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Consumo di suolo - Dal Parlamento europeo qualche speranza

Domenico Giorsetti

Il Parlamento europeo, fra un missile e una sanzione, ha approvato in via definitiva la Direttiva sul monitoraggio dei suoli (Soil Monitoring Law). Il voto era atteso ma non scontato. In passato i tentativi di dotare l’Unione di una norma comune per tutelare il suolo si erano scontrati con la resistenza di diversi Stati membri. A fine settembre la Direttiva era stata adottata dai rappresentanti degli Stati membri con 25 voti favorevoli su 27. Un solo contrario, di peso: la Germania; l’Austria ha deciso di astenersi.

Con una maggioranza risicata un mese dopo, i deputati che hanno votato a favore della sua adozione, sono stati 341 su 571 votanti sul totale dei 720 eletti. A guidare l’opposizione alla direttiva sono stati in particolare gli eurodeputati tedeschi, nordici e orientali, con emendamenti di rigetto presentati dai gruppi dei Patrioti e di Europe of Sovereign Nations.

Il voto ha mostrato profonde divisioni, in particolare all’interno del Partito Popolare Europeo (PPE), spaccato quasi a metà. Il relatore ombra, il tedesco Oliver Schenk (PPE), ha votato contro, seguito dalla sua delegazione, mentre i deputati spagnoli, portoghesi e italiani dello stesso gruppo si sono espressi a favore. I Socialisti e democratici (S&D) sono rimasti compatti, così come la delegazione del PD. Tra gli italiani, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno votato a favore, mentre la Lega si è schierata per il rigetto, nonostante il governo italiano avesse dato parere positivo in Consiglio. Dei 220 contrari 8 erano italiani: Moratti (F.I.) Borchia, Ceccardi, Patriciello, Sardone, Stancanelli, Tovaglieri, Vannacci (Lega).

La motivazione ufficiale è che gli Stati membri sarebbero in una posizione migliore per legiferare sui propri suoli rispetto alla Unione Europea. Inoltre le nuove norme sarebbero eccessivamente burocratiche. Accuse ripetute più volte in questi mesi di dibattito, ma respinte dal relatore della Soil Monitoring Law e vicepresidente del Parlamento europeo, lo slovaccoMartin Hojsík (Renew Europe): “Ci siamo assicurati che non ci fosse nessun obbligo per gli agricoltori e i silvicoltori nella nuova legge. Ci siamo assicurati che non ci fosse per tutti loro alcuna burocrazia né pratica amministrativa. Quello che abbiamo ottenuto è un mandato che impone agli Stati membri di aiutare gli agricoltori e i silvicoltori a proteggere il loro suolo. Un mandato che impone agli Stati membri di acquisire una migliore conoscenza dei problemi che affliggono il terreno. Un mandato che impone che ci sia una piattaforma per la collaborazione”.

Perché è così importante? Oltre il 60% dei suoli dell’Unione Europea è in uno stato di salute precario e le cause principali sono da addebitare all’intensificazione delle pratiche agricole e all’urbanizzazione, passando per la contaminazione da sostanze pericolose, oltre agli effetti dei cambiamenti climatici. Ogni anno, si perde un miliardo di tonnellate di suolo per erosione, con un impatto economico stimato in 1,25 miliardi di euro solo in termini di produttività agricola. Il guaio è che il loro stato di salute è solo presunto perché fino ad oggi nessuna analisi sui suoli era obbligatoria. Una adeguata campionatura potrà restituire un reale stato di salute biochimico e fisico consentendo di predisporre le misure di ripristino necessarie. Non solo di impermeabilizzazione (ovvero di consumo di suolo), ma di una lunga lista di aggressioni al suolo: erosione, perdita di sostanza organica con conseguente reimmissione di CO2 in atmosfera, contaminazioni come quelle da metalli pesanti, eccesso di sostanze azotate con conseguente emissioni di terribili gas climalteranti (N2O), crisi di azoto e fosforo nei suoli, compattazione, salinizzazione.

