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Fulcro, Sandro, Gianluigi

di Valter Giuliano

Nelle pagine di questo numero abbiamo voluto onorare il ricordo, per farne memoria, di tre epigoni delle battaglie ambientaliste del nostro Paese. Cordoglio e riconoscenza sono i sentimenti che si sono evidenziati in tutto il mono ambientalista, e non solo, alla scomparsa di Fulco Pratesi, Sandro Pignatti e Gianluigi Ceruti. Che si aggiungono al nostro Pantheon personale di personaggi impegnati nel diffondere una diffusa presa di coscienza della crisi ambientale e della necessità di mobilitarsi per farvi fronte in nome dell’interesse collettivo.
Prima di loro ricordiamo i nostri Alessandro Ghigi, Valerio Giacomini, Dario Paccino, Francesco Corbetta, Alberto Silvestri, con Giorgio Nebbia, Antonio Cederna, Mario Pavan, Virginio Bettini, Mario Fazio, Carlo Cassola, Giorgio Bassani, Giulia Maria Crespi, Danilo Mainardi… e siamo certi di averne scordati di altrettanto importanti.
Ora nel Pantheon dei difensori della Natura, propugnatori della pace e dell’armonia con l’ambiente, si sono aggiunti Fulco, Sandro e Gianluigi.
Sono ricordi da cui emerge, con evidenza, tutta la stima, la riconoscenza e la gratitudine che dobbiamo a questi tre protagonisti della storia, non solo ambientalista ma della società italiana degli ultimi decenni.
In maniera e con strumenti diversi ci hanno condotti alla conoscenza e alla consapevolezza dei problemi ambientali e della loro crescente gravità a causa dell’impatto delle attività umane sulla qualità della vita e sui fragili equilibri del pianeta. Ora sta a noi assumere i loro insegnamenti per continuare a impegnarci affinché si arrivi a quella conversione ecologica senza la quale non è pensabile il futuro della nostra specie.
Mi sono permesso di chiamarli con il solo nome di battesimo perché ho avuto l’onori di conoscerli personalmente e di frequentarli, pur se meno di qual che avrei desiderato. A loro voglio dedicare qualche ricordo dei nostri contatti e di come hanno incrociato le vicende della Pro Natura.
Architetto, giornalista, squisito illustratore, fondatore della sezione italiana del WWF e poi insignito di numerosi altri incarichi e cariche (come evidenzia il contributo di Gianfranco Bologna) fino alla elezione a deputato del Parlamento italiano sotto le insegne dei Verdi, che caldeggiai.
Pochi sanno che il giovane architetto Pratesi fu anche tra i primi a rispondere all'appello per una Pro Natura Italica capace di raccogliere tutti i soggetti del nascente movimento ambientalista lanciato dagli eredi del MIPN (Movimento Italiano per la Protezione della Natura). Poi optò per la fondazione della LeNaDUc (oggi Lipu) e successivamente della sezione italiana del WWF.
Ma non dobbiamo dimenticare che svolse un vero e proprio “servizio” per tutto il movimento ambientalista nel corso della sua lunga collaborazione al Corriere della Sera.
Più defilata, ma non meno importante la figura di Sandro Pignatti, studioso esimio, ma non estraneo alle implicazioni sociali e politiche che le questioni naturalistiche a ambientali, oggetto dei suoi studi, implicavano.
Per questo, nel 2002 presi contatto con lui proponendogli un impegno nella nostra Federazione. Lo incontrai, un po’ intimidito all’idea di poter interloquire con un luminare della botanica, all’Isola Tiberina immersa nelle acque del Tevere, per chiedergli se fosse disposto ad assumere la presidenza della nostra Federazione.
Mi imbarcai sull’aereo che mi avrebbe riportato a Torino felice di qualcosa che mi sembrò più di una promessa. Il professor Pignatti, che mi consentì immediatamente di passare al “tu”, conosceva benissimo la nostra storia sostenuta dalla presenza al suo apice di colleghi quali Valerio Giacomini e Francesco Corbetta e frequentata da altri botanici che si sono seduti nel direttivo, da Bruno Peyro-nel a Franco Pedrotti, Silvano Marchiori, Enrico Martini, Angela Dinelli, Edoardo Biondi... 
La prospettiva di una presidenza Pignatti sembrò portata a casa.
Nei mesi successivi ci furono contatti telefonici per dettagliare la questione sino al momento in cui, subentrati alcuni problemi di salute, Sandro mi confido le sue incertezze e poi la decisione di non assumere l’incarico che gli avevamo proposto. 
Dal ricambio che avevamo programmato uscì il mio nome. Ma è del tutto evidente la diversità di qualità che ne derivò per Pro Natura! La mia prima azione fu di proporlo come Presidente del no-stro Comitato scientifico, ma non era la stessa cosa...
Resta il rammarico di non aver potuto portare al vertice della Federazione una personalità di rionosciuto e alto valore scientifico, a ribadire una qualità della nostra associazione: lo stretto legame del suo impegno e della sua azione con la solidità delle basi scientifiche da cui prendere le mosse.
Alla delusione per quell’obiettivo scivolato via proprio sul finale seguì una gratificazione: «Carissimo Valter, ora che ci sei tu accetto senz'altro di dare una mano alla Federazione nazionale Pro Natura il cui Comitato scientifico è presieduto dall'autorevole amico Sandro Pignatti. Spero anch'io di poterti presto incontrare. Mi raccomando: cercate di intervenire con iniziative robuste per proteggere la legge 394 dall'assalto dei nuovi barbari che sgovernano quello che fu il "Bel Paese". Cari saluti» (aprile 2018).
Era la e-mail di Gianluigi Ceruti, che rispondeva alla proposta di entrare a far parte dell’istituendo Comitato scientifico della Federazione. Con Gianluigi, sino ai tempi recenti si è mantenuto un cor-diale e proficuo rapporto di stima e amichevole collaborazione, dal sostegno al suo appello per un piano pluriennale di manutenzione dei beni pubblici e in particolare dei beni ambientali e culturali, alla diffusione dell’ultima fatica letteraria dedicata al suo amato Po e a quel Delta per la cui tutela si è battuto nell’intero corso della sua vita (vedi Natura e Società n.1/2024). 
In progetto una conferenza, con Luca Mercalli, in una villa palladiana per riflettere sulla crisi climatica, rinviata lo scorso anno e ora svanita con la sua dipartita.
Tre presenze amichevoli e collaborative lasciano un vuoto non solo personale ma nella Pro Natura.
Questo numero della nostra testata, loro dedicato, è testimonianza di gratitudine e di riconoscenza. 
Ma anche un atto di impegno a mantenere in vita il testimone e, soprattutto, di consegnarlo nelle mani dei giovani che oggi sono impegnati sulla stessa, difficile ma esaltante strada, che loro ci hanno indicato.

Caccia: ritorno al medioevo

di Piero Belletti

 

Così come uno scossone improvviso fa crollare in un attimo un gigantesco castello di carte costruito pazientemente, pezzo dopo pezzo, in interminabili ore di lavoro, allo stesso modo il nostro Governo sta per distruggere, con un indecente colpo di mano, decenni, forse secoli, di piccoli passi avanti nel campo della tutela della fauna selvatica.

È infatti nota l’intenzione del Ministro Lollobrigida (il più famoso ex cognato d’Italia...) di porre mano alla legge n. 157/1992, quella che disciplina la caccia nel nostro Paese. Diciamo subito che, al momento in cui queste note vengono scritte, non risultano ancora essere stati diffusi documenti ufficiali. Tuttavia le intenzioni del Ministro che non conosce la differenza tra un taxi e un treno ad alta velocità sono abbastanza chiare. Ed elaborate a seguito di una serie di incontri avuti con interlocutori privilegiati, quali le Associazioni agricole e soprattutto venatorie. Quelle ambientaliste ovviamente no. Sono pericolosi estremisti che, pensa un po’, hanno a cuore le sorti dell’ambiente naturale. Inammissibile. Speriamo ci si decida finalmente a considerarli fuorilegge, alla stregua dei terroristi. E sembra si sia sulla buona strada.... Tra l’altro, pare nemmeno il mondo scientifico sia stato coinvolto. Ovvio, c’era il rischio che gli esperti dicessero e chiedessero qualcosa di sgradito al manovratore....

