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La guerra è bella (?) ma inquina

Andrea Griseri

 

Nel lontano 1929 due reduci di guerra – 11 anni dopo la fine del conflitto che è una distanza emotiva di sicurezza – pubblicarono un libro illustrato di memorie dal titolo “La guerra è bella ma scomoda”. Raccontare le vicende belliche con quella sottile ironia che al tempo stesso ne sottolinea la tragicità e versa unguento sulle ferite ancora aperte è prerogativa di un certo numero selezionato di letterati e intellettuali italiani; dopo “La guerra è bella ma scomoda” di Novello (geniale illustratore capace di condensare in una vignetta un intero saggio sociologico sui vizi e virtù della borghesia italiana) e Monelli (che già aveva pubblicato a caldo nel ’21 il romanzo “Le scarpe al sole”) al termine del secondo conflitto il grande Giovannino Guareschi diede alle stampe “Diario clandestino”dedicato alla sua esperienza di Imi (Internato Militare Italiano in Germania).

Oggi Novello e Monelli parafrasando il titolo del loro libro di quasi cent’anni fa potrebbero pubblicare il romanzo illustrato “ La guerra è bella ma inquina”.

Il Green New Deal Europeo! Dacché fu annunciato e reso poi operativo ha rasserenato l’animo di noi che ci battiamo da anni per la tutela ambientale. Dapprincipio eravamo considerati alla stregua di cassandre del malaugurio, nemici del progresso, fanatici con qualche rotellina fuori posto ma in seguito l’evidenza empirica  e scientifica del degrado della natura e delle sue conseguenze – anche economiche – ha cominciato a farsi largo nella coscienza  delle classi dirigenti  europee e della popolazione tutta. Così in Italia si giunse a formulare anche giuridicamente la base normativa della tutela ambientale che la Carta costituzionale nella sua stesura originaria non includeva (come ricorda Settis un giovane deputato di nome Aldo Moro aveva tentato senza riuscirvi di rendere più cogente l’articolato originario): la Consulta interpretò poi estensivamente l’art.9 che menziona la tutela del paesaggio e la parola Ambiente emerse finalmente alla luce con la riforma del Titolo V. La Costituzione è legge fondamentale dello Stato , base del diritto e in quanto tale è fisiologicamente sintetica, non si dilunga in dettagli e non elenca le cause che potrebbero compromettere l’integrità dell’ambiente: ma nell’art. 11 troviamo un’espressione molto forte ed esplicita , si dice infatti che l’Italia “ripudia” la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Fin qui niente di nuovo, non si contano le occasioni in cui questo celeberrimo articolo è stato citato nel corso degli ultimi anni ma potremmo porlo in connessione con le sezioni in cui la nostra Carta fa menzione dell’esigenza di tutelare l’ambiente, unire i puntini di uno schema ideale e affermare che il fatto di evitare minacce all’ambiente derivanti da attività di natura bellica presenti una particolare rilevanza costituzionale: ogni aggressione alla natura è deplorevole ma quella derivante da un’attività esplicitamente “ripudiata” lo è in un modo affatto speciale.

E allora proviamo a raccontare in quali forme e modi la guerra può nuocere all’ambiente. Non è possibile ovviamente una trattazione esaustiva del tema che richiederebbe uno spazio ben più ampio di un semplice articolo. Ci limiteremo ad additare qualche esempio dando risalto a quelli che maggiormente rendono evidente il contributo bellico al degrado della natura.

La guerra altera i principali pilastri dell’ecosistema: l’aria, l’acqua,il suolo, la fauna, la vegetazione.

Vediamo come cominciando dall’aria.

I veicoli e le navi militari sia durante le operazioni belliche sia durante le esercitazioni consumano una quantità rilevante di carburante e rilasciano in atmosfera enormi quantità di sostanze inquinanti e ovviamente di CO2. Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2. Tutto questo è collegato alle semplici manovre logistiche ma quando le ostilità transitano alla fase calda lo scoppio degli ordigni convenzionali provoca  il rilascio di gas, fumi, polveri sottili, metalli pesanti che il vento può trasportare a molti chilometri di distanza. Fra poco punteremo la lente d’ingrandimento sull’uranio impoverito ma prima occupiamoci del suolo.