Strada lunga. A distanza di vent’anni dalla prima proposta, e un iter di due, potrebbe diventare uno strumento fondamentale che permetterà di identificare e di affrontare le innumerevoli minacce agli ecosistemi nazionali e comunitari. Potrebbe... appunto: dall’entrata in vigore della Direttiva, gli Stati membri avranno tre anni di tempo per recepire le nuove norme nel diritto nazionale. Non solo. È specificato nelle motivazioni, che l’obiettivo è avviare l’UE verso suoli sani entro il 2050 stabilendo misure per un monitoraggio a livello di Unione che si basi sui sistemi nazionali, valutazione e il sostegno della salute e gestione del suolo (biodiversità del suolo e i contaminanti del suolo, tra cui PFAS e pesticidi).

C’è chi però non è troppo convinto. Eurodeputati e organizzazioni che in passato avevano sostenuto la Direttiva ora si stanno schierando per seppellirla.

Il testo finale, concordato da Parlamento e Consiglio ad aprile, non introduce nuovi obblighi per agricoltori o silvicoltori. Concordato ad aprile, non introduceva nuovi obblighi per agricoltori o silvicoltori. Si limitava a richiedere agli Stati membri dell’Unione europea di monitorare e migliorare la salute dei loro terreni, un passo modesto ma simbolico verso il riconoscimento del suolo come bene protetto a livello giuridico, al pari dell’aria e dell’acqua.

Il tedesco Schenk (PPE), negoziatore principale, elogiando l’accordo (“Siamo riusciti a evitare ulteriori oneri per agricoltura e industria”), aveva dichiarato che il testo finale era flessibile per gli Stati membri e non comportava nuovi costi o obblighi per gli agricoltori. Fino a ottobre: Schenk e altri 55 eurodeputati hanno presentato un emendamento per cancellare del tutto la legge, fino a definirla “pesante dal punto di vista burocratico. Abbiamo promesso agli agricoltori che sarebbero stati risparmiati da nuove norme e obblighi di documentazione” ha confermato ad Euractiv il 22 ottobre.

Quali agricoltori? Gli oppositori invocano le preoccupazioni degli agricoltori, eppure molti nel settore vogliono che la legge passi. L’organizzazione dei giovani agricoltori europei CEJA  (https://www.ceja.eu/press-releases/2004), favorevole alla Direttiva, sostiene che aiuti a proteggere i terreni agricoli: una priorità per chi entra oggi nel settore. “Non va lontano quanto avremmo voluto, ma sosteniamo con forza qualsiasi tentativo di salvaguardare la terra”, ha dichiarato Marion Picot (segretaria generale del CEJA.)

Anche il settore vinicolo, alle prese con i cambiamenti climatici e il calo della domanda, sta facendo pressioni in favore della Direttiva. Il CEEV, l’organizzazione che rappresenta il comparto vinicolo nell’UE, ha avvertito che l’erosione del suolo minaccia la qualità dell’uva, e definito la Direttiva una pietra miliare per il riconoscimento giuridico della salute del suolo in Europa (https://www.ceev.eu/newsletter/ceev-recalls-its-support-for-an-eu-soil-monitoring-law-ahead-of-european-parliaments-vote/). Al contrario, Copa-Cogeca, la principale organizzazione agricola europea, è passata dal definire il testo accettabile nel 2023 a chiedere ora agli eurodeputati di bocciarlo, citando costi e burocrazia incerti. Tuttavia, alcune sue componenti nazionali, tra cui la potente Coldiretti italiana, si erano espresse nei mesi scorsi a favore della direttiva, sottolineandone la flessibilità e l’assenza di nuovi oneri (https://www.ilpuntocoldiretti.it/attualita/ambiente/suolo-primo-accordo-di-parlamento-e-consiglio-sulla-proposta-di-direttiva-della-commissione-ue/). Fonti interne al Copa-Cogeca riferiscono che siano stati gli agricoltori tedeschi a spingere per una linea dura e a chiedere il rigetto del testo.

