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Ciclisti in trincea

Andrea Griseri

 

Ma la bicicletta, intendo quella muscolare, quella che non utilizza altro che la propulsione umana ed è responsabile dell’emissione di quantità trascurabili di vapor acqueo, la bicicletta di don Camillo e Peppone, di Gimondi e Merckx, la bicicletta con cui noi tutori dell’ambiente ci spostiamo rapidi e silenziosi nel traffico cittadino è ancora il fulcro della mobilità sostenibile?
Ma sto facendo confusione. Vi sono diverse forme di pratica ciclistica.

C’è chi vede nella bicicletta un mero attrezzo ginnico, sale in sella la domenica per battere il record dell’ora insieme agli amici, si lancia con la mountain bike giù dalle pietraie o da sentieri frequentati da malcapitati escursionisti che rischiano di essere travolti dai bolidi in fibra di carbonio montati da atleti della domenica inguainati nella tutina tecnica all’ultimo grido. Il quale atleta non necessariamente si reca dal lunedì al venerdì al lavoro pedalando (chiamiamoli i nipotini di Merckx e Gimondi).
C’è chi usa la bicicletta tutti i giorni, rinuncia all’automobile nel percorso casa lavoro, contribuisce a ridurre la quantità di sostanze inquinanti che ammorbano l’aria delle nostre città (questi sarebbero i nipotini di Peppone e don Camillo).
E c’è chi (il sottoscritto fa parte di quest’ultima categoria) la domenica sale in sella alla sua fiammante Gravel (non necessariamente in fibra di carbonio: per la Gravel si consiglia l’acciaio, costa meno, è più robusto e assicura un’ottima dinamica) e si lancia sugli sterrati leggeri, respira aria buona, si ritempra spiritualmente in seno a madre natura; il lunedì, la Gravel assicurata a un robusto catenaccio in cantina, va al lavoro o a fare la spesa con la vecchia fida “scassona” monomarcia, quella che puoi legare a un palo senza troppi patemi d’animo tanto chi te la ruba? E se anche dovesse succedere poco male, ti è costata 90 euro al mercato del Balun (il mercato delle pulci di Torino n.d.r.).

Le politiche per la mobilità sostenibile nelle città dovrebbero avere un obiettivo principale: facilitare la vita a queste ultime due categorie di ciclisti, incoraggiare la stragrande maggioranza dei cittadini a lasciare l’automobile parcheggiata in garage e utilizzare un mezzo di trasporto che sulle distanze brevi o medio lunghe è notevolmente più efficiente che qualsiasi altro mezzo di trasporto a motore.
L’atteggiamento nei confronti della bicicletta è cambiato sia pur lentamente anche in Italia: recarsi al lavoro pedalando non è più considerato un gesto pauperistico ma al contrario l’espressione di uno stile di vita moderno, aperto alle esigenze della tutela ambientale e tale da migliorare le condizioni di salute di chi lo adotta. Ma allora perché i ciclisti urbani pur cresciuti di numero nel corso degli ultimi anni sono ancora così pochi?
Se interrogate il vostro vicino di casa che tutte le mattine s'immerge imprecando nel traffico e tutte le sere impreca due volte, ancora per il traffico del rientro e perché fatica a trovare un parcheggio vicino a casa (non tutti possono permettersi un garage) vi dirà che molto volentieri opterebbe per le due ruote ma ha paura.

L’insicurezza! Ecco ciò che frena e dissuade molti cittadini. In molte città (il sottoscritto è torinese e lo può testimoniare) si è fatto abbastanza, occorre riconoscerlo, nel corso dell’ultimo decennio per creare nuovi percorsi protetti che aumentano la percezione di sicurezza dei ciclisti attuali e potenziali. Piste ciclabili ma anche zone 30, cioè strade promiscue dove utenti deboli e utenti forti della viabilità possono convivere nel rispetto reciproco. A Torino opera una Consulta per la mobilità ciclabile che riveste funzioni appunto consultive nell’ambito dell’istituzione comunale e dove le principali associazioni ambientaliste sono rappresentate (siamo presenti anche noi di Pro Natura); ha il compito di esprimere pareri sul biciplan e di avanzare proposte agli assessorati competenti segnalando le criticità (per esempio l’eventuale carenza di interconnessioni fra i percorsi protetti o il loro stato di degrado); l’istituzione delle zone 30 nei controviali dei corsi principali è scaturita da un’iniziativa della Consulta.
L’atteggiamento degli automobilisti torinesi nei confronti dei ciclisti secondo la percezione di molti è migliorato, in misura molto lenta ma percettibile, nel corso dell’ultimo decennio. Di certo siamo ben lontani dal riprodurre quelle condizioni davvero paradisiache che caratterizzano i Paesi Bassi o il Belgio dove gli automobilisti si fermano umili e vergognosi non appena avvistano un ciclista (anche perché da quelle parti quasi tutti sono “anche”ciclisti) .Ma, soprattutto nelle aree promiscue è raro riscontrare quella sfrontatezza da cui ci sentivamo costantemente minacciati in passato. Questa evoluzione culturale tuttavia dovrebbe essere molto più estesa e rapida.

Esiste un grande problema: da parte del Comune e delle realtà socio-culturali che influenzano l’opinione pubblica (l’Università, i centri culturali, i giornali, le televisioni) non si segnalano iniziative finalizzate a “promuovere” attivamente la scelta della mobilità sostenibile. Non si fa quasi nulla per “spiegare” ai cittadini l’utilità generale e soggettiva della ciclabilità: migliora la qualità dell’aria, riduce il traffic jam, ha effetti positivi sulla salute di chi pedala e si dovrebbe dunque apprezzare come un autentico bene comune oggetto di una vera e propria campagna di marketing. Purtroppo nulla di tutto ciò appare all’orizzonte. Il Comune (è la proposta che personalmente ho avanzato nell’ambito della Consulta) potrebbe per esempio contrassegnare i percorsi protetti e promiscui con una cartellonistica adeguata; le ragazze e i ragazzi dei Licei artistici erano pronti a mettere a disposizione il loro talento per dare corpo a una grande e per nulla onerosa operazione di pubblicità progresso, una propaganda diffusa in giro per la città ma i progetti non sono mai decollati. Non sono a conoscenza delle eventuali azioni messe in campo in altre città. Anche da parte governativa (indipendentemente dal colore politico dell’esecutivo di turno) non sono pervenuti segnali positivi.

Abbiamo riconosciuto che le automobili pur rappresentando “il” pericolo per antonomasia oggi sono guidate da persone che magari neghittosamente cominciano a capire che i ciclisti non sono una specie invasiva . Il rispetto costituisce il primo tassello di quella “civiltà della mobilità” cui dovremmo dare corpo. Sappiamo che per ridurre le emissioni nelle città si dovrebbe rafforzare il trasporto pubblico e collettivo. Giustissimo , 30 persone stipate in un autobus alimentato a metano (sono comparsi anche quelli elettrici e addirittura a idrogeno in molte città) inquinerebbero molto di più e occuperebbero molto più spazio se si muovessero ciascuna sulla propria macchinina: ma nel percepito di molti ciclisti i mezzi pubblici spesso appaiono più minacciosi rispetto alle automobili: arroganza dimensionale, scarsa attenzione degli autisti? E non parliamo dei furgoni incaricati del delivery dei prodotti che la gente acquista on line; prima dell’impennata dell’e-commerce i furgoni circolavano ma erano in numero più limitato, non correvano come pazzi pressati dalle tempistiche imposte dal padrone, si limitavano a distribuire  le merci ai negozi di prossimità: la consegna individualizzata ai singoli clienti agisce come fattore moltiplicatore. E’ vero Amazon ricorre soltanto a furgoni a propulsione elettrica ma il ciclista (o il pedone) difficilmente ne avverte la presenza alle proprie spalle. Bella cosa le auto elettriche se consideriamo l’azzeramento delle emissioni nel contesto urbano (poi magari scopriamo che l’intero processo produttivo di questi veicoli non è per niente a impatto negativo e l’energia elettrica non sempre viene prodotta utilizzando le rinnovabili.  Ma non andiamo fuori tema…): però hanno il pregio e il difetto di essere maledettamente silenziose.  Le città sono piene zeppe di automobili che occupano spazio. 

La velocità “commerciale” dei mezzi pubblici è limitata dal traffico e dalle strozzature causate dai veicoli in sosta: ma quando sento alcuni amici ambientalisti sostenere che dovremmo ridurne il numero per recuperare gli spazi perduti inibendo brutalmente il parcheggio sento tintinnare un campanello di allarme; le buone politiche non vivono di scorciatoie e l’analogia con il rozzo principio neoliberista - creare disagio per indurre il cittadino ad accettare condizioni di vita più scadenti che normalmente sarebbero state oggetto di forte opposizione- è fin troppo evidente. Penalizzare un lavoratore che in assenza di una rete di trasporto pubblico capillare non può fare a meno dell’automobile né può permettersi l’acquisto di un garage è deplorevole, quasi un paragrafo di quel processo di proletarizzazione della middle class che, caparbiamente perseguito dalle élites occidentali , ha determinato lo sconcertante divario fra i molti nuovi poveri e i pochi ricchissimi. E’ la Shock doctrine ben descritta e denunciata da Naomi Klein cui molte amministrazioni locali e nazionali nominalmente di sinistra si sono conformate in Italia come in Europa. La furia edificatoria dei primi anni 2000 che ha investito le nostre città oggi si è attenuata (anche perché la popolazione non sta certo aumentando): ma ci si chiede per quale motivo i piani regolatori anziché ispirarsi alla logica delirante della “densificazione” non hanno previsto né la creazione di aree verdi, per fare respirare la trama di un tessuto urbano troppo fitto, né la costruzione di strutture verticali in luogo dell’ennesimo condominio per ospitare le automobili riducendo in tal modo il consumo di suolo e fornendo una concreta alternativa alla sosta di superficie. Affliggere l’italiano medio che non si può permettere il lusso di un garage sarebbe strategia inefficace oltreché socialmente deprecabile.

Abbiamo bisogno di alternative “in positivo”. La promozione della bicicletta negli spazi urbani ne è lo strumento principale. Al cittadino non si deve offrire disagio ma una serie di solide ragioni per tenere spenta l’automobile. 
Sicurezza strutturale, campagne educative per mettere in risalto quanto sia pratico e salutare pedalare, presentare la mobilità dolce e la responsabilità verso la comunità come valore etico desiderabile, intervenire sull’arredo urbano disseminando elementi visivi e artisticamente gradevoli intesi a segnalare che la bicicletta non è un corpo estraneo ma una componente essenziale del puzzle della mobilità, agire sul piano educativo coinvolgendo i giovanissimi (“apprendere” la bicicletta a 4 anni non è come imparare a inforcarla a 10) e le loro famiglie. 
Le infrastrutture pesanti e cioè le piste ciclabili sono importanti soprattutto in determinate zone molto congestionate ma azzardare la coesistenza sugli stessi percorsi di ciclisti e automobilisti può davvero accelerare un approccio diverso (l’orizzonte ideale è sempre rappresentato dai “paradisi dei ciclisti” nei paesi del Nord Europa) da parte dell’automobilista che magari un bel giorno potrebbe essere indotto pure lui a farsi ciclista; senza contare che le piste ciclabili costano e spesso la loro realizzazione suscita proteste nei residenti insieme a un moto di antipatia verso i ciclisti: esattamente ciò che si dovrebbe evitare.

L’obiettivo principe rimane comunque la sicurezza: questo è il vero incentivo per indurre le persone a operare finalmente una scelta decisiva. E purtroppo sul tema della sicurezza nel corso degli ultimissimi anni abbiamo registrato dolenti note e amare criticità.
Lo sviluppo di percorsi promiscui sta attraversando in Italia la prima fase della propria evoluzione, le buone vecchie piste ciclabili restano comunque il baluardo più efficace. Eppure proprio le piste ciclabili non sono più sicure. 
Perché sono comparsi i monopattini. 
E le biciclette elettriche. 
Mezzi che raggiungono velocità considerevoli. Le piste ciclabili hanno una sezione limitata (la normativa prevede una larghezza minima di 1,50 m riducibile a 1,25 in casi particolari) e secondo le linee guida del ministero dei trasporti i mezzi che usano la propulsione elettrica (in forma esclusiva come i monopattini o ibrida nel caso delle e.bikes) non possono superare i 20 km l’ora. I monopattini a noleggio dispongono di un limitatore di velocità. Ma quelli privati? Dovrebbero essere sottoposti a controllo: ma come scriveva il Parini “le leggi son ma chi pon mano ad esse?” 