Tornando alle ipotesi di modifica della legge sulla caccia, visti i precedenti, sembra quasi superfluo affermare che si tratterebbe di vergognosi regali al mondo venatorio, che evidentemente possiede un’enorme capacità di influenzare i nostri politici. Certe proposte sono talmente indecenti da lasciar ipotizzare la loro inclusione all’unico scopo di rendere più accettabile l’approvazione delle norme meno irricevibili. Insomma, si chiede 100, sapendo che in questo modo sarà possibile ottenere 10. Un’ennesima dimostrazione della correttezza e del rigore morale che caratterizza molti dei nostri amministratori...

Elencare le nefandezze che frullano in mente a un Ministro che ritiene normale che il Presidente del Paese più ricco al mondo si travesta da papa è impresa ardua e demoralizzante. Facciamo comunque un tentativo.

La caccia, da attività ludica, diventerebbe un’attività fondamentale per la conservazione della biodiversità, e quindi da favorire e incentivare in tutti i modi possibili. Un po’ come affermare che il fumo è utile nella lotta ai tumori del polmone, vista l’azione blandamente anestetica esercitata dalla nicotina. Che poi in realtà il fumo sia la CAUSA del tumore, è cosa non provata e comunque del tutto insignificante e marginale.

Alle Regioni verrebbe concessa la possibilità di ridurre le aree protette, allorquando queste interferiscono con la primaria esigenza di sparare a tutto ciò che si muove. Esattamente l’opposto di quello che chiede l’Unione Europea, e cioè di porre sotto tutela almeno il 30% del territorio di ogni Stato. Ma si sa, anche l’UE è un covo di rivoluzionari, per cui andare contro le loro indicazioni rappresenta solo un meccanismo di autodifesa e di affermazione della sovranità nazionale.

Si ampliano in modo smisurato le possibilità di usare richiami vivi: si passerebbe dalle attuali 7 specie a svariate decine. Ma anche qui, si tratta in fondo di una norma a tutela degli animali. Volete mettere passare la vita al sicuro, sia pure in una minuscola gabbietta, però alimentati con regolarità e al sicuro dai predatori non umani? Altro che volare liberi nel cielo e fare le cose che gli uccelli hanno sempre fatto da che mondo è mondo. Sciocchezze ideologiche: nulla più. E comunque, chissà che con la prossima riforma non si autorizzerà anche l’accecamento degli uccelli utilizzati come richiami: in questo modo pare cantino meglio e quindi la loro funzione “ecologica” di attirare allodole, tordi, merli e altri pericolosissimi uccellini verrebbe resa più efficiente, con indubbi benefici sulla biodiversità.

Si consentirebbe la caccia anche nelle aree demaniali, quali ad esempio le spiagge. Se poi qualche bagnante o gitante finirà impallinato, pazienza. Sarà un doveroso sacrificio sull’altare della conservazione della biodiversità. In fondo, è risaputo che per fare la frittata bisogna rompere le uova.

Verrebbero ampliati i limiti del periodo di caccia, andando ben oltre gennaio e quindi in pieno periodo riproduttivo di numerose specie. Sarebbe permesso cacciare su terreno innevato, laddove è molto più semplice seguire le tracce degli animali. I controlli verrebbero fortemente ridimensionati: perché infatti accanirsi contro una categoria benemerita che così tanti benefici arreca alla società umana? Piuttosto prendiamocela con chi tenta di ostacolare gli eroi sparatori, prevedendo multe molto salate per chi perde tempo a manifestare a favore degli animali, magari all’interno della sua proprietà. Si risolverebbe finalmente la “grana” della caccia sui valichi montani (dove il passaggio delle specie migratrici è particolarmente intenso), che quei sovversivi giudici del TAR Lombardia hanno recentemente ribadito essere vietata. La si prevederà per legge. Semplice, no? E se si va contro le norme europee, pazienza. Tanto, in caso di procedura di infrazione non sarà mica Lollobrigida a pagare le multe di tasca sua.... E comunque avrà guadagnato la stima del mondo venatorio. Della serie: io ci ho provato, ho fatto tutto il possibile per accontentarvi, purtroppo però quei delinquenti dell’UE insistono a stare dalla parte degli animali.

Infine, l’aspetto forse più emblematico, che la dice lunga sull’atteggiamento del mondo venatorio nei confronti dell’ambiente. L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, massima autorità scientifica nazionale nel campo della fauna selvatica, Ente formalmente indipendente anche se sottoposto al controllo del Ministero dell’Ambiente) verrebbe fortemente ridimensionato. L’ideale sarebbe eliminarlo del tutto, ma forse nemmeno Lollobrigida può arrivare a tanto. L’ISPRA è una spina nel fianco dei cacciatori. Con i suoi pareri rigorosamente scientifici (quindi assolutamente non di parte) si ostina a mettere paletti all’attività dei cacciatori, ipotizzando inesistenti problemi legati alla consistenza delle popolazioni di animali selvatici e al presunto impatto negativo che l’attività venatoria eserciterebbe nei loro confronti. Semplicemente inaudito!

Abbiamo scherzato, anche se solo nella forma. I contenuti, ahimè, sono tutti reali. Almeno allo stato attuale delle cose. Purtroppo la situazione è veramente grave e richiede una mobilitazione come mai prima d’ora. Anche perché la modifica della legge sulla caccia è solo una delle numerose iniziative che questo Governo si appresta a varare (anche se in realtà si è già portato parecchio avanti con il lavoro...) e che vede come comune denominatore l’accantonamento delle politiche di tutela ambientale e la distruzione del territorio.

Terre rare e oro nero

di Aquila Reale

 

Da quando l’auto elettrica ha visto aumentare la propria diffusione, sono cresciute anche una serie di preoccupazioni legate a questo diverso tipo di mobilità, compresa una inedita attenzione al problema non certo nuovo delle estrazioni minerarie. Molto spesso gli organi di informazione ci fanno notare quanto sia impattante l’attività estrattiva delle “terre rare” necessarie a costruire le auto elettriche (EV). Curiosamente, non si ricorda mai che per far viaggiare le auto col motore a scoppio bisogna estrarre il petrolio. Migliaia, milioni di litri di petrolio.

Per la cronaca ogni anno estraiamo – e bruciamo – due miliardi e mezzo di tonnellate di petrolio per rifornire i veicoli stradali con alimentazione “tradizionale”. È una quantità quattromila volte più grande rispetto a quanto materiale impieghiamo per la costruzione di batterie. Con una differenza fondamentale, però: alla fine del ciclo di vita, in genere dopo una decina d’anni, le batterie possono essere recuperate e i componenti riciclati per oltre il 90%, mentre il petrolio una volta bruciato va di nuovo estratto e di nuovo bruciato, producendo in tal modo milioni di tonnellate di anidride carbonica, il famigerato gas a effetto serra che sta facendo surriscaldare il nostro pianeta.

In termini un po’ più tecnici, il petrolio è l’esempio classico di quella che definiamo “economia lineare”, cioè quel ciclo monodirezionale che va dall’estrazione delle risorse al rifiuto non recuperabile, ovvero in questo caso estrazione – trasporto – raffinazione – nuovamente trasporto del prodotto finito (benzina o diesel principalmente) – distribuzione – combustione (a bassa efficienza, con rese del 25-30%) e infine come prodotto di scarto i gas di scarico non recuperabili che finiscono a surriscaldare l’atmosfera o a intasare i nostri polmoni.