Fra gli agenti che più frequentemente contaminano il terreno si annoverano metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro e arsenico. Questo avviene prevalentemente nel corso della fase calda dei combattimenti anche se non si può trascurare l’ipotesi di sversamenti accidentali durante le manovre o le esercitazioni. Per facilitare il passaggio di carri armati e altri mezzi adibiti al trasporto delle truppe ampie porzioni di territorio sono intenzionalmente deforestati e il terreno, anche quello eventualmente adibito ad attività agricole in tempo di pace, smosso e ricompattato sotto il peso dei veicoli. Gli esplosivi possono generare crateri che alterano il suolo favorendone l’erosione. In Ucraina si calcola che in ogni anno di guerra vadano perduti circa 280.000 ettari di foresta, durante la guerra in Vietnam 2 milioni di ettari sono stati “trattati” col napalm, il famigerato agente orange. Gli ordigni inesplosi, i così detti UXO (unexploded ordnance) oltre a rappresentare un pericolo duraturo per la popolazione civile (in Italia agli ordini del Ministero per la Difesa operano alcune unità preposte alla bonifica dei residuati bellici che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno…. e la guerra è terminata nel 1945!) rilasciano residui tossici nell’acqua, nel terreno e lungo le catene alimentari.

Il percolato di queste”benefiche” sostanze immesse nei suoli inevitabilmente raggiunge le falde acquifere e anche i corsi d’acqua che scorrono in superficie. Il bombardamento di dighe inteso ad allagare e rendere impercorribili e inabitabili intere aree provoca naturalmente gravi crisi idriche, la distruzione di infrastrutture dedicate al pompaggio e al trattamento delle acque reflue ( o anche solo l’indisponibilità di energia elettrica necessaria per azionare gli impianti) ne causa lo sversamento diretto nei fiumi o nel mare come sta avvenendo in questi mesi a Gaza; anche in Iraq soprattutto durante la seconda guerra del golfo tonnellate di liquami grezzi furono sversati nel suolo e nei fiumi(forse gli aggressori pensavano che le, peraltro inesistenti, armi di distruzione di massa  fossero occultate nei sistemi idrici e igienici sanitari a uso civile nei centri abitati). La prima guerra del Golfo sortì invece effetti particolarmente pesanti sull’atmosfera quando gli iracheni in fuga dal Kuwait incendiarono per ritorsione i pozzi di petrolio, non mi risulta che esista una stima precisa dell’impatto.

La devastazione dei suoli, delle foreste, l’inquinamento dei corsi d’acqua dolce e del mare ha ripercussioni drammatiche sulla fauna. Gli habitat si rendono “inabitabili” anche per periodi molto lunghi causando un danno decisivo alla biodiversità e durante le operazioni belliche il fragore delle esplosioni provoca la morte istantanea degli animali della terra, del cielo e delle acque: una battaglia navale è paragonabile a una gigantesca pesca di frodo con gli esplosivi, un bombardamento a un immenso fuoco artificiale (e pensare che noi amanti degli animali ci premuriamo di chiedere ai nostri sindaci una moratoria ai botti di capodanno…), una battaglia a un’enorme battuta di caccia.

Si sarebbe tentati di supporre che solo la guerra moderna possa assestare colpi devastanti all’ambiente naturale e agli esseri umani; è in parte vero, uno studio  del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra ( 2008 ) ipotizza che su 5 morti provocate dalla guerra solo una derivi dalla presenza diretta, di civili o militari, su un teatro di combattimento ma le restanti vittime siano causate dagli effetti anche a lungo termine delle operazioni belliche: inquinamento dei suoli e delle acque, carestie, accesso impossibile alle cure mediche (questo problema riguarda soprattutto i civili disponendo gli eserciti di un’organizzazione sanitaria d’urgenza riservata a chi veste la divisa), epidemie. Applicando questo rapporto alla stima dei 906.000–937.000 uccisi direttamente nelle guerre successive all’11 settembre si ottiene la cifra impressionante di 3,6/3,7 milioni di morti indirette.

L’Afghanistan ha conosciuto l’invasione dei sovietici contrastati dai talebani finanziati dagli USA , gli attacchi americani post 11 settembre,  20 anni di occupazione e dopo l’ignominiosa ritirata occidentale la presa del potere da parte dei fondamentalisti islamici. Il 95% per cento della popolazione soffre di malnutrizione in particolare i bambini: come accadde anche in Somalia l’insorgenza eventuale di patologie epidemiche combinata con una dieta inadeguata provoca la morte subitanea soprattutto dei più giovani.

