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EEB - Environment Ministers feel the heat in Brussels

Temperatures hit new record highs in parts of Europe as environment ministers meet to discuss a range of environmental issues.

https://meta.eeb.org/2019/06/27/environment-ministers-feel-the-heat-in-brussels/

IUCN - Almost half of World Heritage sites could lose their glaciers by 2100

Glaciers are set to disappear completely from almost half of World Heritage sites if business-as-usual emissions continue, according to the first-ever global study of World Heritage glaciers, co-authored by scientists from the International Union for Conservation of Nature (IUCN).

https://www.iucn.org/news/world-heritage/201904/almost-half-world-heritage-sites-could-lose-their-glaciers-2100

Consumo di suolo: rapporto 2019

Riccardo Graziano

Il consumo di suolo è uno dei principali problemi dell’era industriale e nel nostro Paese è particolarmente acuto. Abbiamo già avuto occasione di occuparcene e ora ci torniamo per aggiornare la situazione con gli ultimi dati ISPRA-SNPA, che riflettono una situazione in ulteriore peggioramento nei centri urbani, con la lodevole eccezione di Torino che, seppure di poco, aumenta gli spazi verdi.
I dati relativi alle aree urbane ad alta densità dicono che nel 2018 abbiamo perso 24 metri quadrati per ogni ettaro di area verde. In totale, quasi la metà della perdita di suolo nazionale dell’ultimo anno si concentra nelle aree urbane, il 15% in quelle centrali e semicentrali, il 32% nelle fasce periferiche e meno dense.
A Roma, su 75 ettari di consumo totale, ben 57 sono stati sottratti ad aree verdi. Ancora peggio fa Milano, che cementifica 11 ettari di aree verdi su un totale di 11,5.
In controtendenza, come dicevamo, Torino, che recupera 7 ettari di suolo, estensione non trascurabile, oltre all’importante segnale di una inversione di rotta rispetto alla tendenza precedente e a quella di tutti gli altri.
La cosa illogica e preoccupante è che ormai il consumo di suolo e la continua pulsione edificatoria sono totalmente disgiunti dal fattore demografico. Ovvero, se negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso il boom edilizio aveva un suo perché, vista la crescita demografica del Paese e il progressivo inurbamento della popolazione, oggi non è più così. La curva demografica è pressoché stabile, la popolazione non cresce e non di rado le città perdono abitanti, con i centri storici che si svuotano progressivamente, tuttavia si continua a costruire. Attualmente ogni cittadino italiano “occupa” una superficie di oltre 380 m2 di aree coperte da cemento, asfalto o costruzioni in altri materiali artificiali, estensione che cresce di quasi 2 metri quadrati ogni anno, mentre la popolazione diminuisce.
La cementificazione acuisce anche il fenomeno dell’aumento delle temperature, dal momento che le superfici ricoperte da materiali artificiali assorbono quantità di calore sensibilmente superiori rispetto a quanto fa il suolo libero, creando l’effetto cosiddetto delle “isole di calore”, dove la temperatura può risultare superiore di alcuni gradi rispetto alle zone non urbanizzate. Un fenomeno che non solo aumenta le temperature diurne, ma impedisce o comunque riduce il raffrescamento notturno, quando il calore immagazzinato durante il giorno si irradia nel microclima metropolitano.
L’analisi del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) sul territorio nazionale evidenzia altri 51 chilometri quadrati di superficie costruita nel 2018, pari a 14 ettari al giorno in media, ovvero 2 metri quadrati al secondo, un ritmo tuttora insostenibile, anche se inferiore ai valori record degli anni pre-crisi, ma ancora lontano dall’obiettivo europeo che prevede l’azzeramento del consumo di suolo netto, ovvero il pareggio fra suolo occupato da nuove costruzioni e aree recuperate con interventi di demolizione, deimpermeabilizzazione e rinaturalizzazione.
I numeri dicono che, tra i comuni con popolazione maggiore di 50.000 abitanti, Roma guida la classifica della cementificazione con i suoi 75 ettari di consumo di suolo, seguita a distanza da Verona (33 ettari), L’Aquila (29), Olbia (25), Foggia (23), Alessandria (21), Venezia (19) e Bari (18). Tra i comuni più piccoli, spicca Nogarole Rocca, in provincia di Verona, con quasi 45 ettari di incremento.
Più della metà delle trasformazioni dell’ultimo anno si devono ai cantieri (2.846 ettari), in gran parte per la realizzazione di nuovi edifici e infrastrutture, quindi con perdita permanente e irreversibile.
Il Veneto è la regione con gli incrementi maggiori, +923 ettari, seguita da Lombardia +633, Puglia +425, Emilia-Romagna +381 e Sicilia +302. Rapportato alla popolazione residente, il valore più alto si riscontra in Basilicata (+2,80 m2/ab), Abruzzo (+2,15 m2/ab), Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m2/ab) e Veneto (+1,88 m2/ab).
Il consumo di suolo cresce perfino nelle aree protette, sia per abusi, sia regolarmente autorizzato (+108 ettari nell’ultimo anno), nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (+1074 ettari), in quelle a pericolosità idraulica media (+673 ettari) e da frana (+350 ettari) e nelle zone a pericolosità sismica (+1803 ettari).
Secondo alcune stime l’Italia ha perso negli ultimi sei anni superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua piovana che ora, oltre a non contribuire più a ricostituire le risorse idriche nelle falde acquifere, scorreranno veloci sulle nuove superfici impermeabilizzate, aggravando la pericolosità idraulica del nostro territorio.
La perdita di questi servizi ecosistemici garantiti dal suolo naturale viene valutata con un corrispettivo economico che gli esperti valutano essere compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno.
Le nuove coperture artificiali non sono l’unico fattore che minaccia il suolo e il territorio, che sono soggetti anche ad altri processi di degrado come la frammentazione, l’erosione, la desertificazione, la perdita di habitat, di produttività e di carbonio organico.
Una prima stima delle aree minacciate è stata realizzata dall’ISPRA per valutare la distanza che ci separa dall’obiettivo della Land Degradation Neutrality, previsto dall’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Dal 2012 al 2018, le aree dove il livello di degrado è aumentato coprono 800 km quadrati, quelle con forme di degrado più limitato addirittura 10.000 km quadrati.
ISPRA e SNPA, all’interno del progetto europeo SOlL4LIFE, stanno lavorando con le Regioni alla realizzazione di Osservatori Regionali sul consumo di suolo, ai quali spetterà il compito di supportare, con il monitoraggio del SNPA, le attività di pianificazione sostenibile del territorio.
Un nuovo assetto normativo a livello nazionale che regolamenti in senso restrittivo il consumo di suolo è infatti ormai urgente e indifferibile.
Il Rapporto ISPRA sul Consumo di suolo in Italia e le schede dettagliate delle regioni, province e comuni (da cui sono state prelevate le immagini riportate nella presente pagina), sono disponibili on line all’indirizzo http://www.isprambiente.gov.it.