Questo nuovo soggetto, il monopattinista, comparso d’improvviso sulle scene urbane inoltre non condivide in generale con i ciclisti i medesimi riferimenti valoriali: il rispetto verso l’ambiente e verso le persone innanzitutto. Intendiamoci, anche noi ciclisti abbiamo ancora ampi margini di miglioramento. Per esempio pochi ciclisti purtroppo utilizzano i segnali luminosi la notte, nei tratti più bui delle piste il rischio di incidenti non è trascurabile; i monopattini per lo meno sono dotati di dotazioni luminose ma molti dei loro conducenti spesso adottano uno stile di guida pericoloso per sé e per gli altri. E non è raro vedere un monopattino montato magari da due ragazzini sfrecciare sui marciapiedi, traversare diagonalmente una strada trafficata, bruciare il rosso ai semafori. E che dire dei trabiccoli abbandonati in mezzo alle ciclabili o ai marciapiedi ? A Torino l’Unione ciechi ha addirittura lanciato una raccolta di firme per chiedere al Comune di abolire il noleggio (sono questi i mezzi che gli utenti lasciano senza riguardo alcuno nei luoghi più impensati): l’iniziativa desta tuttavia qualche perplessità poiché significherebbe incentivare l’uso dei monopattini privati (che ovviamente i proprietari non mollano a casaccio sulla pubblica via), proprio quelli che corrono a rotta di collo sul percorso protetto come fosse un autodromo. 
Non sarebbe giusto naturalmente generalizzare, molti monopattinisti non si comportano da scriteriati e siamo ben lieti che rinuncino all’automobile per i loro spostamenti urbani; ma empiricamente costatiamo che la percentuale di maleducati in monopattino supera quella computabile fra i ciclisti. 

Dispiace rilevare una significativa presenza di giovani forti e in salute che scorazzano rigidi come uno stoccafisso sui loro trabiccoli quando potrebbero spendere le loro energie pedalando: ignorano forse le ricadute benefiche dell’esercizio fisico su tono muscolare e sistema cardiocircolatorio? Non ha proprio nulla di aerobico il vostro monopattino cari ragazzi. E ancor più colpisce il numero dei giovani stranieri: forse la bicicletta appare loro un segno di inferiorità sociale e di emarginazione? Chi scrive ha avuto più di un diverbio proprio con alcuni ragazzi di colore che correvano forsennatamente con il monopattino privato sulle piste ciclabili e persino sui marciapiedi: ho cercato anche di spiegare loro che questi comportamenti inaccettabili rischiavano di fornire un pretesto al latente razzismo che purtroppo alberga silenzioso nell’inconscio di troppi nostri concittadini (non so dire con quali risultati).

Ma la storia non finisce qui. In cauda venenum (il veleno in coda) dicevano gli antichi. Si è materializzato ai nostri occhi esterrefatti un incubo peggiore. “Vieni c’è un mal peggior” cantano in coro gli spiriti demoniaci che trascinano il seduttore all’inferno nel finale del Don Giovanni mozartiano… e il gorgo infernale per noi ciclisti (e anche per i tanti monopattinisti perbene) ha il sembiante delle biciclette elettriche. 
Che non sono biciclette ma veri e propri motorini, ancorché dotati di pedali puramente ornamentali, che possono raggiungere velocità elevatissime: molto più pesanti di un monopattino, in caso di impatto possono provocare danni anche molto gravi. 

Qui però la questione si fa imbarazzante. Questi mezzi sono guidati dai Rider, i ragazzi (italiani e stranieri) che per conto delle aziende di delivery (Just it, Glovo, Deliveroo etc.) recano al desco degli italiano  pizze, sushi, poké e altre prelibatezze assortite. 
I Rider sono il nuovo proletariato. Forse nei piani dei neoliberisti più assatanati dovevano incarnare un modello di estrazione del plusvalore destinato a essere esteso progressivamente a tutte le categorie di lavoratori: un balzo all’indietro di quasi 200 anni! Del resto il termine “riformismo” ha subito una radicale inversione semantica negli ultimi decenni. I Rider hanno condotto una coraggiosa lotta per i loro diritti e conquistato un contratto collettivo. Una battaglia condotta anche a nome di tutti i lavoratori minacciati dalla deregulation selvaggia. Ma sono costretti a rispettare un certo numero di consegne giornaliere e la pizza non può arrivare fredda sulle nostre tavole. Così le loro motociclette elettriche camuffate da velocipedi  sono costrette a correre a perdifiato “anche” sulle piste ciclabili. Dal punto di vista della sicurezza degli altri utenti è inaccettabile. La mia esperienza di strada mi suggerisce che i “delivery boys” spesso appaiono molto più seri, attenti nei limiti del possibili e per nulla sfrontati se posti a confronto con la componente più scervellata e arrogante dei monopattinisti. Ma devono correre e cavalcano oggetti potenzialmente pericolosi. Con amarezza devo (dobbiamo….questo sentimento è condiviso da tantissimi ciclisti) lanciare un appello affinché questo genere di mezzi sia bandito dalle piste ciclabili. Il fatto di essere a zero emissioni non li rende meno pericolosi di una normale motocicletta. E l’appello comprende anche i monopattini privati, quelli che,come abbiamo detto,  non sono dotati di limitatore di velocità  a differenza di quelli gestiti dalle società di noleggio.
Annoto che dalla circolazione su strada di questi mezzi potrebbe sortire un risultato virtuoso. Gli automobilisti e i motociclisti forse imparerebbero più rapidamente a convivere con soggetti comunque più fragili, il che determinerebbe una ricaduta positiva anche sul rispetto dovuto ai ciclisti.
Purtroppo devo costatare che le amministrazioni comunali non sembrano intenzionate ad affrontare il problema, ammesso che ne abbiano contezza. A Torino la stessa consulta della mobilità “ciclabile” (questo il suo nome ufficiale registrato nello Statuto comunale!) nonostante le mie sollecitazioni ha finora accantonato una questione di cui invece la stragrande maggioranza dei ciclisti avverte l’urgenza (anche un organo puramente consultivo riproduce in piccolo la spaccatura fra paese legale e paese reale?).

Spero che questo mio scritto possa risvegliare l’attenzione dei “decisori” e risvegliare qualche coscienza assopita.
Ultima osservazione. I dati commerciali più recenti ci dicono che dopo l’impennata di vendite nel periodo  Covid il mercato delle biciclette è insolitamente tranquillo ad eccezione dei modelli più performativi e costosi. Si vendono meno biciclette adatte a un normale utilizzo quotidiano e urbano ma  quelle hi tech, in fibra di carbonio, equipaggiate con freni a disco e componentistica d’avanguardia che possono costare svariate migliaia di euro hanno molto mercato. Anche le e-bike, quelle vere non i motorini elettrici di cui abbiamo parlato, coprono ormai il 20% del mercato: ma si tratta di mezzi ibridi adatti alle lunghe distanze che possono tranquillamente convivere con le sorelline muscolari.
E allora ecco l’appello finale rivolto al mondo politico e dell’informazione: si rompano gli indugi, si mettano in opera iniziative agendo sulla leva della sicurezza, degli incentivi, della comunicazione per promuovere l’uso della bicicletta negli ambienti urbani. Massima stima per i nipotini di Merckx e Gimondi ma restituiamo a Peppone e don Camillo lo spazio che meritano!

FONTI
- CYCLINSIDE.IT, La crisi della bicicletta non nasce dal Covid. È una scelta di sistema
- Il MESSAGGERO Motori, E-bike in crescita: in Italia la usa un guidatore su tre. E l’84% degli utenti vuole un sistema di tracciamento

Il mare che avanza: cosa possiamo fare noi?

Luca Graziano

 

Clima tropicale, coste urbanizzate e il tempo che stiamo perdendo
Quando una tempesta cancella lungomari, invade abitazioni, interrompe ferrovie e riscrive in poche ore la geografia delle coste, la tentazione è sempre la stessa: definirla un evento eccezionale. È una formula rassicurante, perché promette un ritorno alla normalità. Ma oggi quella normalità non esiste più. I fenomeni che negli ultimi anni colpiscono con crescente intensità il Mediterraneo non sono deviazioni statistiche: sono l’espressione coerente di un sistema climatico che ha già cambiato stato. Il riscaldamento delle acque marine, ampiamente documentato dalla letteratura scientifica, trasforma il Mediterraneo in un bacino capace di accumulare e rilasciare enormi quantità di energia. Ne derivano tempeste più violente, mareggiate persistenti, precipitazioni concentrate in brevi archi temporali. È un processo strutturale, non reversibile nel breve periodo. Continuare a leggerlo come una sequenza di emergenze scollegate significa sottrarsi alla responsabilità di trarne conseguenze politiche e territoriali.

La fragilità costruita
Le coste sono per definizione ambienti mobili, instabili, soggetti a erosione e avanzamenti regressivi. L’urbanizzazione intensiva le ha però trasformate in spazi rigidi, saturi di infrastrutture e manufatti pensati per durare, non per adattarsi. Il risultato è una fragilità costruita: non solo perché il mare avanza, ma perché incontra ostacoli che moltiplicano i danni. I dati sul consumo di suolo costiero raccontano una dinamica ormai nota ma ancora rimossa dal dibattito pubblico. Negli ultimi decenni, mentre la popolazione residente nelle fasce più prossime al mare diminuiva, l’edificazione continuava ad aumentare, trainata soprattutto da funzioni turistiche e seconde case. È un paradosso solo apparente: la costa è stata trattata come una risorsa immobiliare, non come un ecosistema. E ogni nuova costruzione ha ristretto ulteriormente lo spazio di adattamento naturale, spingendo il rischio sempre più a ridosso delle persone e delle attività. Le norme di tutela esistono da tempo e, sulla carta, sono persino restrittive. Ciò che è mancato è l’assunzione di un principio semplice: costruire meno non è un sacrificio ideologico, ma una misura di sicurezza collettiva. Il problema non è soltanto l’abusivismo, spesso evocato come alibi morale, ma un modello di sviluppo che ha legittimato l’occupazione sistematica delle prime linee costiere, anche quando formalmente autorizzata.

L’equivoco della ricostruzione
Dopo ogni disastro, il lessico pubblico si orienta rapidamente verso la ricostruzione. È comprensibile: rispondere ai bisogni immediati, riattivare economie locali, restituire un senso di continuità. Ma quando la ricostruzione avviene negli stessi luoghi, con le stesse logiche e materiali, diventa una forma di rimozione istituzionalizzata. Si ripara ciò che sappiamo già essere destinato a rompersi di nuovo. La questione non è opporre un rifiuto astratto alla ricostruzione, ma interrogarsi su dove e come ricostruire. In molti tratti di costa, la scelta più razionale non è consolidare, ma arretrare. Non è una resa al mare, bensì un riconoscimento dei suoi movimenti. Significa restituire spazio agli arenili, rinunciare a opere rigide in favore di soluzioni leggere e temporanee, ripensare radicalmente il rapporto tra attività economiche e stagionalità climatica. Questo cambio di paradigma incontra resistenze profonde. Non solo economiche, ma culturali. Arretrare viene percepito come una perdita, mentre in realtà è una forma di investimento: riduce l’esposizione al rischio, abbassa i costi futuri, restituisce resilienza ai territori. Continuare a occupare le stesse fasce vulnerabili significa invece trasferire i danni sulle generazioni successive, trasformando ogni evento estremo in un debito pubblico implicito.

