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Le auto elettriche inquinano sempre meno

di Aquila Reale

Un recente rapporto dell’International Council of Clean Transportation  (ICCT) ha evidenziato che, analizzando l’intero ciclo di vita delle auto, le vetture elettriche riescono ormai a emettere quattro volte meno anidride carbonica rispetto a quelle a benzina, mentre le ibride o altre tecnologie hanno vantaggi sensibilmente minori.

Il merito di questo miglioramento, raggiunto in maniera più veloce ed eclatante rispetto alle stesse previsioni di settore, è dovuto in buona parte all’implementazione delle fonti energetiche rinnovabili in Europa, fattore che consente di effettuare ricariche sempre più “pulite”. In termini di numeri, le BEV (Battery Electric Vehicle, ovvero le elettriche pure)  emettono il 73% di CO2 in meno rispetto a quelle a benzina, un miglioramento del 24% rispetto al 2021, quota che potrebbe arrivare al 78% in meno rispetto alle auto con motore a scoppio se la produzione elettrica arrivasse al 100% di rinnovabili.

È un dato da tenere in grande considerazione, visto che in Europa il settore dei trasporti è fra i più inquinanti e che le automobili sono responsabili di tre quarti delle sue emissioni. L’Unione Europea ha già deciso l’eliminazione delle motorizzazioni termiche entro il 2035, provvedimento che ha scatenato numerose polemiche, ma non c’è dubbio che si tratti di un passo fondamentale per raggiungere gli obiettivi climatici che la stessa UE si è posta e che non potranno essere raggiunti senza la transizione al motore elettrico, il cui contributo fondamentale è stato finora sottostimato. Al contrario, gli impatti dei veicoli elettrici vengono sovrastimati.

Questa distorsione dei dati, voluta o meno che sia, dipende da due fattori. Il primo è il non considerare l’evoluzione del mix energetico in corso a livello mondiale e in particolare in Europa, con una crescita costante delle fonti rinnovabili dalla quale le motorizzazioni elettriche, come evidenziato in precedenza, traggono notevole beneficio. Il secondo è il non tenere conto dell’intero ciclo di vita dei veicoli, che nell’UE viene stimato mediamente sui vent’anni. Infatti, attualmente i veicoli elettrici sono penalizzati da un impatto maggiore in fase di produzione, divario che peraltro sta rapidamente calando e che fra pochi anni sarà già ribaltato, ma in ogni caso questo gap iniziale viene rapidamente colmato nella fase di utilizzo, dove le emissioni del motore elettrico sono nulle. Si stima che mediamente la “parità emissiva” venga raggiunta ben prima dei 20.000 chilometri di percorrenza, pari a uno o due anni di utilizzo, dopodiché il peso della bilancia è tutto a favore dell’elettrico, compresa la fase di smaltimento e riciclo a fine vita.

Questa superiorità a favore dell’elettrico è arrivata più in fretta del previsto ed è destinata ad aumentare ancor più in futuro, grazie al costante miglioramento della tecnologia delle batterie, che diventano sempre più efficienti, leggere e performanti, garantendo maggiore autonomia ed economicità di utilizzo, e in virtù dell’aumento dell’energia da fonte rinnovabile, già arrivata a superare il 50% e destinata a superare l’80% entro una ventina d’anni. Per questo motivo il motore a scoppio è destinato al tramonto, probabilmente più in fretta di quanto ci aspettiamo, dunque la sua strenua difesa al di là dell’evidenza è una battaglia persa in partenza, che rischia di ampliare il divario tecnologico e competitivo che già oggi affligge il nostro settore auto [delle cui conseguenze parliamo in un altro articolo].

Come dicevamo all’inizio, i vantaggi sono invece più contenuti se prendiamo in esame altre tecnologie, seppure a loro volta migliorative rispetto alle motorizzazioni tradizionali. Le ibride, ultimamente fra i modelli più in crescita, grazie alla frenata rigenerativa ottengono un 20% in meno di emissioni rispetto al semplice motore a scoppio, percentuale che sale al 30% nelle versioni plug-in, che permettono anche di alimentare direttamente la batteria tramite prese di corrente o alle colonnine di ricarica. Le auto diesel hanno un impatto sostanzialmente analogo a quello delle auto a benzina, mentre i veicoli a gas (peraltro ormai poco diffusi) hanno emissioni inferiori solo del 13%.

Per quanto riguarda l’idrogeno, spesso citato come possibilità alternativa anche se finora si è rivelato una chimera, in effetti potrebbe alimentare motori con emissioni più basse del 79% rispetto ai motori a scoppio, ma solo se l’idrogeno utilizzato fosse “verde”, ovvero prodotto da fonti rinnovabili. Attualmente quasi tutto l’idrogeno prodotto è “grigio”, cioè ottenuto dal metano, fattore che riduce il beneficio al 26%, un valore superiore a quello delle ibride semplici, ma inferiore a quello delle ibride plug in. Per quanto riguarda un’altra tecnologia alternativa molto sponsorizzata, quella dei biocarburanti, la scarsa disponibilità e il costo elevato rendono molto limitato il loro utilizzo, che verrà probabilmente indirizzato ai settori della navigazione e dell’aviazione, oltre a un utilizzo “di nicchia” per quelle vetture con motore a scoppio che continueranno a circolare come veicoli storici o per appassionati di quelle motorizzazioni termiche, diciamo così, non per tutte le tasche. Il contributo dei biocarburanti è dunque destinato a rimanere marginale, almeno per quanto riguarda la mobilità privata.

Al contrario, per tutto quanto detto finora, la transizione al motore elettrico è fondamentale sia per la decarbonizzazione del settore dei trasporti che per mantenere adeguati livelli di competitività e occupazione dell’Italia e dell’UE a fronte della montante concorrenza di altri Paesi.

Niente accordo alle Nazioni Unite sul trattato internazionale per limitare l'inquinamento da plastica

di Luigi Campanella

All'undicesimo giorno di trattative a Ginevra l'incontro con quasi 2000 partecipanti si è chiuso senza una intesa sulla riduzione della crescita di produzione della plastica e sull'adozione di controlli legalmente vincolanti sui componenti chimici utilizzati. Il fallimento del negoziato replica quindi quello già verificatosi un anno fa in Corea del Sud. Secondo quanto riportano le agenzie internazionali, nessuna delle due bozze di documento presentate dal presidente del comitato creato nel 2022 con il mandato di raggiungere una intesa, l'ambasciatore ecuadoriano Luis Vayas Valdivieso, è stata accettata dai 184 Paesi al tavolo come base per il negoziato.

Il dubbio che su questo non risultato ci possa essere un effetto dazi si basa su un semplice collegamento fra i due problemi: ad esempio, visti i dazi su alluminio e acciaio, è probabile che le aziende europee e statunitensi vireranno ancor di più sui prodotti in plastica, come ad esempio ha dichiarato qualche tempo fa Coca-Cola. Le posizioni per porre fine a questo inquinamento, esteso a tutto il ciclo produttivo, devono poi fare i conti con le tensioni geopolitiche e gli equilibri industriali. Ecco perché è particolarmente interessante comprendere qual è la posizione che l’Unione Europea intende portare avanti dopo il risultato al tavolo svizzero di questi giorni. Dei due documenti presentati in sede di Assemblea uno è stato espressione dei Paesi rigoristi, sulle cui posizioni le divergenze riguardano questioni centrali: la definizione delle plastiche problematiche e prioritarie, l’inclusione delle microplastiche, i meccanismi di finanziamento – soprattutto a sostegno dei Paesi in via di sviluppo – e l’adozione di obiettivi chiari e misurabili di riduzione e gestione. Dall’altra parte si è schierato un gruppo di Paesi definiti “Like-Minded“, tra cui figurano giganti petroliferi come Arabia Saudita, Cina, Russia e Iran. Questa fazione si oppone fermamente a qualsiasi limite alla produzione, sostenendo che il trattato dovrebbe concentrarsi esclusivamente su una migliore gestione dei rifiuti e sul riciclo. Una posizione che, secondo gli esperti, non è sufficiente, dato che a livello globale oggi si ricicla appena il 9% della plastica prodotta. A oggi ci dobbiamo accontentare dell'ultima versione del documento votato a Ginevra, che ha tentato senza successo la sintesi delle 2 posizioni emerse. Esso non include limiti alla produzione di plastica, ma riconosce che gli attuali livelli di produzione e consumo sono “insostenibili” e richiedono “un’azione globale”. Il testo aggiunge che tali livelli superano le capacità attuali di gestione dei rifiuti e sono destinati ad aumentare, rendendo necessaria “una risposta globale coordinata per fermare e invertire queste tendenze”. Questo fallimento sembra non rendersi conto del fatto che il prodotto primo dello sviluppo economico ed industriale, cioè la plastica, non debba essere messa in discussione come strumento indispensabile per mantenere vivo quel modello di sviluppo di cui scontiamo l'applicazione. Ciò che è più grave è che tale insensato atteggiamento presiede anche all'innovazione merceologica del nostro tempo, quasi mai purtroppo attenta all'ambiente ed alla salute. Nella letteratura scientifica internazionale negli anni Novanta comparve la indicazione inquinanti emergenti per indicare nuove sostanze chimiche, potenzialmente pericolose, immesse nell’ambiente. Questo gruppo comprendeva a sua volta grandi categorie di sostanze, quali i Ppcp (Pharmaceuticals and Personal Care Products: farmaci e prodotti per la cura della persona e della casa), gli ignifughi polibromurati, le sostanze per-e polifluoroalchiliche (PFAS), cui si sono aggiunti, nel corso degli anni composti già noti, ma la cui pericolosità è emersa solo successivamente, oppure sostanze rilevate per la prima volta in matrici ambientali. Il caso dei PFAS è probabilmente uno dei più rappresentativi rispetto a quanto questa a suo tempo iniziale presenza fosse incurante dei relativi pericoli che da essa ne derivava. C'è però un altro aspetto che va evidenziato: la definizione di emergenti è parsa per un certo tempo accompagnarsi ad una sorta di minore attenzione: emergenti è stato talvolta così assimilato ad ancora rari. Oggi invece sappiamo – e deve essere una lezione per il futuro – che emergenti vuol dire anche poco conosciuti scientificamente rispetto a caratteristiche che ne condizionano la pericolosità, come il bioaccumulo e la biodegradabilità. C’è poi l'effetto somma, quasi mai considerato circa il danno che può derivare ad ambiente e genere umano dalla presenza di molti di essi insieme, magari tutti a concentrazioni minime. La lezione è chiara: sottovalutare l'incognito è spesso un caso di scarsa prevenzione, quindi di malagestione. Se poi questo si somma ad una conscia ignoranza del documentato presente la presunta colpa diviene grave responsabilità.

Animali “nocivi”: sotto a chi tocca

di Piero Belletti

Dopo cinghiali, orsi, lupi, nutrie, colombi, cormorani e chi più ne ha più ne metta, questa volta tocca all’ibis sacro entrare a far parte della sterminata lista di specie problematiche, spesso alloctone, ma comunque fonte di infinite polemiche, anche interne al movimento ambientalista.
Ma procediamo con ordine.

