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Sandro Pignatti, un botanico, un padre

"Von der Andacht zum Kleinen, und dem Blick für das Ganze" ("Sul raccoglimento verso il piccolo, e lo sguardo per il tutto"; dalla premessa alla Guida botanica delle Dolomiti di Feltre e Belluno. I passi in corsivo, nel testo, riportano frasi di memorie personali ad uso familiare scritte da nostro padre in tempi diversi.

di Laura e Giuseppe Pignatti

Ripercorrendo i ricordi dell’infanzia di nostro padre, negli anni ’30 del secolo scorso, si può cercare di comprendere quali furono gli elementi che contribuirono a formare la sua personalità. Cavalese, nelle Dolomiti, occupò sin dalla prima infanzia un posto importante per lui, quasi un sinonimo di “villeggiatura”, dove la famiglia, residente a Venezia, si spostava per le vacanze. Durante i soggiorni estivi, mentre i fratelli più grandi si dedicavano a escursioni impegnative in montagna ed essendo impossibile seguirli per la giovane età, Sandro rimaneva sotto la guida del padre, nostro nonno Gino.

Per tutta la vita attivo nell’istruzione elementare, prima come maestro e poi come ispettore scolastico, il padre era laureato in lettere, ma i suoi interessi si concentravano nella pedagogia, appunto, a livello della scuola primaria. Così, nei periodi di vacanza, il figlio Sandro diventava un’esperienza di applicazione sul vivo del “metodo globale” proposto da Maria Montessori: libertà nella scelta dei contenuti, apprendimento per scoperta e per "costruzione" delle conoscenze, attività con orari prolungati (una mattinata, un pomeriggio). Ogni tanto i fratelli portavano in regalo dalle loro gite qualche pietruzza, una volta perfino una bella conchiglia fossile, così in Sandro nasceva e cresceva il desiderio (forse anche alimentato da qualche allusione mirata del padre) di iniziare una sua collezione. Con il padre, in montagna, andava “a far scoperte”, come del resto erano definite anche le loro passeggiate insieme a Venezia per conoscere i monumenti e gli angoli caratteristici della città.

I luoghi intorno a Cavalese erano molto adatti per chi volesse raccogliere minerali interessanti, grazie alla presenza di alcune miniere ancora sfruttate, con rocce di diversa origine e ampi greti con frammenti rocciosi di varia natura. L’aspetto dei cristalli e il loro carattere quasi magico spronavano nostro padre nelle ricerche per ampliare la collezione, che, ritornati a Venezia, veniva ammirata e studiata, anche con l’aiuto dei fratelli e dei loro amici.

Negli anni della guerra, anche per l’impossibilità di frequentare le Dolomiti, l’interesse per i minerali e i fossili andava lentamente sfumando, mentre nei progetti degli anni del liceo si delineava l’ipotesi di studiare la Geografia, di cui tuttavia aveva un’idea alquanto vaga. Nel novembre 1947, quando, terminati gli studi al liceo classico, cominciò a frequentare i corsi di Scienze Naturali a Pavia, non era più particolarmente attratto dalla Mineralogia né dalla Geografia. Invece, fin dal primo anno entrò in contatto con l’ambiente molto stimolante dell’Orto Botanico e così nacque in lui l’interesse per la Fitogeografia, quasi un ponte tra le materie geologiche e biologiche: una svolta che condizionerà tutte le scelte successive di nostro padre, che una volta si definì scherzosamente il “ragazzo che frugava nelle pietraie”.

Il valore dell’insegnamento, negli anni sarà inteso da nostro padre non soltanto come trasmissione di conoscenze, ma anche come “esperienza” nella natura, con passione e impegno attivo per la conservazione, senza dimenticare il sentimento, nel senso del termine tedesco di Gesinnung, che racchiude un insieme di valori e convinzioni in cui credere e con cui percepire la natura.