Un Paese che cambia clima
Il punto di fondo è che stiamo vivendo in un Paese climaticamente diverso da quello per cui sono state pensate gran parte delle nostre infrastrutture. Il clima mediterraneo, inteso come equilibrio stagionale stabile, è ormai intermittente. Al suo posto emergono condizioni più simili a quelle tropicali: maggiore energia atmosferica, estremi più frequenti, alternanza violenta tra siccità e precipitazioni intense. Accettare questa realtà non significa rinunciare a progettare, ma farlo diversamente. Una quota crescente di risorse pubbliche dovrà essere destinata alla prevenzione, all’adattamento e alla messa in sicurezza, non all’espansione edilizia. Questo vale per le coste, ma anche per fiumi, aree urbane e zone agricole. Ogni scelta che ignora il nuovo contesto climatico rischia di trasformarsi in un’opera fragile prima ancora di essere completata. In questo quadro, continuare a concentrare il dibattito pubblico su grandi interventi simbolici, mentre si elude la discussione sulla vulnerabilità diffusa dei territori, appare sempre più come una fuga dalla realtà. Non si tratta di contrapporre sviluppo e ambiente, ma di riconoscere che senza adattamento non c’è sviluppo possibile.

La responsabilità di scegliere
Le tempeste che colpiscono il Mediterraneo non sono più un avvertimento: sono già una condizione strutturale. La vera scelta politica non è se intervenire, ma come. Possiamo continuare a inseguire l’emergenza, ricostruendo ciò che verrà nuovamente distrutto, oppure avviare una transizione territoriale che assuma il limite come criterio progettuale. Questo implica decisioni difficili: delocalizzare, rinunciare, decostruire. Ma implica anche una possibilità rara nella storia recente: riallineare pianificazione, conoscenza scientifica e giustizia territoriale. Non farlo significa delegare al mare ciò che la politica non ha avuto il coraggio di decidere.
Il mare avanzerà comunque. La differenza sta nello scegliere se farsi trovare impreparati, o finalmente responsabili.

Neutralità climatica dell’UE

Riccardo Graziano



L’Unione Europea ha (aveva?) deciso di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, ovvero di riassorbire tanta anidride carbonica quanta ne viene emessa. Il tempo ci sarebbe, quasi un quarto di secolo. Pensate a quante cose sono state fatte in archi temporali ben più brevi, come i pochi anni nei quali l’auto ha sostituito il calesse, o la crescita esponenziale di telefonini, personal computer, internet, ora l’intelligenza artificiale. Ma...

Ma tutti questi esempi sono relativi a innovazioni che hanno creato e creano profitti per le multinazionali. Se invece chiedi di decarbonizzare e paventi una flessione anche minima dei ricavi, le cose cambiano. Ecco perché certe notizie vanno filtrate con occhio critico, ricordandosi sempre che a Bruxelles i lobbisti delle multinazionali sono in numero più o meno triplo rispetto ai parlamentari e dispongono di budget stellari.

Allora quando l’UE, in base a un voto del proprio Parlamento, decide un “obiettivo climatico intermedio e vincolante”, ovvero che dovrà ridurre del 90% le emissioni a effetto serra entro il 2040, per arrivare alla neutralità nel 2050, è bene dare un’occhiata ai dettagli, dove di solito va a nascondersi il diavolo...

• Dal 2036, fino a cinque punti percentuali delle riduzioni delle emissioni potranno provenire da crediti internazionali di carbonio 
• Rinviata l’introduzione del sistema ETS2 al 2028 
• Possibilità di rivedere l’obiettivo climatico per il 2040

Tradotto: negli ultimi quattro anni chi è in ritardo invece di decarbonizzare potrà acquistare crediti dai Paesi più virtuosi fino al 5% di emissioni (secondo voi da parte sarà l’Italia?); il sistema di tassazione delle emissioni ETS2  slitta dal 2027 al 2028; se tutto questo non basta, possiamo sempre rivedere l’obiettivo finale, anche se è vincolante, perché spunta la parola magica “flessibilità”, in modo da modulare il processo tenendo conto anche (soprattutto?) dei costi. L’aspetto positivo è che l’UE monitorerà i progressi ogni due anni, ma anche qui tenendo conto della competitività industriale, che ovviamente non dovrà essere penalizzata, nonché dei prezzi dell’energia.

Dal momento che l’aspetto economico è fondamentale, parallelamente l’UE ha previsto di rendere disponibili – attraverso la Banca Europea degli Investimenti – tre miliardi di euro da destinare ai settori colpiti dai già citati ETS2 (Emissions Trading System) peraltro rinviati di un anno, come abbiamo visto prima. Si tratta di denaro destinato alla riqualificazione degli edifici per renderli meno energivori e per indirizzare i trasporti verso l’elettrificazione.

Ma mentre l’UE si attrezza per la decarbonizzazione futura, c’è già qualcuno che lo fa nel presente.
Nel 2025, per la prima volta l’energia rinnovabile prodotta da eolico e solare ha superato quella prodotta da fonti fossili, 30% contro 29%, dopo un decennio di rincorsa. Unica nota negativa, l’aumento dell’utilizzo di gas per compensare il calo dell’idroelettrico, penalizzato dalle minori precipitazioni. Nonostante ciò, se si somma anche l’energia prodotta dalle dighe, si arriva al 50% del totale dell’energia prodotta in UE. Un risultato raggiunto grazie alla crescita impetuosa del fotovoltaico, che l’anno scorso ha aggiunto una potenza equivalente a quella di tre centrali nucleari, a dispetto di chi continua a propugnare il ritorno all’energia atomica.

Si tratta di un risultato diffuso in tutta Europa, Italia compresa, con il 49% di energia prodotta da rinnovabili e un notevole +24% di solare installato l’anno scorso. Purtroppo, il nostro Paese dipende ancora molto dalle importazioni di gas dall’estero e, ancor peggio, il prezzo finito dell’energia viene calcolato proprio sul costo altalenante del gas, un meccanismo che andrebbe rivisto al più presto, la base per una vera transizione energetica, ma anche il sistema più semplice e veloce per abbassare le nostre bollette. Purtroppo è anche un modo per abbassare gli utili delle aziende energetiche, forse il motivo per cui il governo non si decide a varare questo provvedimento.

Quale futuro climatico per il nostro pianeta

Alessio Genovese

 

Alcune settimane fa in uno dei tanti forum amatoriali che si possono leggere in “rete” rispetto alla meteorologia si discuteva del fatto che tra i più giovani sarà sempre più difficile trovare dei “meteo appassionati” o dei cosiddetti “nevofili”. Solitamente queste due categorie comprendono gli amanti della variabilità meteorologica ma soprattutto gli amanti della neve e del freddo, spesso dei romantici sognatori che conservano una parte fanciullesca legata in genere a dei ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza quando le nevicate più copiose potevano portare alla chiusura delle scuole ed alla possibilità di divertirsi andando a bobbare o fare delle lunghe camminate nel silenzio e nell'atmosfera ovattata che solo la neve può regalare. I più giovani, non avendo vissuto tali eventi, è difficile che riescano a diventare dei sognatori di nevicate e di conseguenza, a parte rari casi, si avvicinano di meno alla meteorologia amatoriale (diverso è il discorso per chi decide di intraprendere la materia la materia dal punto di vista professionale). L'ultimo decennio che ha fatto registrare un clima veramente variabile e con inverni ancora abbastanza freddi, probabilmente è stato quello degli anni 80 del '900. Ricordiamo la famosa “nevicata del secolo” del 1985 che colpì duramente quasi tutto il centro nord con accumuli importanti anche su Firenze (circa 40 cm). In seguito le temperature si sono alzate in maniera importante e le nevicate significative sono diventate sempre più episodiche.

Se volessimo provare ad essere ottimisti potremmo ricordare che la storia del pianeta è caratterizzata da ere climatiche molto differenti tra di loro con l'alternanza di periodi molto caldi ad altri molto freddi. A tal proposito vi consiglio la lettura del libro di Luca Mercalli “Breve storia del clima in Italia”, Einaudi editore. Rispetto al passato ci troviamo però in un contesto molto differente caratterizzato da un impatto dell'attività antropica che di certo non poteva essere così presente nei secoli e nei millenni precedenti. Ciò introduce una variabile di non poco conto che ci può portare a fare delle ipotesi più o meno concrete ma che lascia ampi margini di incertezza legati proprio all'unicità del contesto.

Cosa determina il surriscaldamento globale lo sappiamo più o meno tutti. Le attività antropiche aumentano la concentrazione di gas serra nell'atmosfera (CO2, metano, ossido di azoto). La deforestazione riduce la capacità dell'atmosfera di poter assorbire la CO2. Gli allevamenti intensivi, attraverso i bovini, producono grandi quantità di metano. Le grandi industrie emettono e rilasciano nell'atmosfera dei gasi più potenti della CO2. Tutto ciò finisce per intrappolare il calore all'interno dell'atmosfera terrestre (effetto serra). Si calcola che nel solo decennio che va dal 2015 al 2024, il più caldo fin qui registrato, la temperatura media globale sia aumentata di oltre 1° e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. Meriterebbe un discorso a parte il perché gli inverni italici siano sempre meno nevosi. In questo caso subentrano tutta una serie di fattori ed incastri che traggono origine sicuramente dal contesto in essere ma con dei passaggi un po' più complessi. Per essere un po' più chiari ma anche estremamente sintetici, non è che il freddo non si crei più nel corso dell'inverno; il vortice polare (la grande perturbazione fredda) si crea sempre tutti gli anni nel semestre freddo ma per vari motivi tale freddo trova sempre più difficoltà a raggiungere le medie latitudini ed in particolar modo il Mediterraneo che è una delle zone del pianeta che più risente dei cambiamenti climatici.

Premesso quanto sopra, l'attenzione è da porre ora sulle eventuali vie d'uscita a questa situazione che taluni ritengono rischi di diventare irreversibile se non vi si ponga rimedio subito e non lo si faccia in maniera efficace. Di certo le recenti politiche trumpiane in materia ambientale non sono particolarmente rassicuranti visto che partono dalla negazione del global warming. Con questo articolo, tralasciando la parte politica ed economica che pure è importantissima, vogliamo accennare al ruolo che potrebbero avere alcuni fenomeni naturali nella futura variabilità climatica tenendo conto anche di quanto già avvenuto nei secoli e millenni precedenti.

Sole: L'attività solare viene esaminata all'interno di cicli solari che tendenzialmente hanno la durata di 11 anni. Partono da una fase di bassissima attività che viene condivisa con il ciclo precedente (minimo solare), attraversano un massimo per poi finire nuovamente con un minimo. Durante le fasi di bassa attività le macchie solari sono meno presenti se non del tutto assenti. Al contrario durante il massimo solare si possono conteggiare numerose macchie ed alcuni indici, il più importante è forse il Solar Flux (SF), hanno un valore molto elevato. L'attività del sole, in correlazione ad altri indici usati per lo più in meteorologia, si pensa che possa incidere sul clima terrestre. La reale influenza del sole sulla meteorologia e climatologia è tuttavia un argomento che necessita di approfondimenti da parte della scienza anche se nelle epoche passate pare esserci stata una possibile correlazione tra lunghi periodi di inattività solare (noti ad esempio come Minimo di Maunder 1645-1715, oppure come Minimo di Sporer 1450-1540, oppure Minimo di Dalton 1790-1830) ed un clima terrestre freddo o comunque con temperature sotto la media. Attualmente ci troviamo nel ciclo solare 25, iniziato nel 2019. I cicli precedenti, ma soprattutto il 24, sono stati piuttosto deboli e c'era chi riteneva che anche il ciclo attuale potesse proseguire con tale trend. In realtà anche se non è un ciclo molto forte non è nemmeno debole come si potesse ritenere fino al 2020. Per di più, nonostante la debolezza del ciclo solare 24, le temperature globali hanno continuato ad aumentare. Premesso che durante i Minimi solari sopra citati non si era in presenza di un surriscaldamento dovuto ad attività antropiche, per poter immaginare che l'attività solare possa realmente contrastare il rialzo delle temperature, occorrerebbe prima attraversare un nuovo Minimo prolungato nel tempo. Alla luce di tutto ciò non si ritiene che da qui ai prossimi decenni il sole possa esercitare un ruolo attivo nel contrastare il global warming.

