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L'unione fa la forza - Commento all'articolo di Ferdinando Boero

Paolo Pupillo, professore emerito 

Un rapido commento all’articolo di Ferdinando Boero “La biodiversità non è né matematica né chimica”. Impossibile non essere d’accordo con le tesi generali di Boero, che apre (o riapre) un dibattito sull’essenza della biologia, in sé non nuovo, e con l’occasione solleva una serie di altre questioni collegate che sono anch’esse di grande interesse e meriterebbero una riflessione meno episodica, ma certo non in questa sede. È chiaro che la ricerca sugli organismi viventi, siano animali, vegetali, fungini o “microbici”, è sempre più in ritardo e quasi in affanno rispetto all’esplosivo sviluppo delle scienze “molecolari” e pure, come nota Boero, agli approcci modellistici di ampia scala in ecologia, mentre i cultori della “biodiversità” si sentono spesso svantaggiati nell’Accademia, nella pubblicistica scientifica, nei media, nella stessa pubblica considerazione. Non sappiamo nemmeno quante specie eucariotiche ci siano sulle terre e nei mari, per tacere di quelle “microbiche”, né abbiamo un’idea di quante ne restino da scoprire prima che l’estinzione di massa in corso le cancelli dalla faccia del Pianeta. Fermo restando che il concetto di specie è variabile a seconda dei tempi e delle scuole di pensiero, e – cosa più importante – lo è chiaramente in natura: e non è l’ultimo dei problemi quando si parla di numero di specie esistenti. A questo proposito però va subito riconosciuto che un approfondimento del significato e dei limiti delle “specie” necessita di metodologie introdotte in tempi recenti, a partire dalla genetica molecolare.

Non si vede in giro una volontà condivisa di provare a colmare l’enorme lacuna conoscitiva in fatto di esseri viventi segnalata da Boero, un impegno che pure rappresenta una necessità vitale per l’umanità: diciamo che ne va della sua stessa auspicabile sopravvivenza (per quanti secoli ancora?). La ricerca di base sui taxa è discriminata. Basti pensare che in molte istituzioni di ricerca biologica si adotta (tuttora) un criterio di impact factor,o metodi analoghi, al fine della valutazione dei lavori scientifici, ignorando (volutamente) la semplice circostanza che una pubblicazione sulla contrazione cardiaca avrà milioni di lettori e rating corrispondente, mentre uno che riguardi i collemboli di lettori ne avrà un centinaio in tutto il mondo, se va bene; con tutte le conseguenze pratiche del caso.

Tutto ciò premesso e concesso, alcuni aspetti dell’articolo di Boero meritano delle chiose, a partire dal concetto stesso di scienze “di base”. È chiaro, ad esempio, che la sostanziale contrapposizione fra la amabilis scientia di Linneo e le “scienze dure” non è cosa recente: credo che dati almeno al primo dopoguerra, se non ai tempi della belle époque e nonostante figure scientifiche immense del XIX secolo in campo naturalistico, come A. von Humboldt, Cuvier, Darwin, fino a Pasteur, che seppero letteralmente imporre nuovi indirizzi alla scienza. Forse questa polarizzazione fra le discipline scientifiche si creò anche in conseguenza della corsa alla industrializzazione, agli armamenti e al colonialismo, poi inevitabilmente sfociata nella Grande Guerra. Con la constatazione che la forza si basa sulle “tempeste d’acciaio” e quindi su chi l’acciaio lo produce: l’economia e la finanza di potenza, la tecnica asservita (la chimica, la fisica, la matematica, oggi aggiungiamo l’informatica); alla faccia delle anime belle che si occupavano di fiori alpini o protisti ciliati. E questa considerazione non ci ricorda quel che avviene oggi sotto i nostri occhi, la corsa ai satelliti e alla “conquista” dello spazio, alle guerre per droni e con altre raffinate tecnologie, fino ai cantori dell’intelligenza artificiale, per i quali l’IA dovrebbe entro breve tempo “far finire il lavoro”?

Esagero, ovviamente, così per capirci. Ma se questa grossomodo è l’ideologia dominante, se questa la scala dei valori percepiti dalla maggioranza – una maggioranza ormai formata e informata dai telefonini e dai “social” – non può meravigliare che all’interno delle scienze esistano precise gerarchie disciplinari, non riconosciute ufficialmente ma quanto mai reali, e da ciò scaturiscono conseguenze rilevanti. Una di queste è il sistematico sottofinanziamento delle ricerche biologiche rispetto a tutte le altre ricerche “scientifiche” di base. Per dirne una, basti pensare a quanti soldi italiani andavano e vanno alla fisica delle alte energie e agli acceleratori ginevrini, rispetto ai quali le cifre destinate alla “biodiversità” sono briciole.