Noi figli, sin da bambini, trascorrevamo le estati in compagnia dei genitori sulle Dolomiti. Sono anni ricchi di ricordi, esperienze e, certo, anche di piccoli e grandi insegnamenti che hanno senz'altro contribuito in varia misura alla nostra crescita, oltre che a plasmare le nostre personalità. Le Dolomiti continuarono così a essere per nostro padre luogo e occasione di studio, quasi sempre in compagnia di colleghi e giovani allievi o studenti, ma anche momento di riflessione sul ruolo attivo che uno scienziato può rivestire nel contesto delle trasformazioni economiche e sociali dei territori montani. Anni successivi videro in effetti la nascita del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, motivata anche dagli studi ai quali aveva partecipato. Un conoscere, il suo, che seguiva una convinzione di fondo: non perseguire il dominio della natura, ma il rispetto per la vita nelle sue diverse espressioni da un lato, come si ritrova per esempio nel pensiero di Albert Schweitzer (Ehrfurcht vor dem Lebendigen), e dall’altro la ricerca certosina di un ordine che si ripete nell’individuo così come nella comunità, riflesso, forse, di una concezione goethiana dell’organizzazione vivente (Ur-Gestalt) che lo affascinava.

Erika e Sandro Pignatti a Montpellier da Braun-Blanquet
Figura 1. Erika e Sandro Pignatti a Montpellier da Braun-Blanquet.

L’idea di ordine nella ripetizione, questa volta nelle forme di associazione tra specie come conseguenza di condizioni ambientali simili, è anche alla base della fitosociologia di Braun-Blanquet, il maestro a cui doveva la sua prima formazione scientifica specialistica. Lo strumento di indagine, il rilievo fitosociologico, era delizia per i genitori botanici, e croce per i figli ancora bambini che li accompagnavano, per i quali diventava sinonimo di attesa, noia, e talvolta dileggio sui nomi delle specie: Rumex scutatus diventava “Rumex sputatus” e gli sguardi si alzavano al cielo quando ci si doveva fermare per l’ennesimo rilievo.

Tanti anni dopo, quando giunse finalmente alla conclusione della sua dolomitica impresa, scrisse nei suoi appunti: Benché il secondo volume delle Dolomiti (Plant life of the Dolomites) sia una sequenza quasi ininterrotta di tabelle, mi affascina. Credo che al mondo non esista un altro libro che contenga altrettanti rilievi (sono oltre 2000). In anni recenti si dedicherà a più riprese all’attività di riordino dei suoi taccuini di campagna (più di 200, tutti ben conservati e catalogati),intesa autoironicamente come una passeggiata attraverso la mia vita scientifica (1948-2018), che per certi versi sembra la Ricerca del tempo perduto.

Quasi a voler cercare un’alternativa al metodo ormai consolidato dei rilievi per una descrizione puntuale della natura, volle infine provare a esplorare anche nuove ipotesi, e passando dal grande al piccolo, iniziò ad applicarsi a quelli che definiva tentativamente “rilievi a spot”: si concentrava così sulla registrazione e sullo studio delle specie presenti in aree di dimensioni assai ridotte, e più specificamente attorno al fusto di singoli alberi.

Tra il primo (Laguna di Venezia, a sinistra) e l'ultimo rilievo (Carso triestino, a destra) di Sandro Pignatti passano quasi esattamente 70 anni!
Figura 2. Tra il primo (Laguna di Venezia, a sinistra) e l'ultimo rilievo (Carso triestino, a destra) di Sandro Pignatti passano quasi esattamente 70 anni!

L’idea di associazione applicata alle comunità vegetali per nostro padre si accompagnava allo spirito di collaborazione e cooperazione con le persone. In primo luogo con Erika, moglie e madre dei cinque figli, in una sorta di legame simbiotico che durò per tutta la vita. Ma furono fondamentali anche i contatti con numerosi colleghi nelle collaborazioni scientifiche, nell’organizzazione di convegni, e nelle amicizie non solo di lavoro, evidenziando la sua grande generosità intellettuale e inesauribile curiosità di esplorare orizzonti sempre più vasti.