Si sarebbe dunque indotti a ritenere che la guerra tecnologica moderna sia lesiva dell’ambiente mentre quella del passato fosse sì letale ma per lo meno molto più rispettosa della natura, più ….“green”. Non è esattamente così.

L’Europa fu devastata tra il 1618 e il 1648 da uno dei più lunghi e conflitti che la storia ricordi, la guerra dei 30 anni. Non è certo questa la sede per farne un resoconto dettagliato ci basti ricordare che all’origine ci furono le ostilità religiose fra Cattolici e Protestanti (che la pace di Augusta del 1555 siglata al cospetto di Carlo V non aveva del tutto sopito), la competitività fra la Francia borbonica da un lato e Austria e Spagna asburgiche dall’altro, le ambizioni di una potenza emergente come la Svezia. Anche il Piemonte di Carlo Emanuele I prese parte alle ostilità, per il controllo del Monferrato.

Le conseguenze ambientali furono devastanti: deforestazione massiva ( creazione di strade, approvvigionamento di legname) , erosioni, rifiuti abbandonati (deiezioni, cadaveri insepolti o gettati nei fiumi) in spregio a ogni norma igienica, carestie causate dall’abbandono dei campi da parte delle popolazioni rurali in fuga (l’economia agricola si risollevò dopo decenni anche a causa della carenza strutturale di lavoratori), epidemie, perdita di biodiversità.

Di sicuro dal ‘900 a oggi la guerra ha riqualificato e raffinato gli strumenti di offesa contro le persone e la natura. Una triste linea di morte unisce i gas tossici utilizzati nella prima guerra mondiale (il cloro e il fosgene che attaccano i polmoni, l’iprite che causa eruzioni cutanee e fu in seguito distribuita generosamente dal maresciallo Graziani in Etiopia) all’uranio impoverito che è l’ultima diapositiva di questa carrellata, tutt’altro che esaustiva, di orrori.

L’uranio impoverito è uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato per rendere le corazzature dei carri armati particolarmente resistenti e costruire munizionianticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamate API, Armor Piercing Incendiary, (munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale.

Dopo l’esplosione le polveri radioattive (cancerogene e teratogene cioè tali da causare danni genetici sui diretti discendenti) si disperdono nell’atmosfera e possono essere trasportate dai venti lontano dal teatro di guerra. I militari hanno un’elevata probabilità di inalare le polveri ricche di uranio impoverito. Questi ordigni sono stati utilizzati largamente sia in Bosnia sia in Iraq senza che i comandi militari coordinati dalla Nato si preoccupassero di avvertire il personale militare del rischio e senza predisporre un qualsivoglia sistema di tutela e di protezione (per lo meno 100 anni fa sul Carso già si usavano le maschere antigas…). Un alto graduato (di cui non faccio il nome) mi confidò anni fa il proprio senso di frustrazione e vergogna, disse più o meno: noi militari siamo pronti a sacrificare la nostra vita per difendere il nostro paese battendoci a viso aperto con il nemico non ad ammalarci e a morire per l’incuria e la superficialità (ricordo che disse proprio così) di chi prende le decisioni. Oggi l’ONA (osservatorio nazionale amianto ) grazie anche alle denunce di alcuni coraggiosi militari (graduati e non) reduci dalle guerre nella ex Yugoslavia ha avviato una serie di iniziative in sede parlamentare e processuale: “Ci troviamo di fronte alla violazione degli obblighi di cui all’art. 2087 c.c. e di cui alla Legge 11.07.1978 n. 382 contenente “Norme di principio sulla disciplina militare”. Il D.P.R. 18.07.1986 n. 545 (approvazione del regolamento di disciplina militare), all’art. 21, co. 2, sancisce l’obbligo dei superiori di: curare le condizioni di vita e di benessere del personale e di assicurare il rispetto delle norme di sicurezza e di prevenzione per salvaguardare l’integrità fisica dei dipendenti”.

Un’ultimissima istantanea sulle esercitazioni militari. Il poligono militare di Capo Teulada, istituito nel 1956 a seguito degli accordi NATO, all'interno del territorio dell'omonimo comune nella provincia del Sulcis Iglesiente, è il secondo più grande d'Italia e d'Europa e occupa una superficie di circa 7.200 ettari.