Di cosa stiamo parlando

L’ibis sacro (Threskiornis aethiopicus) è una specie diffusa soprattutto in Africa e, limitatamente ad alcune piccole e relitte popolazioni, in Medio Oriente. In tempi remoti era particolarmente abbondante in Egitto, dove era considerato animale sacro e associato a Thot, il dio della saggezza e della scrittura. Era infatti consuetudine mummificarli e seppellirli in apposite catacombe: in quella di Tuna el-Gebel si presume fossero presenti circa 4 milioni di esemplari. A partire dal XIX secolo, l’ibis sacro è tuttavia scomparso da tutta l’Africa del nord, mentre sopravvive in quella sub-sahariana, con una popolazione stimata di circa 300.000 individui, cosa che la esclude dalle specie a immediato rischio di estinzione.

Specie tendenzialmente stanziale, nidifica in colonie, generalmente costituite da alcune decine di nidi, su cespugli o alberi nei pressi di zone umide. Spesso le colonie condividono lo spazio con altre specie: nel nostro Paese soprattutto garzette, aironi guardabuoi, aironi cenerini e tarabusi. La deposizione delle uova avviene tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera; a maggio si schiudono le uova e i piccoli lasciano il nido tra giugno e luglio. Possibile un secondo ciclo riproduttivo, soprattutto in caso di fallimento del primo, che inizia ad agosto e si protrae fino ad ottobre inoltrato. Le uova (solitamente due-tre per deposizione) vengono covate da entrambi i genitori per circa un mese. Il successo riproduttivo non è molto elevato: supera infatti di poco l’unità per covata.

Dal punto di vista alimentare l’ibis sacro è specie tendenzialmente onnivora, anche se altri animali, soprattutto invertebrati, costituiscono la parte predominante della sua dieta. La ricerca del cibo avviene soprattutto in aree umide (tipo risaie), dove gli uccelli sondano con il loro lungo becco il sottosuolo, alla ricerca di insetti, lombrichi, crostacei, molluschi, anfibi e piccoli pesci. Le discariche di rifiuti possono rappresentare un’integrazione alimentare, a volte significativa. La predazione nei confronti di altri uccelli pare un comportamento limitato a pochi individui “specializzati”.

Diffusione naturale e artificiale

Poiché si tratta di una specie adattabile, e quindi facile da allevare, fin dall’antichità l’ibis sacro è stato introdotto in parchi e giardini privati, anche molto lontani dal luogo di origine. Le inevitabili fughe hanno poi creato numerosi nuclei di animali rinselvatichiti, soprattutto in Europa meridionale: Portogallo, Spagna, Grecia ma soprattutto Francia e Italia. Non è escluso che tali nuclei siano poi stati integrati con individui selvatici giunti spontaneamente, a causa delle mutate condizioni climatiche, dai loro luoghi di origine. Come peraltro è avvenuto, in tempi recenti, per numerose altre specie, tra cui l’airone guardabuoi.

In Italia la specie è segnalata allo stato rinselvatichito fin dal XIX secolo, anche se con numeri molto ridotti. La prima nidificazione nota in natura avvenne nel 1989 ad Oldenico, in provincia di Vercelli. Solo all’inizio dell’attuale secolo le popolazioni sono aumentate in modo esponenziale, sia per ulteriori fughe dalla cattività che per dispersione spontanea di individui provenienti da immissioni in Francia.

Difficile dire quanti siano oggi gli ibis sacri in Italia. Le stime più accreditate parlano di numeri intorno a 20.000, con una costante e marcata tendenza all’aumento. Le concentrazioni maggiori si hanno al confine tra Piemonte e Lombardia e lungo il litorale veneto-romagnolo, ma anche in altre zone della pianura Padana e della Toscana la specie è presente con popolazioni significative.

Problematiche

Come tutte le specie alloctone che si trovano, volenti o nolenti, a dover vivere in un ambiente che non è quello di origine, anche l’ibis sacro crea una serie di problematiche. Intanto l’impatto su altre specie ornitiche, di cui in alcuni casi sono stati segnalati distruzioni di nidi e predazione di pulcini: in realtà questo aspetto pare essere stato sovrastimato e limitato a episodi sporadici, e comunque mai verificati per il nostro Paese. C’è poi la competizione “territoriale” con altre specie (soprattutto aironi) per occupare i siti più propizi alla nidificazione; tuttavia anche tale aspetto non sembra determinare impatti significativi sulla consistenza delle specie “bullizzate”, se non in condizioni particolari, tipo aree idonee molto piccole e frammentate. Infine, da segnalare il danneggiamento degli alberi scelti per tale attività, depredati per il prelievo di materiale per la costruzione dei nidi e spesso “intossicati” dalle eccessive quantità di guano che si depositano ai loro piedi.

Anche i danni alle attività agricole sono localizzati e legati non tanto al consumo diretto da parte degli ibis, quanto all’azione di estirpazione e coricamento di piante (ad esempio asparagi) durante le fasi di ricerca di animali che vivono nel suolo, quali ad esempio lombrichi. Questo aspetto può tuttavia assumere aspetti di grande rilevanza in casi particolari. Citiamo il caso di un’azienda del vercellese che produce riso biologico. In questo caso i danni sono molto rilevanti, sempre dovuti all’attività di schiacciamento ed estirpazione delle pianticelle di riso esercitata durante la ricerca di cibo. Il fatto è che nelle risaie biologiche, dove il periodo di sommersione è praticamente continuo e dove non si fa uso di prodotti chimici di sintesi, la microfauna è molto più abbondante delle risaie tradizionali (quasi dei “deserti” dal punto di vista biologico), cosa che ovviamente attrae in modo irresistibile gli ibis sacri e ne determina concentrazioni molto elevate. Purtroppo, questi danni non sempre vengono risarciti in modo adeguato, anche per la palese ostilità del mondo venatorio e di parte di quello agricolo nei confronti di chi esercita forme di agricoltura più sostenibile, le quali permettono la sopravvivenza di numerose specie animali che possono poi causare danni alle attività agricole oppure entrare in competizione con le più tradizionali prede dell’attività venatoria.

Ancora del tutto da dimostrare la possibilità di diffusione di malattie, ad altre specie sia selvatiche che allevate, mentre non sono noti, almeno nel nostro Paese, episodi di “bird-strike”, cioè di impatti con velivoli.

Normativa vigente

L’ibis sacro è considerata “specie esotica invasiva di rilevanza comunitaria” dal Regolamento 1143 del 2014 dell’Unione Europea e dal conseguente Regolamento di esecuzione del 2016 (n. 1141), per la quale occorre quindi prevedere disposizioni volte a prevenirne l’introduzione e gestirne la diffusione. Il Regolamento è stato recepito, nel nostro Paese, dal Decreto legislativo 15 dicembre 2017, n. 230. Sulla base di tali normative, l’ISPRA, nel 2020, ha predisposto uno specifico piano di gestione nazionale della specie (il documento è scaricabile dal link: https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/piano_gestione_ibis_sacro_integrazioni_finale_30_novembre_2020-pdf). A livello locale, anche il Parco del Po piemontese si è dotato nel 2022 di uno strumento normativo per la gestione dell’ibis sacro (https://www.parcopopiemontese.it/PDF/PianoIbisSacro.pdf)

Metodi controllo

Va da sé come, in questi casi, la miglior strategia di intervento sia quella di impedire che essi si verifichino. Anche quando l’invasione è ormai avvenuta, è imperativo tenere alta l’attenzione e impedire che si verifichino nuove immissioni, volontarie o accidentali che siano.

Ma in questo caso la frittata è stata fatta. Che fare, dunque? E qui si apre un dibattito tra i più imbarazzanti e divisivi per il fronte ambientalista. Ma cominciamo a esaminare le possibilità operative che dovrebbero mettere tutti d’accordo.

Le principali riguardano il controllo della riproduzione, che può essere attuato con metodi relativamente incruenti: ad esempio asportando le uova prima della loro schiusa. Questo intervento può risultare difficile in ambiti naturalistici, ove non sempre è possibile raggiungere i nidi (o comunque senza creare disturbo nei confronti di altre specie), ma risulta molto più semplice in un contesto urbano. Ipotesi tutt’altro che campata in aria, vista la crescente predisposizione degli ibis sacri a colonizzare anche parchi e alberate all’interno di conglomerati urbani (il cimitero di Novara è forse l’esempio più lampante). Il rovescio della medaglia è che l’interruzione della covata potrebbe indurre gli animali a ricominciare da capo, con nuove deposizioni, le quali richiederanno a loro volta ulteriori interventi. Da valutare la strategia, già adottata con successo nel caso dei colombi, di sostituire le vere uova con simulacri di gesso o altri materiali. In questo caso aumentano le probabilità di impedire un secondo ciclo riproduttivo, in quanto gli animali continuano nella cova. Citiamo infine la possibilità di irrorare la superficie delle uova con una miscela di acqua e olio, allo scopo di bloccare gli scambi gassosi delle uova medesime e causarne così il deperimento. Sono stati effettuati tentativi con appositi droni, che però non hanno dato i risultati sperati, vuoi per la non totale efficacia del metodo, che per la difficoltà di far giungere i droni nei pressi dei nidi da trattare. Tuttavia appare opportuno proseguire con le sperimentazioni e verificare le possibilità di implementazione del metodo, con particolare attenzione alla mancanza di effetti di disturbo nei confronti di altre specie che eventualmente abbiano nidificato nella stessa colonia.

Si può anche procedere alla cattura di esemplari, utilizzando prodotti narcotici o gabbie: in questo caso si riesce a ottenere una buona selettività, evitando di coinvolgere specie non oggetto di intervento. Il problema è cosa fare poi degli uccelli catturati. Se si procede alla loro soppressione, allora la differenza con l’adozione di metodi cruenti e diretti di fatto scompare...

E veniamo all’aspetto più spinoso del problema: l’abbattimento diretto. Intanto una premessa: spesso questa tecnica si rivela inefficace, inducendo un aumento della sopravvivenza dei giovani e l’immediato ripristino quantitativo delle popolazioni precedenti l’intervento. Inoltre, si favorisce la diffusione degli animali, che potrebbero così colonizzare nuove aree in tempi più rapidi di quelli che sarebbero previsti nel caso di migrazioni spontanee. Cinghiale docet..... Tuttavia, in casi estremi, anche questa opzione dovrebbe essere presa in considerazione. Ovviamente solo dopo aver verificato che nessuno dei metodi incruenti possibili sia applicabile e operando in modo da non arrecare inutili sofferenze agli animali, né creare disturbo per altre specie non oggetto di contenimento o danni agli ecosistemi naturali in cui si opera. Inoltre, gli interventi non dovrebbero mai essere affidati a cacciatori, ma soltanto a personale dipendente da Enti Pubblici (guardaparco, agenti di polizia, ecc.). In caso contrario si corre il rischio (ma parlare di rischio è un eufemismo...) che gli interventi vengano condotti non in modo da risolvere il problema, ma semplicemente per prorogare all’infinito il divertimento degli sparatori. Si obietterà certamente che mancano le risorse per limitare gli interventi a operatori pubblici. Beh, fino a ieri potevamo anche concordare. Ma da quando il nostro eroico Ministro per le Infrastrutture e i Trasporti ha deciso di sperperare circa 14 miliardi di euro per un inutile ponte, francamente non ci crediamo più.....

Altri metodi, che pure sono stati proposti, non meritano nemmeno di essere presi in considerazione, per la crudeltà, l’incerta efficacia e soprattutto per l’impatto su altre specie. Citiamo, tra questi, l’uso di esche avvelenate e la distruzione con armi da fuoco dei nidi occupati da adulti e/o giovani.

