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Il paradosso dell’era moderna: più informazione, più ignoranza

di Piero Belletti

Lo afferma addirittura il Censis nel suo rapporto annuale: più di metà degli italiani non sa in quale secolo avvenne la rivoluzione francese e una percentuale ancora maggiore ignora quale sia la capitale della Norvegia oppure il capoluogo della Basilicata. Il 43,5% dei diplomati (con punte dell’80% negli Istituti professionali) manifesta difficoltà a capire l’italiano scritto , mentre un italiano su 7 non sa quanto fa sette per otto (https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/12/06/rapporto-censis-2024-ignoranza-profonda-subcultura/7794586/).

D’altra parte, che ci troviamo di fronte a un diffuso fenomeno di “ignoranza di ritorno” è palese: basta sentire le chiacchiere sui mezzi pubblici o leggere quei famigerati blog dove l’anonimità induce la gente ad esprimere senza remore il proprio pensiero. Per non parlare ovviamente dei talk-show televisivi, anche se lì c’è il forte sospetto che l’ignoranza (come anche la prepotenza e l’arroganza) siano state decise a tavolino, allo scopo di far lievitare gli ascolti...

Si tratta comunque di un fenomeno estremamente preoccupante: se l’opinione pubblica non conosce almeno a grandi linee le questioni su cui si dibatte, sarà facile cadere vittima di chi, a sua volta per ignoranza oppure – ancor peggio – per interessi personali, diffonde notizie false o quanto meno prive di fondamento. Ne parliamo diffusamente in questo numero di “Natura e Società”.

Il declino culturale è fenomeno ben evidente in particolare a chi si occupa di didattica. Personalmente, ho insegnato materie scientifiche (nel caso specifico genetica agraria e forestale) all’Università di Torino per una trentina di anni, dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso fino all’agognato pensionamento. In questo lasso di tempo ho potuto verificare numerosi cambiamenti, tra i quali due mi sembrano particolarmente significativi.

Il primo riguarda la diminuzione del livello generale di preparazione degli studenti universitari. O meglio, la sempre più evidente presenza di una preparazione frammentata, che privilegia solo alcuni aspetti del sapere. Le basi culturali si sono così indebolite e la capacità di collegare i concetti diventa sempre più merce rara. Ne ho parlato con alcuni insegnanti di scuola media superiore, che fondamentalmente concordavano con questa tendenza, ribaltando però le responsabilità sulle medie inferiori. E da qui sommetterei che si passerebbe alle elementari...

Il secondo problema riguarda la scarsa capacità critica di valutare in modo critico quello che ci viene proposto. Tranne le ovvie e lodevoli eccezioni (che ci sono sempre state e, speriamo, sempre ci saranno), gli studenti che ottengono i risultati migliori sono quelli che apprendono in modo nozionistico e ripetono (quasi) a memoria ciò che hanno ascoltato a lezione o letto sugli appunti. Manca però una visione d’insieme, che ci permetta di collegare le nozioni apprese e creare così un substrato indispensabile per la crescita e la maturazione, umana ancor prima che scientifica.

La prova evidente ci ciò è rappresentata dal fatto che, nel trentennio considerato, i miei programmi dei corsi si sono venuti via via assottigliando, arrivando, alla fine del periodo, a essere poco più della metà di quelli iniziali. Non solo: la soglia per il superamento dell’esame si è costantemente abbassata, anche qui fino a raggiungere livelli che all’inizio della mia carriera di docente sarebbero stati impensabili. Eppure, non c’erano alternative. Ricordo ancora benissimo quando l’allora Preside di Facoltà (quando ancora esistevano le Facoltà...), persona tra l’altro di enorme spessore culturale e che ho sempre ammirato, ci fece capire che non era il caso di essere troppo rigorosi agli esami. Altrimenti, un elevato numero di abbandoni e finanche una modesta votazione media in quelli superati avrebbe ridotto la quota di finanziamento che il Ministero elargiva alle Università.

Ci troviamo quindi di fronte a un paradosso. Abbiamo accesso a una quantità sempre maggiore di informazioni, ma la nostra percezione della realtà va via via scemando. Ma forse, a ben pensarci, non è proprio un paradosso, ma una normale conseguenza dello stato di fatto. Quando ci si trova di fronte a un eccesso di qualsiasi cosa (nel nostro caso di informazioni) diventa essenziale essere in grado di discernere cosa è reale e cosa no, cosa è oggettivo e cosa è stato manipolato ad arte. E qui sta la vera difficoltà, e oserei dire la sfida per un futuro che ci renda veramente liberi.

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