Ettore Randi
Il Consiglio d’Europa il 5 giugno 2025 ha approvato la riduzione del grado di protezione del lupo che è stato declassato da specie “rigorosamente protetta” a specie semplicemente “protetta” nella Convenzione di Berna e nella Direttiva Habitat. Gli stati membri dell’Unione hanno avviato subito le procedure di adeguamento delle normative nazionali. Il nostro governo si era attivato in anticipo, approvando interventi normativi che interessano anche la specie Canis lupus, stimolati dal Ministero dell’Agricoltura e dalle posizioni politiche dei partiti di maggioranza. La Legge sulla montagna, che è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 12 settembre 2025, autorizza e finanzia una serie di azioni, fra le quali l’espansione di attività venatorie anche in aree fino ad ora vietate come i valichi alpini e le coste, e la possibilità concessa alle regioni di definire quote di abbattimenti per il contenimento della popolazione di lupo indipendentemente dalla attivazione del downgrading. A fine 2025 il Ministero dell’Ambiente ha aggiornato il DPR 357/1997 che recepisce la Direttiva Habitat. Così dal gennaio 2026 anche le popolazioni italiane di lupo, che sono divise per opportunità gestionali in lupi nelle regioni alpine e nell’Italia peninsulare, vengono spostate dall’Allegato D (protezione rigorosa) all’allegato E (protezione semplice) della Direttiva. Ancora prima, ad agosto 2025 la Provincia di Bolzano aveva autorizzato l’abbattimento di due lupi in Alto Adige, uno dei quali venne poco dopo scelto e ucciso “a caso” nonostante la protezione rigorosa fosse ancora attiva. Le specie in Allegato E possono essere oggetto di prelievo e di “sfruttamento”. È difficile immaginare che i lupi italiani possano essere “sfruttati” per ricavarne qualche vantaggio economico, a meno che non si pensi al commercio di pellicce o di trofei, cosa che peraltro non mi sentirei di escludere del tutto. Nel caso del lupo il prelievo significa comunque forme di caccia, anche se non libera, ma autorizzata dalle Regioni senza obbligo di richiesta al Ministero e sulla base di quote massime ma non vincolanti proposte da ISPRA. Il prelievo non dovrebbe compromettere lo Stato Favorevole di Conservazione (FCS) della specie nel nostro paese. Come è stato ripetutamente espresso da chi si occupa di conservazione dei grandi carnivori, l’FCS è difficilmente definibile perché i dati di base sugli areali di presenza, la consistenza numerica e la dinamica delle popolazioni di lupo sono insufficienti1. In questo senso si è espressa anche la Large Carnivore Initiative for Europe (LCIE) in una dichiarazione pubblicata nel settembre del 2024 dove si legge che “LCIE esprime le sue preoccupazioni riguardo la proposta della Commissione di ridurre il grado di protezione del lupo … riduzione che sembra basata solo su ragioni politiche e che non è giustificata dalle conoscenze scientifiche disponibili”. Ma, indifferente a queste preoccupazioni, il Ministero ha comunque approvato la quota massima di abbattimento dei lupi come proposto da ISPRA a partire dalla valutazione che il 3-5% di prelievo potrebbe essere demograficamente sostenibile dalla popolazione italiana, che conta circa 3500 individui2. Il massimo prelievo consentito è di 160 lupi, suddiviso fra le Regioni come indicato nella tabella. Fonti ISPRA hanno messo in dubbio che la quota di 160 sia raggiungibile rapidamente. Nel 2025 sono state richieste le rimozioni di 8 lupi, di cui quattro sono state autorizzate. Ma solo due lupi sono stati uccisi: uno in Alto Adige, uno in Trentino. Le stesse fonti, quasi a voler controbilanciare la costatazione precedente, si affrettano a dire che in futuro la quota massina di 160 potrebbe aumentare3. La Francia aveva inizialmente autorizzato pochi abbattimenti, poi ha successivamente aumentato le quote. Nel 2025 la Francia ha autorizzato la rimozione del 19-21% della sua popolazione di circa 1200 lupi, a