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La Legge di Brandolini, ovvero dell’asimmetria della disinformazione

di Riccardo Graziano

La “Legge di Brandolini” dice testualmente che l'energia necessaria a confutare una stron**ta è molto superiore a quella necessaria a produrla. In inglese questa “legge” fondamentale della comunicazione è conosciuta come "bullshit asymmetry principle", ovvero principio di asimmetria delle suddette str… Naturalmente, non si tratta di una legge della Giurisprudenza e nemmeno della Fisica termodinamica, appartiene piuttosto a quella numerosa schiera di enunciati e paradossi pseudoscientifici che hanno come capostipite la famosa “Legge di Murphy”, che recita «Se qualcosa può andare storto, lo farà». Ma questo non diminuisce affatto la sua valenza: provate per esempio a confrontarvi con qualcuno che, in spregio a secoli di evidenze scientifiche, afferma con immotivata sicumera che “la Terra è piatta”. Che fate? Gli ricordate che già duemiladuecento anni fa Eratostene aveva non solo compreso la sfericità della Terra, ma era addirittura riuscito a calcolare la lunghezza della sua circonferenza con un margine di errore minimo? E sareste in grado di spiegare come ha fatto? Forse sì, ma impieghereste molto più tempo del vostro interlocutore e con ottime probabilità che i vostri sforzi si rivelino vani. Stessa cosa se qualcuno vi dicesse che la Terra è ferma al centro dell’Universo e tutto il resto le gira attorno: hai voglia a citare Copernico e Galileo, lui potrebbe replicare citando Aristotele e Dante e sei daccapo. In questi casi estremi, è senz’altro meglio adottare un’altra enunciazione fondamentale, coniata da quel genio dell’umorismo che era Mark Twain: “Non discutere mai con un idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.” Una tattica di buon senso molto efficace, ma purtroppo non sempre le cose sono così semplici. Ci sono infatti molti casi nei quali la disinformazione non deriva da teorie complottiste, visioni distorte o fissazioni mentali, bensì da precise strategie di comunicazione volte a difendere interessi spesso indicibili.

Il caso più famoso e studiato è senz’altro quello noto come “strategia del tabacco”, che vide protagoniste nel 1954 le multinazionali statunitensi produttrici di sigarette. Dopo che negli anni immediatamente precedenti alcuni studi avevano evidenziato il legame fra fumo di sigaretta e cancro ai polmoni, la lobby del tabacco decise di passare al contrattacco, per difendere i propri interessi miliardari anche a scapito della salute dei consumatori. A seguito di un incontro ad altissimi livelli fra i vertici delle case produttrici, si decise di adottare appunto una strategia di controinformazione, arruolando una serie di scienziati, fra i quali il genetista C. C. Little e il fisico Frederick Seitz, con l’incarico di seminare il dubbio sostenendo che gli studi che mettevano in correlazione fumo di sigaretta e cancro non erano sufficientemente comprovati. Investendo capitali ingenti, riuscirono in poco tempo a creare l’illusione di un dibattito interno alla scienza che in realtà non esisteva. Gli esperimenti infatti dimostravano senz’ombra di dubbio che tale correlazione esisteva e che fumare fa male e favorisce una serie di patologie, fra le quali appunto il cancro ai polmoni. Tuttavia, grazie a questa tecnica di disinformazione pilotata, le multinazionali del tabacco sono riuscite a difendere per decenni i loro interessi, grazie anche a due fattori in teoria positivi, ma che furono sottilmente utilizzati per contrabbandare le loro tesi. Il primo è che la Scienza, per sua natura, è incentrata sul dubbio, perché il suo progredire dipende proprio dal fatto di mettersi continuamente in discussione, fattore che consente però a chi è in malafede di porre a sua volta dubbi non legittimi. Il secondo è che pochi anni prima negli Stati Uniti era entrata in vigore la Fairness Doctrine, ovvero l'obbligo per i mezzi di informazione di dare spazio a tutti i pareri in caso di un dibattito di interesse pubblico, il che dava la possibilità alla lobby del tabacco di reclamare i propri spazi al pari dei sostenitori della tesi legittima. In effetti, questa dottrina che ancora oggi vediamo applicare in nome del “politicamente corretto”, pur se condivisibile in linea di principio, ha almeno due limiti vistosi: il primo è che tale metodo può avere un senso quando si confrontano posizioni politiche, ma molto meno quando si parla di scienze esatte, perché se uno sostiene che due più due fa quindici non è che “ha diritto alla sua opinione”, bensì semplicemente sostiene una tesi sbagliata alla quale non si deve dare spazio; il secondo è che si tende a dare uguale peso a tesi differenti, anziché soppesarle adeguatamente; se il 90 per cento degli scienziati sostiene una tesi, questa dovrebbe avere molto più spazio sui mezzi di comunicazione, per esempio in un dibattito non dovrebbe esserci un relatore per parte, ma nove che sostengono la loro idea e uno solo che sostiene la sua opinione. Naturalmente, anche con quest’ultima accortezza ci sarebbe sempre qualcuno disposto a credere a chi fa il “bastian contrario”, sostenendo che tutti gli altri fanno parte di un complotto, ma almeno le proporzioni sarebbero rispettate e la maggioranza dell’opinione pubblica potrebbe farsi un’idea corretta di come stanno realmente le cose.