Fabio Clauser: ha 100 anni il decano dei forestali italiani

Gianni Marucelli

È giunto a 100 anni, non in punta di piedi, ma pubblicando nell'ultimo quadriennio ben due libri di grande interesse, “Romanzo forestale” e “La parola agli alberi”. Fabio Clauser, nato in Trentino nel 1919, decano dei Forestali italiani, è stato festeggiato nell'ottobre scorso presso il Teatro degli Antei”, a Pratovecchio (AR), in quella magica vallata, il Casentino, che è stata per molti decenni il suo luogo di lavoro.
Non basterebbe un voluminoso tomo, per narrare compiutamente le vicende della lunga vita di questo studioso e amministratore del patrimonio forestale del nostro Paese: lui, sobriamente, l'ha riassunta in un libro di 190 pagine (“Romanzo forestale”, appunto), che reca come sottotitolo la dicitura “Boschi, foreste e forestali del mio tempo”. Un tempo, potremmo aggiungere, che non si è ancora affatto esaurito, se Clauser, con la stessa solidità e pacata energia di un faggio secolare, continua a darci lezione di amore per la Natura e a esortarci a preservarla.
Con umiltà e decisione, come io stesso posso testimoniare, quando, alla presentazione del suddetto volume, quattro anni fa, ebbe a dirmi, mentre me lo autografava: “Continuate a battervi, voi di Pro Natura, perché, senza voi ambientalisti, noi possiamo fare poco!”.
Entrato nella Milizia Forestale nel 1940 (il regime aveva voluto cambiar nome al Regio Corpo forestale, per suggerire un che di bellicoso), e  conseguita la laurea presso l'Accademia Militare di Scienze forestale di Firenze, Clauser fu spedito a “farsi le ossa” in Piemonte, da dove poi fu trasferito nel natio Trentino. Il tragico periodo degli ultimi anni di guerra è narrato, con sobrietà ma anche con stimolante ironia e autoironia da Clauser: tra le pagine più godibili certamente quelle in cui il giovane Forestale rifiuta di far giuramento nel nome di Mussolini e della Repubblica di Salò, pena il licenziamento, e le righe che narrano la brevissima e incruenta adesione alla Resistenza, prima del 25 aprile.
Le successive esperienze, quale direttore del Parco Nazionale dello Stelvio quando questa importantissima area protetta era ridotta allo stremo per mancanza assoluta di risorse economiche, e poi, per molti anni, all'Azienda di Stato delle Foreste Demaniali del Casentino, quella zona che sarebbe in seguito divenuta l'attuale Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, esaltarono le capacità di gestione selvicolturale di Fabio Clauser, sempre più orientata nel senso della valorizzazione naturalistica della foresta. In questo contesto, prese vita l'idea di preservare totalmente un'area, destinata al taglio, di accesso difficilissimo, un'area situata sulle pendici di Poggio Scali, versante settentrionale. Il bosco era qui caratterizzato dalla presenza di alberi di alto fusto di varie specie diverse: faggi, abeti, frassini, aceri, tassi, olmi, querce, alberi, scrive lo stesso Clauser “di dimensioni inconsuete nei boschi appenninici, piante in parte piene di vita, malgrado la loro secolare esistenza, in parte espressione evidente di una maestosa e vigorosa vecchiaia, in parte disfatte in un lungo processo di riciclaggio del legno in humus, in parte piantine giovanissime, segno di una rinnovazione lenta, ma sicura del bosco”.
Altri, al suo posto, avrebbero ordinato di procedere all'abbattimento anche di questo lembo di bosco antico. Non il Forestale venuto dal Trentino, che, abusivamente, “risparmia” un centinaio di ettari: “non era il caso di turbarne l'aspetto così commovente nemmeno con il taglio di un solo albero”.
Naturalmente, Clauser si rendeva perfettamente conto che la situazione restava di fatto precaria, e suscettibile di distruzione non appena fosse cambiato il Direttore: perciò decise di intraprendere una strada all'epoca (siamo negli anni '50) assai audace: l'istituzione di una Riserva Naturale Integrale quale ne esistevano in altri paesi europei, create dall'UICN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura).
