Quando gli scienziati negano la scienza
Riduzionismo disciplinare e pluralismo delle scienze della natura
Ferdinando Boero
Gli scienziati sono spesso percepiti come autorità universali. Se uno scienziato famoso — magari un premio Nobel o un accademico prestigioso — esprime un’opinione su un problema scientifico, molti tendono a considerarla automaticamente autorevole. La scienza moderna però non funziona così. È un’impresa collettiva basata su una forte specializzazione: ogni disciplina ha i suoi metodi, i suoi strumenti e la sua letteratura. Un fisico delle particelle non è automaticamente competente in biologia evoluzionistica, così come un biologo non è automaticamente competente in cosmologia o in fisica teorica. Quando il prestigio in un campo viene utilizzato per giudicare discipline diverse senza conoscerne la letteratura e i metodi, si produce un fenomeno curioso: scienziati che, parlando in nome della scienza, finiscono per sostenere posizioni antiscientifiche.
Un caso internazionale emblematico è quello del virologo francese Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina nel 2008 per la scoperta del virus HIV. Negli anni successivi al Nobel Montagnier sostenne varie teorie controverse, dalla cosiddetta “memoria dell’acqua” fino a ipotesi complottiste sull’origine del virus SARS-CoV-2 durante la pandemia di COVID-19. Queste posizioni furono ampiamente criticate dalla comunità scientifica. Il punto non è mettere in discussione la scoperta dell’HIV, che resta uno dei risultati più importanti della medicina moderna, ma ricordare che anche un premio Nobel può sbagliare quando parla fuori dal proprio campo di competenza.
In Italia uno dei casi più noti riguarda il fisico delle particelle Antonino Zichichi. Zichichi ha sostenuto più volte che la teoria dell’evoluzione non sia vera scienza perché non esisterebbe un’equazione matematica che la descriva secondo il modello galileiano della fisica. Questa critica è stata ampiamente contestata dagli evoluzionisti. L’evoluzione è infatti sostenuta da numerose linee indipendenti di evidenza — genetica, biologia molecolare, paleontologia, biogeografia — e dispone anche di modelli matematici propri, come quelli della genetica delle popolazioni. Pretendere che l’evoluzione abbia un’equazione universale significa applicare a una scienza storica i criteri epistemologici di una disciplina diversa.
Un aspetto interessante della posizione di Zichichi emerge quando si considerano le domande fondamentali della fisica stessa. Questioni come l’origine della materia o delle leggi dell’universo restano aperte nella fisica contemporanea. Alla domanda sull’origine ultima del mondo Zichichi ha dato una risposta esplicita nel suo libro Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, nel quale sostiene che non esista contraddizione tra scienza e fede e che la ricerca scientifica possa convivere con la convinzione dell’esistenza di un Creatore. Naturalmente non c’è nulla di sorprendente nel fatto che uno scienziato abbia convinzioni religiose; nella storia della scienza molti grandi ricercatori sono stati credenti. Il paradosso è piuttosto un altro: una teoria scientifica sostenuta da una enorme quantità di dati empirici — l’evoluzione biologica — viene criticata perché non ha un’equazione, mentre alcune domande fondamentali della fisica possono trovare risposta nella teologia. In effetti, non essendoci l’equazione del Creatore, la spiegazione di Zichichi non sarebbe scienza, secondo i suoi criteri.
Le conseguenze culturali di queste idee non sono state irrilevanti. Nel 2004 le indicazioni ministeriali per la scuola secondaria introdotte dal ministro Letizia Moratti eliminarono dai programmi della scuola dell’obbligo ogni riferimento esplicito alla teoria dell’evoluzione. La decisione suscitò proteste diffuse nella comunità scientifica e fu successivamente corretta con il reinserimento dell’evoluzione nei programmi. L’episodio mostrò quanto possa essere forte l’impatto culturale di posizioni antievoluzioniste quando provengono da figure autorevoli (in altri campi).
Un fenomeno analogo si osserva nel dibattito sul cambiamento climatico. Il fisico Antonino Zichichi, ancora lui, ha sostenuto più volte che il riscaldamento globale sarebbe dovuto principalmente a fattori naturali, come l’attività solare, piuttosto che alle emissioni umane. Posizioni critiche nei confronti del consenso scientifico sul clima sono state espresse anche dal fisico dell’atmosfera Franco Prodi. È però importante ricordare che la climatologia stessa nasce in larga parte dalla fisica dell’atmosfera: senza la fisica non avremmo né i modelli climatici né la comprensione del bilancio energetico del sistema Terra. Il problema quindi non riguarda la fisica in quanto disciplina, ma l’uso del prestigio acquisito in un campo per giudicare discipline diverse senza conoscerne la letteratura e i metodi.