Oggi, a distanza di 70 anni, possiamo chiaramente vedere da che parte stava la verità, ma ormai il danno è fatto. Migliaia di persone si sono ammalate (e continuano a farlo, anche se adesso si sa tutto sulle conseguenze del fumo) e, nonostante in alcuni casi le multinazionali del tabacco siano state condannate a risarcimenti milionari, hanno ampiamente compensato quelle perdite con miliardi di guadagni, tanto che la tattica dilatoria basata sulla disinformazione e sull’insinuazione del dubbio ha fatto scuola, proprio perché consente di guadagnare tempo e soldi (molti soldi!) prima dell’inevitabile sebbene tardiva resa dei conti. Attualmente, le stesse multinazionali del tabacco stanno replicando lo schema con le sigarette elettroniche, che, oltre a introdurre al vizio del fumo platee di giovanissimi, producono valanghe di rifiuti, dal momento che sono usa e getta e che con ogni probabilità non tutti gli utilizzatori le conferiscono correttamente nelle isole ecologiche come RAEE (a proposito, lo sapevate che vanno messe lì?).

Ma soprattutto, come dicevamo, la vicenda ha fatto scuola nel mondo del capitalismo ed è stata utilizzata anche in altri settori, a partire da quello petrolifero e automobilistico. Sono ormai diversi decenni che la lobby del petrolio continua a negare la correlazione fra l’utilizzo di combustibili fossili e il surriscaldamento globale che sta provocando l’attuale crisi climatica, nonostante la ragguardevole mole di prove scientifiche che la comprovano. Ancora oggi, grazie a ingenti investimenti, alla presenza capillare nel sistema mediatico, all’azione di lobby sui decisori politici e alla connivenza di scienziati in contrasto con la maggioranza della comunità scientifica, i petrolieri inducono larga parte dell’opinione pubblica a dubitare della effettiva responsabilità umana nel causare l’attuale crisi climatica, anche se i climatologi hanno da tempo stabilito che la colpa è proprio nostra. Ma naturalmente molti preferirono adagiarsi su comode bugie piuttosto che accettare questa scomoda verità. Ed ecco che riscuotono grande successo panzane o subdole mezze verità, da quella che “Annibale ha varcato le Alpi con gli elefanti, quindi faceva già caldo allora” a quella che “il clima è sempre cambiato” tralasciando che le fonti storiche ci dicono che le perdite nell’esercito dei cartaginesi furono ingenti proprio a causa del clima rigido, che uccise la maggior parte degli elefanti, o che il clima impiegava decine di migliaia o milioni di anni per cambiare e non pochi decenni come ora.

Il problema è che prendere atto delle nostre responsabilità sul cambiamento climatico  ci imporrebbe di ridurre drasticamente l’utilizzo di combustibili fossili, con evidenti ripercussioni sui guadagni delle compagnie petrolifere, ma soprattutto sui nostri stili di vita e di consumo, ai quali non vogliamo assolutamente rinunciare. Per questo troviamo molto comodo, facile, appagante credere alle bugie consolatorie propinate da chi difende i propri interessi economici anche a scapito della salute del pianeta e dei suoi abitanti. Continuate a vivere come avete sempre fatto – ci dice la propaganda delle multinazionali petrolifere - a consumare e inquinare tranquillamente, tanto di tutti i disastri annunciati dalla scienza non è vero niente, oppure qualche santo provvederà, si troverà qualche soluzione miracolistica, alla faccia degli “ambientalisti fanatici che dicono di no a tutto”. Una tattica che funziona benissimo, visto che dopo una breve fase di successo e consenso, il movimento ambientalista (anche a causa dei comportamenti di alcune sue frange estreme) è stato nuovamente messo in minoranza, spesso criminalizzato e addirittura accusato di essere la causa dei danni che aveva cercato di prevenire. È il caso delle alluvioni sempre più frequenti e devastanti, provocate dal susseguirsi di eventi estremi causati proprio dal cambiamento del clima, ai quali si aggiunge la problematica della cementificazione selvaggia del territorio, che impermeabilizza migliaia di ettari di suolo, impedendo l’assorbimento delle valanghe d’acqua che si riversano a terra. Eppure, la colpa viene affibbiata agli ambientalisti “che non lasciano pulire i fiumi”, o che “non lasciano togliere le tane degli animali dagli argini” e così via, senza ascoltare gli esperti di idrologia che continuano a raccomandare – inascoltati – la rinaturalizzazione dei fiumi come rimedio migliore.

Una tattica di comunicazione che, lo ribadiamo, ha funzionato e funziona benissimo, alla quale gli ambientalisti, pur essendo nel giusto, non riescono a contrapporre una narrativa altrettanto efficace, anche per mancanza di mezzi economici e visibilità mediatica, ma non solo per quello. E il fatto che il tempo galantuomo ci darà ragione non è particolarmente consolatorio, perché rischiamo che sia poi troppo tardi.

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