Vulcani: In passato abbiamo avuto prova di come le grandi eruzioni vulcaniche abbiano contribuito ad abbassare le temperature terrestri. Ciò è possibile quando grandi quantità di cenere raggiungono la parte più alta dell'atmosfera terrestre andando ad immettere importanti quantità di anidride solforosa che produce l'effetto di riflettere la luce solare potendo così causare un raffreddamento temporaneo della superficie terrestre. Questa è sicuramente una possibilità ad oggi forse più concreta rispetto alla sola attività solare fermo restando che per prima cosa si devono verificare tali eruzioni e per secondo andrebbe valutata l'effettiva portata e la durata dell'eventuale raffreddamento. Ad essere sinceri si ipotizza che la bassa attività solare possa portare ad una maggiore attività sismica e vulcanica e magari la concomitanza di tutti e due i fattori possa esercitare un ruolo più significativo.

AMOC (Atlantic Meridional Overturing Circulation): Forse in pochi hanno sentito parlare dell'AMOC e qualcuno in più della Corrente del Golfo. La seconda, chiamata così perchè trova origine nel Golfo del Messico, fa parte dell'AMOC che altro non è che una grande circolazione o corrente marina che è da intendere come un nastro trasportatore che porta acqua calda verso il nord Atlantico ed acqua fredda verso l'equatore. L'AMOC a sua volta è collegata alla grande circolazione marina che unisce tutti gli Oceani. Il perchè parliamo dell'AMOC è legato a recenti ricerche che ipotizzano un collassamento in un arco temporale che va da oggi alla fine del secolo in corso. Le ragioni di tale arresto della circolazione o comunque di un suo importante indebolimento sarebbero da ricercare proprio nel riscaldamento globale che determina lo scioglimento dei ghiacciai artici ed un incremento delle precipitazioni che si riversano sull'Oceano Atlantico. Tutto ciò finisce per provocare differenze di densità dell'acqua marina e nella sua salinità andando quindi ad indebolire la stessa circolazione. La Corrente del Golfo e quindi l'AMOC svolgono di fatto il ruolo fondamentale di mitigare il clima del nord Europa e nord America. Una loro interruzione, paradossalmente, potrebbe avere conseguenze estreme su tali regioni provocando un brusco abbassamento delle temperature. Che non sia questa una possibile forma di compensazione messa in essere direttamente dalla natura? Difficile dire ciò così come è difficile dire se e quando avverrà l'interruzione dell'AMOC (cosa che comunque sembra già essere avvenuta in un lontano passato) e quali potranno essere i reali effetti su un clima già pesantemente condizionato dal surriscaldamento su basi antropiche.

Consumo di suolo, consumo di Terra

Riccardo Graziano



Da troppo tempo stiamo sfruttando le risorse naturali a un ritmo superiore rispetto a quanto la Terra impiega per rigenerarle. Quindi le stiamo esaurendo, o mettendo in crisi. Vale per l’aria che respiriamo, sempre più inquinata, per l’acqua potabile sempre più scarsa e, soprattutto, per il suolo. In particolare, stiamo compromettendo superfici sempre più vaste di terreno fertile, quello dove si produce il cibo che mangiamo. Un problema grave e complesso, che presenta varie sfaccettature e gradi di compromissione.

In Italia, uno degli elementi di preoccupazione è la proliferazione degli impianti fotovoltaici “a terra”, che sempre più diffusamente compaiono al posto di terreni agricoli non più coltivati. Attenzione, non parliamo di agrivoltaico, dove sullo stesso terreno convivono colture e pannelli, offrendo agli agricoltori la duplice possibilità di produrre cibo ed energia contemporaneamente, ma di quelle migliaia di pannelli posati direttamente sul suolo, in sostituzione delle colture. Una prassi che si sta diffondendo rapidamente, in nome di una “transizione energetica” dettata più dalla ricerca del profitto che dalla consapevolezza della necessità di decarbonizzare la produzione di elettricità.

Tuttavia, si tratta di un consumo di suolo ben diverso da quello generato dalla costruzione di un centro commerciale o di un polo logistico, tanto che recentemente l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) ha introdotto i concetti di “suolo occupato” e “consumo reversibile”, in pratica inquadrando il fotovoltaico a terra come un semplice cambio di destinazione d’uso, in ogni caso reversibile. Anzi, qualcuno ha evidenziato come, rispetto ai terreni coltivati in modo intensivo, migliorino alcuni servizi ecosistemici, a partire dalla biodiversità. Ciò è dovuto al fatto che, sospendendo i trattamenti con i fitofarmaci (alias pesticidi, nel linguaggio corrente) molti organismi si riprendono o tornano a colonizzare terreni per loro precedentemente invivibili, un processo che nel medio periodo può anche migliorare la fertilità del suolo, come sapevano bene i nostri nonni, che per prassi ruotavano le colture e lasciavano alla terra anche dei periodi di riposo, proprio per dare modo alla biomassa di rendere nuovamente fertili questi appezzamenti.

Naturalmente, l’optimum sarebbe di posizionare i pannelli fotovoltaici sulle innumerevoli superfici già compromesse, a partire dai tetti di case, capannoni e centri commerciali, ma andrebbero benissimo anche parcheggi, cave dismesse, discariche, bordi di autostrade e ferrovie … una quantità di spazio che potenzialmente consentirebbe, se sfruttata, di soddisfare completamente le esigenze energetiche del nostro Paese, liberandoci una volta per tutte dalla dipendenza  dalle fonti fossili e dalla volatilità dei loro prezzi. Purtroppo, per ora i pannelli si vedono principalmente sui terreni agricoli, ma come abbiamo visto il danno per il suolo – in questo caso – è contenuto.

È più impattante utilizzare il suolo per la produzione di cibo non destinato direttamente all’alimentazione, come nel caso dei mangimi destinati agli allevamenti intensivi o, peggio ancora, alla produzione di biocombustibili, di cui il nostro attuale governo è grande sostenitore, tanto che nella stessa Pianura Padana svariati ettari sono coltivati a mais destinato alla produzione di biogas. Una follia dal punto di vista energetico, dal momento che le stesse superfici, se coperte di pannelli, produrrebbero una quantità di elettricità ben più elevata dell’energia ricavata dai biocarburanti. Negli Stati Uniti hanno calcolato che, con auto simili e a parità di chilometri percorsi, la quantità di terreno necessario a produrre biocarburante è fra 75 e 200 volte più vasta di quella che si dovrebbe ricoprire di pannelli sufficienti ad alimentare un veicolo elettrico. Quindi, se proprio volessimo sacrificare terreno per le nostre esigenze di spostamento, col fotovoltaico e la mobilità elettrica ne servirebbe un centesimo rispetto ai biocombustibili per i motori a scoppio. Ma vallo a spiegare ai fautori del fossile…

Ma in Italia c’è qualcosa di ancora più letale che minaccia il suolo: il cemento.
A dirlo non sono i “soliti ambientalisti contrari al progresso”, ma una fonte in genere molto ascoltata dai decisori politi, nientemeno che la Coldiretti, la quale  in un appello di qualche mese fa in occasione della giornata del suolo ha snocciolato numeri preoccupanti. Secondo l’organizzazione, che rappresenta una gran parte del mondo agricolo, “La cementificazione fa sparire 1,2 miliardi di euro di cibo all’anno”, mentre nel periodo fra il 2000 e il 2020 “ la superficie agricola è diminuita di 2,7 milioni di ettari. Mettendo a rischio la sovranità alimentare del Paese e la sicurezza idrogeologica”. In vent’anni, siamo passati da 18,8 milioni di ettari coltivati a 16,1 milioni, una diminuzione pari quasi al 15%.

Questa colata di cemento comporta una minore produzione di cibo, dunque una minore sovranità alimentare, con la necessità di aumentare l’importazione di cibo dall’estero, alla faccia delle “eccellenze enogastronomiche” del Belpaese. Inoltre, il suolo impermeabilizzato diminuisce l’assorbimento delle acque meteoriche, contribuendo al dissesto idrogeologico e all’aggravamento delle conseguenze degli eventi climatici estremi, ormai frequenti sulle nostre regioni. Nel solo 2024, abbiamo seppellito sotto il cemento 84 chilometri quadrati di terreno fertile (il 16% in più dell’anno prima) perdendolo di fatto per sempre, visto che occorrono secoli per ripristinare la fertilità di un suolo impermeabilizzato.

Secondo un sondaggio Coldiretti/Censis effettuato nel 2025, quasi quattro italiani su cinque “considerano l’agricoltura il baluardo più efficace per prevenire il dissesto idrogeologico e tutelare il paesaggio”. Dunque, sarebbe imperativo approvare al più presto una legge che arresti il consumo di suolo, ma vallo a spiegare al Governo e pure all’opposizione, che su questo argomento è altrettanto sorda.

E se dai problemi italici solleviamo lo sguardo a livello planetario?
In questo caso è la FAO, la branca delle Nazioni Unite che si occupa di cibo e agricoltura, a informarci che “circa 1,7 miliardi di persone vivono in aree in cui la resa dei raccolti sta diminuendo a causa del degrado del suolo causato dall’uomo: una crisi pervasiva e silenziosa che sta minando la produttività agricola e minacciando la salute degli ecosistemi in tutto il mondo”.
Si tratta di un quinto della popolazione mondiale: è evidente che qui siamo ben oltre a una crisi ecologica che interessa solo agli “ambientalisti radicali”. Qui parliamo di malnutrizione, carestia, fame. E magari della necessità di migrare per milioni di persone, esodi di proporzioni bibliche tali da far impallidire quelli attuali, che già sono fonte di grandi preoccupazioni e malumori.
Se volete conoscere le cause, le conseguenze e i possibili rimedi (finora inattuati) di questo disastro, vi rimandiamo al rapporto completo della FAO (Fonte: https://www.fao.org/newsroom/detail/fao-report–-1.7-billion-people-experience-lower-crop-yields-due-to-land-degradation/en).

Qui, ci interessa semplicemente rimarcare un semplice dato di fatto: l’Ambiente è ciò che ci consente di vivere, aria, acqua, suolo, biodiversità. Ed è ormai da tempo che gli “ambientalisti” si occupano non tanto della sopravvivenza di specie animali o vegetali spesso sconosciute, ma della sopravvivenza dell’Umanità, sempre più a rischio a causa di noi stessi, esseri “sapiens” che segano il ramo su cui sono seduti. Non siamo né radicali né estremisti, solo persone di buon senso e mediamente più informate di gran parte dell’opinione pubblica. Ed è forse giunto il tempo che smettiamo di autodefinirci “ambientalisti” e cominciamo a riconoscere ciò che siamo: Terrestri, abitanti del Pianeta Terra, consapevoli del fatto che, una volta devastato questo, non avremo un altro pianeta su cui sopravvivere.

La Confindustria e le Olimpiadi

Silvio La Corte

 

Il numero di febbraio di “Economia Politica”, la rivista semestrale di Confindustria, è interamente dedicata ai giochi di Milano-Cortina 2026. Duecentodieci pagine, fitte, sulle quali vale la pena fare alcune considerazioni critiche, che per facilità personale, preferisco articolare in raggruppamenti.

I tempi

Sebbene in copertina la rivista è catalogata 2-2025, essa “ … esce a poche settimane dell’inizio delle Olimpiadi …” (pag. 5). Indipendentemente dal refuso, ammesso sia tale, si può fare qualche rilievo sulla pubblicazione effettiva. La rivista, contemporanea ai giochi, in tempo reale si direbbe oggi, non può, per ovvie ragioni di tempo, avanzare proposte correttive all’impostazione degli stessi. Ma, per altrettante ovvie ragioni, non può evidenziare rilievi critici, né di tipo economico, ambito prevalente della rivista stessa, né di altro tipo dal momento che, ammesso vi siano argomenti per sostenerle, non possono che evidenziarsi col tempo. Insomma un limbo temporale nel quale è possibile sostenere tutto, o quasi, e dentro il quale la rivista si colloca, opportunamente.