fronte di una mortalità totale del 38%. Lo studio di Nakamura et al. (2026)4 ha analizzato importanti parametri vitali (numerosità, fecondità, mortalità) nella popolazione di lupi della regione dell'Alto Minho, nordovest del Portogallo. I risultati indicano che la mortalità degli adulti è il fattore più importante nel determinare il destino della popolazione. Se la sopravvivenza degli adulti diminuisse anche solo del 10% nei prossimi 10 anni la popolazione inizierebbe a declinare e le probabilità di estinzione aumenterebbero significativamente. Poiché la mortalità per cause antropogeniche (incidenti, bracconaggio) è elevata e difficilmente controllabile, gli autori concludono che modesti incrementi di mortalità dovuti a uccisioni illegali o legali metterebbero a rischio la popolazione stessa. L’uccisione di lupi adulti rischia di innescare processi di declino demografico, soprattutto se in presenza di forte mortalità antropogenica, come documentato anche in Italia dall’inchiesta di Io non ho paura del lupo “La mortalità del lupo in Italia 2019-2023”5. Rischiamo di andare verso una situazione in cui al 60% di mortalità dovuta a incidenti e al 12% dovuta a bracconaggio, si aggiunga il 5% previsto di prelievi “autorizzati” e, come vedremo fra poco, una percentuale ad libitum di uccisioni di incroci con cani. In mancanza di un modello demografico della dinamica della popolazione è del tutto possibile che un 5% di prelievo letale di lupi adulti in Italia possa innescare una fase di declino incontrollato. È stato calcolato che per abbattere un solo lupo la provincia autonoma di Bolzano abbia speso circa 50.000 €, una somma superiore a quanto la stessa provincia ha speso nel 2025 per compensare i danni da predazioni da lupo (circa 49.000€). Ipotizzando che per abbattere un lupo servano decine di migliaia di €, i costi necessari per colpire i 160 previsti potrebbe raggiungere alcuni milioni di € e superare di molto i danni totali di 2 milioni di € stimati da ISPRA causati dalle predazioni da lupo (ma direi meglio da canidi, poiché è dimostrato che le predazioni vengono attribuite d’ufficio ai lupi anche se qualche volta sono responsabilità di cani randagi o padronali in libera uscita). Le Regioni dovrebbero pubblicare i costi stimati per gli abbattimenti previsti, in confronto ai danni rimborsati o alle somme impegnate ed effettivamente spese per gli interventi di prevenzione.
Per completare il percorso di attuazione del declassamento del lupo, occorre aggiornare la legge sulla caccia 157/92, perché attualmente il lupo risulta ancora inserito fra le specie “rigorosamente protette”. Il Governo ha in cantiere proposte di riforma della 157/92 ispirate a criteri di deregolamentazione che prevedono ampliamenti dei giorni di caccia, nuove specie cacciabili (es. oche, stambecco), minori restrizioni sull’uso dei richiami vivi e maggiori quote di abbattimento degli ungulati. Così il declassamento del lupo e il regime delle quote si inserirebbero entro un quadro più generale di liberalizzazione della caccia. La rigorosa protezione accordata al lupo proibiva ogni prelievo in natura se non a seguito di deroghe individuali chiaramente motivate, esplicitamente richieste, documentate ed approvate dal Ministero competente. L’approvazione della deroga presupponeva, fra l’altro, che si documentasse l’effettiva “problematicità” di ogni singolo lupo, dimostrando che non fosse stato possibile risolvere gli impatti ricorrendo preliminarmente ad efficaci misure di dissuasione o prevenzione. La deroga, se concessa, era ad personam (lupo singolo e precisamente individuato), tendente a risolvere il problema intervenendo sull’individuo problematico. Occorre ribadire che un intervento di rimozione non implica necessariamente l’abbattimento a fucilate, perché un lupo può essere efficacemente rimosso catturandolo, previa narcotizzazione, e ospitandolo in uno dei Centri di Recupero Fauna Selvatica (CRAS) attrezzati per garantire all’animale una vita dignitosa in ambiente controllato. Il regime della protezione rigorosa è stato criticato dai rappresentanti dei partiti di governo, di alcune amministrazioni regionali e organizzazioni di stakeholder perché eccessivamente rigido e burocratico. Occorre però chiarire che esso ha consentito di risolvere anche rapidamente le poche situazioni problematiche che si sono verificate in Italia negli ultimi anni. ISPRA ha verificato che negli ultimi 18 anni sono state accertate 20 “aggressioni”, 11 delle quali causate dallo stesso lupo, le altre attribuite a nove lupi. Quindi si tratta di una aggressione ogni due anni. Le autorizzazioni sono state concesse rapidamente e i lupi sono stati catturati. In quasi tutti i casi i lupi presentavano chiari segni di precedenti contatti con umani. Dovremmo evitare di usare il temine “aggressione” quando di ciò non si tratta, e più opportunamente parlare di richieste di cibo o di gioco da parte di lupi abituati. Da secoli non si registrano attacchi letali di lupi in Europa. Il regime delle deroghe è stato interpretato con molta elasticità in altri paesi (Francia, Germania e Svezia) che hanno stabilito quote eccessive di prelievi letali, dimostrando che, purtroppo, la protezione rigorosa non ha ostacolato l’autorizzazione di troppo numerose rimozioni. Per rivolvere eventuali situazioni problematiche il downgrading non era affatto necessario. D’altra parte, il regime delle deroghe ha assicurato la salvaguardia della specie, dopo che era scomparsa dall’Europa centrale e settentrionale, e sopravviveva in piccole popolazioni isolate a rischio immediato di estinzione, come la popolazione italiana. Anche col regime delle quote il parere di ISPRA sarà necessario e non vincolante, ma non sarà irrilevante e resterà comunque uno strumento potenzialmente valido per arginare richieste immotivate di prelievo. Auspichiamo che Ispra mantenga una linea di rigore tecnico-scientifico nel valutare ogni richiesta di rimozione e non ceda alle inevitabili pressioni politiche. Il lupo rimane specie protetta e ogni impatto sulle sue popolazioni non dovrà comprometterne lo Stato Favorevole di Conservazione, i cui parametri di riferimento restano comunque ancora in attesa di essere definiti.
Le motivazioni inconsistenti per il declassamento
La Commissione EU ha chiesto di approvare il declassamento del lupo, sulla base di tre discutibili motivazioni.
1) L’espansione del lupo ha raggiunto dimensioni eccessive, cioè, in parole povere, ci sono troppi lupi. La scienza non ha mai detto questo, perché non esistono criteri biologici per poter certificare che le dimensioni delle popolazioni siano eccessive. Le popolazioni di specie territoriali, lupo incluso, non possono espandersi all’infinito, essendo limitate dalle disponibilità di habitat e di prede. L’ultimo aggiornamento dei censimenti in Piemonte mostra che i territori dove il lupo è arrivato prima (Alpi occidentali), sono quasi saturi e la crescita della popolazione sta rallentando in confronto alle Alpi centrali e orientali dove il lupo è arrivato più recentemente6.
2) Le predazioni di bestiame sono economicamente insostenibili. I dati disponibili, per quanto poco accurati, lo negano. Gli agricoltori possono accedere a ingenti finanziamenti comunitari e nazionali. I fondi per la Politica Agricola Comunitaria (PAC) impegnano circa il 25-30% del totale dei pagamenti previsti nei bilanci EU. Il ciclo della PAC per il periodo 2023-2027 ha stabilito che i finanziamenti comunitari e i cofinanziamenti nazionali complementari per gli agricoltori e le comunità rurali ammontano a circa 307 miliardi di euro di spesa pubblica complessiva, di cui264 miliardi a carico del bilancio dell’UE e circa 43 miliardi di cofinanziamenti nazionali. A tali risorse si aggiungono circa 6 miliardi di euro di finanziamenti UEdestinati a programmi collegati alla PAC ma esterni ai Piani Strategici.