L’auto elettrica è invece inserita appieno nel nuovo paradigma dell’auspicabile “economia circolare”, dove alla fine del ciclo invece di andare a scavare nuova materia prima si recuperano i materiali dai processi di riciclo, diminuendo drasticamente la necessità di estrazioni minerarie. Naturalmente, per far girare il motore elettrico bisogna produrre l’energia, cosa che attualmente viene ancora fatta con largo utilizzo di combustibili fossili, ma ci sono comunque due vantaggi. Il primo è che il motore elettrico è (almeno) tre volte più efficiente di quello a scoppio, ovvero ha bisogno di un terzo dell’energia per fare gli stessi chilometri. Il secondo è che la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili è in veloce crescita, per cui sempre più chilometri vengono percorsi a “emissioni zero” in tutto il ciclo, sia nella frazione “a monte” WTT (Well To Tank, dalla fonte al serbatoio) sia in quella “a valle” TTW (Tank To Wheel, dal serbatoio alle ruote) come vengono individuate in gergo tecnico. Per quanto riguarda l’Italia, siamo ormai al 40% di quota di energia da rinnovabili, contro una media mondiale che si aggira intorno al 30%, ma ci sono casi esemplari come quello della Norvegia, dove le rinnovabili coprono quasi la totalità del fabbisogno e il parco circolante è elettrificato per più del 50%, che si stanno effettivamente avviando verso una mobilità a impatto zero, mentre in mezza Europa le destre populiste sbraitano in difesa delle auto fossili, inquinanti ed energivore.

Oltre al caso limite del petrolio, che inquina e consuma energia anche in fase di trasporto e raffinazione, occorre però fare un po’ di chiarezza su qualcuna delle altre materie prime utilizzate nelle batterie. La principale è il litio, che però non fa parte delle “terre rare”, infatti raro non è. Al momento la sua estrazione/produzione è concentrata in pochi Paesi, ma questo semplicemente perché non abbiamo ancora iniziato a cercarlo, tanto che non molto tempo fa è stato individuato un nuovo giacimento in Germania, ma soprattutto perché, come dicevamo, in un futuro relativamente prossimo le principali miniere di litio saranno gli impianti di riciclaggio delle batterie esauste, almeno in quei Paesi che avranno capito in che direzione va il mondo e si saranno attrezzati per garantire posti di lavoro in questo promettente comparto, ma l’Italia al momento non è fra questi.

Ma è il cobalto ad attirare le preoccupazioni maggiori, visto che si estrae in Paesi problematici dove i diritti dei lavoratori sono l’ultima delle preoccupazioni, tanto che spesso abbiamo sentito dire che nelle miniere vengono impiegati dei bambini. Ora, questa dello sfruttamento minorile è una piaga reale e atroce, che andrebbe azzerata il prima possibile, ma bisogna evidenziare un punto importante, ovvero che esisteva già ben prima dell’arrivo dell’auto elettrica. Per esempio, ci sono buone probabilità che il cobalto scavato “a mani nude dai poveri bambini africani” sia finito nei nostri telefonini, i quali per inciso si alimentano anche loro con batterie al litio. Tutto questo senza che (quasi) nessuno si preoccupasse e nel totale silenzio del sistema mediatico, che evidentemente non aveva nulla da ridire fino a quando non è arrivata una tecnologia in grado di mettere in crisi il motore a scoppio e di conseguenza le potenti multinazionali dell’automobile e del petrolio.

Ma torniamo al punto, senza sfuggire alla questione effettivamente spinosa del cobalto. I tre quarti della produzione di questo metallo sono concentrati in Repubblica Democratica del Congo, paese turbolento che di democratico ha solo il nome. La maggior parte del cobalto viene in genere estratto in miniere di rame e nichel, dove si trova insieme agli altri due metalli. Si tratta di siti gestiti in modo industriale, dove la lavorazione viene effettuata da macchine e operai specializzati. Tuttavia, esiste una fascia grigia di produzione di piccola scala dove l’estrazione avviene in modo manuale, dunque con la necessità di impiegare moltissimi lavoratori e, fra questi, anche un numero imprecisato di minori sfruttati e derubati dell’infanzia.

Attualmente la produzione di batterie per auto assorbe il 40% delle forniture di cobalto, ma con l’affinarsi delle tecnologie questo materiale viene impiegato sempre meno, tanto che esistono già accumulatori che ne sono privi. Invece i nostri dispositivi (telefonini, Pc, tablet ….) sono ancora largamente dipendenti dal cobalto e ne impiegano circa il 30% del totale. Il restante 30% finisce in una miriade di lavorazioni, dalla metallurgia alla medicina, senza che (quasi) nessuno si preoccupi e si scandalizzi, perché le criticità sono state messe sotto i riflettori mediatici solo – guarda caso – quando si è presentata la necessità di parlar male dell’auto elettrica.

E che dire di tutte le altre attività estrattive dell’Africa e di altri Paesi sottosviluppati, dove le multinazionali depredano le risorse del sottosuolo sulla base di accordi lucrosi dove le condizioni dei lavoratori non sono certo una priorità, basti pensare alle miniere di diamanti del Sudafrica, tanto per fare un esempio. Oppure, tanto per ritornare al petrolio, si può ricordare la catastrofe ecologica del bacino del Niger, dove gli sversamenti di greggio hanno avvelenato migliaia di ettari di foreste e campi coltivabili. Per caso c’è qualcuno che quando va a fare il pieno si preoccupa di chiedere al benzinaio la provenienza del diesel per evitare che arrivi dai giacimenti incriminati? Improbabile.

Dunque, da un lato le preoccupazioni per lo sfruttamento delle risorse e dei lavoratori sono pienamente condivisibili, specialmente se comportano disastri ecologici e lavoro minorile, ma questa sensibilità deve essere indirizzata, per quanto possibile, su ogni genere di prodotto, da quelli virtuosi del commercio equosolidale a quelli deleteri della fast fashion, la moda a basso prezzo usa e getta che sfrutta la manodopera e produce montagne di rifiuti, spesso occultati in luoghi remoti come il deserto di Atacama in Cile. Altrimenti diventa solo l’ennesima diatriba faziosa sull’auto elettrica, probabilmente alimentata ad arte da qualcuno che ha interesse a puntare ancora su paradigmi produttivi destinati all’obsolescenza.

Crescita globale record per il solare nel 2024

di Riccardo Graziano

 

Mentre in Italia si discute sul possibile ritorno del nucleare e si continua a bruciare gas, nel resto del mondo le rinnovabili corrono e rappresentano ormai la percentuale di gran lunga più consistente delle nuove installazioni di impianti di produzione energetica. A dispetto del messaggio che le lobby del fossile e il governo di destra cercano di far passare, la maggior parte degli investimenti mondiali è ormai destinata alle fonti rinnovabili, con il fotovoltaico a fare la parte del leone.

È quanto emerge dai dati diffusi da IRENA (International Renewable Energy Agency), che rilevano una potenza rinnovabile installata di ben 585 GW nel 2024 - con un incremento del 15% rispetto agli impianti realizzati l’anno precedente - con una quota di quasi 452 GW di fotovoltaico, ovvero più di tre quarti. Un record che corona una tendenza in atto da almeno un decennio, dato che già nel 2014 le installazioni di nuovi impianti di produzione vedevano le rinnovabili superare le altre fonti, attestandosi al 53% del totale installato. La percentuale è poi salita progressivamente e nel 2024 ha toccato il 93%, vale a dire che per ogni kW installato in impianti “tradizionali” ne vengono installati 9 di rinnovabili. 

Insomma, nel resto del mondo sulle rinnovabili si corre e si investono miliardi, mentre in Italia il governo insegue fantasiose chimere come il nucleare di quarta generazione o addirittura la fusione, tecnologie attualmente inesistenti che vengono indicate come rimedi per abbassare le nostre bollette, fra le più care al mondo.

Come abbiamo visto, il solare domina fra le nuove installazioni con 451.9 GW di potenza, seguito dall’eolico con 113 GW, tanto che insieme le due tecnologie rappresentano il 96.6% del totale delle rinnovabili installate. Inoltre, l’energia solare è la fonte di elettricità in più rapida crescita da 20 anni consecutivi e ha raddoppiato la sua produzione negli ultimi tre anni, secondo il report annuale di Ember, ente che riunisce vari esperti nel campo della transizione energetica

Una crescita tumultuosa nella quale la parte del leone la fa la Cina, dove è stato installato quasi il 64% della nuova capacità produttiva, compresa più di  metà di quella solare, precisamente 278 GW. Grazie a questa crescita in costante accelerazione, verso la fine del 2024 il totale della potenza rinnovabile installata ha superato i 4 TW (1 terawatt corrisponde a 1.000 gigawatt, cioè un miliardo di kW) pari al 46% del totale della potenza installata globalmente. Nonostante ciò, IRENA ha tenuto a sottolineare che la crescita non è ancora sufficiente per raggiungere i traguardi stabiliti dalle strategie di transizione energetica e decarbonizzazione, dunque occorre accelerare ulteriormente.