Lo spazio

La rivista si divide in due parti: la prima parte è intitolata “Lo sport come volano di sviluppo”, mentre la seconda si intitola “Le Olimpiadi invernali e la nuova economia della montagna”. Confesso che ho fatto molta fatica a leggere la prima parte, sia per il linguaggio tecnico, quantomeno per me, sia per i contenuti discutibili e talvolta irritanti, sui quali tornerò tra poco. Viceversa la seconda parte, meno di tipo economico e più indirizzata ad osservare gli aspetti socio-ambientali mi è risultata più facile e più condivisibile. Il fatto è proprio questo: se la seconda parte fosse stata anteposta alla prima sarebbe interamente crollato il castello costruito nelle oltre cento pagine precedenti. La seconda parte, con una quantità di dati davvero significativa esplicita senza girarci intorno, che la monocultura del turismo sportivo non ha futuro e neanche un presente, sulle Alpi come sugli Appennini. Ma si spinge oltre, fino ad analizzare approfonditamente le così dette “migrazioni verticali”, cioè quelle attuate da tutti quelli che nelle caotiche e surriscaldate città della pianura non riescono più a trovare una ragione per rimanervi, e al contempo posseggono o sono in grado di crearsi le possibilità per andare a vivere più in alto, in montagna. Se questo è il futuro, difficile da mettere in discussione, tutte, ma proprio tutte le opere previste per i giochi sono inutili, dannose e probabilmente costosissime. Ho atteso fino a pag. 210, ma questo non è scritto, neanche accennato.

Non spendo più di due righe per ribadire che disboscamenti, nuove piste, neve artificiale, ora, possono solo essere argomenti di un fumetto per bambini. Ma se, allo stato attuale, le strade sono un’assurdità in pianura, davvero sarebbe difficile ammettere che le strade, insomma lo spostamento su gomma è anacronistico in montagna, oltre che una delle cause di quel riscaldamento globale che incoraggia, quelli che possono, alle migrazioni verticali? Quando i giovani, che per il cinquanta per cento non vogliono neanche la patente, insieme ai meno giovani, sfilano per Milano con la scritta “Le montagne non ricrescono!” sono imbarazzanti per l’ovvietà del loro messaggio.

Parzialità

Sempre nella seconda parte, ma precedentemente, a pag. 146, si scrive:” Già nel 1952 Onesti (presidente del CONI ndr) aveva individuato nella riforma dei programmi di educazione fisica nella scuola media “ il massimo evento della vita sportiva nazionale” del quadriennio appena terminato perché lo “sport sarebbe rimasto fenomeno marginale della nazione fino a quando la Scuola non lo avesse assunto tra le sue attività nobili e utili come un valore sociale da imprimere nella coscienza del popolo Sono passati settantaquattro anni, tre generazioni, ma la pratica motoria nella scuola primaria, le elementari di una volta, è una parola vuota, senza senso. Senza parlare del fatto che il sessanta per cento degli istituti scolastici italiani non ha una palestra, anche quando ne sarebbero necessarie due. Fatto sta che i nostri ragazzi sono i più obesi d’Europa. Sarebbe stato difficile tirare queste conclusioni e fare qualche proposta in controtendenza? Come ad esempio assumere diecimila giovani laureati in Scienze Motorie, invece che “offrire” ad altrettanti giovani di prestare il loro lavoro volontariamente per far girare la macchina olimpica nei mesi di febbraio e marzo?

Omissis

Nella prima parte si analizzano i dati economici, insomma quanto lo sport consuma e prima ancora produce. Tutto va bene, integratori, fucili a canna lisca e biciclette. Anzi, le biciclette prodotte in Italia occupano uno spazio significativo nell’export nostrano. Ma come non ricordare le ripetute prese di posizione del Presidente di Confindustria a favore delle grandi opere piuttosto che delle piste ciclabili? Peraltro nella stessa rivista si evidenzia più volte come le abitudini degli italiani, e probabilmente anche di tanti altri popoli, siano cambiate dopo la pandemia da COVI-19. Ma le prese di posizione sono datate 2022, ed anche più recentemente non sono mancate. Sembra quasi proporre l’idea che gli spostamenti su due ruote siano una prerogativa dei paesi poveri, quindi abbinati ad un presente che tutti si augurano possa essere superato, il prima possibile. Rimanendo a quel che c’è scritto, è difficile davvero capire dove Confindustria voglia andare a parare. Al netto del fatto che la tendenza degli italiani, come di altre popolazioni a vestire con abiti sportivi, incrementando questa fetta di mercato, inesorabilmente influisce negativamente su altri stili, casuals o classico, poco importa.

I grandi eventi

Tra un’espressione algebrica e la ripetizione all’infinito di vocaboli inglesi, si accenna anche ai grandi eventi, motore di sviluppo, senza se e senza ma. Qui davvero non si può non fare un salto sulla sedia. Si gira intorno alla questione analizzando eventi completamente diversi tra loro. Gli “Internazionali BNL di Roma”, tennis, sono un evento annuale, che si ripete da ottantadue anni, e che utilizza strutture centenarie, adeguatamente rinnovate, va da sé, ma che non possono non generare un indotto economico positivo, proprio per queste specifiche caratteristiche. Ancora più mistificante l’esempio del Motor Valley, un evento in gran parte privato, una vetrina per le aziende che nel modenese, e più in generale in Emilia Romagna, producono nel campo dei motori, a due come a quattro ruote.

E poi l’affondo: le Olimpiadi invernali di Torino 2006. L’intera pag. 94 tesse le lodi dell’evento fino a sostenere che “… il modello Torino insegna che un evento invernale, se ben gestito, può fungere da volano per moltiplicare i flussi turistici e riforgiare l’identità di una destinazione”. Ora, basta cliccare in Internet tre parole Torino-città-povera e una sfilza di articoli, prima di tutto di “ Il Sole 24 Ore”, il quotidiano della Confindustria smentiscono queste affermazioni. Si potrebbe andare avanti ad oltranza, ma non ne vale la pena. Appare, da questa pubblicazione, una classe imprenditoriale miope e bulimica, difficilmente affidabile.

Quando gli scienziati negano la scienza

Riduzionismo disciplinare e pluralismo delle scienze della natura

 

Ferdinando Boero

 

Gli scienziati sono spesso percepiti come autorità universali. Se uno scienziato famoso — magari un premio Nobel o un accademico prestigioso — esprime un’opinione su un problema scientifico, molti tendono a considerarla automaticamente autorevole. La scienza moderna però non funziona così. È un’impresa collettiva basata su una forte specializzazione: ogni disciplina ha i suoi metodi, i suoi strumenti e la sua letteratura. Un fisico delle particelle non è automaticamente competente in biologia evoluzionistica, così come un biologo non è automaticamente competente in cosmologia o in fisica teorica. Quando il prestigio in un campo viene utilizzato per giudicare discipline diverse senza conoscerne la letteratura e i metodi, si produce un fenomeno curioso: scienziati che, parlando in nome della scienza, finiscono per sostenere posizioni antiscientifiche.

Un caso internazionale emblematico è quello del virologo francese Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina nel 2008 per la scoperta del virus HIV. Negli anni successivi al Nobel Montagnier sostenne varie teorie controverse, dalla cosiddetta “memoria dell’acqua” fino a ipotesi complottiste sull’origine del virus SARS-CoV-2 durante la pandemia di COVID-19. Queste posizioni furono ampiamente criticate dalla comunità scientifica. Il punto non è mettere in discussione la scoperta dell’HIV, che resta uno dei risultati più importanti della medicina moderna, ma ricordare che anche un premio Nobel può sbagliare quando parla fuori dal proprio campo di competenza.

In Italia uno dei casi più noti riguarda il fisico delle particelle Antonino Zichichi. Zichichi ha sostenuto più volte che la teoria dell’evoluzione non sia vera scienza perché non esisterebbe un’equazione matematica che la descriva secondo il modello galileiano della fisica. Questa critica è stata ampiamente contestata dagli evoluzionisti. L’evoluzione è infatti sostenuta da numerose linee indipendenti di evidenza — genetica, biologia molecolare, paleontologia, biogeografia — e dispone anche di modelli matematici propri, come quelli della genetica delle popolazioni. Pretendere che l’evoluzione abbia un’equazione universale significa applicare a una scienza storica i criteri epistemologici di una disciplina diversa.

Un aspetto interessante della posizione di Zichichi emerge quando si considerano le domande fondamentali della fisica stessa. Questioni come l’origine della materia o delle leggi dell’universo restano aperte nella fisica contemporanea. Alla domanda sull’origine ultima del mondo Zichichi ha dato una risposta esplicita nel suo libro Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, nel quale sostiene che non esista contraddizione tra scienza e fede e che la ricerca scientifica possa convivere con la convinzione dell’esistenza di un Creatore. Naturalmente non c’è nulla di sorprendente nel fatto che uno scienziato abbia convinzioni religiose; nella storia della scienza molti grandi ricercatori sono stati credenti. Il paradosso è piuttosto un altro: una teoria scientifica sostenuta da una enorme quantità di dati empirici — l’evoluzione biologica — viene criticata perché non ha un’equazione, mentre alcune domande fondamentali della fisica possono trovare risposta nella teologia. In effetti, non essendoci l’equazione del Creatore, la spiegazione di Zichichi non sarebbe scienza, secondo i suoi criteri.

Le conseguenze culturali di queste idee non sono state irrilevanti. Nel 2004 le indicazioni ministeriali per la scuola secondaria introdotte dal ministro Letizia Moratti eliminarono dai programmi della scuola dell’obbligo ogni riferimento esplicito alla teoria dell’evoluzione. La decisione suscitò proteste diffuse nella comunità scientifica e fu successivamente corretta con il reinserimento dell’evoluzione nei programmi. L’episodio mostrò quanto possa essere forte l’impatto culturale di posizioni antievoluzioniste quando provengono da figure autorevoli (in altri campi).

Un fenomeno analogo si osserva nel dibattito sul cambiamento climatico. Il fisico Antonino Zichichi, ancora lui, ha sostenuto più volte che il riscaldamento globale sarebbe dovuto principalmente a fattori naturali, come l’attività solare, piuttosto che alle emissioni umane. Posizioni critiche nei confronti del consenso scientifico sul clima sono state espresse anche dal fisico dell’atmosfera Franco Prodi. È però importante ricordare che la climatologia stessa nasce in larga parte dalla fisica dell’atmosfera: senza la fisica non avremmo né i modelli climatici né la comprensione del bilancio energetico del sistema Terra. Il problema quindi non riguarda la fisica in quanto disciplina, ma l’uso del prestigio acquisito in un campo per giudicare discipline diverse senza conoscerne la letteratura e i metodi.

Un episodio emblematico si verificò nel 2009 al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il vicepresidente del CNR Roberto de Mattei organizzò nella sede dell’ente un convegno intitolato Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi, i cui atti furono poi pubblicati in un volume omonimo. L’iniziativa suscitò proteste nella comunità scientifica perché promuoveva posizioni antievoluzioniste proprio all’interno della principale istituzione scientifica italiana. Il presidente del CNR dell’epoca, il fisico Luciano Maiani, prese le distanze dal contenuto del convegno ma difese la libertà di opinione del vicepresidente. Il fisico Nicola Cabibbo, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, fu invece molto più netto e osservò che le tesi antievoluzioniste non avevano alcun seguito tra i biologi e che de Mattei non aveva titolo per intervenire su un campo di studi che non era il suo.

Questa vicenda mi fa tornare alla mente un episodio personale. Qualche tempo prima avevo scritto per Internazionale un articolo intitolato “Da dove vengono i bosoni?”, nel quale ponevo alcune domande — volutamente provocatorie — sull’origine della materia e su alcune questioni ancora aperte della fisica fondamentale. Il presidente del CNR di allora, Luciano Maiani, lo stesso che aveva invocato tolleranza per le posizioni antievoluzioniste del suo vicepresidente, non gradì affatto. Guai a mettere in discussione la fisica. Ma quando il vicepresidente del CNR organizzò un convegno che metteva in discussione la biologia evolutiva, la risposta ufficiale fu che bisognava difendere la libertà di opinione. L’episodio non è importante per le persone coinvolte ma per il principio che mette in luce: la tolleranza verso la critica scientifica non è sempre distribuita in modo uniforme tra le discipline.