L’Italia è il terzo più grande beneficiario dei fondi erogati nell’ambito della PAC. Nel 2023-2027 l’Italia riceverà almeno 35.1 M€ di aiuti all’agricoltura, corrispondenti ad oltre 7 M€/anno. A questi fondi va aggiunto lo stanziamento di 1 M€ nel triennio 2026-2028 previsto DDL "ColtivaItalia" (presentato dal Ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste) collegato alla legge di bilancio 2026. Il bilancio di previsione EU per il prossimo ciclo di sette anni dopo 2027 assegna alla PAC un minimo garantito di 300-390 M€, destinati ad aumentare molto significativamente, perché sono previste le aggiunte dai programmi LEADER, cofinanziati in parte dai piani di partenariato nazionale e regionale, per un valore di 865 M€. Il nuovo Fondo per la competitività fornirà ulteriori finanziamenti per la ricerca e l'innovazione nel settore agricolo. Nell’ambito del programma Mercosur è stata istituita una rete di sicurezza a sostegno degli agricoltori in caso di perturbazioni del mercato, per un importo di 6,3 M€ nell'arco di 7 anni, e la proposta di anticipare 45 M€ per la PAC fin dal 20287. Come dicono le associazioni degli agricoltori: “non perdiamo queste ghiotte occasioni!” Purtroppo, l’assegnazione dei fondi e i loro utilizzi subiscono numerose distorsioni (rapporto Greenpeace “Chi si intasca la PAC”, gennaio 20268). Ma è certo che i soldi non mancano. In EU vengono allevati circa 70 milioni di ovi-caprini, le predazioni da grandi carnivori ne colpiscono meno dello 0,7%, corrispondente a circa 49.000 capi e ad un costo di circa 19 milioni di €/anno. Per dare una dimensione comparativa a questi numeri, osserviamo che la Regione Emilia-Romagna ha messo a bilancio 2026 due milioni di € per misure di prevenzione delle predazioni (reti elettrificate, ricoveri notturni, cani da guardiania eccetera). L’Italia è divisa in 20 regioni; Sicilia e Sardegna non hanno lupi; forse non tutte le altre 18 Regioni hanno le disponibilità di bilancio dell’Emilia-Romagna, ma assumendo che ogni Regione possa impegnare un milione di € per la prevenzione, arriviamo a 18 milioni, equivalenti alle spese annuali dell’intera EU. L’impatto economico delle predazioni sugli allevamenti non è trascurabile, ma è pienamente compensabile e contrastabile mobilitando risorse ampiamente disponibili. Il business che gira attorno agli impatti del lupo sulla zootecnia è piccolissimo, ma l’orchestra delle fake news riesce ad amplificarlo convincendo politici, amministrazioni e governi che la soluzione migliore sia sparare ai lupi!
3) I lupi possono costituire un problema di sicurezza; in parole povere possono aggredire qualcuno. Sulla base dei dati di fatto e delle evidenze, la probabilità che si verifichi una aggressione letale in EU è uguale a zero; in Italia abbiamo una interazione aggressiva ogni due anni, dovuta in quasi ogni caso a lupi abituati, quindi a responsabilità umane. Il vero obbiettivo del downgrading è politico, come tutti hanno rilevato, nel senso di accondiscendere alle richieste dei partiti di destra e degli stakeholder a cui l’attuale presidenza europea ha dato ascolto per assicurarsi il necessario sostegno alla rielezione. Lo stesso stanno facendo i partiti di destra in Italia: governare anche sulla pelle dei lupi!
