Valter Giuliano
L’Italia ha una nuova legge sulla montagna: “Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane. Legge 12 settembre 2025, n.131”.
Si spera venga applicata a differenza della precedente“ Nuove disposizioni per le zone montane”, n.97/1994, buona, ma mai messa in pratica.
L’auspicio e che non si tratti dell’ennesima azione di propaganda governativa.
Ne è principio informatore l’assunto: «La crescita economica e sociale delle zone montane costituisce un obiettivo di interesse nazionale». Ciò è dovuto «in ragione della loro importanza strategica ai fini della tutela e della valorizzazione dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi, della tutela del suolo e delle relative funzioni ecosistemiche, delle risorse naturali, del paesaggio, del territorio e delle risorse idriche e forestali, della salute, delle attività sportive, del turismo e delle loro peculiarità storiche, artistiche, culturali e linguistiche, dell’identità e della coesione delle comunità locali, anche ai fini del contrasto della crisi climatica e demografica e nell’interesse delle future generazioni e della sostenibilità degli interventi economici».
Il provvedimento prevede lo stanziamento di circa 200 milioni di euro all’anno, per il triennio 2025-2027, da destinare a una serie di interventi nei territori montani. Le risorse, secondo il testo approvato, andranno a finanziare servizi essenziali come la sanità e l’istruzione, con incentivi specifici per medici, operatori sanitari e insegnanti disposti a lavorare nei comuni montani. Ulteriori fondi saranno indirizzati ad agricoltura, mobilità, infrastrutture digitali e turismo, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita degli abitanti e rendere più attrattivi territori che negli ultimi decenni hanno sofferto di spopolamento e marginalizzazione.
Uno degli elementi centrali della legge è la definizione normativa di “montagna”, che stabilisce criteri precisi per individuare i comuni beneficiari delle misure. Una scelta che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe evitare la dispersione di risorse in territori non effettivamente montani e garantire una distribuzione più mirata dei fondi.
Ad occuparsene, una specifica Commissione composta da sei esperti. In rappresentanza delle Regioni Davide Genna, Pietro De Camillis, Valentina Fiore; per l’ UPI (Unione Province Italiane) Michele Artusato; per l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) Tiziano Maffezzini e Mariano Allocco.
Compito di costoro sarà stabilire, con Istat, i criteri di montanità e pendenza per definire i "nuovi" Comuni montani. La classificazione servirà per il riparto del fondo montagna e per gli incentivi previsti dalla legge, tuttavia non toglierà quella storica che prevede l'esenzione dal pagamento Imu dei terreni nei Comuni finora montani. Per le sue ricadute è realistico immaginare scatenerà una battaglia all’ultimo sangue per non perdere privilegi.
I commenti dell’Uncem, della Cipra e del mondo ambientalista
Dal Presidente dell’Uncem (Unione Nazionale dei Comuni e Enti Montani) – che è stata peraltro esclusa dalla Commissione di cui abbiamo appena parlato – arriva un giudizio sostanzialmente positivo.
«La legge - commenta Marco Bussone - contiene una serie di provvedimenti interessanti, ma che devono essere concretizzati con quindici decreti attuativi che sarà importante realizzare presto, per evitare di fare la fine della precedente normativa nazionale sulla montagna, la legge n.97 del 1994, che ne era sprovvista e perciò è rimasta nel limbo delle buone intenzioni. Un altro elemento sul quale è necessario e urgente intervenire è il sistema degli Enti Locali, il tessuto istituzionale, che finisce per essere fragile in numerose parti d’Italia. Abbiamo bisogno di un sistema istituzionale rinnovato che lavori insieme per sviluppare quanto è scritto nella legge».
L’associazione sottolinea che la legge lascia aperte due grandi sfide: la governance e le risorse. Per la sua efficacia, dopo le riforme delle Province e delle Comunità montane, sono necessarie istituzioni di governo forti, capaci di coordinare le diverse programmazioni già in atto: Aree Interne, Gal, Green Communities.
Le risorse inoltre risultano insufficienti se rapportate all'intero territorio nazionale.
Sono rimaste quelle previste nella legge di bilancio 2021 dalla ministra Gelmini e dal precedente Governo.
«Da 200 milioni di euro si può salire – suggerisce il Presidente Uncem – anche attivando risorse dalle concessioni idroelettriche, autostradali e delle attività estrattive. La montagna non vuole più regalare risorse. Bisognerà dunque intervenire in legge di bilancio per aumentarne le risorse, affinché tutte le regioni abbiano un fondo per la montagna e una normativa sulla montagna. È un aspetto importante, perché troppe Regioni, in particolare del centro e del Mezzogiorno, non hanno un’adeguata normativa sulla montagna e non prevedono adeguati investimenti».