In ogni caso, ormai le rinnovabili si avviano a coprire quasi la metà del fabbisogno energetico mondiale, nonostante tutti gli ostacoli che per anni sono stati posti al loro sviluppo. Naturalmente, ora che le rinnovabili rappresentano una quota rilevante della produzione, occorrerà adattare le reti distributive in modo che siano in grado di gestire i flussi variabili tipici di queste fonti, quindi sarà necessario investire in reti “intelligenti” e capacità di accumulo, per tenere sotto controllo picchi di produzione e cali orari o stagionali. In questo, giova il fatto che i costi delle batterieagli ioni di litio sono in netta diminuzione (–20% nel 2024). 

In ogni caso, la strategia globale basata sulle rinnovabili è ormai delineata chiaramente, nonostante le resistenze di retroguardia attuate da non poche forze politiche e relativi “leader”, a partire da quel Donald Trump che vuole innestare la retromarcia rispetto all’apertura verso le rinnovabili attuata dall’amministrazione precedente, in nome di un furore ideologico e antiscientifico fuori luogo e fuori tempo. Soprattutto se teniamo conto del fatto che questa corsa alle rinnovabili sta creando migliaia di posti di lavoro – ben più di quelli che fatalmente si perdono nel settore fossile – oltre a contribuire ad abbassare i costi dell’energia e, non ultimo, a migliorare le condizioni  climatiche. Dunque una tendenza assolutamente positiva e destinata a proseguire, anche perché lo stesso mondo economico e produttivo ha capito che conviene e che non ha senso puntare ancora sulle fonti fossili, ormai vicine al picco dello sviluppo e successivamente destinate a calare.

La nota negativa è che nel 2024 la domanda di elettricità è cresciuta del 4%, un valore record, ma comunque in linea con una tendenza che ha portato l’attuale mercato dell’energia a essere 50 volte più grande di quanto fosse negli anni 40. È evidente che questa crescita non potrà continuare all’infinito, anche se soddisfatta in percentuale sempre maggiore dalle rinnovabili. E non consola il fatto che tale aumento sia in gran parte dovuto all’(ab)uso di impianti di condizionamento a causa delle reiterate ondate di calore del 2024, ennesimo anno più caldo di sempre. Visto che le temperature sono destinate ad aumentare, dovremo trovare altri rimedi, anche perché se sotto questi carichi le reti dovessero collassare e provocare black out estesi e prolungati come avvenuto di recente in Spagna e Portogallo, potrebbero essere guai seri.

Un disegno di legge che riduce la tutela del paesaggio

di Emilio Delmastro

 

Un recente disegno di legge il n. 1372 “Delega al Governo per la revisione del codice dei beniculturali e del paesaggio in materia di procedure di autorizzazione paesaggistica”) accoglie una serie di proposte che in gran parte arrivano dal settore edile e dei costruttori e dovrebbe portare alla revisione del Codice dei Beni Culturali e del paesaggio (Decreto legislativo. 42/2004), è stato presentato al Senato dal gruppo Lega Salvini Premier.

Le proposte, se diverranno legge, comporteranno tempi ridotti e semplificazioni dell’iter degli interventi edilizi che ricadono all’interno di zone attualmente vincolate da tutela paesaggistica e  disciplinate dal suddetto Decreto 42/2004, il quale prevede l’autorizzazione paesaggistica per gli interventi che interessano tali ambiti tutelati.

L’attuale procedimento è di competenza delle Regioni, ma in molto casi le Regioni rilasciano delega ai Comuni. Ricordiamo però che il Codice prevede la necessità di un parere obbligatorio e vincolante da parte della competente Soprintendenza per i Beni Culturali e il Paesaggio. Questo parere costituisce una garanzia fondamentale nella tutela del paesaggio, che attualmente non può essere esclusivamente delegata agli enti locali. Molti comuni, in particolare quelli minori, non hanno le strutture e le competenze indispensabili per esprimere un parere circostanziato, mentre in alcuni casi potrebbero prevalere interessi locali.

La procedura in vigore è differenziata in un’autorizzazione ordinaria e una autorizzazione semplificata: la differenza è dovuta all’entità dell’intervento e comporta tempi più lunghi per il  procedimento; nello specifico i tempi maggiori riguardano il procedimento ordinario, perchè in questo caso il silenzio-assenso da parte della Soprintendenzanon è previsto.

La scelta attuata dal legislatore è giustificata dal valore attualmente prevalente di cui giustamente gode la tutela del paesaggio, come previsto dall’art. 9 della Costituzione; questa tutela viene applicata giustamente con un criterio di priorità anche se attenua il diritto del proponente di avere tempi certi nel procedimento istruttorio.

Per cercare di “accelerare” questo iter,  il nuovo disegno di legge (che, come dicevamo, accoglie sollecitazioni da parte di ordini professionali, costruttori ed enti pubblici locali) propone di introdurre il silenzio-assenso nel caso in cui la Soprintendenza non si esprima nei tempi previsti di 45 giorni.

Purtroppo, per privilegiare un diritto del proponente, si rischia di sacrificare la tutela del paesaggio. Ciò avviene soprattutto nelle Regioni nelle quali non è presente un Piano Paesaggistico in grado di fornire ai tecnici comunali sufficienti elementi di orientamento e supporto nella valutazione: si evidenzia che questa situazione, anche se limitata, si verifica in quelle Regioni nelle quali gli strumenti urbanistici non sono stati adeguati alle indicazioni del Piano Paesaggistico Regionale.

L’attenzione delle Associazioni ambientaliste deve essere maggiore dove può esistere il rischio che progetti non compatibili con il contesto territoriale vengano approvati in presenza di scarsa valutazione, senza una vera indagine dell’impatto che possono avere sul paesaggio.

Per poter sostenere il silenzio-assenso in materia paesaggistica sarebbe necessario un reale aggiornamento dei Piani Paesaggistici e dei piani urbanistici, per ottenere uno strumento rigido e vincolante, con le competenze per considerare i valori ambientali dei paesaggi e fornire un adeguato supporto agli enti locali nella valutazione di compatibilità dei progetti.

Alla proposta d’introdurre il silenzio-assenso, il Disegno di Legge in oggetto propone altre possibilità da adottare con apposito Regolamento. A nostro giudizio si tratta di una deregolamentazione non giustificabile e riteniamo che tali proposte debbano essere oggetto di immediata opposizione. In particolare dovrebbero essere esclusi dal regime di autorizzazione paesaggistica tutti “gli interventi di edilizia libera sottoposti a comunicazione di inizio lavori asseverata, nonché quelli sottoposti a segnalazione certificata di inizio attività nei casi in cui l’eventuale aumento di volume non ecceda il 20 per cento dell’esistente, ovvero le modifiche, come asseverate dal tecnico abilitato, rispettino il carattere dell’immobile interessato”.

Riteniamo infatti che attualmente si faccia un uso eccessivo dell’applicazione dei regimi di CILA e di SCIA, spesso causa di alterazioni ai caratteri dei luoghi.

Anche la proposta di delega al Governo per l’adozione di ulteriori provvedimenti, tra cui “prevedere che gli interventi di lieve entità, come definiti dall’Allegato B al decreto del Presidente della Repubblica 13 febbraio 2017, n.31, non siano sottoposti a parere della Soprintendenza e competano esclusivamente agli enti locali, previa verifica di conformità con il Piano paesaggistico regionale” (articolo 3 comma 2) ci  vede decisamente contrari. Riteniamo che possano favorire  un elemento di deregolamentazione del settore urbanistico, considerata l’eterogeneità e la scarsa inefficacia dei Piani Paesaggistici Regionali rispetto a una reale salvaguardia del paesaggio.

In chiusura evidenziamo un ulteriore elemento di preoccupazione per coloro che sii impegnano nella tutela del territorio: al punto e) del già citato art. 3 comma 2 del Disegno di Legge si propone di “favorire gli interventi di prevenzione del rischio idrogeologico”, prevedendo che il parere della Soprintendenza sia obbligatorio e non vincolante “per gli interventi ricadenti in aree definite ai sensi dell’articolo 142, comma 1, lettere a), b), c) e d)”. Questo aspetto fa temere pericoli per tutte le fasce di tutela delle coste, dei corsi d’acqua e dei laghi.