Ibridi e fake news
La pubblicazione di un articolo (Lorenzini et al. 2026)9, peraltro tecnicamente debole, ha stimolato una vivace campagna di stampa sostenuta da dichiarazioni sorprendentemente dilettantesche da parte di esponenti delle amministrazioni locali e delle associazioni degli agricoltori, e purtroppo anche da dichiarazioni imbarazzanti da parte di qualche accademico. L’esponente di una associazione agricola ha dichiarato recentemente che loro vogliono proteggere i lupi, quindi spareranno agli ibridi! Ma non ha detto come faranno a identificarli. Il problema secondo qualcun altro non si pone, poiché: “Gli ibridi si abbattono mettendo da parte tutti i distinguo sull’effettiva corrispondenza tra caratteristiche morfologiche e purezza genetica. Dove si ha il ragionevole dubbio che si tratti di un ibrido, si spara. Se si fa un errore e si abbatte un lupo, non importa. Non siamo nelle condizioni di doverci preoccupare per questo …”3. La popolazione appenninica di lupo (attenzione: appenninica, non italiana come è stato scritto erroneamente su un paio di quotidiani nazionali) risulterebbe composta per il 47% da ibridi con cani (ibridazione antropogenica). C’è chi teme le conseguenze nefaste dell’ibridazione, che potrebbe degradare la “qualità” della popolazione, concetto piuttosto vago dal punto di vista della biologia della conservazione e che sembra riflettere antichi pregiudizi sulla “limpieza de sangre” che speravamo fossero stati definitivamente cancellati. La parola “ibrido” è sufficiente a risvegliare ancestrali pregiudizi ideologici. Il “sangue” delle popolazioni selvatiche non deve essere contaminato dagli incroci con animali domestici. I biologi della conservazione, anche quelli che si occupano di lupi, a maggioranza ritengono a-priori che l’ibridazione antropogenica sia un rischio per la conservazione delle popolazioni selvatiche. Gli articoli sui media rimbalzano queste opinioni che, peraltro, non sono sostenute da evidenze scientifiche. Si dice che gli incroci fra lupi e cani “potrebbero” modificare i comportamenti degli ibridi che potrebbero essere meno diffidenti nei confronti dell’uomo e perciò più pericolosi, potrebbero essere meno efficienti nelle predazioni, attirati dalla disponibilità di rifiuti e dagli alimenti umani eccetera, tutti rischi espressi al condizionale, ipotesi che potrebbero essere vere se si verificassero condizioni che al momento non sono sostenute da alcuna evidenza scientifica. Per quanto ne sappiamo, gli ibridi predano esattamente come i lupi, non mostrano particolari attaccamenti alle nostre case o alle nostre mense, anzi ci temono e se ne stanno alla larga. Nessuno ha ancora potuto dimostrare che gli ibridi esprimano comportamenti modificati per cause genetiche. Il lupo è una specie sociale e culturale, in cui l’apprendimento entro il nucleo familiare svolge un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei comportamenti dei cuccioli. La genetica ha solidamente mostrato che la grande maggioranza delle ibridazioni coinvolgono l’accoppiamento delle femmine di lupo con maschi di cane. Negli ibridi sono presenti quasi esclusivamente DNA mitocondriali (mtDNA) di lupo. Il mtDNA è un piccolo genoma circolare presente in tutti i mitocondri di quasi tutte le cellule animali che hanno il citoplasma. Le cellule uovo (ovociti) hanno abbondante citoplasma e molti mitocondri; gli spermi sono praticamente privi di citoplasma e di mitocondri. Il nuovo embrione contiene metà del genoma cromosomico nucleare della madre e metà del padre, ma contiene il citoplasma, i mitocondri e tutto il mtDNA della madre. Se le madri degli ibridi sono lupe, allora il mtDNA sarà di lupo, come è stato abbondantemente accertato, con poche eccezioni, ovunque. È difficilmente immaginabile che una femmina di lupo ingravidata da un cane si avvicini alle case per completare la gestazione, scelga qualche edificio per partorire e resti in questi ambienti antropizzati per allevare i cuccioli fino allo svezzamento qualche mese dopo il parto. Non mi risulta che siano stati documentati casi del genere, mentre sono stati osservati, non frequentemente, branchi misti di lupi e cani in natura. È assai più plausibile che le lupe partoriscano ed allevino i cuccioli in natura insegnando ai cuccioli come comportarsi in quella wilderness dove dovranno sopravvivere. La genetica del comportamento è poco nota nell’uomo e pochissimo nota in altre specie animali, lupi inclusi. Non esistono evidenze convincenti che la variabilità genetica in geni con funzioni neurobiologiche osservata in alcune razze di cane possa determinare comportamenti variabili, esclusi ovviamente le neuropatologie, nei cani e tantomeno nei lupi. La genetica comportamentale umana ha chiarito che le mutazioni singole (SNP) a pochi geni non possono spiegare variazioni significative del comportamento, le quali hanno base poligenica. Per superare questi ostacoli in ambito umano si stanno elaborando indici poligenici, modelli statistici che elaborano milioni di SNP. Al momento non esistono dati analoghi per lupi e cani. Non è quindi sensato suggerire che il comportamento degli ibridi sia controllato da un, non-documentato, determinismo genetico.