La Cipra (Commissione Internazionale per la Protezione delle Regioni Alpine, di cui la Federazione fa parte) è stata più critica, segnalando come sia assente: «un adeguato riferimento agli effetti che i cambiamenti climatici stanno avendo e avranno sull’ambiente, sull’economia e sulla società montana, così come una concreta attenzione all’effettiva implementazione delle misure proposte».
Inoltre sottolinea come risultino completamente assenti tre ambiti strategici:
1. Piani di adattamento climatico, fondamentali per rispondere agli impatti ambientali e socio-economici nelle Alpi, dove le temperature sono già aumentate di 2°C, il doppio rispetto alla media dell’emisfero settentrionale;
2. Piani di manutenzione territoriale, strumenti necessari per prevenire il dissesto e promuovere una gestione sostenibile delle risorse;
3. Partecipazione attiva delle comunità locali, che dovrebbero avere un ruolo chiave nelle decisioni territoriali.
Il legislatore sembra aver del tutto ignorato l’evoluzione che si produce oggi sulle nostre Terre Alte con le Green Communities, le Associazioni Fondiarie su base volontaria, gli Accordi e i Contratti di Foresta e di Fiume...
«Ma il vero nodo critico – sottolinea la Cipra che in questo si trova in sintonia con Uncem – resta l’assenza di una chiara visione sull’assetto istituzionale dei Comuni montani: senza un soggetto in grado di coordinare servizi, investimenti e progettazione, è difficile parlare di sviluppo sostenibile e di reale capacità di risposta alla crisi climatica».
Dal mondo ambientalista salgono le preoccupazioni per alcune norme inserite nella legge. E se dal ddl è scomparsa in fase di conversione in legge quella che prevedeva la possibilità di gestire il lupo tramite abbattimenti anticipando l’eventuale recepimento del declassamento della specie avvenuto a livello europeo negli scorsi mesi (che peraltro l’Italia non sarebbe obbligata ad attuare), allarma la cancellazione del divieto di caccia nei valichi montani con la conseguenza di scardinare le tutele agli uccelli migratori (vedi approfondimento a parte NdR).
Alle reazioni a caldo e alle prime impressioni non si può però omettere la parte che la legge lascia in sospeso e che non è affatto indifferente alla sua reale applicazione. I decreti attuativi cui rimanda la legge rappresentano nel nostro Paese una consuetudine che spesso ha impedito alle leggi la possibilità di essere applicate. Nodi contorti che in sede legislativa non si riescono a sciogliere, si demandano e spesso si rimandano, senza certezza alcuna che alla fine i problemi rinviati trovino soluzione.
Una storia segnata dalle difficoltà
Il futuro della montagna non dipende solo da fondi e incentivi, ma da regole e scelte politiche capaci di leggere davvero la realtà dei territori. Un obiettivo che ci si è posti spesso ma che non è mai stato realmente raggiunto. La politica italiana ha, infatti, più volte tentato di dare una cornice organica alla questione montana, ma non è mai riuscita a produrre risultati davvero efficaci e duraturi. Si parte con la legge 991 del 1952, aggiornata nel 1971, che ha cercato di rafforzare gli interventi a favore delle zone alpine e appenniniche, ma i fondi stanziati sono finiti dispersi in mille rivoli, senza incidere e soprattutto senza essere in grado di fermare l’emorragia di persone dalle terre alte e dalle aree marginali, così ben documentata, cinquant’ anni fa dai due saggi di Nuto Revelli Il mondo dei vinti (Einaudi, 1977).
Poi è arrivata la legge n. 97 del 1994, la cosiddetta “legge sulla montagna”, che riconosceva peculiarità e specificità a questi territori, aprendo la strada a misure di sostegno economico e istituzionale. Tuttavia, anche quel tentativo si rivelò parzialmente inefficace a causa della mancanza di finanziamenti stabili e in una dimensione amministrativa frammentata tra Stato e Regioni.
La stessa mancanza di continuità nei fondi ha caratterizzato gli anni Duemila, con l’attenzione concentrata sul concetto delle aree interne e sui programmi di coesione territoriale legati alla episodicità dei fondi europei.
Si è aggiunta, nel 2013, la Strategia nazionale per la montagna italiana (SNAMI).
La nuova legge introduce misure e fornisce strumenti amministrativi e finanziari per realizzarla e non resta che augurarle buona fortuna. Essa offre, peraltro, lo spunto per alcune riflessioni sul futuro delle aree montane, per molti versi assimilabili a quelle cosiddette marginali.
