di Ferdinando Boero
Per attuare la transizione energetica, uno dei capisaldi della transizione ecologica, è necessario uscire dall'era della combustione ed abbracciare la strategia delle rinnovabili. Le fonti rinnovabili sono moltissime: idroelettrico, moto ondoso, maree, sole, geotermico, vento. Gli impianti di rinnovabili occupano spazio e hanno anche notevoli impatti sul paesaggio, un bene particolarmente rilevante in Italia, protetto dalla Costituzione nell'art. 9, assieme al patrimonio culturale e, finalmente, a biodiversità ed ecosistemi.
Per quel che riguarda l'eolico, l'Italia ha investito molto in questo campo, ad esempio in Puglia dove, percorrendo l'autostrada da Napoli a Bari si attraversano campi eolici con altissime torri, fittamente distribuite. L'impatto sul paesaggio, prevalentemente agricolo, è comunque forte. Nel nord Europa l'eolico a mare è molto sviluppato, anche perché non ci sono particolari valenze paesaggistiche, visto che il turismo balneare non è molto praticato. I "nordici" si spostano in Grecia, Croazia, Italia, Francia e Spagna per godere del clima e del paesaggio mediterraneo.
Nel periodo 2012-2016 ho coordinato un progetto europeo (CoCoNet) per la redazione di linee guida per l'istituzione di reti di Aree Marine Protette (AMP) e l'installazione di campi eolici a mare in Mediterraneo e Mar Nero. All'epoca i campi eolici a mare (Offshore Wind Farms: OWF) non erano presenti in Mediterraneo e Mar Nero, e la Commissione, che aveva promosso questa forma di produzione energetica nel Mare del Nord, voleva capire se questo fosse possibile anche nei mari meridionali d'Europa.
Non sapevo nulla di energia eolica a mare, allora, e i funzionari mi spiegarono che non volevano che un progetto sull'eolico fosse gestito solo da ingegneri, con l'aiuto, ovviamente subalterno, degli ecologi. Volevano che ecologi ed ingegneri lavorassero gomito a gomito. Il progetto vedeva la collaborazione di 22 paesi di tre continenti (Africa, Asia, Europa) con un predominio numerico di specialisti di AMP e, anche, un nutrito numero di specialisti di OWF.
Per quel che riguarda gli impianti eolici, la prima cosa che facemmo fu di creare una base di dati con tutte le informazioni disponibili sull'ambiente marino, dalla biologia all'ecologia, la geologia, e gli usi antropici. Per capire che fare è necessario conoscere il "corpo ricevente" (l'ambiente marino) e pianificare un uso dello spazio che trovi compromessi accettabili tra le esigenze di "sviluppo" e quelle di conservazione del capitale naturale. La Direttiva sulla Pianificazione dello Spazio Marittimo, istituita nel 2016, era in cantiere, per soddisfare le stesse finalità che adottammo nel progetto.
Ovviamente i "buchi" nella banca dati furono in parte coperti dalle nostre attività, per avere un quadro quanto più dettagliato possibile di quel che avremmo dovuto pianificare.
La procedura delle linee guida è molto intuitiva.
La prima cosa che fu allestita, per la sezione eolica, fu una carta del vento, anche con simulazioni legate al cambiamento globale. I dati del passato sono importanti, ma non è detto che il futuro sarà uguale al passato, specialmente in un periodo di cambiamento come l'attuale.
La carta del vento permette di individuare le aree dove è presente abbastanza vento da garantire il funzionamento dei campi eolici. Queste aree furono individuate, anche con le simulazioni di possibili cambiamenti futuri.
Questo portò al restringimento delle porzioni di spazio da investigare. Il compromesso che volevamo trovare consisteva nel minimizzare i possibili impatti dei campi eolici sull'ambiente e sulle attività antropiche, prima di tutto il turismo.
