Se non hai un account social, non esisti (nemmeno se sei la Signora Scienza)
di Sofia Filippetti
La giornata comincia e, con essa, sempre la stessa storia. Ogni giorno (o quasi), tutti i giorni (o quasi). Prendiamo il nostro caffè bollente, ci sediamo a tavola e, mentre soffiamo sulla tazza, è più forte di noi: prendiamo in mano lo smartphone. Lo sblocchiamo, apriamo i social. Facebook, Instagram, TikTok (solo per citarne alcuni). Ci facciamo il nostro giro sulle home, scorriamo contenuti su contenuti, leggiamo di sfuggita titoli e rimandi a link che non apriamo, immagini che scompaiono sotto la nostra disattenzione, notizie di cui notiamo solo le parole chiave. Guardiamo ma non vediamo, leggiamo ma non approfondiamo. Veniamo travolti dall’infinità di avvenimenti che accadono attorno a noi, vicini, lontani, dall’altra parte del mondo, sotto casa nostra. E poi, con un click, chiudiamo tutto. Di tutto ciò che i nostri occhi hanno visto, che il nostro cervello ha assorbito più o meno incoscientemente, ci rimane una impressione, una manciata di termini sensazionalistici, le inquadrature di un video di quindici secondi, i risultati di una ricerca scientifica riassunta in non più di quattro parole, i commenti - stringati o omerici - degli utenti.
La scienza permea ogni aspetto della nostra vita, se ci pensiamo un momento più del dovuto. La tecnologia è scienza, le connessioni dei nostri neuroni sono scienza, i nostri occhi che osservano tutto sono scienza, come si esprimono influencer e divulgatori è scienza. Gli stessi social media, anche, sono scienza. Un crogiuolo di algoritmi che costruiscono attorno a noi costellazioni di notizie che confermano le nostre convinzioni (creando le cosiddette “echo chambers”, bolle nelle quali abbiamo costante conferma del fatto che il mondo va proprio come crediamo noi), un codice binario fatto di zeri e uno che permette la creazione di frasi che possono venir lette da chiunque, la rete world wide web che costruisce un mondo attorno al mondo. Grazie a noi.
Pervasivi, onnipresenti e quasi onniscienti: fare i conti con i social media è ormai inevitabile. Se non hai un account social, non esisti. Che si tratti di un’istituzione come l’Organizzazione Mondiale della Sanità o di un chicchessia che vuole condividere le sue dimostrazioni a sostegno del terrapiattismo è del tutto indifferente. Su queste piattaforme in continua evoluzione, in continuo aggiornamento, in continuo rischio di obsolescenza, tutti hanno lo stesso spazio, tutti hanno (se costruita e giocata bene) la stessa autorevolezza. Insomma: sono (siamo) tutti sullo stesso piano. Essere sullo stesso piano è un elemento estremamente affascinante e delicato, in quanto da una parte permette lo sviluppo della conversazione della scienza, ma dall’altra rappresenta un’infinità di rischi legati alla facilità con cui informazioni inattendibili e frettolose (altresì chiamato fenomeno della misinformazione) si diffondono in ogni parte del web. Se non scrivi un post sui social, non hai diritto di parola. E questo vale per tutti, compresi gli scienziati, compresa la scienza. Che da un lato è un vincolo ma dall’altro rappresenta un’enorme opportunità per diffondere, comunicare, conversare la Scienza. Perché, ricordiamo, la Scienza la si fa attraverso la diffusione, la comunicazione, la conversazione.
Il fatto, però, è che la signora scienza lavora con determinati tempi, che sono lunghi, mettendo in discussione sé stessa, ogni singola scoperta e scelta, guarda da ogni prospettiva - dall’alto, dal basso, da destra, da sinistra, da qua, da là - ogni risultato. Ogni passo che il progresso scientifico compie è piccolo, misurato, ma ci ha portato sulla Luna e anche un vaccino anti-COVID-19 in tempi rapidissimi. La scienza usa termini che ai social media non piacciono, parla di possibilità, di percentuali, di “necessità di future ricerche e approfondimenti”, ci va coi piedi di piombo ed è pronta a rivedere, correggere e ritornare su leggi e dettami scoperti, per riesaminarli e modificarli. La scienza è una disciplina connotata da profonda plasticità, nonostante segua precisi dettami nel metodo e nelle misurazioni, è dinamica e viene costantemente messa in discussione. È per questo che il mondo dei social media fa fatica ad accettare e a parlare con i suoi stessi termini: i social media sono rapidi, veloci, immediati, accendono un guizzo di interesse che soltanto in pochi decidono di approfondire. Usano termini sensazionalistici, immagini accattivanti, un linguaggio perentorio, bianco-e-nero, senza via di mezzo. È tutto o niente. Allora è difficile armonizzare e coadiuvare due mondi così differenti, in cui il bianco-e-nero cozza con le infinite sfumature, in cui il tutto-o-niente si scontra con il forse.