A nostro giudizio il Disegno di legge comporta un ritorno a tempi che consideravamo passati per quanto riguarda la concezione di paesaggio come luogo monumentale, annullando le tutele introdotte nelle legge del 1985 che porta il nome del ministro Galasso.

Il rischio di una perdita del valore paesaggistico del quale tutti devono essere difensori è reale, mentre la nuova proposta opera a favore del valore economico degli interventi edilizi privati e ci induce a richiamare l’attenzione di tutti coloro che ritengono necessario difendere ciò che è ancora difendibile in Italia.

Urbanistica e Bel Paese - Riflessioni ultime

di Valter Giuliano

 

Legge nazionale? Silenzio assordante. Si è fermi a quella del 1942. Contraddittori gli interventi successivi. dallo scorporo ope legis del diritto di edificare dal diritto di proprietà alla sentenza della Consulta n. 55 del 1968, alla legge Bucalossi (n.10) del 1977. Per non dire dello scandalo dei condoni edilizi del 1985 (governo Craxi), del 1994 (primo governo Berlusconi), del 2003 (secondo governo Berlusconi), fino al Piano casa del 2009, praticamente un condono preventivo e generalizzato. Degli ultimi emendamenti a favore degli abusi, infilati nella pletora di Decreti legge con cui ormai viene governato il nostro povero Paese, inutile dire. Se non che rappresentano, come quelli in materia fiscale, un incentivo a comportarsi da cattivi cittadini, stante che i buoni vengono regolarmente maltrattati e scherniti da decisioni che istigano alla violazione delle norme.

Tornando ai tentativi di pianificare il governo del territorio e dare qualche razionalità allo sviluppo urbanistico dei centri abitati, fece inorridire la proposta bipartisan di una nuova legge urbanistica di iniziativa di Maurizio Lupi, che prevedeva addirittura la cancellazione del principio stesso del governo pubblico del territorio. Per fortuna l’anticipata chiusura della XIV Legislatura evitò l’ennesimo sacco d’Italia. In porto invece, purtroppo, il nefasto provvedimento del governo Renzi, denominato “Sblocca Italia”. Invocava consolidati ritornelli, buoni per ogni stagione e per ogni nefandezza: la modernizzazione del Paese, la necessità di accelerare le grandi opere, favorire l’occupazione, sburocratizzare i procedimenti di controllo. Un vero e proprio “libera tutti”, in contrasto con qualsiasi programmazione urbanistica e pianificazione territoriale, che è andato oltre ogni pudore, sia per il numero e la varietà delle opere coinvolte (comprese quelle in territori particolarmente sensibili) sia per le tipologie delle possibili deroghe. A ciò si sono aggiunti l’esautoramento delle Soprintendenze, ultimo baluardo per la difesa del nostro patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale e l’ampliamento del ricorso al silenzio-assenso (che più sentenze della Corte Costituzionale hanno, per fortuna, definito inapplicabile per quel che riguarda i beni culturali).

Lo “Sblocca Italia” si meritò, ben presto l’appellativo di “Rottama Italia”.

Il vizio di tagliare le mani alle Soprintendenze, peraltro, si ripropone a ogni occasione (l’ultima è di qualche settimana fa) e pare essere uno dei cavalli di battaglia della “Lega dei condoni”(urbanistici, fiscali,…) o “ dei ladroni”.

Oggi servirebbe ancora una legge nazionale? E perché nessuno ci pensa più?

Nella latitanza dello Stato, qualche speranza fu riposta nelle Regioni. A cominciare dalla legge regionale del Piemonte, già esplicita nel titolo: ”Tutela e uso del suolo”.

Promulgata il 5 dicembre del 1977 con il n. 56,  fu fortemente voluta e indirizzata nei suoi contenuti da uno dei protagonisti dell’urbanistica italiana, il professor Giovanni Astengo, docente all’Università di Venezia, autore del visionario – e per questo contestato – Piano regolatore di Gubbio.

Nel saggio Giovanni Astengo. Urbanista sotto accusa a Gubbio (stampato a cura dell’Autore, Torino 1968) così esprimeva il suo pensiero: «Ogni piano è un tormento: prima per il progettista, poi per gli amministratori. E tanto più se è serio. Passare da uno stato di anarcoide individualismo edilizio (...) dove per ognuno è dogma che il proprio terreno sia edificabile, ad uno stato di controllo dell’uso del suolo, che comporti diverse forme di vincolo, dal diniego al condizionamento dimensionale e tipologico, non è cosa agevole. Soprattutto negli anni ’50, in quello stato di generale lassismo in materia urbanistica ed edilizia che traeva origine da un pauroso vuoto legislativo ed amministrativo in questo campo, conseguente del resto alla politica governativa di quel tempo, attenta più a non interferire nel libero manifestarsi dell’iniziativa privata, che non sollecita dei risultati, in termini di benefici economici e sociali, degli stessi interventi pubblici (...) pressioni e richieste fanno pur parte della realtà che il piano tende a trasformare: il conoscerle subito è utile, il cimentarsi con esse può essere importante, se c’è spazio per il cimento.

Ed è chiaro che per condurre vittoriosamente un piano a carte scoperte occorrono infinita pazienza, saldezza di nervi e concorde azione, immanente essendo il rischio di soggiacere alle pressioni liberamente scatenate.

E la formazione di un piano costituisce sempre un grosso sforzo per tutti, amministratori e progettisti: la sua adozione consiliare conclude un periodo preparatorio di inevitabile travaglio, ma apre anche nuove prospettive per un nuovo corso amministrativo di maggior respiro, quando il piano è consapevolmente volto a definire obiettivi di interesse comune ed a convogliare verso di essi le molteplici iniziativa pubbliche, e soprattutto quelle private, così restie (...) ad ogni guida e controllo».

La legge piemontese destò attenzione e venne replicata dalle Regioni più attente, quali l’Emilia-Romagna e la Toscana. Non passarono molti anni e su di essa cominciarono a scendere le picconate delle lobbies del settore costruttivo, appoggiate dalla politica di destra nel frattempo insediatasi al governo della Regione. Di modifica in modifica ne venne progressivamente erosa la sostanza e alla fine anche i principi. La legge urbanistica piemontese può essere oggi definita “Uso del suolo”, essendo stata considerata la tutela un inutile orpello, un fastidioso intoppo burocratico. Non sembra andare meglio in altre Regioni, anche se qualche esempio virtuoso a livello cittadino, a cominciare da Napoli, si è registrato.

Facciamo un salto di tempo e veniamo all’oggi, per riprendere un’espressione che ha fatto scuola, il Rito ambrosiano («il Piano è la somma dei progetti...»). Ha toccato il suo apice con il caso “ Salva Milano”, su cui ci siamo in precedenza soffermati, debellato per un nulla e forse non del tutto superato. Cosa ci insegna?

Che occorre vigilare con attenzione su cosa succede nelle nostre città, da Roma (lì si introdusse, ironicamente, l’espressione “pianificar facendo”) a Napoli, da Genova a Torino, Firenze, Palermo, sempre in bilico tra buone pratiche e vecchi vizi di consociativismo tra politica e affari, con lo spettro della rendita fondiaria e della speculazione privata a danno del bene pubblico comune.

Se di legge urbanistica nazionale non si parla più da tempo, un altro argomento che pare essere stato archiviato è quello dell’edilizia pubblica, le case popolari. La domanda di abitazioni popolari non è svanita. Eppure sembrano rallentare i progetti per dare risposta ai bisogni di abitare. In una indifferenza che preoccupa. Sull’edilizia pubblica hanno certamente pesato i malriusciti esempi degli anni ‘70 e ‘80, quasi tutti messi in discussione, dalle Vele di Scampia a Tor Bella Monica, dallo Zen al Corviale, da Laurentino 38 a Vigne Nuove... Rivisitati, a volte abbattuti, hanno segnato la sconfitta di una concezione forse più ideologica che pragmatica. Progetti che pure erano immaginati con una attenzione “sociologica” al contesto ambientale e alle esigenze dell’abitare di chi li avrebbe popolati, propulsivi di una necessaria rigenerazione del tessuto urbano, non hanno funzionato nonostante vi si fossero cimentati alcuni dei nomi più rappresentativi dell’architettura contemporanea: Marco Fiorentino, Piero Barucci, Lucio Passarelli, Francesco di Salvo, Vittorio Gregotti, Aldo Rossi, Carlo Aymonino.