Nella vita familiare la collaborazione fu basata prevalentemente sulla distribuzione sempre un po’ elastica dei compiti domestici e sullo svolgimento compartecipato di attività in occasione di eventi speciali: ad esempio, il travaso del vino da pasto dalle grandi damigiane alle bottiglie, o la preparazione dei tradizionali tortellini per le feste secondo la ricetta della madre modenese, attività alle quali partecipava di buon grado tutta la famiglia. D’altra parte, non mancò un ruolo di attenzione del padre alle esigenze dei singoli figli, come punto di riferimento, incoraggiamento e consiglio, mai invasione o condizionamento. Per quanto la sua vita fosse coronata da straordinari traguardi scientifici, per noi era, è e sempre sarà soprattutto un padre, marito, nonno e punto di riferimento costante della famiglia, con il suo ottimismo incrollabile, il suo grande senso dell'umorismo, la sua fiducia nei confronti delle capacità di tutti e di ciascuno, e la sua infinita curiosità di osservare e cercare di capire la complessità, ma sempre con mitezza, umiltà e compostezza.

Le sue grandi opere scientifiche hanno come argomento la flora d’Italia e la vegetazione delle Dolomiti. Da un certo punto di vista, potrebbero essere ricondotte sia all’idea di “ordinare” le diverse specie che, in un'ottica più globale, allo studio di come le specie seguano un proprio ordine aggregandosi in comunità o associazioni. Per portare a compimento queste opere impiegò, se non proprio una vita, sicuramente molti anni: nel 2016 fu pronto per la consegna il terzo volume delle Dolomiti, coronamento di un lavoro iniziato il 1° agosto 1960: 56 anni! E poco dopo ultimò anche la seconda edizione della Flora d’Italia (4 volumi) aggiornando la prima pubblicata nel 1982. In uno dei suoi ultimi incontri pubblici, presentando la seconda edizione della Flora in occasione di un congresso a Palermo nel giugno del 2017, spiegò … non aspettatevi che tutto sia risolto, rimane ancora molto da fare … è come se mi fossi occupato di dimensioni secondo le 3 coordinate spaziali, ma qui c’è chi ha aggiunto una “quarta dimensione”, e questa è nella Flora Digitale.

La perseveranza nell’individuare e tentare di raggiungere una meta è stata dunque una costante nella sua vita. Cercando una similitudine appropriata, la sua opera si potrebbe paragonare al lavoro di un muratore pertinace che, un mattone dopo l'altro, costruisce un edificio funzionale, certamente non perfetto, in ogni caso temporaneo, ma decisamente molto meglio del nulla: la conoscenza non ha confini, è un processo di crescita continua che supera il risultato e i traguardi individuali per diventare una sorta di “bene comune” collettivo. Questa sua generosità intellettuale è stata, infatti, un'altra delle costanti della sua esperienza umana e scientifica. Un bilancio? A ottantacinque anni di età ho potuto portare a conclusione le due grandi opere della mia vita. Resta ancora il deserto australiano, ma per quello ho tempo. Ho dato il mio contributo alla conoscenza scientifica, ma il mondo non sembra essersene accorto. Forse queste opere saranno ri-scoperte tra 50 anni? Oppure il mondo attuale ormai pensa ad altre cose? Forse sono fuori tempo?

Una vita di esplorazioni che dalla laguna di Venezia suo luogo di nascita e di primo apprendimento, si estesero alle Alpi, al Centro-Europa e quindi al Mediterraneo. Poi, come se non gli bastasse e mancasse ancora qualcosa, iniziarono i viaggi negli altri continenti (Americhe, Africa, Asia e Australia), senza l’ambizione dei grandi esploratori botanici del passato, ma certamente con una curiosità scientifica autentica e senza i connotati del turista vacanziero. Un grande cambiamento fu il trasferimento dall’Università di Trieste a quella di Roma. Per la famiglia il passaggio dall’ordine della città di stampo asburgico affacciata sull’Adriatico al caos mediterraneo della Capitale rappresentò un vero ribaltamento di prospettive, ma anche occasione di crescita personale e professionale. Fu quindi anche quella una sfida, non tanto in favore di una carriera che era forse già prossima al suo apice, quanto di un allargamento degli orizzonti e delle prospettive, sue, e dell’intera famiglia. Roma diventò così, a partire dai primi anni ‘80, un punto di partenza per nuove esperienze culturali e scientifiche, contatti e viaggi.

