Punto di non ritorno
di Riccardo Graziano
Avevamo tempo fino al 2030 per invertire la rotta e frenare il riscaldamento globale, evitando gli effetti peggiori del cambiamento climatico. Ma non lo abbiamo fatto.
Ora, a qualcuno potrà sembrare strano che si parli al passato di qualcosa che va da qui ai prossimi cinque anni, ma il problema è che le decisioni prese un paio di mesi fa segneranno il nostro avvenire – o forse meglio dire destino – fino al 2030 e purtroppo anche oltre. Ci riferiamo, chiaramente, alle elezioni statunitensi dello scorso novembre, che hanno incoronato Donald Trump per un secondo mandato. E anche qui, qualcuno potrebbe osservare che il termine appropriato sarebbe “eletto”, ma ancora prima di insediarsi Trump ha iniziato a usare un linguaggio da padrone del mondo che ha ben poco a che vedere con la democrazia e la diplomazia, molto più vicino a quello di un imperatore o un dittatore.
Ma per capire meglio cosa succederà nel prossimo futuro, dobbiamo fare un passo indietro.
I rapporti dell’IPCC
Da decenni sappiamo che l’utilizzo di combustibili fossili produce un eccesso di anidride carbonica che aumenta l’effetto serra e dunque la temperatura del pianeta, portandoci a un cambiamento climatico già in atto e sotto gli occhi di tutti, anche se la lobby dei petrolieri cerca di negare l’evidenza (e in parte ci riesce, versando fiumi di denaro per influenzare politici, sistema mediatico e opinione pubblica). In particolare, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change - Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, un’agenzia che fa capo all’ONU) ha pubblicato negli ultimi decenni vari rapporti, nei quali ha regolarmente fatto il punto della situazione, individuando problemi, cause e rimedi relativi alla situazione climatica del globo terrestre. Proprio nel più recente di questi rapporti si indicava questo decennio come cruciale per impostare strategie atte a ridurre le emissioni, per contenere il riscaldamento del pianeta e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, evitando scenari potenzialmente catastrofici. Le linee guida indicate riguardavano tutti i settori, dall’agricoltura alla produzione di energia, dalla mobilità alla gestione dei rifiuti. Nel rapporto si specificava che gli investimenti necessari per la riconversione ecologica erano indubbiamente elevati, ma che il ritorno economico li avrebbe ampiamente coperti, così come i posti di lavori destinati a scomparire in alcuni comparti sarebbero stati compensati dall’aumento dell’occupazione nei settori in crescita. Dunque, secondo gli autorevoli esperti dell’IPCC, la transizione ecologica non è solo una necessità dal punto di vista climatico, ma anche e soprattutto un affare dal punto di vista economico, specialmente se teniamo in conto i danni derivanti dai fenomeni atmosferici estremi, che stanno diventando sempre più frequenti e devastanti.
Quindi, la conclusione logica sarebbe stata di avviare la transizione ecologica, perché è necessaria e conviene. Ma …
La controffensiva dei fossili
Ma, come accennavamo all’inizio, ci sono un sacco di multinazionali, lobbies e gruppi di potere che guadagnano miliardi con il sistema economico attuale, e non hanno nessuna intenzione di cambiare, per cui hanno messo in campo una gigantesca macchina propagandistica (costosissima, ma il denaro certo non gli manca) per convincere le masse che la transizione ecologica non solo non serve, ma è addirittura dannosa, fa perdere posti di lavoro, costa e danneggia l’economia. E naturalmente che gli ecologisti la vogliono perché sono dei fanatici, catastrofisti, vorrebbero tornare nelle caverne, dicono di no a tutto e bla bla …
Operazione, peraltro, riuscita perfettamente. Milioni di consumatori sono convintissimi che si possa e si debba andare avanti in questo modo. E molti di loro, oltre che consumatori, sono anche elettori, e hanno iniziato a votare per i partiti di estrema destra, che sono appunto i più feroci oppositori della transizione ecologica e portano avanti posizioni negazioniste totalmente prive di fondamento scientifico, ma che hanno un’enorme presa sull’opinione pubblica, anche in virtù del fatto che tutto ciò consente alla gente di non dover cambiare le proprie abitudini e i propri stili di vita e di consumo, senza stare a preoccuparsi troppo del futuro. Consumare come se non ci fosse un domani. Appunto. Infatti è probabile che non ci sarà.
Perché a novembre dell’anno scorso questa ondata nera come il petrolio ha raggiunto il suo apice negli Stati Uniti d’America, portando al potere per la seconda volta Donald Trump, più arrabbiato e cattivo che mai. Infatti il miliardario ha imparato dagli errori del primo mandato, quando la resistenza passiva delle burocrazie di Washington gli impedì di portare avanti molti dei suoi piani. Il secondo mandato sarà tutta un’altra storia, Trump 2 La vendetta, si direbbe al cinema. E rischiamo che sia solo il primo di una serie di sequel, come si dice sempre al cinema. Perché serve a poco il ritornello che “gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo”, forse lo erano, ma l’assalto al Campidoglio di quattro anni fa, quando Trump si rifiutò di accettare la vittoria elettorale di Biden, dovrebbe aver fatto comprendere a tutti che Trump non ha nessuna intenzione di mollare la poltrona. È vero che la legislazione statunitense prevede un massimo di due mandati, anche se non consecutivi, ma ancora prima di insediarsi, Trump aveva già affermato “a meno che non ci inventiamo qualcosa”, affermazione sibillina e inquietante. Ma anche se alla fine del quadriennio Trump dovesse lasciare la Casa Bianca senza incidenti, sarebbe comunque troppo tardi dal punto di vista climatico.