In compenso continuano i condoni che premiano i disonesti. Un insulto alle persone perbene. Favoriscono gli amministratori collusi con gli interessi illegali e insensibili al disordinato sviluppo del territorio e mortificano quelli onesti, tanto più dopo l’abolizione del reato di abuso d’ufficio.

E non è più tollerabile la giustificazione dell’abusivismo di necessità che è ormai finito da oltre un quarto di secolo. Quello recente non è altro che un’attività illegale gestita da imprese spesso collegate alla malavita organizzata.

È desolante la pagella dell’urbanistica italiana degli ultimi decenni.

Una storia che sancisce la resa incondizionata alle nuove regole: lo scettro del comando nelle mani di economia e finanza, con quella che Giorgio Ruffolo ha chiamato la “mercantizzazione mondiale dello spazio (globalizzazione) e del tempo (finanziarizzazione)”.

«Un giorno – scrisse l’economista, già Ministro dell’ambiente – si dovrà fare il confronto tra il capitalismo regolato degli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni del compromesso socialdemocratico, l’età dell’oro, quando la forte crescita si accompagnava con la riduzione delle diseguaglianze; e il capitalismo finanziario generato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta dalla decisione strategica del duo Thatcher-Reagan di liberalizzare i movimenti di capitale. (...) Il fallimento del mercato non si rileva (...) nelle Borse che vanno a picco ma nell’incapacità di generare un’economia sostenibile ambientalmente ed equa socialmente».

Ma la politica si adeguò. E l’urbanistica la seguì.

Oggi, nel momento in cui rumorosi scricchiolii hanno messo in dubbio la strategia sin qui seguita che mostra i suoi evidenti limiti e la sua fragilità, urge riprogettare un Bel Paese in cui l’armonia tra il costruito e il contesto – dentro e fuori le città storiche – non sbricioli quel poco che resta.

Ma esistono ancora personalità, movimenti, architetti e urbanisti che abbiano a cuore le sorti del nostro territorio con attenzione all’estetica e alla qualità dell’abitare o si è deciso, al più, di delegare tutto a qualche archi star che con singoli interventi di qualità – ma spesso incuranti del contesto in cui vengono posizionati – possa attrarre il nuovo turismo alla ricerca delle singole opere architettoniche?

Il ritorno del bracconaggio: un crimine vigliacco

di Luca Giunti

 

Negli ultimi tempi il tema del lupo ha ripreso la ribalta delle notizie, sia a livello locale sia a livello nazionale. Da un lato, infatti, si susseguono gli avvistamenti in località conosciute da anni come se fosse uno scoop, o in nuove zone inaspettate come la pianura e le periferie urbane; dall'altro fa discutere la proposta della Commissione Europea e del Comitato della convenzione di Berna di cambiare lo status del lupo, da specie “particolarmente protetta” a semplicemente “protetta”.

L’eventuale modifica – se approvata e poi adottata da ogni Stato membro all’interno della propria legislazione nazionale – non cambierà molto la procedura per autorizzare eventuali abbattimenti, la renderà solo un po’ più veloce; ma ovviamente la proposta è stata utilizzata da molti intellettualmente disonesti per annunciare l’apertura della caccia ai lupi!

In più, con l'inizio della stagione dei pascoli negli alpeggi in quota iniziano le predazioni su qualche pecora e capra poco custodite, e contemporaneamente si accertano episodi di bracconaggio.

Concentriamoci su quest'ultimo fenomeno. A oggi, e fino a quando non cambieranno le leggi italiane vigenti, in particolare la legge 157 del 1992 “Norme sulla protezione della fauna omeoterma e sul prelievo venatorio”, il lupo continua a essere classificato come specie particolarmente protetta (“anche sotto il profilo sanzionatorio” recita l’art. 2 della predetta norma), in compagnia di altri predatori all'apice delle proprie catene alimentari come orso, lince, sciacallo dorato, martora, puzzola, lontra e gatto selvatico. Di conseguenza, chi compie un'azione deliberata, in assenza delle eventuali condizioni eccezionali di emergenza o necessità, contro una di queste specie è indiscutibilmente colpevole del reato di bracconaggio.

Come nel caso dell’abigeato – cioè il furto di bestiame – si sarebbe portati a credere che siano delitti vecchi, legati a un mondo rurale non più attuale, scomparsi dalla civile Italia che ha già oltrepassato il primo quarto di secolo del nuovo millennio. E invece…

Nel caso del lupo possiamo distinguere tre diverse metodologie criminali: una si manifesta quando qualcuno spara contro un lupo di passaggio, appena intravisto, fenomeno che accade talvolta per colpa dì cacciatori altrimenti disciplinati. La seconda tipologia è poco frequente e in continua diminuzione: piazzare tagliole o trappole o lacci metallici lungo i percorsi più frequentemente utilizzati dagli animali selvatici. L'ultima modalità, invece, che purtroppo negli ultimi anni ha ripreso nefasto vigore, è quella di spargere esche avvelenate: pezzi di carne sia di selvatici sia di domestici imbottiti di rodenticidi e di ogni possibile tossina inventata dalla chimica e dalla perversa fantasia umana.

Con i fondi messi a disposizione dal progetto europeo “Life Wolf Alps” negli ultimi 10 anni, è stato possibile formare squadre di professionisti cinofili appartenenti ai Carabinieri forestali, ai guardaparco regionali e alle guardie provinciali, che hanno addestrato a lungo alcuni cani e li hanno resi dei meravigliosi cercatori di veleni distribuiti nelle campagne e in montagna. Per citare un’espressione brutale, ma efficace, usata dal direttore del Parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise Luciano Sammarone (ex comandante del Corpo Forestale), “il boccone avvelenato è una bomba in un mercato”. Perché è un'azione vigliacca, non selettiva, indiscriminata, che colpisce tante specie ben al di là del bersaglio prescelto. Infatti, molti animali rimangono intossicati, non solo i lupi. Volpi, tassi, faine, topi di varie specie i quali, a loro volta, diventando cibo di uccelli rapaci come gufi, aquile e grandi avvoltoi, trasferiscono il veleno delle loro carni anche a essi, provocandone disturbi, intontimento e morte.

In molte occasioni, poi, persino i cani domestici di ignari escursionisti sono rimasti vittime di questo reato. Le capacità delle squadre antiveleno si sono rivelate preziose non solo contro i bracconieri di fauna selvatica: le loro competenze sono state richieste anche da sindaci allarmati e cittadini che hanno trovato esche nei parchi cittadini o nei cortili di casa, lanciati da vicini invidiosi del bravo cane da tartufo, disturbati dall'abbaiare o infastiditi dalle deiezioni abbandonate.

Stabilito che ogni forma di bracconaggio è un reato ingiustificabile, bisogna osservare anche che in alcune situazioni è il sintomo di una sottostante malattia incancrenita: a esempio laddove infatti gli enti territoriali o le istituzioni non sono riusciti, sia con mezzi pratici come i sistemi di difesa e gli indennizzi, sia con mezzi culturali come conferenze e spiegazioni ad personam, a ridurre il conflitto lupo/pecore. In queste condizioni qualche pastore può essersi sentito abbandonato e solo, o esasperato dalla somma di tutte le problematicità del suo mestiere (solo in parte attribuibili al lupo). Ecco che allora spargere bocconi avvelenati o tirare una fucilata all’imbrunire è una reazione certamente illegale ma comprensibile. Le zone dove è più manifesta l'azione dei bracconieri sarebbero proprio le zone dove intensificare gli sforzi per limitare gli attacchi dei lupi,aiutare i pastori nelle altre difficoltà (aumentati affitti dei pascoli, mancati guadagni da lana, carne, latte e formaggio, fatiscenza di piste montane e fabbricati d’alpe, uso di diserbanti ai bordi delle strade percorse durante le transumanze e di spollonanti per impiantare nuovi noccioleti), fornire assistenza scientifica e concreta sia a loro sia agli Amministratori Locali. Azioni virtuose che dovrebbero essere intraprese certamente dalle istituzioni pubbliche, ma anche dalle associazioni di categoria degli allevatori e da quelle ambientaliste che invece, ahimè, talvolta si trovano quasi muro contro muro.