Fu un'impresa lenta e difficile, che incontrò ostacoli non solo dalla burocrazia, ma anche dal mondo accademico. Finché non intervennero con il loro peso scientifico il prof. Mario Pavan e il prof. Gosswald (Università di Wurzburg), e la proposta fu alla fine approvata (1959) con l'istituzione di una Riserva su una superficie di 113 ettari, in seguito ampliata per altri 400 ettari circa. Nacque così la Riserva Naturale Integrale di Sassofratino, che il prof. Pavan riuscì a far inserire fra le Riserve del Consiglio d'Europa. Quest'ultimo conferì molti anni dopo (1985) alla stessa l'ambito riconoscimento del Diploma Europeo per la Conservazione della Natura.
Se la Riserva di Sassofratino rimarrà per sempre legata al nome di Fabio Clauser (e perché non intitolargliela ufficialmente?), l'impegno del decano dei Forestali continuò ad espletarsi ancora per decenni, prima come funzionario dello Stato poi come libero cittadino e studioso impegnato nella difesa dell'ambiente forestale, ed è per questo che, in tanti, noi compresi, al compimento del secolo di vita, si sentono onorati di averlo conosciuto e di potergli ancora augurare “cento di questi giorni!”.

L'Associazione Pro Natura L'Aquila in alta quota

per il giardino alpino di Campo Imperatore

Laura Asti (Presidente Pro Natura L’Aquila) & Loretta Pace (Responsabile scientifico Giardino Alpino, Univaq)

Il Gran Sasso d’Italia rappresenta per la città dell’Aquila la sua essenza ed il suo carattere: forte e gentile. La montagna austera con i suoi rigidi inverni, le copiose nevicate, gli ambienti straordinari e solitari inducono ad un profondo rispetto. Il risveglio primaverile e l’allungarsi delle giornate soleggiate mostrano una signorile bellezza con spettacolari scenari che riempiono il cuore e la vista di variegate fogge, colori, profumi. È in questo scenario che si inserisce il Giardino Alpino di Campo Imperatore, localizzato lungo il pendio meridionale di Monte Aquila sul versante occiden-tale del Gran Sasso d’Italia, in prossimità del valico tra Campo Imperatore ed i Tre Valloni a 2.117 m, oltre il limite della vegetazione forestale.
Fondato nel 1952 dal Prof. Vincenzo Rivera, docente di Botanica e primo rettore dell’Università dell’Aquila, è attualmente gestito dalla sezione di Scienze Ambientali del Dipartimento di Medicina clinica, Sanità pubblica, Scienze della Vita e dell’Ambiente.
Il Giardino Alpino, situato nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, è stato riconosciuto di interesse regionale ai sensi della L.R. 9 Aprile 1997 n. 35 “Tutela della biodiversità vegetale e gestione dei giardini ed orti botanici” dalla Regione Abruzzo.
Nel Giardino vengono coltivate le piante degli habitat altitudinali dell’Appennino Centrale che vivono in un ambiente molto selettivo a causa delle bassissime temperature, della forte irradiazione solare, dei venti spesso violenti e del prolungato innevamento. Per tale ragione la stagione vegetativa è brevissima, inferiore, in media, ai 130 giorni per anno. Nel Giardino sono presenti circa 300 specie vegetali autoctone, molte delle quali rare e vulnerabili, numerosi endemismi e relitti glaciali.
Gli argomenti esposti dai relatori Laura Asti, presidente Pro Natura L’Aquila, ed i responsabili scientifici del Giardino Gianfranco Pirone (past), Fernando Tammaro (past) e Loretta Pace (attuale) hanno messo in evidenza la necessità di sostenere ed incrementare le attività di questo importante centro di ricerca e di divulgazione didattica. A conclusione del Progetto, il Rettore ha donato una targa ricordo all’Associazione Pro Natura L’Aquila per “esprimere il più vivo apprezzamento per l’impegno profuso con passione e generosità”.

