di Gianfranco Bologna
“Una strisciolina di metallo lustra per l’uso e ossidata nel fondo dei caratteri incisi rappresentava l’ultimo legame che ancora mi univa allo stormo E 265 – E 299. Trovata sulla zampa di un cavalier d’Italia stroncato da una schioppettata, la strisciolina di metallo era lo stesso anello di riconoscimento che nel giugno 1965 avevo chiuso sul tarso morbido e ancora verdastro del primo piccolo di questa specie nato nella Laguna di Orbetello sulla costa maremmana. Per dodici anni dal 1965 al 1977, questo uccello alto 38 centimetri e pesante poco più di un etto e mezzo era migrato tutti gli autunni con i suoi compagni nelle immense paludi dell’Africa equatoriale ed era tornato tutte le primavere a nidificare nello stesso luogo, un isolotto di venti metri per cinque in mille ettari di laguna salmastra. […] Il cavalier d’Italia, a dar retta ai testi, non frequentava più da circa cent’anni le nostre paludi; Ettore Arrigoni degli Oddi, il maggior ornitologo italiano scriveva nel 1929: ”Nel passato (circa 70 anni fa) nidificava in più parti d’Italia, ora ciò avviene eccezionalmente e si è fatto ovunque molto più raro”. In effetti, come era avvenuto per molte altre specie, l’aumento tumultuoso di cacciatori, di strade, di disturbo seguito all’unità d’Italia, aveva allontanato questo trampoliere dalle ali nere, il corpo candido e le lunghe zampe scarlatte. Fu nel 1965, mentre battevo con l’ornitologo Hardy Reichelt le lagune alle spalle dell’Argentario, che feci la conoscenza con il nostro cavaliere. Le cose andarono così. La forte siccità, che aveva inaridito in quell’anno le paludi della costa spagnola impedendo le nidificazioni, aveva costretto un gruppo di essi a cercare un altro territorio. Ed erano, una mattina d’aprile, capitati a Orbetello. Li ricordo come fosse ieri: una cinquantina, eleganti nell’abito bianconero, non parevano affatto spersi in un ambiente per loro del tutto nuovo. Li seguimmo giorno dopo giorno registrando tutto: la presa di possesso del territorio, le parate nuziali, gli accoppiamenti. […] Il 25 aprile avvenne il fatto nuovo e inaspettato: dopo aver osservato per ore col binocolo lo strano comportamento di una coppia su un isolotto ci decidemmo di andare a vedere. Il nido era lì, costruito di alghe verdi su una frasca secca galleggiante, con quattro uova verde-oliva screziate di bruno. Un’emozione difficile da descriversi. Dopo cento anni il cavaliere era tornato.”
Ho deciso di iniziare il ricordo del grande e caro amico Fulco Pratesi, scomparso all’età di 90 anni il primo marzo scorso, con alcune righe del suo brano introduttivo al romanzo che scrisse per narrare l’avventura del ritorno del bellissimo Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus) come specie nidificante nel nostro paese con il titolo “I cavalieri della grande laguna”, pubblicato da Rizzoli nel 1979.
Ho ritenuto di farlo perché penso che fornisca un chiaro segno dell’enorme fascino che Fulco aveva per la natura e le sue creature, fascino e ammirazione che trasmetteva a chiunque avesse modo di condividere con lui escursioni, viaggi, chiacchierate, iniziative e battaglie comuni, per cercare di far comprendere la grande importanza della tutela della natura per il nostro presente e il nostro futuro.
Non a caso anche quell’affascinante avventura a metà degli anni Sessanta di cui Fulco Pratesi fu protagonista nella palude maremmana, lo vide impegnato in un ampio e straordinario sforzo, fatto di conferenze, articoli, proiezioni, dibattiti, appelli e denunce, per ottenere un’Oasi di protezione nella laguna di Orbetello, come lui stesso ha ricordato in quel libro “tra il divertito disinteresse di tutti”.
Per difendere quest’area Fulco scrisse una lettera all’allora neonato World Wildlife Fund (WWF), l’organizzazione internazionale fondata nel 1961, con sede a Morges in Svizzera, dedicata inizialmente ad avviare tutti gli sforzi possibili per tutelare aree di grande valore naturalistico nel mondo, iniziativa che vide da subito coinvolti noti studiosi dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) e figure di alcune monarchie famose, come il principe Filippo di Edinburgo e il principe Bernardo d’Olanda, che fu tra l’altro il primo presidente internazionale del WWF. Nella lettera Fulco chiedeva un supporto per salvare questo splendido gioiello naturalistico nella Maremma.