Sul territorio in base a una normativa europea sono state istituite due zone di conservazione degli habitat sensibili gravemente minacciati dalle esercitazioni militari che costantemente vi sono ospitate: i residui dei proiettili ricchi di sostanze tossiche ( in passato si è utilizzato anche il famigerato uranio impoverito) non vengono rimossi e danneggiano terreni, falde di acqua dolce e le coste, le esplosioni sono causa di stress costanti per la fauna e le persone, l’incidenza di determinate patologie soprattutto polmonari è elevata. La recente adozione di una procedura di VIA è stata oggetto di aspre critiche: le Associazioni di cittadini e ambientaliste (tra cui Italia Nostra) la considerano una sorta di mero greenwashing.

Insomma: la guerra inquina anche durante la fase preparatoria, le esercitazioni non si riducono a marcette con pifferi e tamburi. I commissari europei che archiviano con disinvoltura il Green new deal per sfoderare orgogliosi il piano di Rearm da 800 miliardi ne sono consapevoli?

E nella recente Cop 30 di Belem si è parlato della guerra che inquina? Come ha ben scritto Guido Viale qualcuno si sarà accorto dell’”elefante nella stanza”?

Ma mi pare già di udire le voci di dissenso, le perplessità espresse con tono educato e professorale o gli scherni cui i leoni da tastiera onnipresenti sui social ci hanno abituati. Pacifisti! O meglio pacifinti!

Mettiamo subito le cose in chiaro: quella stessa Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie all’art. 52 afferma che la “difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. E’ l’unico passaggio in cui compare il termine “sacro”, declinato laicamente. Vi è contraddizione con il precedente articolo 11?

Gandhi avrebbe risposto di no. Il Mahatma contrariamente a ciò che si crede non era un pacifista in senso stretto. Era un nonviolento.  I conflitti esistono, sosteneva e sarebbe inutile e sciocco coprirsi gli occhi di fronte a questa realtà che ha costantemente accompagnato la storia umana. Può accadere di dover fronteggiare un avversario che intenda esercitare un’azione di forza “ingiusta” nei nostri confronti. Che fare in un simile frangente? Se ci lasciassimo ispirare, come comunemente succede, dal principio secondo cui il fine giustifica i mezzi non esiteremmo a procurarci una qualsivoglia arma (un coltello, uno schioppo, un cannone, un ordigno nucleare… ) per usarla contro l’avversario; ipotizziamo che la nostra azione armata sia coronata da successo. L’avversario sconfitto sarebbe – a meno di averlo annientato completamente e cancellato dalla faccia della terra – potenzialmente in grado di riorganizzare le forze e di provocarci di nuovo facendoci precipitare in uno stato di insicurezza permanente. Soprattutto continuerebbe a essere convinto delle sue buone ragioni e, con una certa dose di ipocrisia, sarebbe doppiamente animato da sentimenti ostili nei nostri confronti proprio perché abbiamo utilizzato nei suoi riguardi un mezzo letale, ingiusto, legittimato dal fatto di conseguire un fine da noi unilateralmente reputato giusto. La nonviolenza invece si avvale di un insieme di tecniche (il grande peace researcher Gene Sharp recentemente scomparso ne enumera 121!) che mirano in primo luogo a ostacolare l’esercizio operativo del potere a un nemico che abbia invaso il nostro territorio e poi a compiere uno sforzo di “persuasione” sino a mostragli la non opportunità e il carattere distruttivo-autodistruttivo delle sue azioni aggressive.

Così ribaltando il sintagma. Non più “il fine giustifica i mezzi” (poiché da un mezzo in sé ingiusto, la violenza, non  può scaturire un fine “giusto”) ma “il mezzo ( un mezzo giusto e cioè che non intende distruggere fisicamente l’avversario ma scongiurare le sue azioni esecrabili) prefigura il fine”. Un fine giusto può essere raggiunto per davvero e durevolmente soltanto se conseguito con un mezzo giusto capace di estinguere l’incendio della reciproca animosità fra i contendenti ci dicono i seguaci della teoria nonviolenta ( in seguito si conierà il termine Difesa popolare nonviolenta per indicare il carattere partecipato e democratico della difesa; che è proprio ciò cui allude l’art.52 della Carta quando afferma che il “Sacro dovere” riguarda tutti i cittadini e non solo  un gruppo di specialisti).Come ebbe anche a sottolineare Norberto Bobbio è il modo migliore per preparare il terreno al negoziato: che tanto più avrà successo quanto più si svolgerà in un clima di fiducia reciproca in cui le parti si danno ascolto e cercano se non di assumere di comprendere almeno e analizzare il punto di vista dell’opponente.