La droga degli “eventi” e le esclusioni programmate
Ieri Torino 2006, oggi Milano – Cortina 2026: ci sono occasioni nelle quali i territori fuori dalle aree metropolitane in senso stretto (non in quello amministrativo) tornano utili e per un attimo vedono le luci della ribalta
La metropoli lancia il suo nome-marchio-logo, ma poi ha bisogno del contesto territoriale fatto delle valli che sino a quel momento ha marginalizzato e sfruttato, ad esempio per le riserve idriche potabili o per la produzione delle energie pulite.
«Finita la festa gabbato lu Santo» e ciò che è marginale torna ad esserlo, bruciato dall’illusione di poter diventare finalmente partecipe dei destini comuni. È una storia che si ripete da tempo.
Subito dopo il chiarore si attenua sino a svanire del tutto e tornano le condizioni di marginalità. Ricollocati ai margini e abbandonati al loro ineluttabile destino, come di recente scritto, nero su bianco, nelle righe del documento governativo “Strategia Nazionale Aree Interne”, che interessa buona parte dei territori montani insieme alle aree cosiddette marginali, il quale ha evidenziato una strategia di abbandono nei loro confronti. La struttura demografica compromessa, l’impossibilità che queste aree possano porsi l’obiettivo di inversione di tendenza (chi lo ha deciso?), sono motivi sufficienti per abbandonarle al loro destino, predisponendo per loro un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato destino.
Somiglia un po’ a una resa incondizionata, una dichiarazione di impotenza, di rinuncia della politica a svolgere il ruolo cui è chiamata; in definitiva, di incapacità .
Ma è anche la rinuncia a perseguire – e questo è di gravità assoluta – i contenuti di una Carta costituzionale sulla quale i Ministri e il Presidente del Consiglio hanno giurato.
Per alcuni territori si decreta l’eutanasia, l’accompagnamento alla morte.
Si decide a tavolino, per alcune aree in difficoltà, un intervento chirurgico per tagliarle fuori dalla programmazione e dalla politica nazionale, uccidendo ogni speranza per chi le abita. Quasi si trattasse di estirpare un cancro.
Dove sono finiti gli art 3, 44 e 119 della Costituzione? Chi è disposto a tollerare la palese rinuncia al diritto all’eguaglianza, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale; alla necessità di un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante; alla individuazione di risorse aggiuntive e risorse speciali per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e solidarietà sociale; per rimuovere gli squilibri economici e sociali; per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona; per attuare misure atte a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’ insularità? E mentre si discute in Parlamento di una nuova legge sulla montagna che fine farà l’articolo della Costituzione che stabilisce provvedimenti a favore delle zone montane? La Strategia non verrà loro applicata? O lo sarà a macchia di leopardo, decidendo chi deve essere lasciato a se stesso?
Leggendo il documento governativo la prima reazione è stata di stupore, di incredulità; poi sono subentrate rabbia e indignazione.
Una condanna senza speranza, come fossimo davanti a tessuti cancerogeni da estirpare chirurgicamente. Come sia possibile poter pensare di escludere una fetta così importante del Paese dalle prospettive di progresso di un'intera nazione è inspiegabile. Tanto più se l'allucinante proposta Giunge da un governo che si riempie la bocca, a giorni alterni, del concetto stesso di orgoglio nazionale e patriottico, sviluppa narrazioni che pongono al centro le eccellenze del "made in Italy", che in gran misura giungono proprio dai territori extra urbani.
La gaffe il Governo fu costretto a rimangiarsela in fretta, ma resta rivelatrice di un pensiero che emargina chi non ce la fa, distante dai valori costituzionali di inclusione.
Ma la realtà rimane. E se questa è una scelta che ripudiamo, altre occorre immaginarne. E che siano praticabili. Possono esserlo i grandi eventi, o sono bolle evanescenti, iniezioni di stupefacenti che durato l’attimo del loro effetto? Vogliamo una montagna drogata?
Calza perfettamente l’occasione olimpica. Si prepara Milano Cortina 2026, ma in Piemonte si pagano ancora i debiti finanziari e i danni ambientali delle sconsiderate scelte fatte per Torino 2006.
Ieri come oggi, gli ingenti investimenti per i trampolini del salto e la pista di bob spacciati come impianti a disposizione delle squadre per i futuri allenamenti. In Valle di Susa non si è mai vista nessuna squadra, né hanno avuto successo immaginifiche ipotesi di riconversione, al punto che per la pista di bob si sono dovuti trovare nuovi finanziamenti per smantellarla e i trampolini restano a futura memoria dell’ignavia umana.
La montagna che periodicamente cade nell’illusione di poter costruire il suo futuro sui cosiddetti eventi è rimasta con il cerino in mano.