Bibliografia breve:
PACE L., CATONICA C., 1998 - Origine ed attualità del Museo Giardino Alpino di Campo Imperatore. Aree Protette in Abruzzo, Carsa Edizioni : 204- 209.
PACE L.,PACIONI G., 2002 - Il Giardino Alpino di Campo Imperatore a cinquant’anni dalla fondazione; Boll. IV serie n°9 : 33- 50.Giugno 2002 C.A.I., Gruppo Tipografico Editoriale.
PACE L., 2002 - A Campo Imperatore una preziosa eredità da custodire: il Giardino Alpino, CARSA Edizione, 72 -75.
PACE L., PACIONI G, PIRONE G., RANIERI L., 2005 – Il Giardino Alpino di Campo Imperatore (Gran Sasso d’Italia, L’Aquila). Informatore Botanico, 37 (2) 1211-1214, Atti “I Giardini della Sapienza”.

Maglie della rete - Termina un annus horribilis

Fabio Balocco

Da quando siamo entrati nell’Antropocene probabilmente nessun anno come questo che sta per terminare ha confermato la follia delle attività poste in essere dalla specie umana.
Gli incendi dell’Amazzonia, gli incendi della Siberia, il primo ghiacciato estinto in Islanda, con tanto di funerale, la “spirale della morte dell’Artide”, la terribile estate calda che abbiamo vissuto, sono lì a testimoniare, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, che stiamo rapidamente distruggendo la nostra casa, la sola che abbiamo. Siamo l’unica specie che distrugge talvolta solo per il gusto di distruggere ("Siamo animali crudeli noi umani. Siamo animali terribili" ricorda Sebastiao Salgado), talaltra soprattutto per raggiungere e mantenere condizioni di vita che non si può permettere.
La cartina al tornasole è l’overshoot day che quest’anno per l’Italia è caduto ancor prima, il quindici maggio.

Eppure i politici di tutto il mondo non sanno/non vogliono prendere provvedimenti adeguati per fronteggiare la catastrofe che stiamo vivendo.
Sono solo capaci di prenderci in giro, parlando di green economy, quasi che non sapessimo che non è captando tutti i corsi d’acqua con impianti idroelettrici, non è costellando di turbine eoliche i crinali dei monti, non è installando pannelli solari a terra e consumando ulteriore suolo, non è azzerando boschi per alimentare centrali a biomassa che si può fronteggiare la crisi, bensì solo con provvedimenti drastici di riduzione dei consumi, solo con una brusca virata verso la decrescita. Ma può un regime democratico prendere provvedimenti in direzione esatta e contraria rispetto all’andamento di quella economia che la politica stessa sostiene? Andiamo, su, non viviamo sulla luna. Lo stesso Luca Mercalli in una recente intervista ha solo auspicato che i provvedimenti li possa prendere un regime democratico, intendendo che forse solo con la forza essi possano essere adottati.

D’altra parte il 2019 è stato anche l’anno della presa di coscienza da parte soprattutto di una frangia di giovani che non ci si può più permettere di vivere così: i Fridays for Future con le loro divise colorate e i loro motti che ricordano quelli movimentisti (da “avete rotto i polmoni”, a “se credete che l’economia sia importante, provate a trattenere il fiato mentre contate i soldi”), ma soprattutto gli inglesi Extinction Rebellion, con le loro clamorose azioni di protesta, ne sono esempi.
Ma sono una ristrettissima minoranza, la stragrande maggioranza della popolazione se ne frega dell’estinzione delle altre specie, o della possibilità che l’uomo stesso si estingua, supportata in questa direzione da una informazione sempre meno libera, sempre più legata al capitale, un’informazione che ci dice che bisogna preoccuparsi se il PIL diminuisce, o se diminuisce la popolazione, ma bisogna esultare se fa bel tempo, o se si realizzano la TAV o la Pedemontana Veneta, e che comunque bisogna mangiare carne.

Del resto, è anche vero quello che afferma Timothy Morton: la catastrofe in atto è un iperoggetto dentro al quale noi viviamo giornalmente e che non riusciamo ad apprezzare nella sua reale gravità. Quindi, continuiamo così, continueremo così: come i ciechi di Bruegel il Vecchio che finiscono dentro al fosso. Ormai, non c’è più spazio per l’ottimismo né per la speranza. Facciamocene una ragione.