Ma ecco un’altra obiezione: se i metodi, le tecniche e i modelli delle scienze cambiano continuamente, come si può immaginare che le discipline biologiche non ne siano toccate, e che questo non sia un evento positivo? E infatti la biologia, che non è solo “descrivere, identificare e nominare specie” come sostiene Boero, fortunatamente è molto altro e di più (scienza non è solo dare un nome ai viventi, quello semmai è l’inizio della esplorazione; anche a prescindere dal valore descrittivo o meramente convenzionale del nome dato). La biologia risente del mondo che cambia, come ogni altra disciplina, e incontra nuove e diverse tematiche. I biologi non vivono in una torre d’avorio, vivono nel sociale e si applicano a differenti ambiti della cultura biologica, nutrendo concetti diversi riguardo al proprio e all’altrui lavoro. Voglio anche dire che una certa sottostima della ricerca sistematica e ambientale rispetto alle discipline biochimiche e fisiologiche era presente già nel secondo dopoguerra, soprattutto nel momento che entravano in uso strumenti e metodi quantitativi di grande efficacia, ben al di là del microscopio dello zoologo o del botanico tradizionale, in quanto molti biologi si dedicavano a studi che ambivano a capire qualcosa di più della Vita in quanto tale.

Compito ideale dei biologi, io credo, sarebbe quello di indagare a fondo la vita (la “biologia”) degli organismi; potenzialmente di tutti gli organismi. Un compito improbo, anzi irrealizzabile se non per piccoli segmenti, e tuttavia necessario se si vuole realizzare nel senso più autentico il significato della scienza: andare al fondo delle cose. Da questo punto di vista la compenetrazione delle metodologie matematiche, fisiche, chimiche in biologia ha fatto fare alla biologia stessa enormi passi avanti negli ultimi decenni e vede anno per anno una fantastica accelerazione delle scoperte, una vera fecondazione della biologia. Vediamo solo alcuni campi, ma gli esempi sono ovunque e ciascuno ne ha di suoi prediletti. A rischio di dire o ripetere cose ovvie.

La ricerca sull’evoluzione degli organismi non può oggi prescindere dalle ricostruzioni filogenetiche basate sul tasso di mutazione, le affinità genetiche e gli orologi molecolari. I modelli evolutivi costruiti sui confronti di DNA restano senz’altro modelli probabilistici, ma non è oggi concepibile una sistematica in generale, e a maggior ragione dei funghi o dei “microrganismi” (eucarioti, archea e batteri allo stesso titolo) senza l’analisi molecolare e le sequenze genomiche. La storia dell’uomo, anzi degli ominidi, conosce in questi anni progressi straordinari, fino alla identificazione di specie con pochissimi resti fossili (come i denisoviani) e dei contributi genetici dei neandertaliani all’umanità moderna: qui la confluenza dell’indagine morfologica con quella genetica è stata un motore reale di nuove conoscenze, i cui ulteriori sviluppi sono addirittura impensabili. In questo campo, anche, la precisa datazione degli strati con tecniche isotopiche è premessa necessaria per comprendere la nostra stessa storia. Ma l’indagine sulla biologia di piante, animali o batteri si avvale di tecnologie sempre più complesse e rivelatrici, siano microscopi confocali o fotometri di fluorescenza fogliare, o metodi veloci di sequenziamento di acidi nucleici e proteine. Sarebbe semplicemente inimmaginabile la biologia degli organismi oggi, senza strumenti innovativi e senza il ricorso a modelli soprattutto in genetica, in filogenesi e in ecologia (“i modelli sono tutti sbagliati, ma alcuni sono utili”, sono parole di un celebre statistico).

Resta il fatto che la ricerca biologica in generale, e soprattutto la ricerca “sul campo” (e nelle acque), la ricerca tassonomica e di nuovi organismi, pur così importanti, sempre più, soffrono di sottovalutazione e sottofinanziamenti. E sembrano l’ultima preoccupazione della politica, quella politica che già fatica a ritrovarsi nel drammatico scenario del Pianeta che si scalda sotto i nostri occhi con le conseguenze che tutti vedono, la politica che nega o ignora quanto avviene e che al massimo si lava ogni tanto di verde, magari confondendo il culto delle foreste con la filiera del legname. Boero in sostanza ha ragione da vendere nel suo appello, e se è vero che la situazione si è aggravata negli ultimi tempi insieme alla crisi della politica vissuta e dell’associazionismo, pure c’è sempre più bisogno di studi sulla natura. Qui mi sono permesso solo di aggiungere alcune necessarie considerazioni alle sue, per concludere comunque che l’auspicabile e necessario avanzamento delle scienze naturali, nelle conoscenze così come nella società, non può prescindere da una vantaggiosa contaminazione con quante altre discipline tendono genuinamente al progresso del sapere senza fini di potere (e di lucro).

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