La risposta immediata fu, come ci si poteva aspettare, che il WWF aveva individuato priorità di conservazione a livello internazionale di valore prioritario rispetto alla palude di Orbetello, e che si privilegiavano prioritariamente interventi in zone del pianeta ritenute più rilevanti per la tutela della biodiversità. Ma poi successivamente Fulco ricevette una lettera del primo Segretario generale del WWF internazionale, Fritz Vollmar, che dovendo venire a Roma, avrebbe avuto piacere di incontrarlo.
Vi fu così un pranzo nei pressi della sede della FAO, dove Vollmar vedendo il significativo impegno e la passione di Pratesi gli propose di fondare una sezione italiana del WWF stesso, sottolineando che questa avrebbe dovuto nascere e crescere senza alcun contributo economico della sede centrale. Fulco decise subito di procedere destinando al WWF uno stanzino nel suo ufficio di architetto e coagulando attorno all’idea una serie di persone interessate tra le quali il marchese Mario Incisa della Rocchetta, che per sua scelta aveva già realizzato nella sua tenuta di Bolgheri in provincia di Livorno, un’oasi palustre di grande valore naturalistico, e alcuni personaggi suoi amici che desideravano impegnarsi in questa avventura, come Arturo Osio che divenne il primo segretario generale del WWF Italia.
Nel frattempo da subito Fulco si diede da fare, con una prima raccolta fondi, per far sì che nello splendido lago costiero di Burano, in provincia di Grosseto, gestito con un contratto annuale della proprietà dell’area come riserva di caccia (in quella riserva venivano abbattuti in numeri variabili tra i 6.000 e i 10.000 l’anno), si potesse annullare la riserva di caccia per tramutarla con un nuovo contratto in un affitto pagato dal WWF, destinando l’area, d’accordo con la proprietà, come un’Oasi naturale del WWF, aperta anche alle visite del pubblico.
Nel 1971 grazie all’importante e significativo sforzo dovuto sempre al WWF Italia fu finalmente creata anche l’Oasi di protezione della laguna di Ponente di Orbetello. I cavalieri della grande laguna e tutto quell’ambiente palustre prezioso, erano finalmente protetti. Inoltre il marchese Incisa mise a disposizione del WWF anche l’Oasi di Bolgheri che aveva già sottratto alla caccia come sua scelta.
Fulco concepì così in quegli anni la necessità di dotare il nostro paese di una serie di aree naturali protette in luoghi di grande valore naturalistico (un vero e proprio sistema di Oasi) attrezzandole, come si faceva già in diversi altri paesi, come la Gran Bretagna, con percorsi protetti da appositi camminamenti che nascondendo i visitatori causassero una situazione totalmente inversa a quella di un giardino zoologico; non avendo cioè gli animali (che negli zoo sono peraltro specie soprattutto non autoctone) in gabbia e i visitatori chiassosi a osservarli all’esterno, ma potendo osservare e fotografare specie autoctone in totale libertà nel loro ambiente naturale da parte di visitatori silenziosi, “nascosti” in appositi camminamenti coperti, con apposite feritoie per l’osservazione con i binocoli e le macchine fotografiche.
Oggi l’amato sistema delle Oasi e delle aree protette WWF voluto da Fulco, ne registra oltre 100 presenti in diversi ambienti e luoghi naturalistici importanti e significativi del nostro paese, tutelando oltre 27.000 ettari di territorio, visitate da oltre 350.000 persone l’anno, dando possibilità di lavoro a più di 150 persone tra dipendenti e giovani organizzati in cooperative specializzate.
Si è trattato del primo sistema di aree protette in Italia gestito da un’associazione privata e tra i primi in Europa. Inoltre Fulco ha dedicato incredibili impegni e sforzi per far sì che nel nostro paese fosse presente un sistema di parchi nazionali e aree naturali protette ed è stato tra i maggiori protagonisti in questo fondamentale ambito per la conservazione della natura italiana, svolgendo tra l’altro per diversi anni anche il ruolo di presidente del Parco nazionale d’Abruzzo e contribuendo a stimolare il mondo politico a varare una legge nazionale dedicata a questo tema, che si sostanziò nella Legge quadro sulle aree naturali protette n.394 del 1991.