Bestiario. Farfalle in migrazione - meduse alla deriva

Virgilio Dionisi

21 Agosto 2018
Da diversi giorni assisto al passaggio di tantissime farfalle bianche lungo il litorale fanese. Sono cavolaie maggiori: Pieris  brassicae è il loro nome scientifico.
Non c’è istante che non ne scorga qualcuna in volo sopra la spiaggia; tutte dirette verso sud.  Non formano fitti sciami - come mi è capitato di osservare in montagna -, volano alla spicciolata.
È per lo più un volo parallelo alla costa, anche se per le farfalle è difficile seguire una linea retta. La traiettoria si fa particolarmente ingarbugliata quando un maschio si mette a corteggiare una compagna incontrata in volo; per una manciata di secondi il dover migrare verso sud è sopraffatto da un altro istinto.
Ogni mattina, appena il sole ha asciugato l’umidità sulle ali, riprendono il loro viaggio.
Nell’Area floristica protetta di Baia del Re qualcuna si ferma a far rifornimento sui fiori sopravvissuti alla calura estiva.
Volano pochi metri al di sopra della spiaggia, sopra gli ombrelloni, sopra la gente a passeggio sulla battigia, sopra la massicciata ferroviaria che costeggia la spiaggia. Quando il treno passa, la turbolenza dell’aria le spazza via ma dopo pochi secondi eccole di nuovo in transito sui binari.
Ma c’è un altro fenomeno naturale a cui oggi ho assistito, non sopra la spiaggia ma dentro l’acqua: la fioritura di meduse.
Durante il bagno ho incontrato tantissime meduse appartenenti alla specie cassiopea mediterranea (Cotylorhiza tuberculata): ne ho contate 46. Ho anche visto 6 esemplari di polmone di mare (Rhizostoma pulmo).
La medusa cassiopea ha l’ombrello a forma di disco con una gobba al centro; vista da sopra ha un po' l’aspetto di un uovo cucinato a occhio di bue, infatti viene anche chiamata “Medusa occhio di bue”.  Nella parte inferiore vi sono numerosi tentacoli, corti e sottili, che terminano in bottoni apicali di colore viola.
L’altra specie di medusa incontrata, il polmone di mare, ha invece l’ombrello semisferico, una colorazione bianco-latte, leggermente trasparente, i bordi blu-viola.
Gli individui incontrati di entrambe le specie hanno un diametro che va da 10 ad oltre 30 centimetri.
La medusa cassiopea è quasi innocua, non è così il polmone di mare.
Qualche settimana fa un esemplare di questa specie mi ha sfiorato con i suoi tentacoli provocando un fastidio per l’intera giornata e lasciandomi sulla pelle per diversi giorni i segni di quel contatto.
Entrambe le specie si muovono attivamente attraverso il pulsare dell’ombrello. Le trovo a profondità diverse, alcune a mezz’acqua, altre vicine alla superficie.
Farfalle e meduse, accomunate dal viaggiare silenzioso. Non fa rumore lo sbattere delle ali  delle farfalle – ali di burro, butterflies, così le chiamano gli inglesi -, delle meduse non si sente il pulsare dell’ombrello. È silenzioso il suggere del nettare, non si sentono le urla delle prede catturate coi tentacoli.
Mentre le farfalle bianche “sanno” dove andare e indomite percorrono la rotta verso sud, senza farsi condizionare dalla direzione del vento, le grosse meduse - un polmone di mare può raggiungere i 10 chilogrammi - non hanno meta; il pulsare del loro ombrello nulla può contro la forza della corrente che le trascina via.
Per questi animali pelagici trovarsi a lambire il litorale è solo un caso, un gioco delle correnti. Se non finiranno spiaggiate o se qualche bagnante non le toglierà dall’acqua trasformando il loro bel corpo in un ammasso di gelatina, prima o poi torneranno in alto mare, dove non c’è nulla ad interrompere la linea dell’orizzonte: anche se le meduse non se ne accorgono, il loro sistema visivo permette di percepire solo le variazioni d’intensità luminosa.
Una buona parte delle meduse cassiopee ha dei piccoli pesci argentei al seguito. Sono gli stadi giovanili di specie pelagiche che trovano nelle meduse un rifugio sicuro. La selva di tentacoli urticanti protegge questi avannotti dai predatori.
Mentre la medusa pulsando si sposta, i pesciolini la seguono restando a ridosso dei corti tentacoli o addirittura rifugiandosi sotto l’ombrello nelle cavità del suo corpo, solo qualche impavido pesciolino esce per qualche attimo allo scoperto portandosi sull’ombrello.  
Queste meduse trasportano anche altri ospiti: noto un granchio rifugiato nel corpo grumoso di un polmone di mare ed un altro aggrappato ad una medusa cassiopea.
Mentre faccio snorkeling vedo spesso granchi sul fondo sabbioso; di solito quando mi avvicino si mettono sulla difensiva, alzano le chele puntandole nella mia direzione, qualche volta risalgono verso la superficie, sfruttando il paio di zampe con l’estremità a paletta, per poi tornare sul fondo. Oggi, mentre sto guardando delle meduse a mezz’acqua, un granchio lascia il fondo e si porta vicino a loro, anche se non lo vedo “salire a bordo”.
Oltre che di uovo a occhio di bue, la medusa cassiopea ha la forma di un disco volante. I granchi e pesciolini al seguito mi sembrano l’equipaggio di astronavi alla deriva, disperse nell’immensità dello spazio (pelagico).