All’Accademia dei Lincei amava accompagnare colleghi ospiti da paesi lontani ad ammirare la prestigiosa sede di Villa Farnesina. Un giro che ho percorso decine di volte, però mi rendo conto che si tratta di un’esperienza del tutto eccezionale: vedere i luoghi dove è nata la più antica accademia, con ricordi di Galileo e pitture di Raffaello e Michelangelo. E a Roma visitava ripetutamente monumenti come il Pantheon e San Luigi dei Francesi, una esperienza rinfrescante per lo spirito, nonostante la massa dei turisti. Rimase sempre vivo l’interesse per la musica di Bach e più precisamente la Passione secondo San Matteo, un’opera che sento con un particolare raccoglimento, per la musica può avere lo stesso significato della Cappella Sistina per la pittura.

Epilogo della lunga vita professionale e scientifica fu l’Australia, meta di una dozzina di viaggi in anni successivi, che sembrò simbolicamente portare a compimento la parabola dei suoi interessi: dallo studio della “ricca” vegetazione di prati e boschi montani alpini, alle “povere” fitocenosi degli aridi e piatti deserti australiani, oggetto delle ultime esplorazioni e dell’ultima opera pubblicata (Botanical Journeys into the Western Australian Deserts).

Il Gran Deserto Sabbioso in Australia
Figura 3. Il Gran Deserto Sabbioso in Australia.

Nel deserto australiano il nome dei genitori resterà legato a un territorio arido, disabitato, in un luogo in cui, per la scarsità di piante, è perfino difficile fare rilievi e dove un amico dedicò loro il nome di una sorgente usata nei secoli dagli aborigeni. A commento di quell’esperienza, scrisse: Una immensità sterminata. Lontano, oltre la linea dell’orizzonte, un piccolo affioramento roccioso con tre pozzi che a volte si riempiono d’acqua: le Pignatti Rockholes nel Grande Deserto Sabbioso. Guardando la sabbia, sulla quale stiamo camminando, si vede soltanto la nostra ombra. Dopo aver cercato per tutta la vita di studiare la vegetazione, per comprendere l’ordine naturale, abbiamo trovato noi stessi, rappresentati nell’ombra che al tramonto si allunga sulla duna, verso una distanza inconcepibile, e nelle orme che saranno presto cancellate dal vento notturno. E dopo, con il calare del sole, compare il cielo stellato, come unica realtà fissa ed immutabile … der Sternenhimmel über mir.

Un richiamo all'immensità del cielo stellato kantiano nella sua Weltanschauung. Forse in questa prospettiva si può leggere anche una sua considerazione del trascendente: dimensione maestosa, misteriosa e imponente, davanti alla quale l’uomo, dopo una vita di indagini e ricerche, si ferma in raccoglimento e contemplazione.

Dopo l’ultimo viaggio nella terra dei canguri, nostro padre fu ancora attivo per alcuni anni all’Orto Botanico di Roma e all'Accademia dei Lincei, poi la sua presenza in famiglia, confrontata con le sfide dell’età avanzata, diventerà elemento di condivisione, riflessione e crescita per tutti su altri versanti. Un'immagine vivida e significativa lo vede tra i vialetti dell’Orto Botanico dove amava tornare e passeggiare fin quando fu possibile.

Sono in Orto, nel giardino giapponese, e mi riposo seduto nel padiglione vicino al laghetto, a guardare la quiete del posto. D’improvviso arriva una scolaresca, una cinquantina di bimbi e bimbe, credo della prima classe con maestre e si allineano sul bordo del laghetto ad ammirare i pesci: le maestre spiegano, gran fracasso. Mentre sto per andarmene, incrocio una maestra più anziana che mi chiede notizie sul giardino, allora in poche parole le spiego che quel punto è per stare in silenzio ad ammirare la natura e lasciarla penetrare in noi. L’idea le piace, subito la spiega ai bambini, vien fatto silenzio, e con tranquillità passa qualche minuto. Una visione molto bella. Penso: chissà se qualcuno se ne ricorderà e ne saprà sviluppare un giusto rapporto con la natura.

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