Conclusioni

Il problema della gestione delle specie alloctone è tutt’altro che semplice. Purtroppo, per svariate cause (tra cui anche il cambiamento climatico) diventa sempre più frequente e presumibilmente lo sarà ancora di più nell’immediato futuro. Cosa fare dunque? Chiaramente bisognerà valutare caso per caso quali siano le strategie migliori da adottare: dalla rassegnazione al tentativo di eradicazione. Alcuni punti tuttavia risultano fondamentali e generalizzabili:

  • No a nuove introduzioni. Monitoraggio costante della situazione
  • Azioni dettate da motivazioni di tipo scientifico, e non semplicemente a fini elettorali o per sbandierare apparente interesse alle problematiche di alcune categorie
  • Interventi non localizzati, ma su tutto l’areale di nuova diffusione della specie. Coordinamento tra tutti gli Enti e le strutture coinvolte
  • Operazioni che non creino disturbo ad altre specie o danneggino l’ecosistema. Quindi scelta di periodo, luoghi e modalità più idonee a tali scopi
  • Interventi incruenti e, solo in caso di accertata inefficacia, ricorso ad altri sistemi
  • Esclusione mondo venatorio dalle possibili iniziative di controllo

Morire di caldo

di Riccardo Graziano

Morire di caldo, purtroppo, non è più un semplice modo di dire, ma una realtà che si ripresenta a ogni estate, in alcuni casi con un’incidenza molto preoccupante. E i cambiamenti climatici amplificano questa tendenza, destinata in un prossimo futuro a diventare una vera emergenza, se non corriamo rapidamente ai ripari.

In proposito, dopo le ondate di calore registrate questa estate, è stato condotto uno studio su 12 città basato sui dati forniti dall’Imperial College London e dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine, analizzati dal gruppo di ricerca del World Weather Attribution.

Fra il 23 giugno e il 2 luglio 2025 sono state circa 2.300 le persone morte a causa del caldo nelle 12 città europee prese in esame e ben il 65% di questi decessi, pari a 1.500 vittime, può essere imputato al cambiamento climatico, che ha contribuito in modo determinante a innalzare le temperature, arrivate in quel periodo a superare i 40°C in molte zone, tanto da richiedere misure straordinarie quali la sospensione delle prestazioni lavorative all’aperto nelle ore più calde, provvedimento adottato da varie Regioni italiane.

Secondo questo studio, l’impatto dei cambiamenti climatici dovuti al perdurante utilizzo di combustibili fossili avrebbe provocato un incremento fino a 4°C oltre il dovuto nelle città, aumentando considerevolmente i decessi. Si stima che a Milano e Roma le temperature elevate abbiano provocato 800 morti in eccesso, delle quali 500 imputabili al surplus di calura dovuta ai mutamenti climatici. I numeri impietosi ci dicono che in termini assoluti Milano è stata la città più colpita con 499 decessi dovuti al caldo di cui 317 attribuibili ai cambiamenti climatici, seguita da Parigi, Barcellona, Roma, Londra, Atene, Madrid, Lisbona, Budapest, Zagabria, Francoforte e Sassari. In termini percentuali, Madrid è la città dove il cambiamento climatico sembra aver inciso di più, con il 90% delle vittime in eccesso.

Naturalmente, sono dati da prendere con cautela, perché si tratta sostanzialmente del primo studio di questo tipo e non esiste un’adeguata metodologia e casistica che permetta di distinguere con certezza quali e quanti morti siano dovuti al calore in eccesso portato dai mutamenti climatici rispetto a quelli provocati da un innalzamento delle temperature non anomalo, tuttavia non c’è dubbio che le ondate di calore stiano diventando un problema tanto serio quanto sottostimato.

Il problema è che, mentre altri effetti dei cambiamenti climatici sono molto evidenti e così pure le vittime che provocano – si pensi alle famose “bombe d’acqua”, alluvioni, incendi, trombe d’aria e via dicendo – quelli relativi alle ondate di calore sono meno appariscenti, ma stanno comunque diventando gravi, anche a causa di questa loro minore visibilità, una sorta di “epidemia” sottotraccia, difficile da individuare e poco studiata. Le vittime muoiono in casa o nei letti d’ospedale, lontano dal clamore mediatico che accompagna altri disastri del clima impazzito, ma i numeri sono spesso superiori a quelli di altre tragedie apparentemente più eclatanti. Un fenomeno preoccupante, specialmente tenendo conto che, attualmente, la temperatura globale è salita mediamente di 1.3°C, ma come ben sappiamo, in assenza di provvedimenti seri e tempestivi, in un futuro prossimo potremmo avere un incremento di 2 o 3 gradi, un aumento che potrebbe fare letteralmente la differenza tra la vita e la morte per migliaia di persone, tenendo conto che i numeri già preoccupanti riportati da questa ricerca riguardano solo 12 città, ma chissà quanti altri decessi saranno avvenuti altrove. Inoltre, sebbene la maggioranza delle vittime appartenesse alla fascia di età sopra i 65 anni, non sono pochi i casi di persone anche più giovani, a dimostrazione del fatto che si tratta di un problema di interesse generale.

Tuttavia le ondate di calore non godono dell’ attenzione riservata ad altre calamità “innaturali” quali le inondazioni o le tempeste di intensità crescente, perché il loro impatto è meno visibile, pur se altrettanto grave, sia in termini di vite umane, sia per le conseguenze economiche che comportano. Tutti sappiamo per esperienza che con il caldo si fa più fatica a lavorare (ambienti condizionati a parte) dunque la resa e la produttività sono inferiori, come certifica anche una stima di Allianz, che sostiene la possibilità di una perdita del Pil globale dallo 0,1 all’1,4% (in Italia del 1,2%) a causa dell’innalzamento progressivo delle temperature. Gli studi ci dicono infatti che a 32°C la capacità di svolgere un lavoro fisico scende già del 40% e si riduce addirittura a un terzo quando si arriva a 38°C.

Peraltro, anche i modelli statistici delle assicurazioni sono più carenti per quello che riguarda gli effetti delle ondate di calore. Mentre per altre calamità naturali i modelli previsionali si basano su miriadi di dati raccolti nel corso di decenni di studi, che consentono una valutazione del rischio piuttosto accurata, per quanto riguarda le ondate di calore la raccolta dei dati è appena agli inizi, quindi manca una casistica significativa sulla quale fare previsioni. Una lacuna da colmare velocemente, visto che il giugno 2025 in Europa occidentale è stato il giugno più caldo di sempre, addirittura superiore allo stesso mese del 2003, l’anno record che con il perdurare del caldo per svariati mesi aveva provocato circa 70.000 decessi in Europa. L’ennesimo segnale di una tendenza al surriscaldamento globale ormai in atto da tempo e che non accenna a fermarsi, anzi tende ad aumentare a causa della nostra mancanza di determinazione nel contrastare l’effetto serra diminuendo drasticamente l’utilizzo di combustibili fossili.

Ricordare Alexander Langer: cinque immagini di impegno e speranza

di Pinuccia Montanari

 

Abstract

Il presente  contributo si sofferma su alcuni temi centrali della figura di Alexander Langer. “Profeta verde” e precursore della transizione ecologica. Il pensiero di Alexander Langer ha indicato limiti e possibilità di una nuova coscienza ambientale, della giustizia e della convivenza. La sua biografia, segnata dalla fragilità e dalla solitudine, è testimonianza di un modo diverso di intendere la politica, come cura e responsabilità. La sua eredità, fondata sulla conversione ecologica e sulla radicalità della nonviolenza, resta oggi di grande attualità.

Parole chiave: profeta verde – semina verde – virtù verdi – conversione ecologica – coscienza ecologica – transizione ecologica

 

Introduzione

In questi ultimi anni — e in particolare in questo periodo — sono usciti tantissimi libri, articoli, documentari, convegni dedicati ad Alexander Langer. La sua figura è tornata al centro del dibattito politico, culturale ed ecologico. Ma, proprio per questo, non è facile scrivere qualcosa di originale. Per molti che lo hanno incontrato negli anni Ottanta e Novanta, Langer è stato un maestro di vita oltre che un politico, capace di intrecciare pensiero ed esperienza concreta. Non lo si è conosciuto soltanto come leader dei Verdi europei, ma come “uomo del dialogo” e “costruttore di ponti”, impegnato in un’Europa attraversata da guerre e contraddizioni.

E allora ho deciso di fare un passo indietro. Non un’analisi, non una sintesi, ma un ricordo personale. Una testimonianza. Vorrei condividere  in questo breve articolo cinque immagini. Cinque momenti che, per me, restituiscono il senso profondo del suo impegno e della sua personalità..

 

1. La pace come azione concreta

La prima immagine riguarda il suo modo di intendere la pace.

Durante un Consiglio federale nazionale dei Verdi — era l’inizio degli anni ’90, e il conflitto in ex Jugoslavia non era ancora esploso — arrivarono testimonianze drammatiche: madri di Lubiana, Zagabria, Sarajevo chiedevano aiuto. Chiedevano un sostegno internazionale per evitare la guerra. Non volevano che i loro figli morissero in guerra.

Alex , così lo chiamavamo, non rispose con un documento, né con una dichiarazione stampa. Propose un’azione diretta: "Vediamoci domani mattina alle cinque a Mestre. Partiamo. Andiamo a incontrare quelle donne, gli intellettuali, i movimenti pacifisti, per costruire la pace dal basso".

Questa era la sua idea di pace: non un’astrazione, ma un cammino, spesso faticoso, che passa per la mediazione, l’ascolto, la prossimità.

Langer è stato una figura necessaria per l’Europa: uomo di frontiera geografica e culturale, parlamentare europeo ha incarnato la tensione verso la convivenza tra etnie, religioni, linguaggi politici. Il suo stesso vissuto sudtirolese lo aveva educato alla ricerca di mediazioni. La sua esistenza è stata risposta concreta all’urgenza di abbattere muri e dare voce ai dimenticati. La sua biografia si intreccia con le ferite della storia: i conflitti etnici in Alto Adige, la guerra nei Balcani, l’incapacità dell’Europa di rispondere con coraggio. La sua fragilità, lungi dall’essere debolezza, era la forza di una sensibilità radicale. Ma questa sensibilità lo portò a una solitudine crescente, quella che spesso accompagna i profeti quando restano inascoltati. Langer sognava un’Europa solidale ed ecologista. Ma il sogno si infranse contro le guerre jugoslave e l’indifferenza delle istituzioni. Le sue lettere da Sarajevo restano testimonianze uniche: parole di dolore e speranza, scritte da chi aveva scelto di stare sul confine, sia geografico sia esistenziale. La sua morte, nel 1995, segna non solo la fine di una vita, ma anche la frattura di un sogno collettivo.

 

2. L’ambiente come giustizia sociale

Il secondo punto riguarda l’ambiente. Nel 1992 partecipammo insieme alla Conferenza ONU di Rio de Janeiro, l’UNCED, la famosa “Earth Summit”.

Alex era ovunque: camminava tra i gazebo del Forum della società civile, ascoltava i movimenti indigeni, discuteva con ONG africane, e poi, un’ora dopo, lo vedevi intervenire accanto a capi di Stato o confrontarsi con Al Gore. Ogni sera sotto l’albero poi restituiva a tutti noi le riflessioni che aveva elaborato

Per lui, l’ambiente non era una questione solo politica o tecnologica o scientifica. . Era radicato nella vita dei popoli. Ricordo in particolare il suo sostegno alla causa degli Xavantes, una popolazione indigena a cui si cercava di restituire le terre ancestrali sottratte.