Sponde del Po: pioppi o biodiversità?

Giovanni Barcheri

A poco più di un anno dalla presentazione pubblica della candidatura a Riserva Biosfera Mab Unesco del tratto medio padano del Po è arrivato, nel mese di giugno 2019, a Parigi – nella prestigiosa sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – l’ambito riconoscimento che promuove, grazie alla proclamazione ufficiale, il progetto italiano coordinato dall’Autorità Distrettuale del Fiume Po e sostenuto dal Ministero dell’Ambiente e dal Governo in quest’ultimo decisivo sprint finale verso il traguardo ora raggiunto. La decisione della promozione a Riserva Mab di PoGrande è arrivata nel corso della trentunesima sessione del Consiglio Internazionale di Coordinamento del Programma MaB, che si è svolta nella capitale francese dal 17 al 21 giugno e l’ufficialità è stata comunicata direttamente al Segretario Generale del Distretto Po Meuccio Berselli in rappresentanza dell’ente ministeriale, di tutto lo staff tecnico che ha redatto il dossier posto successivamente all’attenzione e alla vigilanza della Commissione Internazionale e dei qualificati ed imprescindibili partners che hanno contribuito alla realizzazione della proficua intesa territoriale.
Resta il fatto che da decenni lungo le rive del Po e dei principali fiumi padani sono già state cancellate e vengono distrutte le preziose fasce boscate ed ancora naturalizzate che dovrebbero rappresentare la serie vegetazionale dei boschi igrofili ripariali e che conservano un prezioso valore di biodiversità.
E la causa di tale devastazione sono gli impianti intensivi della pioppicoltura intensiva, che utilizzano cultivar di pioppi ibridi canadesi che non hanno davvero nulla a che fare con la vegetazione autoctona delle aree planiziali delle Regioni del nord Italia.
Le cultivar di pioppo ibrido canadese non hanno nulla a che vedere, oltre che con la vegetazione ripariale ad ontano nero (Alnus glutinosa), salici, saliconi (Salix spp.pl.) e pioppo nero (Populus nigra), neppure con la vegetazione autoctona del bosco planiziale, il querco carpineto che una volta ricopriva la Pianura padana ed oggi è ridotto a pochi lembi lungo le principali valli fluviali tutelate nei Parchi.
I pioppeti coltivati a schiera in ogni caso sottraggono spazi alla biodiversità anche quando sono impiantati illegalmente nelle lanche, che sono demaniali (!), e lungo le fasce di rispetto dei fiumi. Ma anche i fautori della poco "green" ma nei fatti solo economy, e di una "sostenibilità" solo a parole dovrebbero usare più precauzione prima di avallare scelte di approvvigionamenti energetici a biomasse, tenuto conto poi che il pioppo non fotosintetizza neppure da settembre ad aprile e quindi è pure un arbitrio evocare il Protocollo di Kyoto. Ci vuole invece più precauzione ad avallare scelte solo economiche quando ciò comporta la cancellazione di foreste naturali, alla stregua di quanto accade nelle foreste pluviali del mondo a causa degli impianti industriali a palma da olio africana.
E soprattutto quando lo si usando fondi che sono destinati al miglioramento ambientale e non alla distruzione delle ultime tracce di foresta naturale.
E soprattutto quando lo si fa usando fondi che sono destinati al miglioramento ambientale e non alla distruzione delle ultime tracce di foresta naturale.
La Regione Lombardia, nell'ambito del Piano di sviluppo rurale, ha pubblicato un bando da 4 milioni di euro per supportare progetti di forestazione e imboschimento. Il bando è rivolto alle imprese agricole individuali e alle società agricole di persone, capitali o cooperative.
La superficie minima interessata dall'impianto deve essere di 10.000 metri quadri. Le domande sono già state presentate dal 13 marzo 2019.
Evidentemente quanto sostenuto da Regione Lombardia per promuovere questa misura, e cioè di voler contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici, ridurre gli apporti chimici, incrementare la biodiversità e migliorare il paesaggio, è solamente pretestuoso, perché la realizzazione di produzioni legnose incompatibili con le condizioni ecologiche del territorio padano, ed anzi qualora comporti la distruzione
della vegetazione igrofila e delle aree umide lungo i fiumi padani, non può avere alcun connotato di reale sostenibilità, perché comporta lungo i fiumi dissesto idro geologico e gravissima perdita di biodiversità.