Ovviamente il numero dei lupi uccisi illegalmente in Italia non è facile da accertare: si tratta di reati che la gran parte dei colpevoli cerca di nascondere. Gli esperti stimano un numero variabile intorno agli 80 esemplari all'anno. Se a questi aggiungiamo i circa 200 che vengono investiti dalle auto o dai treni in tutta la penisola, è facile capire come, a fronte di una popolazione stimata oggi in Italia di forse 3.800 lupi, queste morti rappresentano poco meno del 10% della popolazione di Canis lupus italicus. E, ovviamente, senza contare le carcasse non ritrovate dei lupi deceduti per cause che potremmo definire “naturali”: scontri con altri lupi o con qualche preda agguerrita, ferite infettate, vecchiaia, incapacità, handicap, mancanza di cibo.

In pratica questa percentuale supera già da sola l'ipotetico piano di controllo che potrebbe essere autorizzato in Italia negli anni futuri se dovesse cambiare la legislazione (come detto all'inizio). Infatti le disposizioni delle Direttive Europee continuerebbero a pretendere di mantenere una popolazione in salute e di intervenire prioritariamente nei confronti di singoli esemplari che dovessero rivelarsi periurbani, confidenti o problematici (ne consegue, come già accaduto in Puglia e in Trentino, che più probabilmente si attiveranno catture o abbattimenti in pianura vicino alle città piuttosto che in montagna).

Un messaggio inascoltato

di Ferdinando Boero

 

2015: un anno cruciale per l'ambiente. A Parigi si tiene la ventunesima Conferenza delle Parti, e i 198 paesi (le Parti) che aderiscono alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici ratificano un trattato per limitare l'aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Nel 2015 un altro documento dà una forte scossa alle coscienze: Francesco pubblica l'Enciclica Laudato Si', con un messaggio senza precedenti. Per la prima volta un'autorità religiosa chiede la conversione ad una scienza: la conversione ecologica è la conversione all'ecologia. E non la chiede solo a chi pratica la fede cattolica ma a tutta l'umanità. Parla di Creato ma usa parole dell'ecologia, come biodiversità e funzionamento degli ecosistemi, ben prima che, nel 2022, siano inserite tra i valori fondanti del nostro vivere civile, nell'Articolo 9 della Costituzione.

Nella Bibbia ci sono le premesse. Il Creatore dà un solo compito ad Adamo: dare il nome agli animali significa conoscere la biodiversità. E quando dice a Noé di costruire un'arca, gli dice di mettere a bordo una coppia di tutti gli animali: senza il resto della biodiversità non possiamo pensare di "iniziare da capo". Senza la biodiversità, gli ecosistemi non funzionano.

Laudato Si' ha davvero scosso le coscienze? Un pochino, ma solo temporaneamente. La Commissione Europea, ad esempio, ha emanato il Green Deal, e il Next Generation EU, innescando una politica volta alla sostenibilità attraverso la transizione ecologica secondo le indicazioni della Convenzione di Parigi. Senza una conversione all'ecologia, però, la transizione è illusoria. Per convertirsi all'ecologia bisogna studiarla, impararne i fondamenti. A parte casi di insegnanti illuminati/e, l'ecologia non ha una posizione preminente nei programmi di formazione. Spesso proprio non c'è. Biodiversità ed ecosistemi non sono ancora considerati irrinunciabili in un bagaglio culturale decente. La conversione è avvenuta solo a parole e la transizione trova enormi difficoltà. Non ci può essere transizione senza conversione. Fa sorridere il fatto che il primo e unico ministro della transizione ecologica sia stato un tecnologo con deboli basi conoscitive di ecologia. Progettare una transizione verso l'ecologia senza l'ecologia è un'attività diffusa.

La scuola ha troppe cose da insegnare, e le ore sono poche, dicono. Non voglio fare qui l'elenco di cose che ho dovuto imparare sentendomi dire: ora studia, poi vedrai che ti servirà! Di molte ancora non ho capito l'utilità. Ci siamo messi nei guai, compromettendo il funzionamento degli ecosistemi, perché siamo ignoranti di cose che, invece, dovremmo conoscere bene. Spesso, a pianificare la transizione ecologica sono chiamati quelli che l'hanno resa necessaria, proponendo dissennati modelli di sviluppo. Il PNRR avrebbe dovuto finanziare anche la transizione ecologica. Nessuno si sognerebbe di pianificare una transizione verso la salute senza il contributo dei medici, ma per l'ecologia è così.

Un modo per mettere l'ecologia nei programmi scolastici ci sarebbe. Dalle primarie alle fino alla quinta superiore c'è l'ora di religione. Se in quell'ora, nell'arco di 13 anni, si insegnasse Laudato Si', spiegando il significato di tutto quello che predica, qualche seme di conoscenza sarebbe piantato. Ma gli insegnanti di religione sono preparati a questo compito? Temo che, a parte i laureati in discipline che prevedono corsi di ecologia, anche gli altri insegnanti sarebbero impreparati. E qui interviene il Comma 22. Come fanno a insegnare ecologia docenti che non hanno seguito corsi di ecologia? Il problema richiede un piano di formazione dei formatori. Lo stesso Comma 22 vale per gli economisti, gli ingegneri, i tecnologi, i sociologi, gli architetti che sono totalmente digiuni di ecologia e che sono chiamati a gestire una transizione verso ciò che non fa parte della loro cultura. Gli ecologi dovrebbero essere chiamati a insegnare la loro materia in tutti i corsi di laurea, visto che tutto va inserito in un contesto ambientale. Mancano le basi. Ma questa viene giudicata una pretesa arrogante: che c'entra l'ecologia con la transizione ecologica? 

Nel frattempo, alla transizione ecologica si sta preferendo la transizione militare. E Leone XIV per il momento non parla di ambiente. Parla di Pace, come Francesco, ma si concentra sull'intelligenza artificiale. Dopo dieci anni... stiamo andando indietro. Per chi ignora l'ecologia stiamo andando avanti: finalmente queste velleità ambientaliste sono messe da parte. In USA è vietato parlare di ambiente, e da noi è reato manifestare per richiamare l'attenzione sulla crisi climatica. L'ecologia è un intralcio allo sviluppo, alla crescita. La costruzione di armi è un forte stimolo alla crescita.

Ah, come dice il Ministro della Protezione Civile, per i danni causati da eventi climatici estremi lo Stato ha finito i soldi: assicuratevi. La conversione e la transizione ecologiche sono archiviate. Ora la minaccia sono i cosacchi che potrebbero arrivare ad abbeverare i loro cavalli nelle nostre fontane. E a stuprare le nostre madri, mogli e figlie. In caso di emergenza, comunque, la soluzione c'è: scappare in farmacia o in chiesa. Ma anche una bella assicurazioncina non sarebbe male.

Pessimismo e fastidio.

(COP significa Conference of the Parties e quella del 2015 è stata la 21)

Laudato si', Francesco

di Riccardo Graziano

 

Ora che Papa Francesco riposa nel luogo che ha scelto, la sua amata Basilica di Santa Maria Maggiore, esperti e opinionisti cercano di capire in quale direzione andrà la Chiesa di Leone XIV, dopo 12 anni di pontificato straordinario e per molti aspetti rivoluzionario del primo pontefice che ha scelto di chiamarsi come “il poverello di Assisi”, il Santo Patrono d’Italia. Già con la scelta di questo nome papa Bergoglio aveva fatto capire quale fosse la sua volontà: un pontificato rivolto ai poveri, agli esclusi, agli ultimi, alla pace e, per la prima volta, perlomeno in maniera così esplicita e reiterata, una Chiesa attenta all’ambiente e all’ecologia, in comunione con San Francesco, ambientalista ante litteram che predicava a uccelli e lupi.