Le aree fruttuose dal punto di vista dell'intensità e della costanza dei venti ricadevano anche in vicinanza della costa, e qui fu necessario escludere l'installazione dei campi eolici a ridosso dei sistemi costieri, prima di tutto per l'impatto visivo e i possibili danni al turismo. Il Mediterraneo e il Mar Nero non sono l'Olanda, dove i mulini sono pittoreschi, e quelle gigantesche pale rotanti avrebbero sicuramente incontrato l'opposizione delle comunità costiere. Bisognava andare lontano dalla costa, a distanze che rendessero poco visibili le grandi pale. Ma questo poneva un problema tecnico non da poco. Nel Mare del Nord le torri eoliche erano principalmente a base singola: un enorme palo piantato sul fondo, che esce dall'acqua e su cui è innestata la pala. Quelle profondità erano incompatibili con le attività turistiche e rendevano quasi impensabile la proposta di installare gli impianti, a meno di installarle in siti già "sacrificati" allo sviluppo economico.
All'epoca le piattaforme eoliche galleggianti erano ancora molto sperimentali, e molto costose. Il che rendeva economicamente insostenibile la possibilità di adottare quella tecnologia. Ma lo sviluppo tecnologico era rapido, e confidammo nel progresso tecnico che, in effetti, c'è stato.
A questo punto si trattava di dire dove NON si dovevano fare le piattaforme, andando per esclusione. La procedura quindi era: nelle aree dove c'è il vento, quali sono le controindicazioni per quanto riguarda la necessità di preservare biodiversità, gli habitat e gli ecosistemi? La legislazione europea ci veniva in aiuto, in quanto la Direttiva Habitat stabilisce una lista di Habitat di Importanza Comunitaria, come le praterie di Posidonia, e le biocostruzioni (reef) come il coralligeno. La Posidonia raramente arriva a 50 m di profondità e non si allontana molto dalla costa, per cui era già esclusa la possibilità di impianti in corrispondenza delle praterie. Sommando paesaggio e posidonia, le possibilità di installazione vicino alla costa diventavano minime. Per gli altri habitat le informazioni, però, non erano complete e lavorammo anche per questo. In profondità ci possono essere montagne sottomarine, canyon, formazioni di coralli bianchi, e altre tipologie che ricadono nelle prescrizioni della Direttiva Habitat. Escludemmo anche quelle. Restavano le piane fangose, già fortemente impattate dalla pesca a strascico.
Da allora, la tecnologia dell'eolico galleggiante è migliorata molto ed è economicamente sostenibile: si può pensare di procedere. Le carte che producemmo non erano comunque finemente dettagliate e gli studi vanno ripetuti, focalizzandoli sulle zone prescelte in base al vento. Per valutare possibili impatti è necessario realizzare campagne di rilevamento con veicoli subacquei a controllo remoto che ci permettano di costruire mappe molto dettagliate e georeferenziate. I primi rilevamenti, in vista delle future installazioni, già identificano zone che, apparentemente, avrebbero dovuto essere deserti sottomarini che, invece, sono ricchissime di vita, magari per affioramenti rocciosi. Tra queste, però, si estendono ampi spazi che presentano profonde cicatrici dovute allo strascico. Per quel che riguarda gli habitat di fondo, quindi, queste sono le aree in cui il possibile impatto è il minimo possibile. Anzi, se è presente un impianto, lo strascico non è possibile e queste zone sono chiuse alla pesca industriale, diventando Other Effective Conservation Measures: misure che non hanno finalità conservative ma che comunque soddisfano le finalità delle misure di conservazione. Le Aree Marine Protette più stringenti non prevedono la pesca industriale, e questa è bandita anche in corrispondenza di piattaforme di qualunque tipo e, quindi, un effetto collaterale di questi impianti è la rimozione dell'impatto della pesca.
Un altro impatto è quello della dismissione degli impianti. Che fare delle parti immerse quando gli impianti diventano obsoleti? L'Unione Europea, e anche il Governo Italiano, hanno finanziato e finanziano l'installazione di barriere artificiali in ambienti a bassa diversità, impattati dalla pesca a strascico. Si tratta di immettere in mare, posizionate sul fondo, delle strutture di vario tipo che servono come dissuasori dello strascico e che, essendo costituite da substrati duri, diventano siti di insediamento delle larve di organismi che di solito non vivono sui substrati duri. Basta guardare i relitti delle navi. Sono ricoperti di spugne, coralli (nelle zone coralline), gorgonie, briozoi, e molto altro. La fauna ittica è molto abbondante e in quegli spazi tridimensionali trovano rifugio gli stadi giovanili dei pesci.