Le conseguenze dell’ibridazione sono complesse, ancora poco note ed è prudente considerare ogni evento un caso a sé, evitando generalizzazioni. Ma soprattutto occorre comprendere che anche le popolazioni che ibridizzano evolvono, come tutte le altre, cambiando nel corso del tempo, sviluppando adattamenti determinati dalle leggi di darwiniana memoria. Per comprendere la dinamica di popolazioni che ibridizzano è necessario ricostruirne la storia; un’istantanea della composizione attuale della popolazione non è sufficiente. Qualche chiarimento tecnico, in breve. L’incrocio è l’accoppiamento a fini riproduttivi di individui che provengono da popolazioni geneticamente diversificate, indipendentemente dalla loro posizione tassonomica: “Hybridization: interbreeding of individuals from genetically distinct populations, regardless of the taxonomic status of the populations” (Allendorf et al. 2001)10. L’ibridazione è il risultato degli incroci. Lupi e cani sono talvolta considerati specie distinte: Canis lupus (lupo) e C. familiaris (cane); altre volte il cane è considerato una sottospecie del lupo: Canis lupus familiaris, prodotta da alcuni millenni di domesticazione. Gli zoologi non si mettono d’accordo, ma la definizione di ibridazione risolve ogni problema di ambiguità tassonomica: indipendentemente dalla classificazione (specie o sottospecie) gli incroci fra lupi e cani producono ibridi. Le differenze genetiche fra lupi e cani sono facilmente accertabili anche usando pochissimi marcatori molecolari. Già nei primi anni ‘90 la distinzione genetica emerse chiaramente usando tecniche di analisi che oggi sono considerate rudimentali (elettroforesi degli enzimi). Emersero anche le peculiarità genetiche della popolazione italiana di lupo, confermate successivamente usando approcci molecolari più evoluti e informativi (analisi del mtDNA e dei microsatelliti - STR), incluse analisi genomiche (sequenze e SNP). Questo aprì la strada ad analisi dell’ibridazione basate su dati oggettivi e non sulle impressioni soggettive dei vari “esperti”.