1959: nasce Pro Natura Italica

Dopo aver celebrato, lo scorso anno, il settantennale della Federazione Nazionale Pro Natura, ci pare opportuno ricordare i 60 anni dalla costituzione di Pro Natura Italica, che fu una sorta di transizione tra il Movimento Italiano per la Protezione della Natura, per l'appunto sorto a Sarre nel 1948, e l’attuale Federazione. Lo facciamo riportando alcuni stralci del volume “La prima isola dell’arcipelago”, di Valter Giuliano, edito da Pro Natura Torino nel 1989.

L’idea veniva da lontano.
Nel 1954 (10 giugno), nel corso dell’adunanza della Commissione per la Protezione della Natura del CNR presieduta da Alessandro Ghigi, lo stesso dà lettura di una lettera copn la quale il professor Bernard, presidente dell’Unione Internazionale per la Protezione della Natura, lo invita a “...esaminare l’opportunità di coordinare e armonizzare i movimenti per la protezione della natura sorti in Italia onde ottenere unità di azione ed accordo, nonché un’effettiva rappresentanza presso l’Unione stessa. Dopo ampia discussione sull’argomento, la Commissione decide all’unanimità di deferire al prof. Ghigi il compito di tentare un’intesa tra le varie Associazioni ed Enti interessati alla protezione della natura, onde coordinare l’azione con unità di intenti” (dal verbale della seduta).
Presenziarono a quella riunione Alessandro Ghigi, Giorgio Anselmi, Michele Gortani, Beniamino Peyronel, Fausto Penati, Cesare Sacchi, Augusto Toschi, Renzo Videsott e Francesco Zorzi.
Il progetto venne rilanciato nell’Assemblea dei soci della Sezione piemontese del Movimento Italiano per la Protezione della Natura, che si tenne a Torino a fine 1957.
Gli anni passano, ma non inutilmente: il progetto matura.
Il 21 dicembre 1958 si tiene a Torino una riunione delle Associazioni ambientaliste italiane, presieduta da Giuseppe Ratti (responsabile della sezione piemontese del MIPN); vi partecipano i torinesi Bruno Peyronel, Vanna Dal Vesco e Ugo Campagna, Francesco Zorzi di Verona, Alessandro Ghigi di Bologna, Carlo Lona di Trieste. L’incontro, informale, tende a mettere a punto la strategia per giungere ad una Federazione Pro Natura.
Il primo passo sarà il “Congresso Nazionale per la protezione della natura  in relazione ai problemi dell’economia montana”,  organizzato dalla Commissione per la Protezione della Natura del CNR e dalla Società Pro Montibus et Silvis di Bologna. Nell’indire tale congresso Alessandro Ghigi scrive tra l’altro “...è giunto anche il momento di tentare la unificazione di tutte le forse nazionali che si interessano alla protezione della natura ed alla conservazione delle risorse naturali,  al fine di dare maggiore efficacia, con la unità di azione, ai vari movimenti che operano in questo settore. Converrà ad esempio insistere perché lo Stato favorisca la costituzione di Comitati Provinciali particolarmente interessati a questo argomento. Si potrà in tal modo dimostrare alla Union International pour la Protection de la Nature, alla quale aderiscono varie nostre istituzioni, che anche in Italia si è costituito un Movimento unitario per raggiungere lo scopo”.
I lavori che si svolsero a Bologna dal 18 al 20 giugno del 1959 lasciarono in realtà ben poco spazio a questo argomento pur previsto dall’ordine del giorno. A Bruno Peyronel, intervenuto in rappresentanza del Presidente della Pro Natura Torino Giuseppe Ratti, rimasero solo quindici minuti per tentare di esporre il progetto di Federazione e la bozza dello Statuto.
Nel pomeriggio del 19 si riunirono i rappresentanti delle Associazioni di Genova, Trento, Vicenza, Trieste, Torino e Verona che concordarono una linea comune di intervento, che prevedeva la presentazione sintetica delle loro attività e la dichiarazione di assenso al progetto e allo statuto in precedenza già visionato.
In realtà la discussione non ci fu, a causa della scarsità di tempo a disposizione, e il Presidente del Convegno, Alessandro Ghigi, proposte di passare immediatamente alla messa ai voti sul punto all’ordine del giorno.
Il Consiglio approvò unanime, ma, scriverà Bruno Peyronel “tra il malcontento di tutti noi fessi lavoratori...”