Intanto per le Olimpiadi lombardo-venete che le roboanti dichiarazioni dei “ Governatori”, al momento dell’assegnazione dei Giochi, assicuravano sarebbero state a completo carico delle finanze e degli imprenditori regionali, ci sono già costate una bella cifra, messa a disposizione dal Governo (cfr Giuseppe Pietrobelli, Un montagna di soldi, Paper First, 2025). La spesa pubblica per le sedi di gara è lievitata dai previsti 204 milioni di euro a 945. La previsione di costo per le spese organizzative valutata in un miliardo e mezzo a carico dei privati è salita a due miliardi, dei quali 400 milioni sono stati stanziati dal governo Meloni per ripianare i prevedibili debiti. Soldi delle nostre tasse. Alla faccia degli Zaia e dei Fontana, che nel momento dall’aggiudicazione dei Giochi esultavano dichiarando il costo a zero. Siamo già a 7 miliardi… Per non dire dell’altra clamorosa falsità: «Non sono necessarie nuove infrastrutture di trasporto». Cinque miliardi di cemento, tondini di ferro e asfalto per ponti, strade, parcheggi, la gran parte dei quali (per una spesa stimata in tre miliardi) non saranno pronti per le Olimpiadi. Intanto la famigerata pista da bob che ha massacrato un prezioso patrimonio forestale verrà utilizzata senza essere completata, affidata provvisoriamente ai Comuni che dovranno stipulare gravose assicurazioni per cautelarsi da eventuali malfunzionamenti.
No. Non è questa la montagna che può darsi un futuro. Questa è la montagna che continua a essere sfruttata con risorse esogene che nulla lasciano in eredita se non scempi ambientali, economici e sociali.
Alternative possibili
Nello scenario prima evocato è arrivato il Rapporto Montagna Italia 2025. Delinea, in contrappunto, nuove visioni, che prospettano possibilità di investire producendo economia e lavoro per una nuova comunità abitante i territori montani, basata su innovazione energetica (Green community), eccellenze agroalimentari sostenibili, nuove tecniche, materiali e tecnologie dell'abitare, educazione e formazione allo sviluppo durevole, processi di comunicazione immateriale e infrastrutturazione comunicativa (telelavoro, telemedicina...), formazione alla gestione dei beni rinnovabili (acqua, foreste, risorse minerarie...), offerta qualificata di turismo e tempo libro, strutture sanitarie e socioassistenziali di prossimità territoriale adeguate, da consolidare dopo l'avvio con fondi PNRR.
Secondo il Rapporto, tra il 2019 e il 2023 il numero di residenti in aree al di sopra dei 600 metri di altitudine è cresciuto di 100 mila unità, pari a + 9,1%. Tra il 2011 e il 2023 il Pil della montagna italiana è cresciuto del 30%, arrivando a 10,6 miliardi di euro.
Dati ragguardevoli. Effetto della crisi climatica, della ricerca di una migliore qualità del vivere, e dei sostegni all’insediamento con il PNRR.
Perché simili prospettive – ormai ad una avanzata fase di elaborazione teorica e a un altrettanto convincente stadio progettuale – possano essere accolte come possibili sfide di futuro vi è la necessita che vengano fatte proprie, con uno sforzo collettivo, da tutta la comunità nazionale. A cominciare dalla politica che, altrimenti, cosa ci sta a fare? A cosa serve se è solamente gestione dell'ordinario, rassegnata al declino senza capacità alcuna di visione verso prospettive di inclusione, in un disegno comune capace di delineare il domani, indicare le tracce da seguire e infine percorrerle?
Coinvolgere, condividere, offrire una strategia di largo orizzonte e di lunga durata, in uno sforzo collettivo sono elementi fondamentali e fondanti per avviare e sviluppare una riconversione radicale che ammetta il Paese, nessuno escluso, verso prospettive di sviluppo armonico ed equilibrato, in linea con le conoscenze che prospettano la necessità di realizzare davvero – non solamente nelle intenzioni, ma nei fatti – linee programmatiche di progresso sostenibile e durevole.
Per sua natura non possiamo pensare che questo possa essere realizzato da una coalizione di destra guidata da un partito che fa riferimento a tutt'altri valori. Purtroppo riflettono in gran parte gli stessi programmi politici che hanno animato la dittatura di inizio Novecento e che hanno portato l'Italia allo sfascio. Da lì arrivano le infelici frasi scritte nella Strategia. Non sono affatto un lapsus, ma hanno espresso l'intenzione di chi le ha pensate.
Consentite un finale velenoso. In cauda venenum: c’è da augurarsi che nel periodo olimpico non scenda nemmeno un fiocco di neve. Così magari tutti si renderanno conto anche dei cambiamenti climatici che continuano a negare progettando e investendo in nuovi impianti, buoni solo a deturpare le terre alte delle nostre Alpi. E a continuare a fare business sulle spalle della montagna e dei montanari che ostinatamente continuano a volerla abitare.