In ambito conservazionistico ci si tormenta per trovare una definizione di “ibrido”, che in realtà esiste fin dai tempi (metà 1800) degli incroci fra linee pure di piselli fatti da Mendel nel monastero di Brno, che fondarono la genetica moderna. Gli ibridi sono gli individui generati da incroci fra parentali che provengono da popolazioni geneticamente differenziate, indipendentemente dal loro stato tassonomico. Ancora oggi chiamiamo gli ibridi così come li chiamò Mendel: F1 sono gli ibridi di prima generazione; F2 sono gli ibridi originati da incroci F1 x F1; F3 … e così via. Da un punto di vista genetico gli ibridi contengono il 50% del genoma dei padri e il 50% delle madri. I cosiddetti “sciami ibridi”, incubo di chi teme l’ibridazione, sono composti inizialmente da ricombinazioni fluttuanti (a causa del drift) del 50% di genomi materni e 50% paterni. Nel corso delle generazioni la selezione naturale elimina quelle combinazioni cromosomiche che si dimostrano svantaggiose, mentre favorisce quelle vantaggiose per la fitness. Sono stati identificati sciami ibridi in natura, anche in casi di ibridazione antropogenica (per esempio, nel gatto selvatico in Scozia), ma mai nel lupo. Tutti gli studi di genetica delle popolazioni di lupo in Italia e in Europa hanno identificato pochissimi individui ibridi recenti (F1, F2 eccetera), nelle proporzioni dello 0.5-2.0% dei campioni analizzati9. L’ibridazione è poco frequente ovunque, oppure gli ibridi sono svantaggiati e sono eliminati dalla selezione naturale. Ma alcuni ibridi senza dubbio sopravvivono e quando si riproducono con lupi originano il più importate fenomeno conseguente agli incroci: i reincroci (backcross), che indichiamo con le sigle BC1 (reincroci di prima generazione, per esempio F1 x lupo); BC2 reincroci di seconda generazione; BC3 eccetera. Gli studi di genetica hanno dimostrato che la popolazione di lupi appenninici è composta da una grande maggioranza di reincroci, alcuni di origine molto antica originati qualche migliaio di anni fa, altri qualche secolo fa, oppure nel corso del 1900, particolarmente dopo la riespansione che ha seguito il drastico declino della popolazione a fine anni ’50-’6011. Quasi tutte le identificazioni genetiche sono state fatte utilizzando pochissimi marcatori molecolari, da 12 a circa 40 STR, poche migliaia di SNP e pochissimi genomi parzialmente sequenziati, che non possono identificare le più antiche ibridazioni. È difficile tracciare una netta distinzione fra i reincroci, ibridi recenti e i lupi apparentemente puri. Abbiamo a disposizione le necessarie procedure molecolari e bioinformatiche, ma ogni laboratorio le usa come vuole, scegliendo marcatori molecolari e soglie di ibridazione differenti. Ne risulta una grande confusione a cui i media non riescono a sfuggire. Quando i quotidiani scrivono che la popolazione italiana di lupo è composta dal 47% di ibridi, sbagliano due volte: 1) il dato riguarda solo la popolazione appenninica perché i lupi alpini, che derivano dall’espansione dei lupi appenninici via Liguria, hanno pochissimi ibridi. E questo pone un problema: come è possibile che le Alpi siano state colonizzate solo da lupi puri migranti da una popolazione sorgente ibrida al 47%? 2) In ogni caso non si tratta del 47% di ibridi perché gli ibridi recenti F1, F2 eccetera sono molto pochi, tutti gli altri sono reincroci. Ma perché è importante chiarire questi fraintendimenti? La distinzione fra ibridi e reincroci non è un banale fatto formale; la genetica ed evoluzione delle popolazioni reincrociate è differente da quella dei nuclei ibridi. Il reincrocio origina introgressione di geni domestici nel genoma dei lupi. Nel corso delle generazioni di reincrocio ci si attende una diluizione progressiva dei geni domestici, nelle seguenti proporzioni: gli F1 contengono il 50% di geni di cane; i primi reincroci F1 x lupo ne contengono il 25%; i BC2 il 12,5%; BC3 = 6%; BC4 = 3%; BC5 = 1,5% e così via. La mortalità in ambienti antropizzati è altissima e ogni generazione di lupo è sostituita ogni 3-4 anni. Perciò dopo 15-20 anni i reincroci BC5 contengono approssimativamente solo l’uno percento di geni di cane, assumendo l’assenza di selezione naturale. Ma nel corso dell’introgressione la selezione naturale elimina rapidamente quei geni che producono svantaggi adattativi, oppure al contrario favorisce la diffusione di geni domestici che producono vantaggi. Si chiama introgressione adattativa, dimostrata scientificamente in molte popolazioni naturali e anche in qualche caso di ibridazione antropogenica, incluso il lupo15. Ci sono evidenze di almeno tre casi di introgressione antropogenica adattativa nel lupo, in Spagna, in Nord America e in Italia.