Troppo tardi
Ecco perché all’inizio dicevamo che entro il 2030 non potevamo più farcela a impedire la deriva verso la catastrofe. L’IPCC aveva lanciato il suo “ultimatum” all’inizio del decennio, quando la pandemia da Covid 19 aveva forzosamente rallentato le attività economiche: "Siamo a un bivio. Le decisioni che prendiamo ora possono garantirci un futuro vivibile. Abbiamo gli strumenti, le conoscenze e le competenze necessari per limitare il riscaldamento”. Sarebbe stata l’occasione per ripartire su nuove basi, con un’economia da ricostruire in modo più sostenibile. Invece niente, avanti come prima, più di prima, senza pensare che più ci avviciniamo allo scoglio, più sarà brusca la virata per evitarlo, oppure semplicemente si va a sbattere, come il Titanic, e poi si affonda.
Secondo l’accordo di Parigi del 2015, per evitare i guai peggiori avremmo dovuto contenere l’aumento di temperatura entro fine secolo al di sotto dei 2°C, meglio se 1,5° C, ma già allora gli Stati Uniti avevano preso “impegni” talmente poco stringenti da portare a una previsione di +3,2° C entro il 2100. Infatti dieci anni dopo siamo già a +1,6° C, cioè abbiamo superato la prima soglia prefissata, e continuiamo a salire inesorabilmente. Il cosiddetto scenario BAU (business as usual, cioè continuare come abbiamo sempre fatto) implica una previsione di aumento di 4°C entro fine secolo e un cambiamento climatico che gli esperti definiscono “catastrofico”. Ma ora, con l’avvento di Trump, le cose cambiano. In peggio.
Drill baby drill
Il neo presidente ha dichiarato l’emergenza nazionale per quanto riguarda l’energia, provvedimento che consente di sbloccare poteri speciali nel settore, e ha firmato una serie di ordini esecutivi destinati a cancellare ogni politica a favore delle rinnovabili. In primis, ha ritirato gli USA dall’accordo di Parigi sopra citato (e anche dall’OMS, ma questa è un’altra storia). Poi ha bloccato tutte le erogazioni di fondi previsti dall’amministrazione Biden a favore delle rinnovabili e ha cancellato le restrizioni che erano state imposte all’industria dei combustibili fossili. Inoltre, ha bloccato le nuove autorizzazioni di impianti eolici incentivando la ricerca di nuovi giacimenti, a partire dallo shale gas, una delle fonti in assoluto più impattanti, visto che prevede l’estrazione tramite la frantumazione degli strati rocciosi.
Tutto in linea con le sue promesse elettorali, quando strillava “Drill baby drill” – trivella bellezza trivella - e con la sua ideologia negazionista, che non tiene minimamente in conto le evidenze scientifiche relative ai cambiamenti climatici. È possibile che questo atteggiamento si rifletta anche sui finanziamenti che i Paesi industrializzati dovrebbero concedere alle nazioni meno sviluppate, spesso le prime vittime degli eventi estremi in aumento, mentre è sicuro che avrà conseguenze deleterie sulle emissioni climalteranti degli USA, destinate ovviamente ad aumentare. Inoltre, è probabile che la svolta fossile degli Stati Uniti provochi un effetto domino su altri Paesi, a partire da quella non piccola porzione di Europa governata dalle Destre negazioniste, come infatti già avviene in Italia.
Punto di non ritorno?
Resta da capire fino a che punto Trump riuscirà a smantellare la legislazione ecologista di Biden, che iniziava a portare benefici anche negli stati governati dai Repubblicani, il partito che sostiene lo stesso Trump. E fino a che punto durerà il sodalizio col miliardario Elon Musk, visto che il presidente ha deciso di penalizzare le auto elettriche di cui lui è uno dei principali produttori. Ma non c’è dubbio che le azioni di contrasto al riscaldamento globale e di mitigazione dei mutamenti climatici subiranno un colpo fatale. Tutti gli obiettivi fissati da qui al 2030 e oltre sono destinati a non essere raggiunti, e con essi scompare anche la possibilità di evitare le conseguenze catastrofiche di un clima scompensato.
A meno che altre nazioni, a partire dall’intera UE, agiscano in senso opposto con grande determinazione. Ma ciò è assai improbabile, visto che il Partito Popolare Europeo, quello di maggioranza relativa che ha espresso la presidente della Commissione europea, sta già proponendo la parziale cancellazione del Green Deal europeo, mentre come si diceva gli Stati governati dalle Destre si stanno già allineando alle posizioni di Trump, l’Italia prima fra tutte, visto che era già su quella strada.
Resterebbe ancora la speranza che una buona parte dei governi, compreso quello di Trump, cambino idea e riprendano la via della transizione ecologica sotto la spinta di un’opinione pubblica consapevole e determinata , che eserciti la dovuta pressione sui propri rappresentanti eletti, nonostante i pochi spiragli lasciati al dissenso e alla protesta democratica. Ma anche su questo i segnali lasciano poco spazio all’ottimismo.