Un episodio emblematico si verificò nel 2009 al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il vicepresidente del CNR Roberto de Mattei organizzò nella sede dell’ente un convegno intitolato Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi, i cui atti furono poi pubblicati in un volume omonimo. L’iniziativa suscitò proteste nella comunità scientifica perché promuoveva posizioni antievoluzioniste proprio all’interno della principale istituzione scientifica italiana. Il presidente del CNR dell’epoca, il fisico Luciano Maiani, prese le distanze dal contenuto del convegno ma difese la libertà di opinione del vicepresidente. Il fisico Nicola Cabibbo, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, fu invece molto più netto e osservò che le tesi antievoluzioniste non avevano alcun seguito tra i biologi e che de Mattei non aveva titolo per intervenire su un campo di studi che non era il suo.
Questa vicenda mi fa tornare alla mente un episodio personale. Qualche tempo prima avevo scritto per Internazionale un articolo intitolato “Da dove vengono i bosoni?”, nel quale ponevo alcune domande — volutamente provocatorie — sull’origine della materia e su alcune questioni ancora aperte della fisica fondamentale. Il presidente del CNR di allora, Luciano Maiani, lo stesso che aveva invocato tolleranza per le posizioni antievoluzioniste del suo vicepresidente, non gradì affatto. Guai a mettere in discussione la fisica. Ma quando il vicepresidente del CNR organizzò un convegno che metteva in discussione la biologia evolutiva, la risposta ufficiale fu che bisognava difendere la libertà di opinione. L’episodio non è importante per le persone coinvolte ma per il principio che mette in luce: la tolleranza verso la critica scientifica non è sempre distribuita in modo uniforme tra le discipline.
Anche la fisica convive con alcune domande ancora aperte: perché esiste qualcosa invece del nulla? Da dove viene la materia? Perché le leggi dell’universo sono quelle che osserviamo? Il bosone di Higgs spiega come le particelle acquisiscano massa, ma non spiega perché il campo di Higgs esista o perché abbia proprio quel valore. Queste non sono contraddizioni della fisica: sono problemi scientifici aperti. E nessun biologo usa queste domande per sostenere che la fisica non sia una scienza. Io non avevo criticato la scoperta che valse il Nobel a Higgs, avevo solo chiesto ulteriori spiegazioni perché il trionfalismo sul bosone non faceva che spostare la domanda. Chiedevo che mi si spiegasse meglio. Alla fine mi fu risposto che senza un dottorato in fisica delle particelle, le spiegazioni non si potevano comprendere. La mia obiezione, infatti, era: perché fate finta di spiegarmelo e io devo far finta di capire? Non mettevo in dubbio la scoperta, solo esprimevo dubbi sulla sua comprensibilità per ignoranti come ero (e sono) io.
La biologia stessa convive con uno dei più grandi enigmi della scienza: l’origine della vita. Abbiamo molte ipotesi su come la chimica prebiotica possa aver dato origine ai primi sistemi viventi, ma non siamo ancora riusciti a ricreare l’origine della vita in laboratorio. La risposta più onesta, per ora, è semplicemente: non lo sappiamo ancora. Ma non per questo diciamo che chi pone la domanda sbaglia o che la biologia non sia una scienza.
Alla radice di molti di questi equivoci c’è una vecchia idea: che esista una gerarchia tra le scienze e che alcune discipline rappresentino la forma più rigorosa di conoscenza, mentre le altre sarebbero versioni imperfette della stessa. Non a caso un fisico illustre, Rutherford (che vinse il Nobel per la chimica) disse provocatoriamente che nella scienza c’è solo la fisica e il resto è collezione di francobolli. I naturalisti, Darwin compreso, sarebbero dei filatelici! Questa visione riduzionista ignora una realtà fondamentale: le scienze studiano oggetti diversi e quindi utilizzano metodi diversi. La fisica eccelle nello studio di sistemi relativamente semplici e isolabili; la biologia e l’ecologia studiano sistemi complessi, storici e spesso irripetibili. Non a caso si parla di Storia Naturale. Pretendere che l’evoluzione abbia un’equazione universale è un po’ come pretendere un’equazione per spiegare la storia della Terra o la dinamica degli ecosistemi.
La scienza non è una gerarchia di discipline. È un insieme di saperi diversi, ciascuno con i propri metodi e le proprie domande. Il progresso scientifico nasce proprio dall’interazione tra queste prospettive diverse. Il riduzionismo disciplinare può essere utile come metodo di analisi, ma diventa sterile quando pretende di trasformarsi in una filosofia generale della conoscenza. Il pluralismo delle scienze, al contrario, riconosce che la realtà naturale è troppo complessa per essere compresa da una sola prospettiva. Ed è forse proprio questo pluralismo, più che qualsiasi equazione universale, a rappresentare la vera forza della scienza. Noi naturalisti, pur studiando il fenomeno più complesso dell’universo conosciuto (la materia vivente) non abbiamo complessi di superiorità e restiamo “umili”. La scienza ha due obiettivi principali: riconoscere l’ignoranza, cercare di ridurla. Ma l’ignoranza, a sua volta, si può dividere in ignoranza riducibile e in ignoranza irriducibile. Ci sono domande a cui non possiamo dare risposta. Se qualcuno la trova nella religione, buon per lui (o lei) ma, facendolo, entra in un campo che non è scientifico.