Pratesi era nato a Roma nel 1934 in una casa vicina a quello che era il Giardino Zoologico della capitale, oggi Bioparco, nel quale passava i pomeriggi a disegnare gli animali presenti, con l’aiuto di uno zio pittore. Una passione, quella per il disegno e la pittura di animali e piante, che ha coltivato per tutta la sua vita, producendo un’incredibile quantità di bellissimi acquerelli e splendidi volumi nei quali sono stampati diversi di questi, come “Il mondo della palude” e “Natura in città”, pubblicati da Rizzoli (nel 1981 il primo e nel 1984 il secondo), e gli affascinanti “Taccuini naturalistici. Otto anni di appunti disegni riflessioni sulla natura di casa nostra” pubblicato da Giorgio Mondadori nel 1989.
Era veramente molto difficile per Fulco fare un’escursione naturalistica privo del suo taccuino destinato ai disegni e agli acquerelli che, di fatto, diventava uno straordinario complemento delle osservazioni delle specie registrate durante le escursioni. La sua straordinaria bravura in questo esercizio naturalistico-artistico è sotto gli occhi di chiunque abbia potuto vedere un suo taccuino o un suo acquerello.
Fulco ha sempre ritenuto fondamentali, per stimolare ulteriormente il suo amore per la natura, gli anni dell’infanzia dal 1943 al ’46, dai suoi 9 ai 12 anni, passati nella tenuta di campagna della sua famiglia, un’azienda agricola familiare di 250 ettari nei comuni di Corchiano, Vignanello e Gallese in provincia di Viterbo (che è poi divenuta un’Oasi WWF e anche monumento naturale regionale “Pian Sant’Angelo”) dove passava le giornate in escursioni nei campi e nei boschi, osservando animali e piante e imparando tante cose della natura, come ha ricordato in uno dei suoi libri più recenti dedicato proprio ai suoi ricordi e alle sue memorie, dal titolo “In nome del Panda. La mia lunga storia d’amore con la Natura” edito da Castelvecchi e pubblicato nel 2016.
Ho conosciuto Fulco nel 1970, quando avevo 17 anni, perché proprio all’inizio di quell’anno, mi iscrissi al WWF Italia e cominciai da subito il mio attivismo ambientale nell’Associazione del Panda, operando nell’allora Servizio Giovanile che il WWF aveva organizzato per gestire il volontariato dei giovani. Mi aveva vivamente suggerito di iscrivermi a questa giovane associazione, nata in Italia solo qualche anno prima, Roberto Argano, straordinario professore di zoologia all’Università La Sapienza. Grazie alla generosa disponibilità di Argano avevo iniziato a frequentare saltuariamente l’Istituto di Zoologia mentre facevo il liceo scientifico.
Al servizio giovanile del WWF eravamo entusiasti, pieni di idee, e fortemente desiderosi di dare il massimo contributo per salvare le specie e gli ambienti naturali del mondo e del nostro meraviglioso Bel Paese, e il WWF costituiva la struttura ideale per questo impegno, essendo una prestigiosa organizzazione internazionale anche con forti legami con tanti autorevoli studiosi e figure significative del mondo della conservazione della natura, legate all’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), nata nel 1948.
Fulco era per noi un appassionato trascinatore, con una profonda conoscenza naturalistica, uno sconfinato impegno civile per la tutela della natura e questa straordinaria capacità artistica nel dipingere animali e paesaggi naturali. Sono stato sempre affascinato nel vedere Fulco, anche quando eravamo insieme in escursioni sul campo, fermarsi e sui suoi taccuini, dipingere un fiore, un albero, un insetto, un uccello o un mammifero con una straordinaria abilità e competenza.
Mantengo sempre un ricordo bellissimo di quegli anni pionieristici nei quali si è andato formando l’ambientalismo italiano e la cultura della conservazione della natura nel nostro paese. Il ricordo è legato ovviamente anche a tanti altri personaggi che hanno contribuito vivamente, con coscienza ed impegno, alla costruzione di una cultura e conoscenza naturalistica e della conservazione ambientale che, nel nostro paese, ha faticato moltissimo e continua a faticare tantissimo nel tentativo di penetrare nella cultura del mondo della politica, del diritto, dell’economia in generale.
Questi mondi sono ancora dominati dalla totale priorità nel favorire la crescita economica e, ancora oggi, sebbene è innegabile constatare una maggiore sensibilizzazione e consapevolezza dell’opinione pubblica su questi temi, cresciuta nell’arco di questi decenni grazie anche al ruolo di persone come Fulco Pratesi, non si può certo dire che una moderna cultura ambientale faccia parte dei nostri modelli culturali dominanti che continuano a farci considerare come esseri al di sopra e, addirittura, al di fuori della natura quando ormai tutta la straordinaria conoscenza scientifica ci dimostra che senza una natura sana e vitale non ci sarebbe neanche la possibilità di respirare, bere e mangiare.