Anche la fisica convive con alcune domande ancora aperte: perché esiste qualcosa invece del nulla? Da dove viene la materia? Perché le leggi dell’universo sono quelle che osserviamo? Il bosone di Higgs spiega come le particelle acquisiscano massa, ma non spiega perché il campo di Higgs esista o perché abbia proprio quel valore. Queste non sono contraddizioni della fisica: sono problemi scientifici aperti. E nessun biologo usa queste domande per sostenere che la fisica non sia una scienza. Io non avevo criticato la scoperta che valse il Nobel a Higgs, avevo solo chiesto ulteriori spiegazioni perché il trionfalismo sul bosone non faceva che spostare la domanda. Chiedevo che mi si spiegasse meglio. Alla fine mi fu risposto che senza un dottorato in fisica delle particelle, le spiegazioni non si potevano comprendere. La mia obiezione, infatti, era: perché fate finta di spiegarmelo e io devo far finta di capire? Non mettevo in dubbio la scoperta, solo esprimevo dubbi sulla sua comprensibilità per ignoranti come ero (e sono) io.

La biologia stessa convive con uno dei più grandi enigmi della scienza: l’origine della vita. Abbiamo molte ipotesi su come la chimica prebiotica possa aver dato origine ai primi sistemi viventi, ma non siamo ancora riusciti a ricreare l’origine della vita in laboratorio. La risposta più onesta, per ora, è semplicemente: non lo sappiamo ancora. Ma non per questo diciamo che chi pone la domanda sbaglia o che la biologia non sia una scienza.

Alla radice di molti di questi equivoci c’è una vecchia idea: che esista una gerarchia tra le scienze e che alcune discipline rappresentino la forma più rigorosa di conoscenza, mentre le altre sarebbero versioni imperfette della stessa. Non a caso un fisico illustre, Rutherford (che vinse il Nobel per la chimica) disse provocatoriamente che nella scienza c’è solo la fisica e il resto è collezione di francobolli. I naturalisti, Darwin compreso, sarebbero dei filatelici! Questa visione riduzionista ignora una realtà fondamentale: le scienze studiano oggetti diversi e quindi utilizzano metodi diversi. La fisica eccelle nello studio di sistemi relativamente semplici e isolabili; la biologia e l’ecologia studiano sistemi complessi, storici e spesso irripetibili. Non a caso si parla di Storia Naturale. Pretendere che l’evoluzione abbia un’equazione universale è un po’ come pretendere un’equazione per spiegare la storia della Terra o la dinamica degli ecosistemi.

La scienza non è una gerarchia di discipline. È un insieme di saperi diversi, ciascuno con i propri metodi e le proprie domande. Il progresso scientifico nasce proprio dall’interazione tra queste prospettive diverse. Il riduzionismo disciplinare può essere utile come metodo di analisi, ma diventa sterile quando pretende di trasformarsi in una filosofia generale della conoscenza. Il pluralismo delle scienze, al contrario, riconosce che la realtà naturale è troppo complessa per essere compresa da una sola prospettiva. Ed è forse proprio questo pluralismo, più che qualsiasi equazione universale, a rappresentare la vera forza della scienza. Noi naturalisti, pur studiando il fenomeno più complesso dell’universo conosciuto (la materia vivente) non abbiamo complessi di superiorità e restiamo “umili”. La scienza ha due obiettivi principali: riconoscere l’ignoranza, cercare di ridurla. Ma l’ignoranza, a sua volta, si può dividere in ignoranza riducibile e in ignoranza irriducibile. Ci sono domande a cui non possiamo dare risposta. Se qualcuno la trova nella religione, buon per lui (o lei) ma, facendolo, entra in un campo che non è scientifico.

Troppi lupi? Troppe predazioni? Troppi ibridi? Fake news a sostegno degli abbattimenti

Ettore Randi

 

Il Consiglio d’Europa il 5 giugno 2025 ha approvato la riduzione del grado di protezione del lupo che è stato declassato da specie “rigorosamente protetta” a specie semplicemente “protetta” nella Convenzione di Berna e nella Direttiva Habitat. Gli stati membri dell’Unione hanno avviato subito le procedure di adeguamento delle normative nazionali. Il nostro governo si era attivato in anticipo, approvando interventi normativi che interessano anche la specie Canis lupus, stimolati dal Ministero dell’Agricoltura e dalle posizioni politiche dei partiti di maggioranza. La Legge sulla montagna, che è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 12 settembre 2025, autorizza e finanzia una serie di azioni, fra le quali l’espansione di attività venatorie anche in aree fino ad ora vietate come i valichi alpini e le coste, e la possibilità concessa alle regioni di definire quote di abbattimenti per il contenimento della popolazione di lupo indipendentemente dalla attivazione del downgrading. A fine 2025 il Ministero dell’Ambiente ha aggiornato il DPR 357/1997 che recepisce la Direttiva Habitat. Così dal gennaio 2026 anche le popolazioni italiane di lupo, che sono divise per opportunità gestionali in lupi nelle regioni alpine e nell’Italia peninsulare, vengono spostate dall’Allegato D (protezione rigorosa) all’allegato E (protezione semplice) della Direttiva. Ancora prima, ad agosto 2025 la Provincia di Bolzano aveva autorizzato l’abbattimento di due lupi in Alto Adige, uno dei quali venne poco dopo scelto e ucciso “a caso” nonostante la protezione rigorosa fosse ancora attiva. Le specie in Allegato E possono essere oggetto di prelievo e di “sfruttamento”. È difficile immaginare che i lupi italiani possano essere “sfruttati” per ricavarne qualche vantaggio economico, a meno che non si pensi al commercio di pellicce o di trofei, cosa che peraltro non mi sentirei di escludere del tutto. Nel caso del lupo il prelievo significa comunque forme di caccia, anche se non libera, ma autorizzata dalle Regioni senza obbligo di richiesta al Ministero e sulla base di quote massime ma non vincolanti proposte da ISPRA. Il prelievo non dovrebbe compromettere lo Stato Favorevole di Conservazione (FCS) della specie nel nostro paese. Come è stato ripetutamente espresso da chi si occupa di conservazione dei grandi carnivori, l’FCS è difficilmente definibile perché i dati di base sugli areali di presenza, la consistenza numerica e la dinamica delle popolazioni di lupo sono insufficienti1. In questo senso si è espressa anche la Large Carnivore Initiative for Europe (LCIE) in una dichiarazione pubblicata nel settembre del 2024 dove si legge che “LCIE esprime le sue preoccupazioni riguardo la proposta della Commissione di ridurre il grado di protezione del lupo … riduzione che sembra basata solo su ragioni politiche e che non è giustificata dalle conoscenze scientifiche disponibili”. Ma, indifferente a queste preoccupazioni, il Ministero ha comunque approvato la quota massima di abbattimento dei lupi come proposto da ISPRA a partire dalla valutazione che il 3-5% di prelievo potrebbe essere demograficamente sostenibile dalla popolazione italiana, che conta circa 3500 individui2. Il massimo prelievo consentito è di 160 lupi, suddiviso fra le Regioni come indicato nella tabella. Fonti ISPRA hanno messo in dubbio che la quota di 160 sia raggiungibile rapidamente. Nel 2025 sono state richieste le rimozioni di 8 lupi, di cui quattro sono state autorizzate. Ma solo due lupi sono stati uccisi: uno in Alto Adige, uno in Trentino. Le stesse fonti, quasi a voler controbilanciare la costatazione precedente, si affrettano a dire che in futuro la quota massina di 160 potrebbe aumentare3. La Francia aveva inizialmente autorizzato pochi abbattimenti, poi ha successivamente aumentato le quote. Nel 2025 la Francia ha autorizzato la rimozione del 19-21% della sua popolazione di circa 1200 lupi, a fronte di una mortalità totale del 38%. Lo studio di Nakamura et al. (2026)4 ha analizzato importanti parametri vitali (numerosità, fecondità, mortalità) nella popolazione di lupi della regione dell'Alto Minho, nordovest del Portogallo. I risultati indicano che la mortalità degli adulti è il fattore più importante nel determinare il destino della popolazione. Se la sopravvivenza degli adulti diminuisse anche solo del 10% nei prossimi 10 anni la popolazione inizierebbe a declinare e le probabilità di estinzione aumenterebbero significativamente. Poiché la mortalità per cause antropogeniche (incidenti, bracconaggio) è elevata e difficilmente controllabile, gli autori concludono che modesti incrementi di mortalità dovuti a uccisioni illegali o legali metterebbero a rischio la popolazione stessa. L’uccisione di lupi adulti rischia di innescare processi di declino demografico, soprattutto se in presenza di forte mortalità antropogenica, come documentato anche in Italia dall’inchiesta di Io non ho paura del lupo “La mortalità del lupo in Italia 2019-2023”5. Rischiamo di andare verso una situazione in cui al 60% di mortalità dovuta a incidenti e al 12% dovuta a bracconaggio, si aggiunga il 5% previsto di prelievi “autorizzati” e, come vedremo fra poco, una percentuale ad libitum di uccisioni di incroci con cani. In mancanza di un modello demografico della dinamica della popolazione è del tutto possibile che un 5% di prelievo letale di lupi adulti in Italia possa innescare una fase di declino incontrollato. È stato calcolato che per abbattere un solo lupo la provincia autonoma di Bolzano abbia speso circa 50.000 €, una somma superiore a quanto la stessa provincia ha speso nel 2025 per compensare i danni da predazioni da lupo (circa 49.000€). Ipotizzando che per abbattere un lupo servano decine di migliaia di €, i costi necessari per colpire i 160 previsti potrebbe raggiungere alcuni milioni di € e superare di molto i danni totali di 2 milioni di € stimati da ISPRA causati dalle predazioni da lupo (ma direi meglio da canidi, poiché è dimostrato che le predazioni vengono attribuite d’ufficio ai lupi anche se qualche volta sono responsabilità di cani randagi o padronali in libera uscita). Le Regioni dovrebbero pubblicare i costi stimati per gli abbattimenti previsti, in confronto ai danni rimborsati o alle somme impegnate ed effettivamente spese per gli interventi di prevenzione.

 

Per completare il percorso di attuazione del declassamento del lupo, occorre aggiornare la legge sulla caccia 157/92, perché attualmente il lupo risulta ancora inserito fra le specie “rigorosamente protette”. Il Governo ha in cantiere proposte di riforma della 157/92 ispirate a criteri di deregolamentazione che prevedono ampliamenti dei giorni di caccia, nuove specie cacciabili (es. oche, stambecco), minori restrizioni sull’uso dei richiami vivi e maggiori quote di abbattimento degli ungulati. Così il declassamento del lupo e il regime delle quote si inserirebbero entro un quadro più generale di liberalizzazione della caccia. La rigorosa protezione accordata al lupo proibiva ogni prelievo in natura se non a seguito di deroghe individuali chiaramente motivate, esplicitamente richieste, documentate ed approvate dal Ministero competente. L’approvazione della deroga presupponeva, fra l’altro, che si documentasse l’effettiva “problematicità” di ogni singolo lupo, dimostrando che non fosse stato possibile risolvere gli impatti ricorrendo preliminarmente ad efficaci misure di dissuasione o prevenzione. La deroga, se concessa, era ad personam (lupo singolo e precisamente individuato), tendente a risolvere il problema intervenendo sull’individuo problematico. Occorre ribadire che un intervento di rimozione non implica necessariamente l’abbattimento a fucilate, perché un lupo può essere efficacemente rimosso catturandolo, previa narcotizzazione, e ospitandolo in uno dei Centri di Recupero Fauna Selvatica (CRAS) attrezzati per garantire all’animale una vita dignitosa in ambiente controllato. Il regime della protezione rigorosa è stato criticato dai rappresentanti dei partiti di governo, di alcune amministrazioni regionali e organizzazioni di stakeholder perché eccessivamente rigido e burocratico. Occorre però chiarire che esso ha consentito di risolvere anche rapidamente le poche situazioni problematiche che si sono verificate in Italia negli ultimi anni. ISPRA ha verificato che negli ultimi 18 anni sono state accertate 20 “aggressioni”, 11 delle quali causate dallo stesso lupo, le altre attribuite a nove lupi. Quindi si tratta di una aggressione ogni due anni. Le autorizzazioni sono state concesse rapidamente e i lupi sono stati catturati. In quasi tutti i casi i lupi presentavano chiari segni di precedenti contatti con umani. Dovremmo evitare di usare il temine “aggressione” quando di ciò non si tratta, e più opportunamente parlare di richieste di cibo o di gioco da parte di lupi abituati. Da secoli non si registrano attacchi letali di lupi in Europa. Il regime delle deroghe è stato interpretato con molta elasticità in altri paesi (Francia, Germania e Svezia) che hanno stabilito quote eccessive di prelievi letali, dimostrando che, purtroppo, la protezione rigorosa non ha ostacolato l’autorizzazione di troppo numerose rimozioni. Per rivolvere eventuali situazioni problematiche il downgrading non era affatto necessario. D’altra parte, il regime delle deroghe ha assicurato la salvaguardia della specie, dopo che era scomparsa dall’Europa centrale e settentrionale, e sopravviveva in piccole popolazioni isolate a rischio immediato di estinzione, come la popolazione italiana. Anche col regime delle quote il parere di ISPRA sarà necessario e non vincolante, ma non sarà irrilevante e resterà comunque uno strumento potenzialmente valido per arginare richieste immotivate di prelievo. Auspichiamo che Ispra mantenga una linea di rigore tecnico-scientifico nel valutare ogni richiesta di rimozione e non ceda alle inevitabili pressioni politiche. Il lupo rimane specie protetta e ogni impatto sulle sue popolazioni non dovrà comprometterne lo Stato Favorevole di Conservazione, i cui parametri di riferimento restano comunque ancora in attesa di essere definiti.

