Pianificazione territoriale e urbanistica. Nobili decadute da resuscitare
di Valter Giuliano
«...tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso il mare. La febbre del cemento s’era impadronita della Riviera: là vedevi il palazzo già abitato, con le cassette dei gerani tutti uguali ai balconi, qua il caseggiato appena finito, coi vetri segnati da serpenti di gesso, che attendeva le famiglie lombarde smaniose dei bagni; più in là ancora un castello d’impalcature e, sotto, la betoniera che gira e il cartello dell’agenzia per l’acquisto dei locali. Nelle cittadine in salita, a ripiani, gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulla spalle dell’altro, e in mezzo i padroni delle case vecchie allungavano il collo nei soptrelevamenti» (Italo Calvino, La speculazione edilizia,1958).
Il fenomeno fece presa, si estese e, sia pure in forme diverse non si è mai arrestato.
Allora fu definita “rapallizazione” (ma non chiamatela così che il Comune eretto a emblema si offende e minaccia querele…), un virus capace di contaminare l’intera penisola.
E non solamente le sue coste che semmai hanno assistito a una occupazione privata senza regole che solo ora, per fortuna, porta i suoi nodi al pettine grazie alle normative europee, in contrasto con il familismo amorale “de noaltri” che pesa come un macigno su ogni onesto contribuente.
I disastri dell’urbanizzazione selvaggia li stiamo pagando ad ogni evento straordinario che i cambiamenti climatico comportano. Non sono che la conseguenza del mancato rispetto di una legislazione che pure il Paese si seppe dare ma che, puntualmente è stata ignorata o, peggio ancora violata.
A contrastare la speculazione edilizia e le trasformazioni selvagge del territorio si seppe, allora, reagire con una nuova legislazione, che negli anni Ottanta era a livelli di avanguardia lungimirante. È stata via via modificata nella direzione di un mal interpretato liberalismo urbanistico i cui conti sono destinati a essere presto saldati, con insidiosi danni per il territorio e le comunità.
In parte già lo sono stato, con gli insediamenti ammessi in alveo che le alluvioni hanno trascinato via. I fiumi riprendono i loro spazi e fanno bene a liberarsi del cemento e dell’asfalto che uomini presuntuosi e insipienti hanno sparso sul loro cammino. L’importante è che non si prendano anche le loro vite che ci auguriamo pronte al ravvedimento.
Nel necessario percorso, non solo individuale, di ravvedimento, l’urbanistica dovrà necessariamente tornare a svolgere un ruolo di pratica sociale e di partecipazione.
Ma la sfida, ovviamente, si gioca nei grandi agglomerati urbani.
Nel 1960 assorbivano il 33,5% degli esseri umani. Nel 2015 la percentuale è salita al 54% e le prospettive per il 2050 indicano un’ulteriore crescita della popolazione metropolitana prevista al 66%. Una tendenza all’inurbamento che pone più di un problema e che necessiterebbe di un ragionamento ampio, capace di immaginare il futuro andando oltre l’infruttuoso inseguimento delle emergenze più drammatiche: inquinamento, consumo di suolo, sicurezza, mobilità ...
Quel che è in gioco è l’idea stessa di città, nel confronto tra città sognate e città possibili che da sempre appassiona la riflessione con svariati modelli filosofici, più o meno utopici che si sono susseguiti. Tra la prospettiva perfetta della “città del Sole” e il bieco realismo che spesso ci circonda, deve pur esserci una terza via in grado di affrontare con razionalità i mutamenti e la perdita di qualità di cui sempre più spesso l’habitat urbano soffre.
Vanno abbandonate concezioni che fanno riferimento a disegni e modelli che appaiono superati per guardare a un buon governo del territorio in cui le aree edificate sono parte imprescindibile e non separabile. Bisogna mettere in paragone città per le quali occorre valutare il confronto, e spesso lo scontro, tra più attori sociali e diversificati interessi economici.
Lo si deve affrontare con nuove capacità di visione guardando a un equilibrio possibile tra ambiente e società, tra naturale e artificiale, per provare a ricomporre una possibile armonia, anche estetica.
Eppure, se guardiamo al presente, la necessità di pianificare sembra essere definitivamente consegnata alla storia dell’urbanistica. Allo stesso modo la cosiddetta urbanistica pubblica ha lasciato terreno aperto alla prevalenza degli interessi - che sotto denominazioni diverse - ha contrassegnato gli ultimi decenni.