E se la tecnica nonviolenta non funzionasse perché l’avversario non ha intenzione di esercitare un dominio che gli posso rendere difficoltoso o impraticabile (come avvenne appunto nell’India coloniale) ma di annientarmi? Ebbene Gandhi ritiene che in un caso tanto estremo la violenza diviene opportuna! La giustizia (il fine) deve comunque prevalere, soggiacere a un’aggressione significa accettare passivamente un’ingiustizia. Il pensiero occidentale da S.Agostino a Kant passando per il tomismo e il giusnaturalismo di Vitoria si è sempre interrogato sulla questione della Guerra giusta. Atteso che la guerra è male quando è lecito ricorrervi per combattere un male più grande? Accettare la propria condizione di vittima è sempre una scelta eticamente preferibile oppure diviene una sorta di complicità con un nemico che mi vuole sottomettere o addirittura annientare? La guerra affonda le radici nell’ostilità che spesso grava sulle relazioni umane, frutto delle passioni, di interessi contrastanti, di ideologie antitetiche; ingenuo davvero quel pacifismo che di tanto in tanto reclama “l’abolizione”della guerra: chi potrebbe avere l’autorità di farlo? Un soggetto trascendente forse ma Dio, almeno  il Dio delle religioni monoteiste, ha inventato il libero arbitrio, riconosce e rispetta la libertà dei suoi figli.  Dunque è meglio circoscrivere le condizioni che consentono eticamente e giuridicamente la guerra (lo ius ad bellum) e cercare le possibili alternative : appunto la lotta condotta con metodi nonviolenti o il negoziato che è una forma di soluzione nonviolenta priva dell’afflato spirituale e umanitario (che ritroviamo nella visione Gandhiana). Alla teorie del bellum iustum si affianca il tema dello” ius in bello” inteso come quell’insieme di regole che i contendenti devono rispettare nella conduzione delle operazioni belliche (quando fossero legittimate secondo i principi dello ius ad bellum). Esistono al riguardo le 4 convenzioni di Ginevra (e i protocolli aggiuntivi )che sono un pilastro del diritto internazionale: stabiliscono essenzialmente il “Principio di distinzione” (la guerra deve coinvolgere per quanto possibile solo i militari) e il “Principio di proporzionalità” ( gli attacchi devono essere proporzionati alle aggressioni subite e agli obiettivi in termini di forza impiegata e intensità). Naturalmente il trattamento dei prigionieri è un ulteriore tassello convenzionale dello ius in bello. Alcuni giuristi ritengono che la violazione palese dei principi dello ius in bello provocherebbe retroattivamente il venir meno del diritto (ius) a usare le armi anche in chiave difensiva. Abbiamo esaminato gli effetti letali e duraturi sull’ambiente e sulla popolazione dei moderni sistemi d’arma: non potremmo per conseguenza asserire che oggi è praticamente impossibile rispettare i principi dello ius in bello? E che, senza  scadere in un pacifismo  all’acqua di rose, le condizioni per sancire che alla luce della dottrina tradizionale una guerra è giusta sono oggigiorno quasi irrilevanti?

Non è questa la sede per esaminare la ricca letteratura che è stata dedicata alla questione: ma  la maggioranza dei politologi senza spingersi sul terreno della pratica della nonviolenza concorda su un principio: è opportuno esperire ogni tentativo diplomatico-negoziale prima che siano le armi a parlare. Il XVIII secolo è alle nostre spalle. Allora i conflitti si giocavano su un’alternanza di round negoziali e di azioni di forza, guerra e politica erano intimamente compenetrate donde la celebre espressione di Clausewitz “ la guerra è la politica condotta con altri mezzi”, che apre il saggio “Vom Kriege” (“Della guerra” scritto tra il 1818 e il 1830). Oggi il rischio di incidenti capaci di suscitare un’escalation è elevatissimo e le armi moderne ad altissimo potere distruttivo inevitabilmente lasciano durevoli ferite sull’ambiente: danni tali da travalicare l’obiettivo, pur letale ma in determinati casi legittimato giuridicamente, che il loro utilizzo si proponeva nell’ambito del combattimento.