Di quei primi anni Settanta ricordo ancora con emozione, i “tavolini” che organizzavamo nei week-end presso l’allora Giardino Zoologico di Roma, per diffondere la conoscenza e l’impegno a favore della conservazione della natura e delle specie minacciate e l’iscrizione al WWF (il vice direttore dello Zoo, lo zoologo Francesco Baschieri Salvadori, era anche il vice presidente del WWF Italia).
Fulco è stato il protagonista, in molti casi direi proprio l’”inventore”, di tante straordinarie campagne di sensibilizzazione, educazione, formazione e con la ricaduta di azioni molto concrete come provvedimenti normativi per tutelare ambienti o specie, campagne come “San Francesco e il lupo”, “Il mare deve vivere”, l’acquisto anche con i fondi raccolti dai Panda Club (i gruppi organizzati di bambini e bambine nelle scuole elementari) della area di Monte Arcosu in Sardegna in difesa del cervo sardo, la “Campagna per la Campagna”, la campagna “Pipistrello è bello”, la campagna in difesa dell’Amazzonia “Questo anno ci siamo giocati l’Austria”, e tante altre.
Mentre oggi la letteratura scientifica sulla natura, sulla sostenibilità e sulla conservazione è veramente imponente e l’avanzamento della ricerca ci ha condotto a straordinari passi in avanti nella comprensione delle relazioni tra i sistemi naturali ed i sistemi sociali (con tutti i supporti possibili e la ricca documentazione esistente e disponibile in tempo reale attraverso i siti web dei grandi centri di ricerca sulla natura), agli inizi degli anni Settanta i libri in materia erano abbastanza scarsi.
Nel 1972 Fulco curò l’edizione italiana di un testo di ecologia pubblicato dall’ecologo francese Roger Dajoz del Museo nazionale di Storia Naturale di Parigi, “Manuale di Ecologia” pubblicato da ISEDI, e nella sua Prefazione analizzò la situazione profondamente carente dell’insegnamento dell’ecologia nelle Università italiane e sottolineò : ”Perché, non dimentichiamolo, la conservazione della natura è un affare che interessa direttamente o indirettamente tutti: e l’ottenere una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su questi problemi, sensibilità che tragga origine da dati scientifici inoppugnabili, non potrà non contribuire a risolvere i problemi che oggi minacciano l’intera umanità. Fino a che le denunce, gli appelli, le proteste si limiteranno a essere mossi da ragioni emotive o passionali non potranno certo servire a cambiare il corso delle cose, oggi palesemente preoccupante; proteste, appelli, denunce che mostrino invece il supporto di una consapevolezza raggiunta attraverso esperienze scientifiche, hanno invece molta maggior possibilità di essere recepiti a livello politico e decisionale.” Una sacrosanta riflessione che purtroppo oggi trova una situazione di incredibile e insensato attacco alla conoscenza scientifica da parte di un mondo politico (vedasi, ad esempio, le drammatiche azioni in merito dell’amministrazione statunitense di Donald Trump, in una nazione sino ad ora importantissimo punto di riferimento per le scienze ecologiche), che minano fortemente la concreta capacità di creare un futuro sostenibile per l’intera umanità.
Il WWF, grazie alla straordinaria spinta propulsiva di Fulco e di altre persone che operavano nell’Associazione come Arturo Osio (che è stato il primo segretario generale dell’Associazione dalla sua fondazione nel 1966 al 1989), aveva attivato numerose ricerche per individuare lo status delle popolazioni di diverse specie animali sulla nostra penisola e le proposte concrete per la loro conservazione (famosa resta quella sul lupo condotta da Luigi Boitani, oggi un’autorità di fama mondiale per quanto riguarda il lupo e, in generale, la biologia della conservazione).
Fulco curò inoltre l’edizione italiana di un volume degli Oscar Mondadori che per noi tutti attivisti, appassionati e impegnati, costituiva una piccola Bibbia sulle specie minacciate di estinzione, il volume del naturalista svizzero Vinzenz Ziswiler, dal titolo “Animali estinti e in via di estinzione” pubblicato dagli Oscar Mondadori nel 1969 e che nella sua appendice dedicata alla situazione faunistica italiana, riassumeva lo stato delle specie animali in via di estinzione in Italia con l’appello a incrementare le aree protette nel nostro paese.