Nell’occasione Alessandro Ghigi propose che le relazioni della federazione con l’UICN e quelle internazionali in genere fossero svolte tramite la Commissione Protezione della Natura del CNR. La proposta, definita assurda dai rappresentanti delle Associazioni, fu respinta e venne ribadita con fermezza la libertà  e l’autonomia della nascente Federazione. Alla Commissione del CNR venne rivolto l’invito ad aderire alla Federazione, che tuttavia era stata impostata come organismo di base, slegato da poteri politici o accademici, pena l’eccessiva burocratizzazione e in definitiva la quasi sicura inefficienza.
Anche la proposta di incontro, formulata dallo stesso Ghigi per il 23 luglio dello stesso anno a Trento, venne respinta: i delegati confermarono il loro progetto iniziale che comportava una riunione nell’autunno, dopo la discussione dell’argomento con i rispettivi soci e Consigli Direttivi. Così fu e i rappresentanti di Pro Natura Torino, Società Emiliana Pro Montibus et Silvis, Comitato per la Protezione della Natura di Genova, Società Naturalisti Veronesi, Unione Bolognese Naturalisti, Comitato per la Protezione della Flora e della Fauna del Carso si riunirono in Assemblea costituente l’11 ottobre 1959 alle ore 9.30 a Torino, presso la sede di Pro Natura in via Avogadro 20, sotto la presidenza di Ciro Andreatta (delegato da Alessandro Ghigi a rappresentare le due Associazioni bolognesi).
Lo Statuto della Pro Natura Italica venne definitivamente approvato. La bozza era stata predisposta dalla Pro Natura Torino e successivamente modificata secondo le osservazioni emerse dalla riunione preparatoria del 23 luglio a Trento, cui si aggiunsero quelle inviate da Cesare Chiodi. Ai lavori portarono il loro contributo anche i rappresentanti della Commissione per la Protezione della Natura del CNR.
I delegati delle Associazioni fondatrici si costituirono in Giunta Esecutiva provvisoria, dando incarico  ai rappresentanti di Pro Natura Torino di provvedere all’ordinaria amministrazione sino alla costituzione del Consiglio Direttivo, che doveva avvenire non oltre il 31 gennaio 1960: entro il 31 dicembre 1959 gli Enti federati dovevano nominare i rispettivi delegati.
Il periodo di gestione provvisoria torinese durò fino alla fine di gennaio 1960 e vide l’infaticabile opera di Bruno Peyronel che redasse in quel periodo quattro circolari e tesse rapporti per ottenere subito le adesioni di altre Associazioni alla neonata Federazione.
La Giunta Esecutiva provvisoria (costituita dai delegati degli Enti fondatori: Alessabdro Ghigi, Francesco Zorzi, Carlo Lona, Enrico Tortonese e Bruno Peyronel), con sede a Torino presso l’Istituto Botanico dell’Università, deliberò unanime di offrire la Presidenza all’ingegner Cesare Chiodi, Presidente del Touring Club Italiano “in considerazione della competenza e dell’attività svolta personalmente, nonché delle benemerenze del TCI nel campo della conservazione della natura e delle sue risorse in Italia”.
Inoltre, in considerazione del fatto che solo cause contingenti avevano impedito la partecipazione alla riunione costitutiva della Pro Natura Italica di Enti che pure si erano assiduamente adoperati per il raggiungimento dell’obiettivo, propose che venissero considerati fondatori tutti coloro che avessero chiesto l’adesione entro il 31 dicembre 1959. La proposta venne fatta in particolare per consentire l’accoglimento del Comitato di Trento del MIPN, dell’Associazione di Vicenza, del Touring Club e dell’Associazione Diacinto Cestoni di Livorno.
Cesare Chiodi con lettera inviata in data 26 novembre al Presidente Giuseppe Ratti, accettò la Presidenza. Il 30 gennaio si tenne a Milano, presso la sede del TCI di corso Italia 10, la prima riunione del Consiglio Direttivo, che ratificò la nomina di Cesare Chiodi alla Presidenza e di Luigi Carletti alla Segreteria; la sede venne trasferita a Milano, presso lo stesso Touring Club.
L’Assemblea ordinaria della Pro Natura Torino del 31 ottobre 1959 ratificò l’adesione alla Pro Natura Italica ed elesse i suoi rappresentanti nelle persone di Ugo Campagna e Bruno Peyronel. Nel corso del 1960 la Pro Natura Italica venne ammessa a far parte dell’UICN.
Come abbiamo visto gran parte del peso iniziale dell’azione della Pro Natura Italica cadde sulle spalle degli uomini e delle donne di Torino. Ciò nonostante in quegli anni la Sezione torinese viaggiò sul suo binario parallelo, con un’intensa attività che ne radicò la presenza nella vita pubblica cittadina e piemontese.