In Spagna. Recentissime analisi di genomi completi di lupi iberici hanno mostrato che l’introgressione recente nel corso del 1900 è stata limitatissima (<5%), mentre si sono identificato varianti geniche di origine domestica che sono entrate nella popolazione selvatica di lupo 6.000-3.000 anni fa. Questi geni recano tracce molecolari di selezione positiva e adattativa, sono coinvolti in funzioni neurobiologiche, cognitive, immunogenetiche e nello sviluppo embriologico. Gli autori ritengono che queste forme di introgressione adattativa abbiano favorito l’evoluzione delle popolazioni di lupo in ambienti antropizzati12.
In Nord America ci sono popolazioni con circa la metà di lupi neri. Nei cani e nei lupi il mantello nero è dovuto a mutazioni genetiche. Analisi molecolari hanno identificato una mutazione al gene b-defensina-103, chiamata KB e responsabile del mantello nero nei lupi, che ha avuto origine nei cani ed è entrata nelle popolazioni selvatiche via antiche ibridazioni e introgressioni circa 7.000-10.000 anni fa, a seguito dell’ingresso di migranti umani con i loro cani attraverso la Beringia13. La mutazione KB è dominante, quindi i lupi con genotipo omozigote KB/KB ed eterozigote KB/Kb sono neri; gli omozigoti recessivi Kb/Kb, privi della mutazione, sono grigi, il colore standard dei lupi selvatici. L’analisi genetica consente di identificare senza ambiguità la mutazione KB nei lupi e di datarne l’origine più o meno recente. Perché KB è rimasta per millenni e si è diffusa nei lupi in USA? Lo studio dei lupi reintrodotti nel Parco Nazionale di Yellowstone ci suggerisce qualche risposta. I lupi, che erano stati eradicati, vennero poi reintrodotti a Yellowstone per controllare le popolazioni di ungulati che stavano danneggiando eccessivamente la vegetazione. Vennero reintrodotti sia lupi grigi che lupi neri. Nessuno in USA si preoccupa della presenza di lupi neri, che vengono considerati lupi al 100% anche se la loro origine ibrida è accertata. Se è dimostrato che a Yellowstone i lupi neri eterozigoti KB/Kb hanno fitness maggiore dei lupi grigi Kb/Kb e degli omozigoti KB/KB, che sono estremamente svantaggiati. La mutazione KB rimane e si diffonde a Yellowstone perché i lupi eterozigoti hanno vantaggi adattativi13. La b-defensina-103 fa parte di una famiglia di geni che producono le defensine, proteine che funzionano come antibiotici naturali deputati alla difesa immunologica dell’epidermide e delle superfici esposte degli organi interni (polmoni, intestini, genitali). I lupi neri KB sono avvantaggiati per resistenza naturale ad alcune malattie infettive, come è stato dimostrato, per esempio, nel caso di focolai del virus del cimurro canino, dove gli eterozigoti KB/Kb hanno fitness maggiore dei lupi grigi. La mutazione KB influenza l’attività di moltissimi altri geni e ha prodotto modificazioni epigenetiche adattative in circa il 3% del genoma dei lupi a Yellowstone13.
In Italia. La stessa mutazione KB è presente in Italia nei lupi neri con sequenze originate nei cani e trasmesse per reincrocio nei lupi. Ma occorre precisare che non tutti i lupi neri derivano dalla mutazione KB. In Italia abbiamo trovato lupi neri senza KB. Il colore del mantello varia naturalmente nelle popolazioni di lupo indipendentemente dall’ibridazione, e varia moltissimo nelle razze di cane a causa della selezione artificiale in allevamento. Sono noti lupi, marcati individualmente, neri da giovani e adulti, diventati grigi da vecchi. Cani con la KB che non sono neri perché il colore del mantello è controllato anche da altri geni (Figura 1). È accertato che la KB deriva via ibridazione con cani, ma non è corretto presumere che ogni lupo nero sia originato da parentali ibridi o domestici. Non è quindi accettabile che il colore nero sia usato per chiedere la rimozione di presunti ibridi, indipendente dagli accertamenti genetici.