di Valter Giuliano
Legge nazionale? Silenzio assordante. Si è fermi a quella del 1942. Contraddittori gli interventi successivi. dallo scorporo ope legis del diritto di edificare dal diritto di proprietà alla sentenza della Consulta n. 55 del 1968, alla legge Bucalossi (n.10) del 1977. Per non dire dello scandalo dei condoni edilizi del 1985 (governo Craxi), del 1994 (primo governo Berlusconi), del 2003 (secondo governo Berlusconi), fino al Piano casa del 2009, praticamente un condono preventivo e generalizzato. Degli ultimi emendamenti a favore degli abusi, infilati nella pletora di Decreti legge con cui ormai viene governato il nostro povero Paese, inutile dire. Se non che rappresentano, come quelli in materia fiscale, un incentivo a comportarsi da cattivi cittadini, stante che i buoni vengono regolarmente maltrattati e scherniti da decisioni che istigano alla violazione delle norme.
Tornando ai tentativi di pianificare il governo del territorio e dare qualche razionalità allo sviluppo urbanistico dei centri abitati, fece inorridire la proposta bipartisan di una nuova legge urbanistica di iniziativa di Maurizio Lupi, che prevedeva addirittura la cancellazione del principio stesso del governo pubblico del territorio. Per fortuna l’anticipata chiusura della XIV Legislatura evitò l’ennesimo sacco d’Italia. In porto invece, purtroppo, il nefasto provvedimento del governo Renzi, denominato “Sblocca Italia”. Invocava consolidati ritornelli, buoni per ogni stagione e per ogni nefandezza: la modernizzazione del Paese, la necessità di accelerare le grandi opere, favorire l’occupazione, sburocratizzare i procedimenti di controllo. Un vero e proprio “libera tutti”, in contrasto con qualsiasi programmazione urbanistica e pianificazione territoriale, che è andato oltre ogni pudore, sia per il numero e la varietà delle opere coinvolte (comprese quelle in territori particolarmente sensibili) sia per le tipologie delle possibili deroghe. A ciò si sono aggiunti l’esautoramento delle Soprintendenze, ultimo baluardo per la difesa del nostro patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale e l’ampliamento del ricorso al silenzio-assenso (che più sentenze della Corte Costituzionale hanno, per fortuna, definito inapplicabile per quel che riguarda i beni culturali).
Lo “Sblocca Italia” si meritò, ben presto l’appellativo di “Rottama Italia”.
Il vizio di tagliare le mani alle Soprintendenze, peraltro, si ripropone a ogni occasione (l’ultima è di qualche settimana fa) e pare essere uno dei cavalli di battaglia della “Lega dei condoni”(urbanistici, fiscali,…) o “ dei ladroni”.
Oggi servirebbe ancora una legge nazionale? E perché nessuno ci pensa più?
Nella latitanza dello Stato, qualche speranza fu riposta nelle Regioni. A cominciare dalla legge regionale del Piemonte, già esplicita nel titolo: ”Tutela e uso del suolo”.
Promulgata il 5 dicembre del 1977 con il n. 56, fu fortemente voluta e indirizzata nei suoi contenuti da uno dei protagonisti dell’urbanistica italiana, il professor Giovanni Astengo, docente all’Università di Venezia, autore del visionario – e per questo contestato – Piano regolatore di Gubbio.
Nel saggio Giovanni Astengo. Urbanista sotto accusa a Gubbio (stampato a cura dell’Autore, Torino 1968) così esprimeva il suo pensiero: «Ogni piano è un tormento: prima per il progettista, poi per gli amministratori. E tanto più se è serio. Passare da uno stato di anarcoide individualismo edilizio (...) dove per ognuno è dogma che il proprio terreno sia edificabile, ad uno stato di controllo dell’uso del suolo, che comporti diverse forme di vincolo, dal diniego al condizionamento dimensionale e tipologico, non è cosa agevole. Soprattutto negli anni ’50, in quello stato di generale lassismo in materia urbanistica ed edilizia che traeva origine da un pauroso vuoto legislativo ed amministrativo in questo campo, conseguente del resto alla politica governativa di quel tempo, attenta più a non interferire nel libero manifestarsi dell’iniziativa privata, che non sollecita dei risultati, in termini di benefici economici e sociali, degli stessi interventi pubblici (...) pressioni e richieste fanno pur parte della realtà che il piano tende a trasformare: il conoscerle subito è utile, il cimentarsi con esse può essere importante, se c’è spazio per il cimento.
Ed è chiaro che per condurre vittoriosamente un piano a carte scoperte occorrono infinita pazienza, saldezza di nervi e concorde azione, immanente essendo il rischio di soggiacere alle pressioni liberamente scatenate.
E la formazione di un piano costituisce sempre un grosso sforzo per tutti, amministratori e progettisti: la sua adozione consiliare conclude un periodo preparatorio di inevitabile travaglio, ma apre anche nuove prospettive per un nuovo corso amministrativo di maggior respiro, quando il piano è consapevolmente volto a definire obiettivi di interesse comune ed a convogliare verso di essi le molteplici iniziativa pubbliche, e soprattutto quelle private, così restie (...) ad ogni guida e controllo».