 

Le motivazioni inconsistenti per il declassamento

La Commissione EU ha chiesto di approvare il declassamento del lupo, sulla base di tre discutibili motivazioni.

1) L’espansione del lupo ha raggiunto dimensioni eccessive, cioè, in parole povere, ci sono troppi lupi. La scienza non ha mai detto questo, perché non esistono criteri biologici per poter certificare che le dimensioni delle popolazioni siano eccessive. Le popolazioni di specie territoriali, lupo incluso, non possono espandersi all’infinito, essendo limitate dalle disponibilità di habitat e di prede. L’ultimo aggiornamento dei censimenti in Piemonte mostra che i territori dove il lupo è arrivato prima (Alpi occidentali), sono quasi saturi e la crescita della popolazione sta rallentando in confronto alle Alpi centrali e orientali dove il lupo è arrivato più recentemente6.

2) Le predazioni di bestiame sono economicamente insostenibili. I dati disponibili, per quanto poco accurati, lo negano. Gli agricoltori possono accedere a ingenti finanziamenti comunitari e nazionali. I fondi per la Politica Agricola Comunitaria (PAC) impegnano circa il 25-30% del totale dei pagamenti previsti nei bilanci EU. Il ciclo della PAC per il periodo 2023-2027 ha stabilito che i finanziamenti comunitari e i cofinanziamenti nazionali complementari per gli agricoltori e le comunità rurali ammontano a circa 307 miliardi di euro di spesa pubblica complessiva, di cui264 miliardi a carico del bilancio dell’UE e circa 43 miliardi di cofinanziamenti nazionali. A tali risorse si aggiungono circa 6 miliardi di euro di finanziamenti UEdestinati a programmi collegati alla PAC ma esterni ai Piani Strategici.

L’Italia è il terzo più grande beneficiario dei fondi erogati nell’ambito della PAC. Nel 2023-2027 l’Italia riceverà almeno 35.1 M€ di aiuti all’agricoltura, corrispondenti ad oltre 7 M€/anno. A questi fondi va aggiunto lo stanziamento di 1 M€ nel triennio 2026-2028 previsto DDL "ColtivaItalia" (presentato dal Ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste) collegato alla legge di bilancio 2026. Il bilancio di previsione EU per il prossimo ciclo di sette anni dopo 2027 assegna alla PAC un minimo garantito di 300-390 M€, destinati ad aumentare molto significativamente, perché sono previste le aggiunte dai programmi LEADER, cofinanziati in parte dai piani di partenariato nazionale e regionale, per un valore di 865 M€. Il nuovo Fondo per la competitività fornirà ulteriori finanziamenti per la ricerca e l'innovazione nel settore agricolo. Nell’ambito del programma Mercosur è stata istituita una rete di sicurezza a sostegno degli agricoltori in caso di perturbazioni del mercato, per un importo di 6,3 M€ nell'arco di 7 anni, e la proposta di anticipare 45 M€ per la PAC fin dal 20287. Come dicono le associazioni degli agricoltori: “non perdiamo queste ghiotte occasioni!” Purtroppo, l’assegnazione dei fondi e i loro utilizzi subiscono numerose distorsioni (rapporto Greenpeace “Chi si intasca la PAC”, gennaio 20268). Ma è certo che i soldi non mancano. In EU vengono allevati circa 70 milioni di ovi-caprini, le predazioni da grandi carnivori ne colpiscono meno dello 0,7%, corrispondente a circa 49.000 capi e ad un costo di circa 19 milioni di €/anno. Per dare una dimensione comparativa a questi numeri, osserviamo che la Regione Emilia-Romagna ha messo a bilancio 2026 due milioni di € per misure di prevenzione delle predazioni (reti elettrificate, ricoveri notturni, cani da guardiania eccetera). L’Italia è divisa in 20 regioni; Sicilia e Sardegna non hanno lupi; forse non tutte le altre 18 Regioni hanno le disponibilità di bilancio dell’Emilia-Romagna, ma assumendo che ogni Regione possa impegnare un milione di € per la prevenzione, arriviamo a 18 milioni, equivalenti alle spese annuali dell’intera EU. L’impatto economico delle predazioni sugli allevamenti non è trascurabile, ma è pienamente compensabile e contrastabile mobilitando risorse ampiamente disponibili. Il business che gira attorno agli impatti del lupo sulla zootecnia è piccolissimo, ma l’orchestra delle fake news riesce ad amplificarlo convincendo politici, amministrazioni e governi che la soluzione migliore sia sparare ai lupi!

3) I lupi possono costituire un problema di sicurezza; in parole povere possono aggredire qualcuno. Sulla base dei dati di fatto e delle evidenze, la probabilità che si verifichi una aggressione letale in EU è uguale a zero; in Italia abbiamo una interazione aggressiva ogni due anni, dovuta in quasi ogni caso a lupi abituati, quindi a responsabilità umane. Il vero obbiettivo del downgrading è politico, come tutti hanno rilevato, nel senso di accondiscendere alle richieste dei partiti di destra e degli stakeholder a cui l’attuale presidenza europea ha dato ascolto per assicurarsi il necessario sostegno alla rielezione. Lo stesso stanno facendo i partiti di destra in Italia: governare anche sulla pelle dei lupi!

 

Ibridi e fake news

La pubblicazione di un articolo (Lorenzini et al. 2026)9, peraltro tecnicamente debole, ha stimolato una vivace campagna di stampa sostenuta da dichiarazioni sorprendentemente dilettantesche da parte di esponenti delle amministrazioni locali e delle associazioni degli agricoltori, e purtroppo anche da dichiarazioni imbarazzanti da parte di qualche accademico. L’esponente di una associazione agricola ha dichiarato recentemente che loro vogliono proteggere i lupi, quindi spareranno agli ibridi! Ma non ha detto come faranno a identificarli. Il problema secondo qualcun altro non si pone, poiché: “Gli ibridi si abbattono mettendo da parte tutti i distinguo sull’effettiva corrispondenza tra caratteristiche morfologiche e purezza genetica. Dove si ha il ragionevole dubbio che si tratti di un ibrido, si spara. Se si fa un errore e si abbatte un lupo, non importa. Non siamo nelle condizioni di doverci preoccupare per questo …”3. La popolazione appenninica di lupo (attenzione: appenninica, non italiana come è stato scritto erroneamente su un paio di quotidiani nazionali) risulterebbe composta per il 47% da ibridi con cani (ibridazione antropogenica). C’è chi teme le conseguenze nefaste dell’ibridazione, che potrebbe degradare la “qualità” della popolazione, concetto piuttosto vago dal punto di vista della biologia della conservazione e che sembra riflettere antichi pregiudizi sulla “limpieza de sangre” che speravamo fossero stati definitivamente cancellati. La parola “ibrido” è sufficiente a risvegliare ancestrali pregiudizi ideologici. Il “sangue” delle popolazioni selvatiche non deve essere contaminato dagli incroci con animali domestici. I biologi della conservazione, anche quelli che si occupano di lupi, a maggioranza ritengono a-priori che l’ibridazione antropogenica sia un rischio per la conservazione delle popolazioni selvatiche. Gli articoli sui media rimbalzano queste opinioni che, peraltro, non sono sostenute da evidenze scientifiche. Si dice che gli incroci fra lupi e cani “potrebbero” modificare i comportamenti degli ibridi che potrebbero essere meno diffidenti nei confronti dell’uomo e perciò più pericolosi, potrebbero essere meno efficienti nelle predazioni, attirati dalla disponibilità di rifiuti e dagli alimenti umani eccetera, tutti rischi espressi al condizionale, ipotesi che potrebbero essere vere se si verificassero condizioni che al momento non sono sostenute da alcuna evidenza scientifica. Per quanto ne sappiamo, gli ibridi predano esattamente come i lupi, non mostrano particolari attaccamenti alle nostre case o alle nostre mense, anzi ci temono e se ne stanno alla larga. Nessuno ha ancora potuto dimostrare che gli ibridi esprimano comportamenti modificati per cause genetiche. Il lupo è una specie sociale e culturale, in cui l’apprendimento entro il nucleo familiare svolge un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei comportamenti dei cuccioli. La genetica ha solidamente mostrato che la grande maggioranza delle ibridazioni coinvolgono l’accoppiamento delle femmine di lupo con maschi di cane. Negli ibridi sono presenti quasi esclusivamente DNA mitocondriali (mtDNA) di lupo. Il mtDNA è un piccolo genoma circolare presente in tutti i mitocondri di quasi tutte le cellule animali che hanno il citoplasma. Le cellule uovo (ovociti) hanno abbondante citoplasma e molti mitocondri; gli spermi sono praticamente privi di citoplasma e di mitocondri. Il nuovo embrione contiene metà del genoma cromosomico nucleare della madre e metà del padre, ma contiene il citoplasma, i mitocondri e tutto il mtDNA della madre. Se le madri degli ibridi sono lupe, allora il mtDNA sarà di lupo, come è stato abbondantemente accertato, con poche eccezioni, ovunque. È difficilmente immaginabile che una femmina di lupo ingravidata da un cane si avvicini alle case per completare la gestazione, scelga qualche edificio per partorire e resti in questi ambienti antropizzati per allevare i cuccioli fino allo svezzamento qualche mese dopo il parto. Non mi risulta che siano stati documentati casi del genere, mentre sono stati osservati, non frequentemente, branchi misti di lupi e cani in natura. È assai più plausibile che le lupe partoriscano ed allevino i cuccioli in natura insegnando ai cuccioli come comportarsi in quella wilderness dove dovranno sopravvivere. La genetica del comportamento è poco nota nell’uomo e pochissimo nota in altre specie animali, lupi inclusi. Non esistono evidenze convincenti che la variabilità genetica in geni con funzioni neurobiologiche osservata in alcune razze di cane possa determinare comportamenti variabili, esclusi ovviamente le neuropatologie, nei cani e tantomeno nei lupi. La genetica comportamentale umana ha chiarito che le mutazioni singole (SNP) a pochi geni non possono spiegare variazioni significative del comportamento, le quali hanno base poligenica. Per superare questi ostacoli in ambito umano si stanno elaborando indici poligenici, modelli statistici che elaborano milioni di SNP. Al momento non esistono dati analoghi per lupi e cani. Non è quindi sensato suggerire che il comportamento degli ibridi sia controllato da un, non-documentato, determinismo genetico.