Alex parlava di “ecologia integrale” prima ancora che l’espressione venisse usata nella Laudato si. Non c’è ambiente senza giustizia. Non c’è sviluppo senza dignità.

Il volume Il viaggiatore leggero raccoglie i nuclei più significativi del suo pensiero. Langer aveva intuito i limiti dello sviluppo e la necessità di una “conversione ecologica” della società. Denunciava lo “scambio predatorio” tra l’uomo e la natura, la nostra insolvenza verso la terra e i popoli del Sud del mondo. Per questo rigettava l’uso acritico del concetto di “sviluppo sostenibile” e proponeva invece di rallentare: lentius, profundius, suavius.
Alle virtù politiche tradizionali affiancava le virtù verdi: consapevolezza dei limiti, autolimitazione, conversione ecologica. La sua proposta anticipava le sfide odierne della transizione ecologica e del cambiamento climatico.

 

3. Una fede che unisce, non che divide

Il terzo punto è più intimo, ma per me molto importante: la dimensione religiosa.

A Rio, un giorno ci portò in una grande chiesa. Entrammo, eravamo io Alex e Christopher Backer, ci sedemmo in silenzio. Alex aprì la sua Bibbia, scritta in ebraico e francese, e iniziò a leggere ad alta voce. Pregammo insieme, in una lingua che non tutti capivamo, ma che aveva la forza della verità.

Alex era figlio di padre ebreo viennese, cresciuto nella cultura cristiana della madre in Alto Adige e profondamente aperto al dialogo interreligioso. Era una figura con una straordinaria dimensione di spiritualità . Per lui, la dimensione religiosa era alla radice dell’impegno civile. Un nutrimento dell’anima, che lo teneva saldo nei momenti più difficili.  Tra i suoi scritti più incisivi troviamo l’invito a “piantare la carità nella politica”. Non era un richiamo al sentimentalismo, ma a una prassi di ascolto, inclusione e giustizia sociale. In un mondo dove tutto tende a ridursi a merce, Langer rivendicava anche la necessità del gratuito: “Abbiamo bisogno di occasioni ed opportunità gratuite nella nostra vita… una fontana pubblica, una bicicletta in prestito, un mercatino di scambio dell’usato” (Langer, 1991). La politica, per lui, era cura, compassione, attenzione quotidiana ai bisogni concreti delle persone.

 

4. L'Albania e il passaggio alla democrazia

Il quarto ricordo ci porta in Albania, in un momento di grande tensione: la caduta del regime di Ramiz Alia e del comunismo autarchico del paese e la transizione alla democrazia. Come Presidente della Commissione Albania, Romania e Bulgaria del Parlamento europeo,  Alex fu tra i pochi europei a mettersi in viaggio per sostenere questo passaggio in modo nonviolento. Nelle strade di Tirana, i giovani lo riconoscevano, lo salutavano come un eroe. Era per loro un punto di riferimento, una voce libera in un’Europa spesso muta. Lui era presente, era lì dove si giocava il destino della storia di quel paese. Incontrammo il Presidente della Repubblica, e in quella occasione chiese di salvare le meravigliose piante monumentali tra Durazzo e Valona. Rischiavano di essere abbattute per farne legna, in un paese affamato. Anche lì, Alex ci ricordava che la dignità passa anche attraverso la salvaguardia degli alberi storici, la tutela del paesaggio come tutela della propria identità , i simboli della memoria collettiva. Nella sua militanza, Langer propose un modo nuovo di intendere la politica: etica, dialogica, ecologista. Non impose mai coerenze assolute, accettò le contraddizioni come parte del reale, preferendo le domande alle risposte preconfezionate. Per lui la politica non era potere, ma responsabilità per la vita, per la natura, per i popoli dimenticati.

 

5. Rallentare per andare più in profondità

Infine, l’ultima immagine riguarda il tempo, o meglio: il modo di vivere il tempo. Alex ci metteva in guardia da quella che chiamava la "religione del più": più veloce, più forte, più competitivo. Diceva che il vero progresso non è nella corsa, ma nella profondità. Proponeva di rallentare. Di cercare il “più dolce, più profondo, più umano”.

Diceva anche  che bisognava essere “portatori di speranza”, anche quando la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a realizzare è grande. Anche quando si rischia la delusione. Mi telefono’ quella mattina in cui era uscito un suo articolo su Il manifesto dedicato alla tragica fine di Petra Kelly; mi disse di leggerlo e dirgli cosa ne pensassi. Gli risposi che lo avevo letto e che mi aveva molto colpito la frase sull’essere degli hofnungtrager, dei portatori di speranza. Avevo fatto la mia tesi sul principio speranza di Ernst Bloch e il rapporto con Moltmann. Ci soffermammo su Moltmann e su come la speranza/ la resurrezione passi attraverso la croce in Moltmann.

Parlammo di Bonhoeffer e del fatto che era morto in un campo dì concentramento.

 

Conclusione: L’eredità di Alex

Alexander Langer ci ha lasciato troppo presto, nel 1995, togliendosi la vita. Un gesto che ha sconvolto tutti, ma che non deve offuscare la grandezza del suo percorso.

Oggi, quando parliamo di ecologia, diritti, pace, spiritualità, la sua voce è ancora viva. È viva ogni volta che qualcuno prova a mediare anziché urlare. A costruire ponti invece che muri. A rallentare per sentire meglio il battito del mondo.

 

“La speranza come disobbedienza dolce”

Quando penso ad Alex oggi, lo immagino su una collina, con lo zaino in spalla e il passo leggero. Non corre. Non urla. Non domina. Cammina. Rallenta. Ascolta.

Diceva: “La conversione ecologica sarà possibile solo se apparirà socialmente desiderabile.” Cioè: se sapremo renderla bella, giusta, umana. Ecco perché non basta avere ragione: bisogna convincere con dolcezza. Non basta denunciare: bisogna mostrare un’alternativa. E non basta sperare: bisogna essere speranza.

Alex, in fondo, era questo: una disobbedienza dolce, una forma vivente di resistenza pacifica interamente aperta al mondo. E ti faceva sentire parte del mondo. E oggi, in un tempo in cui il cinismo sembra l’unica lingua ammessa, in cui la guerra torna a bussare, in cui la crisi ecologica ci scuote ogni giorno, forse il modo più radicale di essere giornalisti, cittadini, esseri umani… è ancora quello di Alex. Camminare piano. Guardare in profondità. E portare speranza, anche quando sembra poca.

 

Conclusione

L’eredità di Langer può essere riassunta in tre nuclei:

  • una spiritualità laica e profetica, capace di leggere i segni dei tempi;
  • un pensiero ecologista sistemico, che univa pace, giustizia sociale e tutela del pianeta;
  • il motto “più lentamente, più profondamente, più dolcemente”, un testamento etico-politico.

Oggi, in un’epoca segnata da nuove guerre, crisi ambientali e solitudini, la sua radicalità – intesa come ritorno alle radici dell’umano – appare più che mai necessaria.

Alexander Langer resta una delle figure più luminose e tragiche della politica europea. Uomo del dialogo, costruttore di ponti, profeta ecologista, ci ha consegnato un’eredità che ancora attende di essere raccolta. La sua vita e la sua morte ci interrogano: non basta ricordarlo, occorre trasformare il suo pensiero in pratiche di pace, giustizia e cura del pianeta.

 

Bibliografia

Ciuffreda, G. (2005). Una vita più semplice. Biografia e parole di Alexander Langer. Con un’intervista di Adriano Sofri. Altraeconomia.

Colombo, L. (2009). Il pensiero pedagogico di Alexander Langer: verso una cultura del limite e della convivenza [Tesi di laurea, Università di Modena e Reggio Emilia].

Fofi, G. (1996). In memoria di Alexander Langer. Feltrinelli.

Langer, A. (1996). Lettere da Sarajevo. Sellerio.

Langer, A. (2013). Il viaggiatore leggero. Scritti (1961-1995) (E. Rabini, A cura di). Sellerio. (Opera originale pubblicata 1991).

Levi, F. (2007). In viaggio con Alex: la vita e gli incontri di Alexander Langer (1946-1995). Feltrinelli.

Alexander Langer - Quei ponti sulla Drina, Idee per un’Europa di pace, a cura di Sabina Langer ed Edi  Rabini, Infinito Edizioni,ottobre 2020.

Lo sguardo di Alex sulla pace. Rileggere Alexander Langer da Sarajevo a Kyiv. Con una prefazione di Goffredo Fofi. Testidi Luca Cirese, Massimo De Maio, Giancarlo Fedeli, Giovanna Grenga, Pinuccia Montanari, Angelo Moretti, Marianella Sclavi,

Alexander Langer, Costruttore di ponti, a cura di Marco Boato, La Scuola di Brescia, 2015.

Marzorati, M., & Valpiana, M. (a cura di). (2016). Alexander Langer: Una buona politica per riparare il mondo. Legambiente.

Montanari, P. I Corpi civili di pace. Una proposta per l’Europa nella prospettiva di Alexander Langer, 2025

Moro, G. (2006). Il pensiero politico di Alexander Langer: ecologia, pace, convivenza. Carocci.

Peccei, A., & Meadows, D. H. (1972). I limiti dello sviluppo. Mondadori.

Zanotelli, A. (2002). Alex Langer: profeta della convivenza. EMI.

La natura in città: storia di una relazione amorosa, a volte isterica

di Elisa Campra

Gli uomini e la natura sono da sempre impegnati in quella che un ex famoso social network definirebbe una ‘relazione complicata’ dove all’innamoramento smodato per il bel paesaggio, per il foliage autunnale così pittoresco e per i panorami mozzafiato seguono momenti di selvaggia avversione per quanto non è modellabile sulle nostre esigenze o non si comporta come a noi verrebbe più utile e comodo.

D’altronde, a ben vedere, il rapporto nasce col piede sbagliato: già il racconto delle Bibbia ci vede arrivare per ultimi nel giardino dell’Eden ma da subito diventarne la specie dominante per investitura e non perché, di fatto, fossimo diversi per composizione e biologia da tutto quanto il resto. È su questo tragico errore, direi, che si fonda l’idea che noi siamo ‘altro’ rispetto al contesto in cui viviamo ed è quotidiano osservare come questo grado di separazione non ci permetta di accettare come nostre pari tutte le altre forme di vita che ci circondano. La visione di noi stessi come entità distinta dal contesto naturale ci ha, nel tempo, così fortemente condizionato che oggi non ci accorgiamo nemmeno che i danni fatti all’ambiente non mettono a rischio il pianeta ma la nostra possibilità di viverci sopra; che non si tratta di salvare la natura ma di consentirci di continuare ad esistere seguendo la nostra fisiologia che, non a caso, si incastra perfettamente nel contesto ambientale in cui ci siamo sviluppati.

Mi piace dire che siamo intrinsecamente Natura, nostro malgrado, anche se parliamo, dipingiamo e costruiamo parcheggi. Questa non tanto pia illusione di estraneità ha plasmato nel tempo il nostro modo di esistere e, ovviamente, di progettare i luoghi in cui viviamo nonché il modo in cui, all’interno di questi, la natura trova il suo spazio: il verde urbano, a ben guardare, non è solo una questione di alberi o aiuole ma diventa il riflesso del nostro rapporto con il vivente e ne manifesta probabilmente tutti i limiti.