I teatri di guerra che tengono banco in questi mesi suscitano preoccupazione e perplessità. Consideriamo la tragedia che si consuma a poca distanza da casa nostra. La politica europea è incapace di rileggere con freddezza i passaggi che hanno esacerbato la situazione in Ucraina e mettere in fila i diversi tasselli: la volontà imperiale russa di ricostituire la propria zona di influenza da un lato ma anche le sue legittime esigenze di sicurezza, l’allargamento della Nato percepito come minaccia esistenziale (ricordiamo al proposito l’iconica e mai smentita frase di papa Francesco!), la propaganda venata di fremiti religiosi della Russia ma anche, per parte nostra, la demonizzazione del leader della Federazione e una narrazione diffusa a reti unificate che talora offende l’intelligenza della stessa casalinga di Voghera. Quando si rifiuta di dare ascolto all’avversario si fa terra bruciata intorno alle prospettive di pace; il racconto semplificato e manicheo , l’incapacità di rappresentare la complessità cancellano quella razionalità che per oltre due millenni ha costituito il pregio della nostra stessa civiltà d’occidente (oggi prevale la logica del “buono no buono” come ripeteva quel personaggio di un fortunato varietà di Arbore che i più anziani certamente ricordano). Incredibilmente oggi l’Europa non riesce a cogliere l’opportunità rappresentata da una ritrovata  prudenza americana ( il dibattito sui rischi e sui costi economici e politici della “sovra estensione” agitava l’America già durante la precedente amministrazione) e preme sull’acceleratore del riarmo e dell’assistenza militare senza che se ne intravveda una precisa finalizzazione politica. Qualche oltranzista forse ancora si augura la sconfitta e la frammentazione della Federazione russa senza considerare che il caos istituzionale in un paese che possiede 6000 testate nucleari sarebbe un tantino pericoloso? Si guida a fari spenti nella notte, il riarmo sottrarrà risorse alla transizione verde, alle riconversioni industriale, all’agricoltura, al welfare, alla salute, alla cultura per costruire oggetti letali per l’uomo e per l’ambiente. È sconcertante. La spesa militare aggregata dei paesi europei è già molto elevata e certamente esiste la questione di un maggiore coordinamento fra gli apparati: ma il tema, serio, dell’interoperabilità , di cui i vertici delle forze armate sono ben consapevoli, è assente dalle agende politiche dell’Unione.

Nel suo memorabile discorso di congedo dalla presidenza nel 1961 il presidente statunitense Eisenhower ,  vecchio soldato galantuomo che di cose militari un poco s'intendeva (aveva soltanto sconfitto i nazisti!) dichiarò che la convergenza di interessi industriali e militari forti del controllo delle tecnologie rappresentava un pericolo mortale per la democrazia liberale e per la pace nel mondo: la guerra rischiava di scaturire non già da un impulso politico, come avviene da svariate migliaia di anni, ma dalla pressione di un apparato tecnocratico interessato ad accrescere la propria forza economica e il proprio potere, capace di influenzare i rappresentanti del popolo regolarmente eletti. Il “blocco militare industriale” ha assunto un profilo anche finanziario e mai come oggi è in grado di condizionare le decisioni geopolitiche. Che dietro i vari Rearm o Readiness (attendiamo le prossime denominazioni escogitate dal brillante ufficio marketing della UE ) si celi la manina dei moderni blocchi militar-finanziari-industriali è molto più che un sospetto.

Noi restiamo convinti che l’approccio nonviolento o almeno quello negoziale siano sempre preferibili: non solo perché suscettibili di garantire condizioni durature e strutturali di pace ma anche perché sono molto più… green!

 

Fonti:

https://www.osservatorioamianto.com/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/

https://www.geopop.it/

https://home.watson.brown.edu/

https://ilgiornaledellambiente.it/

https://cri.it/2025/08/12/le-convenzioni-di-ginevra-del-1949

https://www.emergency.it/

https://www.goodreads.com/book/show/487044.The_Politics_of_Nonviolent_Action

https://www.limesonline.com/rivista/sovraestesi-e-senza-strategia--14647642/

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