 

Le conseguenze dell’ibridazione sono complesse, ancora poco note ed è prudente considerare ogni evento un caso a sé, evitando generalizzazioni. Ma soprattutto occorre comprendere che anche le popolazioni che ibridizzano evolvono, come tutte le altre, cambiando nel corso del tempo, sviluppando adattamenti determinati dalle leggi di darwiniana memoria. Per comprendere la dinamica di popolazioni che ibridizzano è necessario ricostruirne la storia; un’istantanea della composizione attuale della popolazione non è sufficiente. Qualche chiarimento tecnico, in breve. L’incrocio è l’accoppiamento a fini riproduttivi di individui che provengono da popolazioni geneticamente diversificate, indipendentemente dalla loro posizione tassonomica: “Hybridization: interbreeding of individuals from genetically distinct populations, regardless of the taxonomic status of the populations” (Allendorf et al. 2001)10. L’ibridazione è il risultato degli incroci. Lupi e cani sono talvolta considerati specie distinte: Canis lupus (lupo) e C. familiaris (cane); altre volte il cane è considerato una sottospecie del lupo: Canis lupus familiaris, prodotta da alcuni millenni di domesticazione. Gli zoologi non si mettono d’accordo, ma la definizione di ibridazione risolve ogni problema di ambiguità tassonomica: indipendentemente dalla classificazione (specie o sottospecie) gli incroci fra lupi e cani producono ibridi. Le differenze genetiche fra lupi e cani sono facilmente accertabili anche usando pochissimi marcatori molecolari. Già nei primi anni ‘90 la distinzione genetica emerse chiaramente usando tecniche di analisi che oggi sono considerate rudimentali (elettroforesi degli enzimi). Emersero anche le peculiarità genetiche della popolazione italiana di lupo, confermate successivamente usando approcci molecolari più evoluti e informativi (analisi del mtDNA e dei microsatelliti - STR), incluse analisi genomiche (sequenze e SNP). Questo aprì la strada ad analisi dell’ibridazione basate su dati oggettivi e non sulle impressioni soggettive dei vari “esperti”.

 

In ambito conservazionistico ci si tormenta per trovare una definizione di “ibrido”, che in realtà esiste fin dai tempi (metà 1800) degli incroci fra linee pure di piselli fatti da Mendel nel monastero di Brno, che fondarono la genetica moderna. Gli ibridi sono gli individui generati da incroci fra parentali che provengono da popolazioni geneticamente differenziate, indipendentemente dal loro stato tassonomico. Ancora oggi chiamiamo gli ibridi così come li chiamò Mendel: F1 sono gli ibridi di prima generazione; F2 sono gli ibridi originati da incroci F1 x F1; F3 … e così via. Da un punto di vista genetico gli ibridi contengono il 50% del genoma dei padri e il 50% delle madri. I cosiddetti “sciami ibridi”, incubo di chi teme l’ibridazione, sono composti inizialmente da ricombinazioni fluttuanti (a causa del drift) del 50% di genomi materni e 50% paterni. Nel corso delle generazioni la selezione naturale elimina quelle combinazioni cromosomiche che si dimostrano svantaggiose, mentre favorisce quelle vantaggiose per la fitness. Sono stati identificati sciami ibridi in natura, anche in casi di ibridazione antropogenica (per esempio, nel gatto selvatico in Scozia), ma mai nel lupo. Tutti gli studi di genetica delle popolazioni di lupo in Italia e in Europa hanno identificato pochissimi individui ibridi recenti (F1, F2 eccetera), nelle proporzioni dello 0.5-2.0% dei campioni analizzati9. L’ibridazione è poco frequente ovunque, oppure gli ibridi sono svantaggiati e sono eliminati dalla selezione naturale. Ma alcuni ibridi senza dubbio sopravvivono e quando si riproducono con lupi originano il più importate fenomeno conseguente agli incroci: i reincroci (backcross), che indichiamo con le sigle BC1 (reincroci di prima generazione, per esempio F1 x lupo); BC2 reincroci di seconda generazione; BC3 eccetera. Gli studi di genetica hanno dimostrato che la popolazione di lupi appenninici è composta da una grande maggioranza di reincroci, alcuni di origine molto antica originati qualche migliaio di anni fa, altri qualche secolo fa, oppure nel corso del 1900, particolarmente dopo la riespansione che ha seguito il drastico declino della popolazione a fine anni ’50-’6011. Quasi tutte le identificazioni genetiche sono state fatte utilizzando pochissimi marcatori molecolari, da 12 a circa 40 STR, poche migliaia di SNP e pochissimi genomi parzialmente sequenziati, che non possono identificare le più antiche ibridazioni. È difficile tracciare una netta distinzione fra i reincroci, ibridi recenti e i lupi apparentemente puri. Abbiamo a disposizione le necessarie procedure molecolari e bioinformatiche, ma ogni laboratorio le usa come vuole, scegliendo marcatori molecolari e soglie di ibridazione differenti. Ne risulta una grande confusione a cui i media non riescono a sfuggire. Quando i quotidiani scrivono che la popolazione italiana di lupo è composta dal 47% di ibridi, sbagliano due volte: 1) il dato riguarda solo la popolazione appenninica perché i lupi alpini, che derivano dall’espansione dei lupi appenninici via Liguria, hanno pochissimi ibridi. E questo pone un problema: come è possibile che le Alpi siano state colonizzate solo da lupi puri migranti da una popolazione sorgente ibrida al 47%? 2) In ogni caso non si tratta del 47% di ibridi perché gli ibridi recenti F1, F2 eccetera sono molto pochi, tutti gli altri sono reincroci. Ma perché è importante chiarire questi fraintendimenti? La distinzione fra ibridi e reincroci non è un banale fatto formale; la genetica ed evoluzione delle popolazioni reincrociate è differente da quella dei nuclei ibridi. Il reincrocio origina introgressione di geni domestici nel genoma dei lupi. Nel corso delle generazioni di reincrocio ci si attende una diluizione progressiva dei geni domestici, nelle seguenti proporzioni: gli F1 contengono il 50% di geni di cane; i primi reincroci F1 x lupo ne contengono il 25%; i BC2 il 12,5%; BC3 = 6%; BC4 = 3%; BC5 = 1,5% e così via. La mortalità in ambienti antropizzati è altissima e ogni generazione di lupo è sostituita ogni 3-4 anni. Perciò dopo 15-20 anni i reincroci BC5 contengono approssimativamente solo l’uno percento di geni di cane, assumendo l’assenza di selezione naturale. Ma nel corso dell’introgressione la selezione naturale elimina rapidamente quei geni che producono svantaggi adattativi, oppure al contrario favorisce la diffusione di geni domestici che producono vantaggi. Si chiama introgressione adattativa, dimostrata scientificamente in molte popolazioni naturali e anche in qualche caso di ibridazione antropogenica, incluso il lupo15. Ci sono evidenze di almeno tre casi di introgressione antropogenica adattativa nel lupo, in Spagna, in Nord America e in Italia.

 

In Spagna. Recentissime analisi di genomi completi di lupi iberici hanno mostrato che l’introgressione recente nel corso del 1900 è stata limitatissima (<5%), mentre si sono identificato varianti geniche di origine domestica che sono entrate nella popolazione selvatica di lupo 6.000-3.000 anni fa. Questi geni recano tracce molecolari di selezione positiva e adattativa, sono coinvolti in funzioni neurobiologiche, cognitive, immunogenetiche e nello sviluppo embriologico. Gli autori ritengono che queste forme di introgressione adattativa abbiano favorito l’evoluzione delle popolazioni di lupo in ambienti antropizzati12.

 

In Nord America ci sono popolazioni con circa la metà di lupi neri. Nei cani e nei lupi il mantello nero è dovuto a mutazioni genetiche. Analisi molecolari hanno identificato una mutazione al gene b-defensina-103, chiamata KB e responsabile del mantello nero nei lupi, che ha avuto origine nei cani ed è entrata nelle popolazioni selvatiche via antiche ibridazioni e introgressioni circa 7.000-10.000 anni fa, a seguito dell’ingresso di migranti umani con i loro cani attraverso la Beringia13. La mutazione KB è dominante, quindi i lupi con genotipo omozigote KB/KB ed eterozigote KB/Kb sono neri; gli omozigoti recessivi Kb/Kb, privi della mutazione, sono grigi, il colore standard dei lupi selvatici. L’analisi genetica consente di identificare senza ambiguità la mutazione KB nei lupi e di datarne l’origine più o meno recente. Perché KB è rimasta per millenni e si è diffusa nei lupi in USA? Lo studio dei lupi reintrodotti nel Parco Nazionale di Yellowstone ci suggerisce qualche risposta. I lupi, che erano stati eradicati, vennero poi reintrodotti a Yellowstone per controllare le popolazioni di ungulati che stavano danneggiando eccessivamente la vegetazione. Vennero reintrodotti sia lupi grigi che lupi neri. Nessuno in USA si preoccupa della presenza di lupi neri, che vengono considerati lupi al 100% anche se la loro origine ibrida è accertata. Se è dimostrato che a Yellowstone i lupi neri eterozigoti KB/Kb hanno fitness maggiore dei lupi grigi Kb/Kb e degli omozigoti KB/KB, che sono estremamente svantaggiati. La mutazione KB rimane e si diffonde a Yellowstone perché i lupi eterozigoti hanno vantaggi adattativi13. La b-defensina-103 fa parte di una famiglia di geni che producono le defensine, proteine che funzionano come antibiotici naturali deputati alla difesa immunologica dell’epidermide e delle superfici esposte degli organi interni (polmoni, intestini, genitali). I lupi neri KB sono avvantaggiati per resistenza naturale ad alcune malattie infettive, come è stato dimostrato, per esempio, nel caso di focolai del virus del cimurro canino, dove gli eterozigoti KB/Kb hanno fitness maggiore dei lupi grigi. La mutazione KB influenza l’attività di moltissimi altri geni e ha prodotto modificazioni epigenetiche adattative in circa il 3% del genoma dei lupi a Yellowstone13.

 

In Italia. La stessa mutazione KB è presente in Italia nei lupi neri con sequenze originate nei cani e trasmesse per reincrocio nei lupi. Ma occorre precisare che non tutti i lupi neri derivano dalla mutazione KB. In Italia abbiamo trovato lupi neri senza KB. Il colore del mantello varia naturalmente nelle popolazioni di lupo indipendentemente dall’ibridazione, e varia moltissimo nelle razze di cane a causa della selezione artificiale in allevamento. Sono noti lupi, marcati individualmente, neri da giovani e adulti, diventati grigi da vecchi. Cani con la KB che non sono neri perché il colore del mantello è controllato anche da altri geni (Figura 1). È accertato che la KB deriva via ibridazione con cani, ma non è corretto presumere che ogni lupo nero sia originato da parentali ibridi o domestici. Non è quindi accettabile che il colore nero sia usato per chiedere la rimozione di presunti ibridi, indipendente dagli accertamenti genetici.

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Uno, nessuno, centomila. Quanti sono i lupi sulle Alpi?

Piero Belletti

 

Parafrasando Pirandello, segnaliamo la recente diffusione dei dati più recenti sulla consistenza del lupo in ambito alpino. Un leggero aumento rispetto alla precedente valutazione, ma un tasso di crescita ridotto, quasi nullo sull’arco alpino occidentale. Numeri comunque molto inferiori a quelli che una propaganda interessata sostiene e strumentalizza per chiedere abbattimenti del predatore.

Sono stati recentemente diffusi i più aggiornati dati sulla consistenza del lupo sulle Alpi, risultato di un capillare e meticoloso programma di monitoraggio promosso dall’Unione Europea (progetto LIFE WolfAlps EU) e coordinato dall’Università di Torino, in collaborazione con il Centro di Referenza Grandi Carnivori del Piemonte e ISPRA. Lo studio, effettuato nei mesi a cavallo tra il 2023 e il 2024, aggiorna i precedenti dati, risalenti agli anni 2020-21 e ricavati con modalità analoghe.

Sono state coinvolte centinaia di istituzioni, sia pubbliche che private, di tutte le Regioni dell’arco alpino, per un totale di alcune migliaia di rilevatori, per la maggior parte volontari. Nel complesso, sono stati analizzati 1.289 transetti, di cui la metà in Piemonte, per uno sviluppo lineare di quasi 9.000 km. Tali transetti sono stati  percorsi tra tre e sei volte durante la stagione. A ciò si aggiungono i dati del cosiddetto “campionamento opportunistico”, che riguarda avvistamenti o osservazioni di tracce al di fuori delle attività specificatamente previste per tale scopo. I criteri adottati per il monitoraggio sono quelli validati a livello internazionale.

I risultati confermano come il predatore abbia ormai occupato gran parte del territorio alpino, soprattutto di quello occidentale, con sconfinamenti verso le aree di collina e pianura sempre più frequenti.

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