La svolta ecologista di papa Francesco non era un atteggiamento di maniera, ma una convinzione profonda: chi ha avuto modo di confrontarsi direttamente con lui, testimonia che aveva una conoscenza profonda dei problemi ambientali, quindi anche delle azioni necessarie per porvi rimedio e dell’urgenza di agire. E ora che lui non c’è più? La Chiesa di Leone XIV avrà la stessa sensibilità?

 Sono in molti a ripetere che “non si può tornare indietro”, dopo un pontificato dirompente come quello di Francesco, ma questa opinione, o auspicio che sia, non è affatto una certezza: basta osservare quello che sta succedendo in Italia, in Europa e nel mondo, dove governi ultra reazionari stanno risuscitando pulsioni fasciste e naziste che la Storia aveva seppellito ottanta anni fa e portando avanti posizioni negazioniste e antiscientifiche sul riscaldamento globale. Quindi tornare indietro si può eccome, tant’è vero che molta politica e molte nazioni lo stanno facendo. Ciò non significa che la Chiesa possa fare altrettanto, anzi i primi interventi del papa neo-eletto sembrano indicare una certa continuità col magistero di Bergoglio, anche qui a partire dalla scelta del nome. Infatti, Leone XIII all’inizio del Novecento emanò l’Enciclica Rerum Novarum, improntata sugli effetti che le nuove dinamiche industriali avevano sui lavoratori, mentre oggi Leone XIV nutre preoccupazioni analoghe nei confronti dell’intelligenza artificiale, il che denota una spiccata sensibilità per le tematiche sociali. 

Ma quello che non sappiamo è se anche l’ecologia, altro grande tema caro a Francesco, continuerà a rivestire la stessa importanza col suo successore e se verrà reiterata la sua pressante sollecitazione a prendersi cura del pianeta, quello che i laici chiamano Natura e i credenti nominano Creato, ma che in definitiva non è altro che la nostra “casa comune” – come è scritto nell’incipit della sua Enciclica Laudato si’–ovvero l’ecosistema che ci permette di vivere e che, in maniera del tutto irresponsabile, stiamo devastando a livelli quasi irrecuperabili.

Il 24 maggio 2015, con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’, papa Francesco ha compiuto un passo epocale, primo pontefice a occuparsi di Ambiente, o meglio di Ecologia integrale, dove l’Uomo è visto appunto come parte integrante e integrata della Natura, all’interno e non al di sopra di essa, non padrone, bensì custode del Creato. E sempre in quella Enciclica Francesco ha saldato indissolubilmente i due temi della giustizia sociale e di quella ambientale: “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. La pubblicazione di quel documento fondamentale è avvenuta non certo per caso poco prima della Cop 21 di Parigi, dove è stato suggellato un importante accordo per il contenimento delle emissioni climalteranti, purtroppo largamente disatteso. Secondo il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres l’Enciclica ha rappresentato “un contributo fondamentale alla mobilitazione globale che ha portato allo storico Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici” e il suo impatto sull’opinione pubblica ha sicuramente contribuito a dare slancio al movimento ambientalista, che poi avrebbe trovato nella giovane Greta Thunberg una leader globale in grado di dare vita ai Fridays For Future.

Gli appelli del pontefice si sono ripetuti più volte, come in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 2020: "Non possiamo pretendere di essere sani in un mondo malato. Le ferite causate alla nostra madre terra sono ferite che sanguinano anche in noi". Il pensiero del Papa è chiarissimo e lucido, come il Santo di cui porta il nome considera la Terra come una madre, ma anche come una sorella: “Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla.” si legge nel secondo punto della Laudato si’, e ancora “Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.”

Il Papa dunque condanna il modello predatorio con cui gestiamo le risorse non certo infinite del nostro pianeta, ciò che con un termine ostico definiamo “estrattivismo”, lo scavo e l’asportazione di tutto quanto riteniamo utile all’arricchimento, dai combustibili fossili alle terre rare, passando per pietre e metalli preziosi, o più in generale appunto l’estrazione di valore da qualunque “risorsa”, comprese quelle “umane”, come vengono definiti oggi i dipendenti. Già, perché se ci avete fatto caso, nel linguaggio del business quello che una volta era il “Servizio personale” è diventato troppo spesso il “Dipartimento risorse umane”. Una sottigliezza semantica? Forse. Ma “personale” ha la stessa radice di “persona”, dunque riconosce implicitamente il lavoratore come tale, con i suoi diritti e le sue necessità, compresi il diritto al riposo e a un salario dignitoso. Invece, nel momento in cui si diventa “risorsa”, passa il concetto di riduzione dei costi e massimizzazione dei profitti, per cui ci si sente autorizzati a spremere i lavoratori fino all’estremo, per poi sbatterli in mezzo alla strada quando le condizioni produttive o economiche lo rendono conveniente, ovviamente per i padroni, che siano essi persone fisiche o più spesso Fondi d’investimento o conglomerati finanziari, comunque un qualcosa che non corrisponde più alla definizione di “datore di lavoro”, visto che il lavoro lo tolgono.

Anche su questi argomenti papa Francesco ha fatto sentire forte la sua voce in difesa degli sfruttati, dei poveri, delle “pietre” di scarto”, gli sfortunati che il sistema economico neoliberista tritura e butta via in nome della ricerca spasmodica del profitto per pochi a fronte dell’impoverimento di molti.

Proprio a causa di queste sue prese di posizione giustamente radicali, spesso Francesco è stato criticato e denigrato come se fosse un papa “comunista”, o una specie di sindacalista o ancor peggio un ambientalista, che ficcava troppo spesso il naso nelle faccende del mondo invece che occuparsi di questioni spirituali o teologiche.

Nulla di tutto questo. Era semplicemente evangelico, ovvero stava dalla parte dei poveri e degli oppressi, esattamente come Gesù, che scelse i suoi discepoli fra gli ultimi, fra i lavoratori, molti dei quali pescatori, a partire dallo stesso Pietro, mentre Matteo, autore del primo Vangelo, era addirittura un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse per conto del governo di occupazione romano, uno che riscuoteva quello che oggi qualcuno definirebbe “pizzo di Stato”, ma che evidentemente Gesù considerava normale, tanto da dire “date a Cesare quel che è di Cesare”, ovvero pagate le tasse come è giusto fare.

Ecco, questo era Gesù per come ce lo riportano i Vangeli: uno che stava dalla parte dei poveri e degli oppressi ed esortava a pagare le tasse, atteggiamenti che evidentemente già all’epoca non piacevano, tanto che venne torturato e crocifisso dalle autorità dell’Impero Romano, dietro la spinta dei sacerdoti ebraici, quelli che oggi definiremmo “poteri forti”. Oggi Gesù non verrebbe certamente crocifisso, al limite messo in croce dal sistema mediatico, come a volte è successo a papa Francesco, criticato da più parti, anche all’interno della stessa Chiesa.

Ma lui non ha cambiato direzione. Con il suo atteggiamento bonario, ma deciso, ha mantenuto dritta la barra della Chiesa in una temperie politica ed economica tumultuosa, stando sempre dalla parte dei poveri e, primo fra i successori di Pietro, dalla parte della Natura, o se preferite del Creato, esattamente come il Santo di cui ha preso il nome, anche qui primo fra i pontefici.

Non ultimo, questo straordinario Vescovo di Roma venuto “quasi dalla fine del mondo”, sempre nella Laudato si’, già dieci anni fa scriveva di una realtà che oggi si sta progressivamente ampliando e della quale anche Pro Natura si sta occupando sul territorio piemontese: quella delle CER, le comunità energetiche rinnovabili, potenzialmente in grado di rivoluzionare il sistema energetico: “In alcuni luoghi, si stanno sviluppando cooperative per lo sfruttamento delle energie rinnovabili che consentono l’autosufficienza locale e persino la vendita della produzione in eccesso. Questo semplice esempio indica che, mentre l’ordine mondiale esistente si mostra impotente ad assumere responsabilità, l’istanza locale può fare la differenza”.

Dunque, una Enciclica rivoluzionaria, come questi dodici anni di straordinario pontificato, con l’impegno costante per i poveri e gli oppressi e un’attenzione profonda per la questione ambientale. Per questo grande Amore per l’Umanità e la Natura, Laudato si’, Francesco.