Il verde urbano, inteso come spazio pubblico fornito di natura e liberamente frequentabile da chiunque, è un apporto all’urbanistica relativamente recente che prende forma in maniera significativa soltanto nell’Ottocento, in particolar modo in Inghilterra. È lì, infatti, che durante la prima rivoluzione industriale assistiamo allo sviluppo caotico e rapido delle città dove le aree produttive, che allora funzionavano sostanzialmente a carbone e altre robacce, e le aree residenziali si intrecciavano senza particolare attenzione ai temi di inquinamento ambientale e salute pubblica. Il risultato di questo connubio erano città sovraffollate, fortemente insalubri e permeate da forti disuguaglianze e disagi sociali: epidemie incontrollate erano frequenti e mettevamo a rischio non solo i quartieri più poveri ma tutti gli abitanti mentre le tensioni tra le classi avevano la tendenza ad inasprirsi e radicalizzarsi.

In questo contesto, più per evitare rogne che per puro spirito di compassione e giustizia, nasce l’idea dello spazio pubblico naturale, del giardino e del parco, come strumento di svago per le classi lavoratrici, utile valvola di sfogo per migliorare le condizioni di vita di migliaia di persone ottenendo, nello stesso momento, il miglioramento delle condizioni di salute e un indiretto controllo sui comportamenti sociali.

Lo sviluppo della società porta pian piano a trasformare la concezione di questi spazi pubblici che diventano, nel tempo, luoghi rispondenti a nuove esigenze collettive, legate soprattutto al tempo libero ed alla qualità della vita.

Le trasformazioni sociali, quindi, si riflettono nel modo in cui immaginiamo e costruiamo le nostre città e la natura urbana di oggi ha radicalmente cambiato ruolo, passando dall’essere un elemento di decoro al diventare una alleata di primo piano nelle strategie di adattamento alle conseguenze del cambiamento climatico in atto. Il verde urbano oggi è diventato, improvvisamente scoperto in questa funzione, la nostra migliore arma per affrontare le isole di calore, lo smog, i ruscellamenti superficiali e la perdita di biodiversità.

Se è cambiato il ruolo della natura in città non è, però, mutato l’approccio che abbiamo nei suoi confronti ed ancora non siamo arrivati al momento in cui, sentendoci parte di un tutto, siamo disposti ad accordare agli altri esseri viventi, inclusi i vegetali, se non pari diritti almeno pari dignità. Il verde urbano, nella sua accezione più ampia e varia, è oggi invocato a gran voce dai cittadini e dalle comunità che si rendono conto della sua importanza e ne sono genuinamente sostenitori; è utilizzato dalle amministrazioni come strumento di più facile ed immediata realizzazione per rimediare e tamponare le inadeguatezze urbanistiche delle città ed è ampiamente pubblicizzato dalla politica che spesso lo celebra ma poi non lo finanzia, non conoscendone quasi mai le dinamiche e le necessità.

In questo clima un po’ di urgenza (il verde urbano come sollievo al cambiamento climatico) e un po’ di confusione (il verde urbano che cura i sintomi ma non estirpa l’origine della malattia ovvero uno stile di vita insostenibile) nasce il paradosso che ci vede desiderare e osannare la natura in città ma non in qualità di organismo vivente col quale condividere uno spazio bensì come un servizio che, in quanto tale, dovrà essere adeguato alle nostre precise esigenze.

Un esempio emblematico di quanto detto sono gli alberi. Sappiamo che ci servono, che ci sono indispensabili, per contenere le temperature in maniera capillare; sappiamo che sono in grado di assorbire molti degli inquinanti atmosferici e dei particolati derivanti dagli scarichi dei veicoli e da altre combustioni; sappiamo che sono in grado di immagazzinare tonnellate di CO2 svolgendo un ruolo non solo nella mitigazione ma anche nel contrasto al cambiamento climatico; sappiamo che sono rifugio per animali e nutrimento per insetti svolgendo un ruolo fondamentale per sostenere la biodiversità anche in ambito urbano. Eppure, ogni volta che si progetta uno spazio urbano che preveda degli alberi, è una lotta continua ed accanita tra i posti auto e lo spazio da destinare al loro apparato radicale mentre le foglie che cadono diventano un problema di pulizia e di decoro; gli eventuali frutti - che di solito sono sempre di piccole dimensioni - sono indesiderati perché sporcano le carrozzerie, macchiano o attirano animali indesiderati.

In un progetto urbano, quanto peso hanno le necessità reali dell’albero quando disegniamo lo spazio, quando destiniamo i fondi per la realizzazione o quando non li destiniamo per la successiva cura? La nostra visione ancora utilitaristica del verde, il nostro bisogno di una natura che sia sostanzialmente educata e sappia stare autonomamente nei limiti che noi decidiamo di tracciare per lei sono sostanzialmente figli di un approccio che ancora non abbiamo superato e che, di fondo, non riconosce la natura come soggetto a noi pari ma come oggetto, del quale possiamo disporre e che vogliamo ci obbedisca.

Un tale approccio non può che generare attriti, insoddisfazioni, storture che si riflettono su tutto il paesaggio urbano - creatura ibrida - all’interno del quale il verde è, al contempo, soluzione e problema; desiderio e preoccupazione; bellezza ordinata o selvatico incontrollabile e pericoloso.

Quanta strada ci aspetta ancora e, mi pare, ancora decisamente in salita.

Gianluigi Ceruti: l’avvocato delle cause verdi

di Carlo Cencini

Si è spento a Rovigo lo scorso 8 agosto, all’età di 88 anni, Gianluigi Ceruti, avvocato e già parlamentare dei Verdi, figura di spicco nel mondo dell'ambientalismo italiano e, soprattutto, padre di quella che tutti ricordano come la “legge sui Parchi”.

Laureato in Giurisprudenza con una tesi su «Il Diritto nel pensiero di Benedetto Croce», è stato un avvocato patrocinante nelle Magistrature Superiori, specializzato in cause giudiziarie di rilevanza nazionale nell'ambito del diritto dell'ambiente, del paesaggio e dell'urbanistica.

Titolare dell’omonimo studio legale ha sostenuto controversie in sede giurisdizionale e ha prestato consulenze legali a privati, amministrazioni pubbliche, associazioni e fondazioni nel Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia, Marche e Trentino

Impegnato attivamente sui temi dell'ambientalismo, è stato tra i fondatori della Sezione di Italia Nostra di Rovigo di cui è stato consigliere nazionale per oltre vent’anni e vicepresidente nazionale dal 1980 al 1990, nonché presidente dei Collegi nazionali dei Probiviri di enti morali di rilievo nazionale.

Nel 1987 è stato eletto, con le liste Verdi, alla Camera dei Deputati, nella Circoscrizione Verona-Padova-Vicenza-Rovigo grazie all’esperienza acquisita come vicepresidente di Italia Nostra e per essersi occupato del progetto per un parco nazionale del Parco del Delta del Po (un suo grande sogno non realizzato e oggi sostituito da due parchi regionali).

Nel corso della decima legislatura (1987-1992), ha presentato ben 87 proposte di legge su temi riguardanti l’ambiente, la salute, il paesaggio e i beni culturali. Ceruti è stato molto più di un avvocato: è stato un architetto del diritto ambientale italiano. Con passione e rigore, ha trasformato le aule di tribunale in luoghi di difesa della natura, contribuendo a decine di processi ambientali che hanno segnato la storia del nostro Paese.

Ma, come anticipato, Gianluigi ha indissolubilmente legato il suo nome alla legge generale sui Parchi nazionali e le altre aree naturali protette, terrestri e marine (la storica legge n. 394 del 6 dicembre 1991) di cui è stato il primo firmatario: una normativa considerata (anche all’estero) una delle migliori al mondo per la tutela del patrimonio naturale

L’iter per la sua approvazione non fu per niente facile e dovette superare infinite difficoltà, boicottaggi e polemiche. Una prima proposta sul tema era stata presentata in Parlamento nel 1962, ma per tre decenni tutto era rimasto impantanato. In quegli anni la disciplina normativa delle aree protette in Italia era incentrata su una legislazione frammentaria e inorganica.  Mancava una visione unitaria dell’istituto giuridico dei parchi e riserve che si limitava, di volta in volta, solo alla tutela estetica del bello. Del resto la stessa Costituzione del 1948 (art. 9, secondo comma) tutelava il paesaggio (oltre al patrimonio storico e artistico) e non si parlava mai di ambiente o di ecologia. Solo nel 2001 il Parlamento ha modificato la Costituzione introducendo nell’art. 117 la parola “ambiente” andando oltre l’aspetto esteriore dei luoghi, ma estendendosi alla flora, alla fauna, ai fenomeni geologici, agli elementi fondamentali della vita come l’aria e l’acqua.

La legge 394/91, così come concepita da Ceruti, sottolinea la priorità assoluta della conservazione degli ecosistemi e la valorizzazione della ricerca scientifica e, al tempo stesso, rileva l’importanza sociale dei parchi come occasioni di sviluppo socio-economico locale.

Un modello ormai al centro di una rinnovata filosofia della conservazione, come sottolineato anche nel congresso mondiale sui parchi del 2003 e nel documento da esso scaturito noto come l’Accordo di Durban. Per l'azione svolta a favore dei Parchi italiani, Ceruti è stato insignito del Premio Airone 1991 dall'Editoriale Giorgio Mondadori

Finita l’esperienza parlamentare, il nostro Ceruti ha continuato ad occuparsi di ambiente e dal 1992 al 2003 è stato presidente della Consulta tecnica per le aree naturali protette, un organo di alta consulenza del Ministero dell’ambiente. Dal 2001 al 2006 ha fatto parte del Consiglio di amministrazione dell'Ente Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise su nomina ministeriale, ma sempre con un occhio attento al suo Polesine, dove ha continuato ad esercitare la professione ricevendo nel 2017, tra l’altro, la Toga d'oro per i cinquant'anni di attività forense.

Dal 1998 e per alcuni anni ha avuto incarichi nell’Università di Camerino dove ha tenuto corsi nella scuola di conservazione della natura istituita da Franco Pedrotti. Relatore in numerosi convegni è stato giornalista pubblicista, dal 1961, collaborando per molti anni con la rivista Airone, allora diretta da Salvatore Giannella e figurando tra gli ideatori del programma televisivo “Made in Italy” in onda su Rai 1, incentrato sulla tutela del patrimonio storico, naturalistico ed artistico italiano. Negli anni 2000-01 la Casa editrice De Agostini gli ha affidato la realizzazione di una serie di documentari sui “Grandi Parchi d’Italia”.

È stato autore di numerose pubblicazioni. Tra i suoi libri più noti: «Delta del Po Natura e Civiltà» (1983), «Aree Naturali Protette» (1993), «Gli animali hanno diritti» (2019). Fondamentale anche la pubblicazione nel 2019 del libro “L’avevamo detto… scritti, relazioni, interventi sull’ambiente e sui beni culturali”: una raccolta di testimonianze di personaggi scelti che hanno combattuto per difendere i propri ideali. E infine la sua ultima fatica: il libro “Fetonte il mito del fiume Po alle origini del Delta padano” (settembre 2023): un volume che racconta il mito del fiume, oggi riconosciuto come Riserva di biosfera dell'Unesco e riassume il grande amore per il paesaggio, e la storia di un territorio unico come è quello polesano.