È difficile, sì, ma non impossibile. Che poi, a ben pensarci, sono sempre stati questi due concetti - la difficoltà e la non impossibilità - a muovere il progresso, la scienza. Nel corso della sua esistenza immemore, la scienza s’è trovata di fronte ad una infinità di sfide e, oggi, fronteggia quella di trasformarsi senza perdere sé stessa, di diventare veramente di tutti. Anche, se necessario, attraverso strumenti finora impensabili. Perché lo scienziato non perda di vista se stesso e riesca a galleggiare nell’insidioso mare dei social, però, ha bisogno di linee guida, di una bussola. Come quella fornita dal Gruppo di Lavoro Comunicazione per la Sanità Pubblica della “Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica” (SItI):
- Essere aperti, onesti, adattabili ad ogni evenienza e tempestivi;
- Rispettare i limiti dei canali che si stanno utilizzando;
- Prepararsi agli imprevisti;
- Conoscere il pubblico a cui ci si rivolge;
- Organizzare il tempo programmando la pubblicazione di interventi a cadenza regolare (ad es. 2-3 volte alla settimana);
- Utilizzare un linguaggio (testo e immagini) semplice e comprensibile;
- Produrre e condividere informazioni in risposta alle necessità della popolazione, rispondendo ai quesiti dell’opinione pubblica;
- Aspettarsi commenti/giudizi/opinioni di ogni genere e di varie intensità;
- Non avere paura di chiedere aiuto, ad esempio ad altri professionisti;
- Analizzare la risposta del pubblico e valutare come sta elaborando le informazioni;
- Organizzare occasioni di scambio con il pubblico attraverso chat, interviste, dirette, survey Google, ecc.
Che poi, a ben leggerli, ricordano un po’ i principi su cui si basa un qualsivoglia esperimento scientifico.
Fonti di ispirazione
- “Comunicare sui social media: una guida per operatori di Sanità Pubblica” a cura del Gruppo di Lavoro Comunicazione per la Sanità Pubblica della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) (2024)
- Regenberg A. Science and Social Media. Stem Cells Transl Med. 2019 Dec;8(12):1226-1229. doi: 10.1002/sctm.19-0066. Epub 2019 Jul 7. PMID: 31282132; PMCID: PMC6877767.
- Goldstein CM, Murray EJ, Beard J, Schnoes AM, Wang ML. Science Communication in the Age of Misinformation. Ann Behav Med. 2020 Dec 1;54(12):985-990. doi: 10.1093/abm/kaaa088. PMID: 33416836; PMCID: PMC7791627.
- Wang Y, McKee M, Torbica A, Stuckler D. Systematic Literature Review on the Spread of Health-related Misinformation on Social Media. Soc Sci Med. 2019 Nov;240:112552. doi: 10.1016/j.socscimed.2019.112552. Epub 2019 Sep 18. PMID: 31561111; PMCID: PMC7117034.
- Flinta Rodrigues, Richard Newell, Giridhara Rathnaiah Babu, Tulika Chatterjee, Nimrat Kaur Sandhu, Latika Gupta, The social media Infodemic of health-related misinformation and technical solutions, Health Policy and Technology, Volume 13, Issue 2, 2024, 100846, ISSN 2211-8837, https://doi.org/10.1016/j.hlpt.2024.100846.
- Bucchi, M. and Trench, B. (2021). Rethinking science communication as the social conversation around science JCOM 20(03), Y01. https://doi.org/10.22323/2.20030401
- European Commission. Science Communication: how social media can effectively boost your research project. Link: https://rea.ec.europa.eu/news/science-communication-how-social-media-can-effectively-boost-your-research-project-2023-08-11_en