La legge piemontese destò attenzione e venne replicata dalle Regioni più attente, quali l’Emilia-Romagna e la Toscana. Non passarono molti anni e su di essa cominciarono a scendere le picconate delle lobbies del settore costruttivo, appoggiate dalla politica di destra nel frattempo insediatasi al governo della Regione. Di modifica in modifica ne venne progressivamente erosa la sostanza e alla fine anche i principi. La legge urbanistica piemontese può essere oggi definita “Uso del suolo”, essendo stata considerata la tutela un inutile orpello, un fastidioso intoppo burocratico. Non sembra andare meglio in altre Regioni, anche se qualche esempio virtuoso a livello cittadino, a cominciare da Napoli, si è registrato.
Facciamo un salto di tempo e veniamo all’oggi, per riprendere un’espressione che ha fatto scuola, il Rito ambrosiano («il Piano è la somma dei progetti...»). Ha toccato il suo apice con il caso “ Salva Milano”, su cui ci siamo in precedenza soffermati, debellato per un nulla e forse non del tutto superato. Cosa ci insegna?
Che occorre vigilare con attenzione su cosa succede nelle nostre città, da Roma (lì si introdusse, ironicamente, l’espressione “pianificar facendo”) a Napoli, da Genova a Torino, Firenze, Palermo, sempre in bilico tra buone pratiche e vecchi vizi di consociativismo tra politica e affari, con lo spettro della rendita fondiaria e della speculazione privata a danno del bene pubblico comune.
Se di legge urbanistica nazionale non si parla più da tempo, un altro argomento che pare essere stato archiviato è quello dell’edilizia pubblica, le case popolari. La domanda di abitazioni popolari non è svanita. Eppure sembrano rallentare i progetti per dare risposta ai bisogni di abitare. In una indifferenza che preoccupa. Sull’edilizia pubblica hanno certamente pesato i malriusciti esempi degli anni ‘70 e ‘80, quasi tutti messi in discussione, dalle Vele di Scampia a Tor Bella Monica, dallo Zen al Corviale, da Laurentino 38 a Vigne Nuove... Rivisitati, a volte abbattuti, hanno segnato la sconfitta di una concezione forse più ideologica che pragmatica. Progetti che pure erano immaginati con una attenzione “sociologica” al contesto ambientale e alle esigenze dell’abitare di chi li avrebbe popolati, propulsivi di una necessaria rigenerazione del tessuto urbano, non hanno funzionato nonostante vi si fossero cimentati alcuni dei nomi più rappresentativi dell’architettura contemporanea: Marco Fiorentino, Piero Barucci, Lucio Passarelli, Francesco di Salvo, Vittorio Gregotti, Aldo Rossi, Carlo Aymonino.
In compenso continuano i condoni che premiano i disonesti. Un insulto alle persone perbene. Favoriscono gli amministratori collusi con gli interessi illegali e insensibili al disordinato sviluppo del territorio e mortificano quelli onesti, tanto più dopo l’abolizione del reato di abuso d’ufficio.
E non è più tollerabile la giustificazione dell’abusivismo di necessità che è ormai finito da oltre un quarto di secolo. Quello recente non è altro che un’attività illegale gestita da imprese spesso collegate alla malavita organizzata.
È desolante la pagella dell’urbanistica italiana degli ultimi decenni.
Una storia che sancisce la resa incondizionata alle nuove regole: lo scettro del comando nelle mani di economia e finanza, con quella che Giorgio Ruffolo ha chiamato la “mercantizzazione mondiale dello spazio (globalizzazione) e del tempo (finanziarizzazione)”.
«Un giorno – scrisse l’economista, già Ministro dell’ambiente – si dovrà fare il confronto tra il capitalismo regolato degli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni del compromesso socialdemocratico, l’età dell’oro, quando la forte crescita si accompagnava con la riduzione delle diseguaglianze; e il capitalismo finanziario generato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta dalla decisione strategica del duo Thatcher-Reagan di liberalizzare i movimenti di capitale. (...) Il fallimento del mercato non si rileva (...) nelle Borse che vanno a picco ma nell’incapacità di generare un’economia sostenibile ambientalmente ed equa socialmente».
Ma la politica si adeguò. E l’urbanistica la seguì.
Oggi, nel momento in cui rumorosi scricchiolii hanno messo in dubbio la strategia sin qui seguita che mostra i suoi evidenti limiti e la sua fragilità, urge riprogettare un Bel Paese in cui l’armonia tra il costruito e il contesto – dentro e fuori le città storiche – non sbricioli quel poco che resta.
Ma esistono ancora personalità, movimenti, architetti e urbanisti che abbiano a cuore le sorti del nostro territorio con attenzione all’estetica e alla qualità dell’abitare o si è deciso, al più, di delegare tutto a qualche archi star che con singoli interventi di qualità – ma spesso incuranti del contesto in cui vengono posizionati – possa attrarre il nuovo turismo alla ricerca delle singole opere architettoniche?