Ho avuto modo di conoscere personalmente Gianluigi negli anni Novanta quando, pur molto impegnato sul fronte conservazionistico italiano, veniva di tanto in tanto a Bologna per tenere conferenze all’Università o presso la nostra Unione Bolognese Naturalisti, allora guidata dal comune amico Francesco Corbetta e dal sottoscritto. In quelle occasioni ebbi modo di apprezzare le sue doti intellettuali e le sue qualità umane: era capace di interagire positivamente (e con forte determinazione) con persone e ambienti diversi, senza mai venir meno alle sue opinioni e convinzioni.  

La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nel mondo dell'ambientalismo e nella comunità scientifica, che perde un uomo di grande cultura, un politico illuminato e un sostenitore infaticabile della tutela del nostro patrimonio naturale. A Gianluigi va il nostro grazie per le tante azioni legali vinte in difesa dell’ambiente, per la sua visione innovatrice e per la sua grande umanità e professionalità.

Sandro Pignatti, un botanico, un padre

"Von der Andacht zum Kleinen, und dem Blick für das Ganze" ("Sul raccoglimento verso il piccolo, e lo sguardo per il tutto"; dalla premessa alla Guida botanica delle Dolomiti di Feltre e Belluno. I passi in corsivo, nel testo, riportano frasi di memorie personali ad uso familiare scritte da nostro padre in tempi diversi.

di Laura e Giuseppe Pignatti

Ripercorrendo i ricordi dell’infanzia di nostro padre, negli anni ’30 del secolo scorso, si può cercare di comprendere quali furono gli elementi che contribuirono a formare la sua personalità. Cavalese, nelle Dolomiti, occupò sin dalla prima infanzia un posto importante per lui, quasi un sinonimo di “villeggiatura”, dove la famiglia, residente a Venezia, si spostava per le vacanze. Durante i soggiorni estivi, mentre i fratelli più grandi si dedicavano a escursioni impegnative in montagna ed essendo impossibile seguirli per la giovane età, Sandro rimaneva sotto la guida del padre, nostro nonno Gino.

Per tutta la vita attivo nell’istruzione elementare, prima come maestro e poi come ispettore scolastico, il padre era laureato in lettere, ma i suoi interessi si concentravano nella pedagogia, appunto, a livello della scuola primaria. Così, nei periodi di vacanza, il figlio Sandro diventava un’esperienza di applicazione sul vivo del “metodo globale” proposto da Maria Montessori: libertà nella scelta dei contenuti, apprendimento per scoperta e per "costruzione" delle conoscenze, attività con orari prolungati (una mattinata, un pomeriggio). Ogni tanto i fratelli portavano in regalo dalle loro gite qualche pietruzza, una volta perfino una bella conchiglia fossile, così in Sandro nasceva e cresceva il desiderio (forse anche alimentato da qualche allusione mirata del padre) di iniziare una sua collezione. Con il padre, in montagna, andava “a far scoperte”, come del resto erano definite anche le loro passeggiate insieme a Venezia per conoscere i monumenti e gli angoli caratteristici della città.

I luoghi intorno a Cavalese erano molto adatti per chi volesse raccogliere minerali interessanti, grazie alla presenza di alcune miniere ancora sfruttate, con rocce di diversa origine e ampi greti con frammenti rocciosi di varia natura. L’aspetto dei cristalli e il loro carattere quasi magico spronavano nostro padre nelle ricerche per ampliare la collezione, che, ritornati a Venezia, veniva ammirata e studiata, anche con l’aiuto dei fratelli e dei loro amici.

Negli anni della guerra, anche per l’impossibilità di frequentare le Dolomiti, l’interesse per i minerali e i fossili andava lentamente sfumando, mentre nei progetti degli anni del liceo si delineava l’ipotesi di studiare la Geografia, di cui tuttavia aveva un’idea alquanto vaga. Nel novembre 1947, quando, terminati gli studi al liceo classico, cominciò a frequentare i corsi di Scienze Naturali a Pavia, non era più particolarmente attratto dalla Mineralogia né dalla Geografia. Invece, fin dal primo anno entrò in contatto con l’ambiente molto stimolante dell’Orto Botanico e così nacque in lui l’interesse per la Fitogeografia, quasi un ponte tra le materie geologiche e biologiche: una svolta che condizionerà tutte le scelte successive di nostro padre, che una volta si definì scherzosamente il “ragazzo che frugava nelle pietraie”.

Il valore dell’insegnamento, negli anni sarà inteso da nostro padre non soltanto come trasmissione di conoscenze, ma anche come “esperienza” nella natura, con passione e impegno attivo per la conservazione, senza dimenticare il sentimento, nel senso del termine tedesco di Gesinnung, che racchiude un insieme di valori e convinzioni in cui credere e con cui percepire la natura.

Noi figli, sin da bambini, trascorrevamo le estati in compagnia dei genitori sulle Dolomiti. Sono anni ricchi di ricordi, esperienze e, certo, anche di piccoli e grandi insegnamenti che hanno senz'altro contribuito in varia misura alla nostra crescita, oltre che a plasmare le nostre personalità. Le Dolomiti continuarono così a essere per nostro padre luogo e occasione di studio, quasi sempre in compagnia di colleghi e giovani allievi o studenti, ma anche momento di riflessione sul ruolo attivo che uno scienziato può rivestire nel contesto delle trasformazioni economiche e sociali dei territori montani. Anni successivi videro in effetti la nascita del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, motivata anche dagli studi ai quali aveva partecipato. Un conoscere, il suo, che seguiva una convinzione di fondo: non perseguire il dominio della natura, ma il rispetto per la vita nelle sue diverse espressioni da un lato, come si ritrova per esempio nel pensiero di Albert Schweitzer (Ehrfurcht vor dem Lebendigen), e dall’altro la ricerca certosina di un ordine che si ripete nell’individuo così come nella comunità, riflesso, forse, di una concezione goethiana dell’organizzazione vivente (Ur-Gestalt) che lo affascinava.

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Alessandro Pignatti - Note in memoria

di Giovanni Cristofolini

Fra le personalità egregie che hanno segnato la botanica naturalistica italiana nell'ultimo mezzo secolo, trova posto senza dubbio Alessandro Pignatti (Venezia, 28 settembre 1930 – Roma, 13 giugno 2025).

E' difficile tratteggiare in poche righe una personalità così complessa come quella di Pignatti. Le note che seguono saranno necessariamente incomplete e soggettive. In particolare, queste righe non coprono il "periodo romano", dal 1982 alla fine, periodo in cui chi scrive non ha avuto con lui se non contatti saltuari.

Il primo avvicinamento di Pignatti alla botanica avviene a Pavia, negli anni 50 del secolo scorso, dove ha come maestro Valerio Giacomini. La scuola di Giacomini è un'eccezione in un panorama italiano della botanica sistematica e della fitogeografia ancora segnato dal pesante retaggio dell'autarchia culturale del "ventennio", dove si pubblica solo in italiano e si ignora la letteratura internazionale.

Pignatti, cosmopolita per vocazione, raccoglie subito con entusiasmo l'atmosfera "pavese". Il suo primo impegno scientifico è dedicato allo studio della sistematica del genere Limonium, che gli offre l'occasione di un soggiorno a Barcellona. Il confronto con l'ambiente internazionale lo porta a comprendere quanto la botanica sistematica e la floristica si siano evolute in Europa, e quanto sia superata l'impostazione della Flora di Adriano Fiori, vecchia di decenni, che ancora fa testo in Italia. Il superamento dei confini e lo spirito europeo - con una particolare attrazione per il mondo di lingua tedesca - saranno una costante della sua vita di ricercatore.

Sotto l'impulso del Giacomini, Pignatti si avvicina anche alla geobotanica: frequenta le scuole francese, svizzera, austriaca, ed abbraccia con entusiasmo le vedute di Josias Braun Blanquet e del pensiero fitosociologico - che è considerato alla stregua di eretico dalla vecchia scuola dominante in Italia. Questo lo porta a scontri culturali anche vivaci, a cui non si sottrae. Anche nell'abbracciare la fitosociologia, tuttavia, non è mai dogmatico, e non rifugge da atteggiamenti autonomi.

E' appena ventisettenne quando è chiamato a tenere gli insegnamenti di Botanica Sistematica e di Fitogeografia all'Università di Padova, E' una ventata di novità e di dinamismo quella che porta con sé; entusiasta e comunicativo, disinvolto nei modi, sa coinvolgere gli studenti e motivarli: le sue escursioni in campo con gli studenti sono leggendarie. Non è un caso che non pochi dei suoi allievi dell'epoca diventeranno botanici professionisti.

Dopo pochi anni, all'inizio degli anni sessanta, è chiamato a coprire la cattedra di Botanica, di nuova istituzione, all'Università di Trieste. Il periodo triestino, che si protrae per vent'anni, è certamente il più fruttuoso della sua carriera, ed il più innovativo. Al dinamismo Pignatti unisce la capacità di comprendere l'importanza di tutti i settori della botanica, e non solo quelli di sua più stretta competenza, dimostrandosi aperto alle innovazioni, dall'uso dei computer alle tecniche molecolari. Così in un piccolo Istituto monocattedra, mentre si continua a coltivare le ricerche più tradizionali di floristica regionale, si avviano ricerche di geobotanica e fitosociologia, con l'impiego di elaborazioni numeriche avanzate; di sistematica e tassonomia, con i primi approcci alla sistematica molecolare ed alla tassonomia numerica, all'epoca del tutto innovativi; di algologia, con l'applicazione della fitosociologia alla vegetazione sommersa (ancora una volta un'applicazione pioniera); di lichenologia; di fisiologia vegetale, per la quale ottiene l'istituzione di una cattedra ad hoc.

In questo periodo Pignatti si candida alla Presidenza della Società Botanica Italiana. Fu l'unico caso (a memoria di chi scrive questa nota) in cui si confrontarono candidature contrapposte, peraltro con una vis polemica senza precedenti. Per contrastare la sua candidatura comparvero perfino lettere anonime, ma fu eletto dalla maggioranza dei soci: mantenne la carica per due mandati, introducendo una serie di innovazioni che cambiarono in modo permanente la Società, rendendola più dinamica e vitale.

Mentre conduceva tutte queste attività (in un piccolo vetusto edificio, dalla statica pericolante), Pignatti nel suo studio, con la sola assistenza di una devota, instancabile segretaria, dedicava ogni minuto libero alla composizione della sua Flora d'Italia, i tre volumi che saranno publicati nel 1982, proprio al termine del periodo triestino. A più di mezzo secolo di distanza dalla pubblicazione della Flora Analitica di Adriano Fiori, l'opera di Pignatti porta finalmente la sistematica e la tassonomia della flora italiana al passo con gli standard europei. L'approccio di Pignatti è marcatamenteanalitico ("splitter", secondo il gergo internazionale), non disgiunto dall'attenzione per le caratteristiche biologiche, l'ecologia e la distribuzione geografica. La grande maggioranza delle specie sono osservate e descritte sulla base di campioni raccolti in natura.

Nel comporre il suo opus magnum Pignatti coinvolge i migliori specialisti europei: tuttavia il risultato finale porta la sua impronta in ogni pagina. "Il Pignatti" è opera indiscutibilmente sua e solo sua.