Perché non disegnare le basi delle piattaforme galleggianti in modo da poterle utilizzare come barriere artificiali da lasciare in situ quando gli impianti saranno smantellati? Ogni impianto deve essere progettato pensando già alla dismissione. In questo modo la dismissione non è più così onerosa, visto che gran parte dell'opera rimane sul fondo, e si hanno impatti positivi sulla biodiversità. Inoltre, molte piattaforme sono colonizzate da grandi masse di mitili che, periodicamente, vanno pulite. Perché non utilizzare quei mitili a scopi alimentari? Questo potrebbe convertire almeno una parte dei pescatori ad acquacoltori. Inoltre, subito fuori dalle aree "protette", dove la pesca è proibita, "traboccano" individui delle specie che si sviluppano dove gli impatti sono assenti. La pesca diventa fruttuosa nelle vicinanze di questi siti, senza compromettere gli ambienti "sorgente".
Ma, come dico spesso, l'ambiente marino è tridimensionale: non c'è solo il fondo, c'è anche la colonna d'acqua. E poi c'è lo spazio aereo interessato dalle pale. In questi spazi vivono specie protette. In aria gli uccelli, sui quali esiste una specifica direttiva europea: la Direttiva Uccelli. In acqua di sono, per esempio, i cetacei. Gli uccelli possono essere uccisi dalle pale, soprattutto quando intraprendono migrazioni, e i cetacei potrebbero essere disturbati dal rumore. I cavi elettrici che portano l'elettricità a terra generano campi che potrebbero disturbare gli squali. Di tutte queste cose occorre tener conto nella progettazione e nella gestione di questi impianti. Ad esempio interrompendo le attività nei periodi di migrazioni significative dell'avifauna. Per i cetacei diventa inopportuno installare gli impianti in zone particolarmente frequentate a fini alimentari.
Presi dal fervore della decarbonizzazione, noi ecologi eravamo inclini a "passar sopra" ad alcune prescrizioni e, paradossalmente, gli ingegneri, sensibilizzati dai nostri discorsi, si rivelarono più talebani di noi.
Oggi le prime piattaforme eoliche sono state installate, in Mediterraneo, a Taranto. E sono su palo. L'impianto si chiama Beleolico e si trova in uno spazio marino antistante la zona industriale di Taranto. Si tratta di un'eccezione, però, visto che l'area non è a forte vocazione turistica. Le concessioni assegnate per l'installazione, a seguito di rigorose valutazioni di impatto ambientale, prevedono piattaforme galleggianti, su fondali fortemente impattati dalla pesca a strascico.
Esiste però una condizione che, secondo il mio modesto parere, andrebbe soddisfatta: ogni installazione che miri alla produzione di energia rinnovabile, inclusa quella eolica, non si deve sommare alla produzione di energia non rinnovabile, come è il caso, attualmente, della Puglia. Si prevede che la sostituzione avverrà ma, per il momento, questo non è avvenuto.
Non esistono azioni umane che non abbiano un qualche impatto. Le valutazioni dei costi e dei benefici delle piattaforme eoliche a mare, come quelle di tutte le nostre attività, devono essere effettuate con piani di produzione e gestione che considerino la totalità delle produzioni, senza frammentare le valutazioni. Se i benefici complessivi sono maggiori dei costi complessivi, dobbiamo accettare che comunque qualche costo sia pagato. Soprattutto se si eliminano costi ecologicamente insostenibili.
La forza dei no che pronunciamo, come difensori dell'integrità ambientale, si misura anche con i sì a misure alternative. Dire no a tutto non porta buoni frutti e sminuisce il nostro impatto sull'opinione pubblica e sui decisori.
La soluzione del problema energetico, poi, non prevede che si produca sempre più energia, anche se da fonti rinnovabili. Dobbiamo puntare, prima di tutto, all'efficientamento dell'utilizzazione dell'energia: dobbiamo efficentare la mobilità, e il condizionamento delle abitazioni. Dobbiamo produrre e consumare meno e meglio.