche assunzioni riguarderanno persone residenti nei territori vicini. Techbau, la società, di Castelletto sopra Ticino si occuperà di far sorgere il nuovo polo digitale: un’infrastruttura da 400 MW. Secondo le intenzioni, per diventare uno dei principali C.E.D. d’Europa. Non precisano quale saranno le fonti energetiche destinate ad alimentare il campus, come la presenza di un parco fotovoltaico, né quali sistemi di raffreddamento saranno adottati.
Lazio. Sorgerà a Colleferro (RM) il primo C.E.D. del _ai Way_ud dedicato all’intelligenza artificiale. Con 150 MW di potenza elettrica fornita da Terna si svilupperà su 76 ettari tra l’autostrada A1, via Casilina e la linea ferroviaria di Alta Velocità, a tre chilometri dalla sede logistica Amazon, e impianti fotovoltaici per 34 MW di potenza complessiva. La società proponente si è avvalsa per il progetto di un sistema di raffreddamento a circuito chiuso e ha optato per gruppi elettrogeni a gas per l’alimentazione di emergenza.
Presentato a marzo il progetto del nuovo Hyperscale Data Centerche Rai Way intendeva realizzare a Pomezia, nei pressi di Roma, prevedeva la realizzazione di un campus su un’area di circa 140 mila m2, di cui 16 mila m2 distribuiti in quattro edifici indipendenti, per 35 MW. Dalla politica si racconta di un raffreddamento verso l’operazione. Tramontato (per ora, a luglio) la fusione _ai Way-EiTowers (azienda nell’ambito telecomunicazioni), il progetto di Pomezia non ha scaldato i cuori. Anche se la Rai appena qualche mese fa s’impegnava per ben due anni, per un costo di 400 milioni di euro.
Datato, invece, al 2024 l’Hyper Cloud Data Center di Aruba, a Roma. Situato nel Tecnopolo Tiburtino, l’infrastruttura si estende su 74.000 m2 e ospita a pieno regime cinque C.E.D. indipendenti, con una potenza totale di 30 MW.
Nord-Est. Attualmente sono 20 i C.E.D. del Veneto, a cui si aggiungono gli 8 del Friuli Venezia Giulia e i 5 del Trentino Alto Adige.Complessivamente si è registrato una forte crescita di queste infrastrutture: a giugno 2026, secondo i dati di Data Center Map, erano presenti circa 33, mentre dodici mesi prima, secondo un’indagine di Fondazione Nordest, erano complessivamente 21 (14 in Veneto, sei in Friuli Venezia Giulia e cinque in Trentino Alto Adige).
Un’area industriale dismessa riconvertita, a Padova, con lo scopo di un ridotto impatto ambientale: la nuova infrastruttura recupera e riqualifica un capannone industriale dismesso, in una regione dove ne esistono più di 10.000. L’impianto fotovoltaico sarà in grado di produrre circa 110 MWh all’anno destinati a coprire dal 15 al 25% dei consumi di energia elettrica.
In Val di Non, a Predaia, all’interno di una miniera di dolomia, è entrata in funzione Intacture (6 MW di potenza a regime) la prima infrastruttura europea realizzata in un sito estrattivo operativo a 100 metri di profondità con circa 8.000 m2 di superfici. I 12°C di temperatura costante della roccia dovrebbero consentire di ridurre il fabbisogno energetico per il raffreddamento. Il sistema opera con zero consumo d’acqua grazie ad un circuito chiuso, mentre l’alimentazione proviene da fonti idroelettriche locali.
Puglia. La Puglia si afferma come il principale hub digitale del Mezzogiorno e del Mediterraneo per lo sviluppo del settore, grazie anche alla presenza di energie rinnovabili e cavi sottomarini internazionali.
Il progetto “Puglia data center valley” rappresenta l’ambiziosa strategia di questo tassello. Prevede lo sviluppo di tre grandi progetti hyperscale con una capacità complessiva superiore a 2 GW. Il piano include Adriatic Dc Bari, che prevede la riconversione dell’ex Manifattura Tabacchi in un impianto da 200 MW; Adriatic Dc Brindisi, con un secondo polo hyperscale da 500 MW nell’area industriale; e Adriatic Dc Hub, un campus da 1,5 GW su circa 800 ettari, destinato a diventare il più grande complesso in Europa e tra i più estesi a livello mondiale. I primi cantieri sono attesi entro la fine del 2026. Il valore potenziale degli investimenti sui tre poli potrebbe superare i 100 miliardi di euro.
Per approfondimenti:
- https://www.youtube.com/watch?v=EcbCqzAe1mI&t=670s
- https://italiandatacenter.com/
- https://www.datacentermap.com/
- https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/viaggio-nei-data-center-italiani-quali-sono-dove
- https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/datacenter-server-puglia/
- https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/data-center/