Quando, nel 1982 Pignatti veniva chiamato alla Sapienza di Roma, lasciava dietro di sé, a Trieste, una struttura di ricerca solida e multiforme. Partito da una casetta cadente con quattro stanze e tre ricercatori, di cui due precari, lasciava un grande edificio moderno con decine di ricercatori, laboratori avanzati, un orto botanico ed un erbario di oltre 100.000 campioni identificati criticamente,

Questo, insieme alla Flora d'Italia, è il suo principale lascito: senza enfasi si può dire che Alessandro Pignatti ha lasciato un'impronta permanente nella recente storia della botanica italiana.

Un grande amante della natura che ha dedicato la vita a tutelarla: Fulco Pratesi

di Gianfranco Bologna

“Una strisciolina di metallo lustra per l’uso e ossidata nel fondo dei caratteri incisi rappresentava l’ultimo legame che ancora mi univa allo stormo E 265 – E 299. Trovata sulla zampa di un cavalier d’Italia stroncato da una schioppettata, la strisciolina di metallo era lo stesso anello di riconoscimento che nel giugno 1965 avevo chiuso sul tarso morbido e ancora verdastro del primo piccolo di questa specie nato nella Laguna di Orbetello sulla costa maremmana. Per dodici anni dal 1965 al 1977, questo uccello alto 38 centimetri e pesante poco più di un etto e mezzo era migrato tutti gli autunni con i suoi compagni nelle immense paludi dell’Africa equatoriale ed era tornato tutte le primavere a nidificare nello stesso luogo, un isolotto di venti metri per cinque in mille ettari di laguna salmastra. […] Il cavalier d’Italia, a dar retta ai testi, non frequentava più da circa cent’anni le nostre paludi; Ettore Arrigoni degli Oddi, il maggior ornitologo italiano scriveva nel 1929: ”Nel passato (circa 70 anni fa) nidificava in più parti d’Italia, ora ciò avviene eccezionalmente e si è fatto ovunque molto più raro”. In effetti, come era avvenuto per molte altre specie, l’aumento tumultuoso di cacciatori, di strade, di disturbo seguito all’unità d’Italia, aveva allontanato questo trampoliere dalle ali nere, il corpo candido e le lunghe zampe scarlatte. Fu nel 1965, mentre battevo con l’ornitologo Hardy Reichelt le lagune alle spalle dell’Argentario, che feci la conoscenza con il nostro cavaliere. Le cose andarono così. La forte siccità, che aveva inaridito in quell’anno le paludi della costa spagnola impedendo le nidificazioni, aveva costretto un gruppo di essi a cercare un altro territorio. Ed erano, una mattina d’aprile, capitati a Orbetello. Li ricordo come fosse ieri: una cinquantina, eleganti nell’abito bianconero, non parevano affatto spersi in un ambiente per loro del tutto nuovo. Li seguimmo giorno dopo giorno registrando tutto: la presa di possesso del territorio, le parate nuziali, gli accoppiamenti. […] Il 25 aprile avvenne il fatto nuovo e inaspettato: dopo aver osservato per ore col binocolo lo strano comportamento di una coppia su un isolotto ci decidemmo di andare a vedere. Il nido era lì, costruito di alghe verdi su una frasca secca galleggiante, con quattro uova verde-oliva screziate di bruno. Un’emozione difficile da descriversi. Dopo cento anni il cavaliere era tornato.”

Ho deciso di iniziare il ricordo del grande e caro amico Fulco Pratesi, scomparso all’età di 90 anni il primo marzo scorso, con alcune righe del suo brano introduttivo al romanzo che scrisse per narrare l’avventura del ritorno del bellissimo Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus) come specie nidificante nel nostro paese con il titolo “I cavalieri della grande laguna”, pubblicato da Rizzoli nel 1979.

Ho ritenuto di farlo perché penso che fornisca un chiaro segno dell’enorme fascino che Fulco aveva per la natura e le sue creature, fascino e ammirazione che trasmetteva a chiunque avesse modo di condividere con lui escursioni, viaggi, chiacchierate, iniziative e battaglie comuni, per cercare di far comprendere la grande importanza della tutela della natura per il nostro presente e il nostro futuro.

Non a caso anche quell’affascinante avventura a metà degli anni Sessanta di cui Fulco Pratesi fu protagonista nella palude maremmana, lo vide impegnato in un ampio e straordinario sforzo, fatto di conferenze, articoli, proiezioni, dibattiti, appelli e denunce, per ottenere un’Oasi di protezione nella laguna di Orbetello, come lui stesso ha ricordato in quel libro “tra il divertito disinteresse di tutti”.

Per difendere quest’area Fulco scrisse una lettera all’allora neonato World Wildlife Fund (WWF), l’organizzazione internazionale fondata nel 1961, con sede a Morges in Svizzera, dedicata inizialmente ad avviare tutti gli sforzi possibili per tutelare aree di grande valore naturalistico nel mondo, iniziativa che vide da subito coinvolti noti studiosi dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) e figure di alcune monarchie famose, come il principe Filippo di Edinburgo e il principe Bernardo d’Olanda, che fu tra l’altro il primo presidente internazionale del WWF. Nella lettera Fulco chiedeva un supporto per salvare questo splendido gioiello naturalistico nella Maremma.

La risposta immediata fu, come ci si poteva aspettare, che il WWF aveva individuato priorità di conservazione a livello internazionale di valore prioritario rispetto alla palude di Orbetello, e che si privilegiavano prioritariamente interventi in zone del pianeta ritenute più rilevanti per la tutela della biodiversità. Ma poi successivamente Fulco ricevette una lettera del primo Segretario generale del WWF internazionale, Fritz Vollmar, che dovendo venire a Roma, avrebbe avuto piacere di incontrarlo.

Vi fu così un pranzo nei pressi della sede della FAO, dove Vollmar vedendo il significativo impegno e la passione di Pratesi gli propose di fondare una sezione italiana del WWF stesso, sottolineando che questa avrebbe dovuto nascere e crescere senza alcun contributo economico della sede centrale. Fulco decise subito di procedere destinando al WWF uno stanzino nel suo ufficio di architetto e coagulando attorno all’idea una serie di persone interessate tra le quali il marchese Mario Incisa della Rocchetta, che per sua scelta aveva già realizzato nella sua tenuta di Bolgheri in provincia di Livorno, un’oasi palustre di grande valore naturalistico, e alcuni personaggi suoi amici che desideravano impegnarsi in questa avventura, come Arturo Osio che divenne il primo segretario generale del WWF Italia.

Nel frattempo da subito Fulco si diede da fare, con una prima raccolta fondi, per far sì che nello splendido lago costiero di Burano, in provincia di Grosseto, gestito con un contratto annuale della proprietà dell’area come riserva di caccia (in quella riserva venivano abbattuti in numeri variabili tra i 6.000 e i 10.000 l’anno), si potesse annullare la riserva di caccia per tramutarla con un nuovo contratto in un affitto pagato dal WWF, destinando l’area, d’accordo con la proprietà, come un’Oasi naturale del WWF, aperta anche alle visite del pubblico.

Nel 1971 grazie all’importante e significativo sforzo dovuto sempre al WWF Italia fu finalmente creata anche l’Oasi di protezione della laguna di Ponente di Orbetello. I cavalieri della grande laguna e tutto quell’ambiente palustre prezioso, erano finalmente protetti. Inoltre il marchese Incisa mise a disposizione del WWF anche l’Oasi di Bolgheri che aveva già sottratto alla caccia come sua scelta.

Fulco concepì così in quegli anni la necessità di dotare il nostro paese di una serie di aree naturali protette in luoghi di grande valore naturalistico (un vero e proprio sistema di Oasi) attrezzandole, come si faceva già in diversi altri paesi, come la Gran Bretagna, con percorsi protetti da appositi camminamenti che nascondendo i visitatori causassero una situazione totalmente inversa a quella di un giardino zoologico; non avendo cioè gli animali (che negli zoo sono peraltro specie soprattutto non autoctone) in gabbia e i visitatori chiassosi a osservarli all’esterno, ma potendo osservare e fotografare specie autoctone in totale libertà nel loro ambiente naturale da parte di visitatori silenziosi, “nascosti” in appositi camminamenti coperti, con apposite feritoie per l’osservazione con i binocoli e le macchine fotografiche.

Oggi l’amato sistema delle Oasi e delle aree protette WWF voluto da Fulco, ne registra oltre 100 presenti in diversi ambienti e luoghi naturalistici importanti e significativi del nostro paese, tutelando oltre 27.000 ettari di territorio, visitate da oltre 350.000 persone l’anno, dando possibilità di lavoro a più di 150 persone tra dipendenti e giovani organizzati in cooperative specializzate.

Si è trattato del primo sistema di aree protette in Italia gestito da un’associazione privata e tra i primi in Europa. Inoltre Fulco ha dedicato incredibili impegni e sforzi per far sì che nel nostro paese fosse presente un sistema di parchi nazionali e aree naturali protette ed è stato tra i maggiori protagonisti in questo fondamentale ambito per la conservazione della natura italiana, svolgendo tra l’altro per diversi anni anche il ruolo di presidente del Parco nazionale d’Abruzzo e contribuendo a stimolare il mondo politico a varare una legge nazionale dedicata a questo tema, che si sostanziò nella Legge quadro sulle aree naturali protette n.394 del 1991.

Pratesi era nato a Roma nel 1934 in una casa vicina a quello che era il Giardino Zoologico della capitale, oggi Bioparco, nel quale passava i pomeriggi a disegnare gli animali presenti, con l’aiuto di uno zio pittore. Una passione, quella per il disegno e la pittura di animali e piante, che ha coltivato per tutta la sua vita, producendo un’incredibile quantità di bellissimi acquerelli e splendidi volumi nei quali sono stampati diversi di questi, come “Il mondo della palude” e “Natura in città”, pubblicati da Rizzoli (nel 1981 il primo e nel 1984 il secondo), e gli affascinanti “Taccuini naturalistici. Otto anni di appunti disegni riflessioni sulla natura di casa nostra” pubblicato da Giorgio Mondadori nel 1989.

Era veramente molto difficile per Fulco fare un’escursione naturalistica privo del suo taccuino destinato ai disegni e agli acquerelli che, di fatto, diventava uno straordinario complemento delle osservazioni delle specie registrate durante le escursioni. La sua straordinaria bravura in questo esercizio naturalistico-artistico è sotto gli occhi di chiunque abbia potuto vedere un suo taccuino o un suo acquerello.

Fulco ha sempre ritenuto fondamentali, per stimolare ulteriormente il suo amore per la natura, gli anni dell’infanzia dal 1943 al ’46, dai suoi 9 ai 12 anni, passati nella tenuta di campagna della sua famiglia, un’azienda agricola familiare di 250 ettari nei comuni di Corchiano, Vignanello e Gallese in provincia di Viterbo (che è poi divenuta un’Oasi WWF e anche monumento naturale regionale “Pian Sant’Angelo”) dove passava le giornate in escursioni nei campi e nei boschi, osservando animali e piante e imparando tante cose della natura, come ha ricordato in uno dei suoi libri più recenti dedicato proprio ai suoi ricordi e alle sue memorie, dal titolo “In nome del Panda. La mia lunga storia d’amore con la Natura” edito da Castelvecchi e pubblicato nel 2016.