Non sarà sempre stata speculazione edilizia, ma la generale tendenza alla privatizzazione delle politiche e il trionfo di un liberismo incontrollato alla ricerca della massimizzazione dei profitti non ha di certo favorito una gestione oculata del territorio e dell’attività edificatoria.
Recuperare una dimensione pubblica alle nostre città, ridurre il consumo complessivo di suolo, restituire il rispetto che meritano ai centri storici salvaguardandone le testimonianze di cultura, prestare nuovamente attenzione alla dimensione del paesaggio urbano e naturale riconsegnando a entrambi il senso dell’armonia, riprogettare gli spazi urbani in una dimensione di naturalità che aiuti nel tentativo di trovare soluzioni innovative a basso consumo di energia per la mobilità e il riscaldamento invernale : sono solo alcune delle sfide che l’urbanistica e le politiche di pianificazione dovranno affrontare nei prossimi anni.
Per questo è necessario che entrambe rialzino con forza la testa e pretendano di tornare a essere strumenti efficaci di governo del territorio che non può essere abbandonato al libero mercato e alla speculazione.
La politica deve tornare a svolgere il suo compito nobile ed essenziale di regolatrice degli interessi per ricercare nuovi equilibri economici e sociali senza i quali non c’è futuro ambientalmente e socialmente sostenibile.
Una rigenerazione urbana è possibile purché si sia disposti a rivedere la predominante tendenza liberista. «Il liberismo in urbanistica genera periferie, consumo di suolo, privatizzazione dei luoghi paesaggistici e dei monumenti, degrado e crisi economica. Impedisce la partecipazione e di conseguenza una corretta pianificazione. Non è un caso che in Italia, da quando sono state attribuite a undici città capoluogo il ruolo di “città metropolitana” nessuna di loro ha formulato ipotesi o bozze di piano o principi metodologici, di organizzazione del territorio “ metropolitano”. Altro che “rigenerazione”».
Questo il commento di Vezio dei Lucia, architetto urbanista, componente del nostro Comitato scientifico.
Le città metropolitane continuano a rappresentare una delle tante riforme incompiute mentre, nei fatti, emerge sempre più la necessità di progettazione di area vasta con la gestione, se non comune, almeno coordinata delle infrastrutture e della gestione dei servizi (strutture commerciali, aree industriali e artigianali, politiche del verde metropolitano, acque e rifiuti in primis).
In questo percorso l’urbanistica dovrà necessariamente tornare a svolgere un ruolo di pratica sociale e di partecipazione. Per farlo occorrerà, prima di tutto, recuperare una filosofia urbanistica tesa a disegnare la città e il suo futuro, evitando di continuare a procedere a vista quasi sempre in risposta e accoglienza delle emergenze o di progetti specifici elaborati in seguito ad eventi speciali e per questo quasi mai integrati o integrabili con il contesto storico o immaginato dalle politiche di piano.
Semmai la rigenerazione dovrebbe comprendere l’intero Paese, a cominciare dalla sua classe politica e dirigente la cui decadenza culturale si manifesta ormai ogni giorno. Accompagnata, ahimè, da quasi tutto l’universo dell’informazione tra cui è sempre più difficile incontrare personaggi - cito Antonio Cederna per tutti – così assiduamente e competentemente attenti al malgoverno del territorio perpetrata da tanti “nuovi vandali”.
Quando, il 26 gennaio 2017 morì, all’età di novantatrè anni, Leonardo Benevolo, architetto e urbanista di livello internazionale, studioso raffinato delle questioni relative ai nostri centri urbani, autore di Piani regolatori di importanti città, medaglia d’oro per meriti culturali (2003). neppure uno
dei canali della televisioni di Stato, fece accenno alla scomparsa di un grande italiano!
Un malinconico paradigma di quanto alla cultura urbanistica e architettonica in questa povera Italia sia rimasto uno spazio esiguo, nonostante tutti i dati, ormai conosciuti, ma ignorati continuino a dimostrare come ce ne sia urgenza e necessità.
Senza pianificazione territoriale – che deve essere pianificazione globale – non si riuscirà a far fronte alle conseguenze drammatiche il cambiamento climatico sta preparando in risposta alla nostra ignavia.