Nella sua prefazione Ziswiler ricordava anche: ”L’uomo, la più potente delle creature, estende la sua influenza su tutti i regni della natura. Civiltà e tecnica, estreme conseguenze dell’eccezionale evoluzione del suo cervello, gli hanno consentito di occupare questa posizione di preminenza. L’enorme incremento demografico degli ultimi secoli, inoltre, lo ha trasformato in uno degli esseri viventi più numerosi della terra. Un confronto tra la curva preoccupante dell’incremento della popolazione mondiale ed una raffigurazione grafica delle specie animali estinte rivela un’allarmante corrispondenza. Più la curva dell’incremento demografico sale, più i blocchi, che rappresentano il numero di specie animali estinte, si elevano.”
L’impegno relativo alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla complessa questione demografica mi ha visto fortemente coinvolto con Fulco sin dagli inizi della nostra amicizia e l’attività del WWF Italia su questa tematica è stata sempre molto presente, portandoci, tra le tante iniziative svolte in merito, anche ad organizzare una conferenza stampa nel 1994, in occasione della terza conferenza ONU sulla popolazione che si tenne a Il Cairo, per rendere pubblico l’invio di una argomentata ed accorata lettera al Papa, Giovanni Paolo II del WWF, mirata a chiarire come la disponibilità a poter avere accesso ai servizi di pianificazione familiare organizzati dalle Nazioni Unite costituisse un fattore importantissimo per milioni di donne soprattutto nei paesi più poveri dove non dispongono della capacità pratica di decidere quanti figli avere e sottolineare come ormai nel mondo è presente una devastazione ambientale che sottolinea le responsabilità dei paesi più ricchi rispetto ai più poveri relativamente all’impronta ecologica individuale.
Già nel n.11 del Bollettino WWF, pubblicato nel settembre 1971 ed inviato come sempre a tutti gli associati, la copertina era la foto di una nursery di bambini appena nati con la frase “La nascita di un uomo in un paese industrializzato è 25 volte più dannosa per la natura di quanto non lo sia una nascita in un paese sottosviluppato”.
Con Fulco abbiamo condiviso continuamente il permanente comune stupore e la sempre viva curiosità per tutte le specie che ci circondano, anche attraverso tante escursioni e viaggi naturalistici, dei quali ricorderò sempre, quello bellissimo, in Etiopia nel 1989 dedicato a osservare sul campo i progetti che il WWF internazionale aveva avviato in quello straordinario paese del continente nero, così ricco di cultura e tradizioni e di una affascinante e ricca biodiversità e per indirizzare uno speciale contributo economico del WWF Italia allo straordinario Parco Nazionale delle Bale Mountains.
In quell’occasione abbiamo potuto osservare ambienti e specie straordinarie: dalle montagne del parco nazionale di Bale al parco di Nachisar, dai nyala di montagna agli alcelafi di Swayne, dal rarissimo lupo etiope (la specie più rara di Canide al mondo del quale sopravvivono ancora meno di 500 esemplari) all’oca dalle ali azzurre ecc.
Di fronte ai meravigliosi panorami della natura etiope Fulco ed io restavamo talmente colpiti da dirci tra di noi di sembrare di essere veramente nel paradiso terrestre. Quello che ritengo sia un dono fortunato che mi appartiene e che la lunghissima frequentazione con Fulco non ha fatto altro che rafforzare è l’aver mantenuto, ancora oggi dopo diversi decenni da allora, quella straordinaria e profonda freschezza, passione, stupore e curiosità per il mondo dal quale deriviamo e senza il quale non possiamo vivere, che è la natura. Fulco era una sorta di “vulcano”, pieno di idee e grande stimolatore di attività, che non voleva vedere freni e ostacoli ai grandi impegni necessari per conservare concretamente la natura, ricordando sempre, nel perseguire azioni concrete, il senso e la necessità di “lanciare il cuore oltre l’ostacolo” per ottenere i necessari risultati concreti.
Fulco ci lascia un’eredità straordinaria di impegno, passione, sacrificio per continuare ad operare attivamente nell’ottenere un modo diverso di relazionarci con la natura. E questa eredità l’ha lasciata in un momento veramente molto grave e cupo per il mondo intero dove si stanno cancellando le basi di tutto quello che è stato costruito nell’ambito delle relazioni internazionali, per promuovere pace, diritti, eliminazione delle disuguaglianze, difesa dell’ambiente e creando invece polarizzazioni, sovranismi, autarchie, disuguaglianze, fake news e fake truths, un mondo del quale facciamo realmente fatica a capire cosa stia realmente accadendo e come evolverà. Ma siamo sempre noi tutti protagonisti del nostro futuro e insegnamenti come quello di Fulco possono senz’altro aiutarci in questa complessa situazione.