Ho conosciuto Fulco nel 1970, quando avevo 17 anni, perché proprio all’inizio di quell’anno, mi iscrissi al WWF Italia e cominciai da subito il mio attivismo ambientale nell’Associazione del Panda, operando nell’allora Servizio Giovanile che il WWF aveva organizzato per gestire il volontariato dei giovani. Mi aveva vivamente suggerito di iscrivermi a questa giovane associazione, nata in Italia solo qualche anno prima, Roberto Argano, straordinario professore di zoologia all’Università La Sapienza. Grazie alla generosa disponibilità di Argano avevo iniziato a frequentare saltuariamente l’Istituto di Zoologia mentre facevo il liceo scientifico.

Al servizio giovanile del WWF eravamo entusiasti, pieni di idee, e fortemente desiderosi di dare il massimo contributo per salvare le specie e gli ambienti naturali del mondo e del nostro meraviglioso Bel Paese, e il WWF costituiva la struttura ideale per questo impegno, essendo una prestigiosa organizzazione internazionale anche con forti legami con tanti autorevoli studiosi e figure significative del mondo della conservazione della natura, legate all’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), nata nel 1948.

Fulco era per noi un appassionato trascinatore, con una profonda conoscenza naturalistica, uno sconfinato impegno civile per la tutela della natura e questa straordinaria capacità artistica nel dipingere animali e paesaggi naturali. Sono stato sempre affascinato nel vedere Fulco, anche quando eravamo insieme in escursioni sul campo, fermarsi e sui suoi taccuini, dipingere un fiore, un albero, un insetto, un uccello o un mammifero con una straordinaria abilità e competenza.

Mantengo sempre un ricordo bellissimo di quegli anni pionieristici nei quali si è andato formando l’ambientalismo italiano e la cultura della conservazione della natura nel nostro paese. Il ricordo è legato ovviamente anche a tanti altri personaggi che hanno contribuito vivamente, con coscienza ed impegno, alla costruzione di una cultura e conoscenza naturalistica e della conservazione ambientale che, nel nostro paese, ha faticato moltissimo e continua a faticare tantissimo nel tentativo di penetrare nella cultura del mondo della politica, del diritto, dell’economia in generale.

Questi mondi sono ancora dominati dalla totale priorità nel favorire la crescita economica e, ancora oggi, sebbene è innegabile constatare una maggiore sensibilizzazione e consapevolezza dell’opinione pubblica su questi temi, cresciuta nell’arco di questi decenni grazie anche al ruolo di persone come Fulco Pratesi, non si può certo dire che una moderna cultura ambientale faccia parte dei nostri modelli culturali dominanti che continuano a farci considerare come esseri al di sopra e, addirittura, al di fuori della natura quando ormai tutta la straordinaria conoscenza scientifica ci dimostra che senza una natura sana e vitale non ci sarebbe neanche la possibilità di respirare, bere e mangiare.

Di quei primi anni Settanta ricordo ancora con emozione, i “tavolini” che organizzavamo nei week-end presso l’allora Giardino Zoologico di Roma, per diffondere la conoscenza e l’impegno a favore della conservazione della natura e delle specie minacciate e l’iscrizione al WWF (il vice direttore dello Zoo, lo zoologo Francesco Baschieri Salvadori, era anche il vice presidente del WWF Italia).

Fulco è stato il protagonista, in molti casi direi proprio l’”inventore”, di tante straordinarie campagne di sensibilizzazione, educazione, formazione e con la ricaduta di azioni molto concrete come provvedimenti normativi per tutelare ambienti o specie, campagne come “San Francesco e il lupo”, “Il mare deve vivere”, l’acquisto anche con i fondi raccolti dai Panda Club (i gruppi organizzati di bambini e bambine nelle scuole elementari) della area di Monte Arcosu in Sardegna in difesa del cervo sardo, la “Campagna per la Campagna”, la campagna “Pipistrello è bello”, la campagna in difesa dell’Amazzonia “Questo anno ci siamo giocati l’Austria”, e tante altre.

Mentre oggi la letteratura scientifica sulla natura, sulla sostenibilità e sulla conservazione è veramente imponente e l’avanzamento della ricerca ci ha condotto a straordinari passi in avanti nella comprensione delle relazioni tra i sistemi naturali ed i sistemi sociali (con tutti i supporti possibili e la ricca documentazione esistente e disponibile in tempo reale attraverso i siti web dei grandi centri di ricerca sulla natura), agli inizi degli anni Settanta i libri in materia erano abbastanza scarsi.

Nel 1972 Fulco curò l’edizione italiana di un testo di ecologia pubblicato dall’ecologo francese Roger Dajoz del Museo nazionale di Storia Naturale di Parigi, “Manuale di Ecologia” pubblicato da ISEDI, e nella sua Prefazione analizzò la situazione profondamente carente dell’insegnamento dell’ecologia nelle Università italiane e sottolineò : ”Perché, non dimentichiamolo, la conservazione della natura è un affare che interessa direttamente o indirettamente tutti: e l’ottenere una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su questi problemi, sensibilità che tragga origine da dati scientifici inoppugnabili, non potrà non contribuire a risolvere i problemi che oggi minacciano l’intera umanità. Fino a che le denunce, gli appelli, le proteste si limiteranno a essere mossi da ragioni emotive o passionali non potranno certo servire a cambiare il corso delle cose, oggi palesemente preoccupante; proteste, appelli, denunce che mostrino invece il supporto di una consapevolezza raggiunta attraverso esperienze scientifiche, hanno invece molta maggior possibilità di essere recepiti a livello politico e decisionale.” Una sacrosanta riflessione che purtroppo oggi trova una situazione di incredibile e insensato attacco alla conoscenza scientifica da parte di un mondo politico (vedasi, ad esempio, le drammatiche azioni in merito dell’amministrazione statunitense di Donald Trump, in una nazione sino ad ora importantissimo punto di riferimento per le scienze ecologiche), che minano fortemente la concreta capacità di creare un futuro sostenibile per l’intera umanità.

Il WWF, grazie alla straordinaria spinta propulsiva di Fulco e di altre persone che operavano nell’Associazione come Arturo Osio (che è stato il primo segretario generale dell’Associazione dalla sua fondazione nel 1966 al 1989), aveva attivato numerose ricerche per individuare lo status delle popolazioni di diverse specie animali sulla nostra penisola e le proposte concrete per la loro conservazione (famosa resta quella sul lupo condotta da Luigi Boitani, oggi un’autorità di fama mondiale per quanto riguarda il lupo e, in generale, la biologia della conservazione).

Fulco curò inoltre l’edizione italiana di un volume degli Oscar Mondadori che per noi tutti attivisti, appassionati e impegnati, costituiva una piccola Bibbia sulle specie minacciate di estinzione, il volume del naturalista svizzero Vinzenz Ziswiler, dal titolo “Animali estinti e in via di estinzione” pubblicato dagli Oscar Mondadori nel 1969 e che nella sua appendice dedicata alla situazione faunistica italiana, riassumeva lo stato delle specie animali in via di estinzione in Italia con l’appello a incrementare le aree protette nel nostro paese.

Nella sua prefazione Ziswiler ricordava anche: ”L’uomo, la più potente delle creature, estende la sua influenza su tutti i regni della natura. Civiltà e tecnica, estreme conseguenze dell’eccezionale evoluzione del suo cervello, gli hanno consentito di occupare questa posizione di preminenza. L’enorme incremento demografico degli ultimi secoli, inoltre, lo ha trasformato in uno degli esseri viventi più numerosi della terra. Un confronto tra la curva preoccupante dell’incremento della popolazione mondiale ed una raffigurazione grafica delle specie animali estinte rivela un’allarmante corrispondenza. Più la curva dell’incremento demografico sale, più i blocchi, che rappresentano il numero di specie animali estinte, si elevano.”

L’impegno relativo alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla complessa questione demografica mi ha visto fortemente coinvolto con Fulco sin dagli inizi della nostra amicizia e l’attività del WWF Italia su questa tematica è stata sempre molto presente, portandoci, tra le tante iniziative svolte in merito, anche ad organizzare una conferenza stampa nel 1994, in occasione della terza conferenza ONU sulla popolazione che si tenne a Il Cairo, per rendere pubblico l’invio di una argomentata ed accorata lettera al Papa, Giovanni Paolo II del WWF, mirata a chiarire come la disponibilità a poter avere accesso ai servizi di pianificazione familiare organizzati dalle Nazioni Unite costituisse un fattore importantissimo per milioni di donne soprattutto nei paesi più poveri dove non dispongono della capacità pratica di decidere quanti figli avere e sottolineare come ormai nel mondo è presente una devastazione ambientale che sottolinea le responsabilità dei paesi più ricchi rispetto ai più poveri relativamente all’impronta ecologica individuale.

Già nel n.11 del Bollettino WWF, pubblicato nel settembre 1971 ed inviato come sempre a tutti gli associati, la copertina era la foto di una nursery di bambini appena nati con la frase “La nascita di un uomo in un paese industrializzato è 25 volte più dannosa per la natura di quanto non lo sia una nascita in un paese sottosviluppato”.

Con Fulco abbiamo condiviso continuamente il permanente comune stupore e la sempre viva curiosità per tutte le specie che ci circondano, anche attraverso tante escursioni e viaggi naturalistici, dei quali ricorderò sempre, quello bellissimo, in Etiopia nel 1989 dedicato a osservare sul campo i progetti che il WWF internazionale aveva avviato in quello straordinario paese del continente nero, così ricco di cultura e tradizioni e di una affascinante e ricca biodiversità e per indirizzare uno speciale contributo economico del WWF Italia allo straordinario Parco Nazionale delle Bale Mountains.

In quell’occasione abbiamo potuto osservare ambienti e specie straordinarie: dalle montagne del parco nazionale di Bale al parco di Nachisar, dai nyala di montagna agli alcelafi di Swayne, dal rarissimo lupo etiope (la specie più rara di Canide al mondo del quale sopravvivono ancora meno di 500 esemplari) all’oca dalle ali azzurre ecc.

Di fronte ai meravigliosi panorami della natura etiope Fulco ed io restavamo talmente colpiti da dirci tra di noi di sembrare di essere veramente nel paradiso terrestre. Quello che ritengo sia un dono fortunato che mi appartiene e che la lunghissima frequentazione con Fulco non ha fatto altro che rafforzare è l’aver mantenuto, ancora oggi dopo diversi decenni da allora, quella straordinaria e profonda freschezza, passione, stupore e curiosità per il mondo dal quale deriviamo e senza il quale non possiamo vivere, che è la natura. Fulco era una sorta di “vulcano”, pieno di idee e grande stimolatore di attività, che non voleva vedere freni e ostacoli ai grandi impegni necessari per conservare concretamente la natura, ricordando sempre, nel perseguire azioni concrete, il senso e la necessità di “lanciare il cuore oltre l’ostacolo” per ottenere i necessari risultati concreti.

Fulco ci lascia un’eredità straordinaria di impegno, passione, sacrificio per continuare ad operare attivamente nell’ottenere un modo diverso di relazionarci con la natura. E questa eredità l’ha lasciata in un momento veramente molto grave e cupo per il mondo intero dove si stanno cancellando le basi di tutto quello che è stato costruito nell’ambito delle relazioni internazionali, per promuovere pace, diritti, eliminazione delle disuguaglianze, difesa dell’ambiente e creando invece polarizzazioni, sovranismi, autarchie, disuguaglianze, fake news e fake truths, un mondo del quale facciamo realmente fatica a capire cosa stia realmente accadendo e come evolverà. Ma siamo sempre noi tutti protagonisti del nostro futuro e insegnamenti come quello di Fulco possono senz’altro aiutarci in questa complessa situazione.