Die Straße für Berlin. La Germania è stato l’unico Paese a votare contro la direttiva in Consiglio; si è sempre opposto a concedere a Bruxelles competenze sulla gestione dei propri terreni, sostenendo che il testo violerebbe il principio di sussidiarietà e potrebbe interferire con le politiche nazionali. La stessa argomentazione utilizzata, con Regno Unito e Francia, per affossare un precedente tentativo di legge europea sul suolo nel 2006 (https://www.euractiv.com/news/eu-soil-protection-law-blocked-by-uk-france-and-germany/). Le ultime dichiarazioni contro la legge inviate dall’associazione agricola tedesca DBV sono state cofirmate da industrie estrattive, tra cui produttori di salgemma e potassa. Una resistenza così radicata da essere scritta persino nell’accordo di coalizione del governo tedesco. Fonti parlamentari dichiarano che i conservatori di Berlino si sono opposti al testo “anche se dicesse: tutti proteggono il suolo tranne la Germania”. Come dire: se non lo vogliamo noi, non lo deve avere nessun altro.

Eppure la legge è ormai così annacquata che tocca a malapena i settori minerario e delle costruzioni. Caroline Heinzel dell’European Environmental Bureau, dichiara che gli sforzi per migliorare la salute del suolo sono purtroppo in gran parte volontari e fin troppo flessibili.

Sistemi di monitoraggio. Si prevede che gli Stati membri valuteranno le condizioni fisiche, chimiche e biologiche dei suoli nel loro territorio, sulla base di una metodologia comune dell’Unione Europea e dovranno riferire periodicamente alle Commissioni ed Agenzie,.garantendo la disponibilità di dati comparabili in tutta l’UE e la possibilità di intraprendere azioni coordinate per contrastare il degrado del suolo. Saranno inoltre adottate misure per monitorare i contaminanti emergenti come le PFAS, i pesticidi e le microplastiche.

Procedure di infrazione. L’Unione Europea non si occupa solo di disciplina di bilancio: nessun Paese è stato sanzionato per aver violato le regole in materia di bilanci pubblici, mentre molti Paesi sono stati sanzionati per il mancato rispetto di specifiche direttive relative alla protezione dell’ambiente e della natura (inquinamento, gestione dei rifiuti urbani, rifiuti pericolosi, biodiversità, ecc.), ai diritti fondamentale delle persone, al divieto di discriminazione, alle pari opportunità, alla salute e sicurezza alimentare, alla tutela dei minori, all’integrità del mercato unico. Le procedure di infrazione a carico dell’Italia ad agosto 2025, solo alla voce Ambiente, sono aumentate in due anni da 15 a 23.

Speranze?

Una questione di latte crudo

Valter Giuliano

Il tema è stato al centro dell’ultima edizione di Cheese, la manifestazione internazionale che chiama a raccolto a Bra tutti i principali produttori di formaggi di qualità europei e non solo.
La stragrande maggioranza di loro esponeva un cartello in cui all’interno di un cerchio dal titolo “Lavoriamo latte crudo” si leggevano queste considerazioni: «I formaggi a latte crudo sono buoni, conservano gli aromi e i profumi dei prati sui quali crescono decine di erbe diverse e preservano, integri, nutrienti preziosi. Tuttavia il latte crudo e i prodotti derivati, se la gestione igienico-sanitaria degli animali e dei prodotti non è corretta, in alcuni casi rari possono subire contaminazioni che causano malattie gravi (come quelle derivanti da Escherichia coli STEC (Shiga tossine NdR) ai soggetti con sistema immunitario fragile: bambini, donne in gravidanza, anziani e persone immunodepresse. Un rischio presente anche in altri alimenti, se il processo produttivo non è gestito adeguatamente».
Ma se durante l’estate siete andati nei territori alpini avrete incontrato analoghe prese di posizione nei negozi o nei caseifici di valle. Nel cuore delle Dolomiti, al negozio “Mélga de Fascia”di Campitello e al Caseificio Sociale Val di Fassa cui fa riferimento, a San Giovanni di Fassa, come in tutti quelli del Trentino, insieme alla spesa veniva consegnato un foglio informativo “L’alpeggio, il latte e si suoi prodotti” nel quale si evidenzia, insieme alla qualità dei prodotti, il contributo alla salvaguardia del lavoro dei pastori e della maestria dei casari, il fatto che a queste attività produttive sia legata un’autentica espressione di identità e cultura locale, prima di concludere con le norme precauzionali che abbiamo appena richiamato.
Perché tutta questa attenzione?

A monte vi sono alcuni casi di Seu (Sindrome emolitico uremica) scatenati dalla presenza in questi alimenti delle Shiga Tossine Escherichia Coli (STEC) che nel 2024 hanno causato ben 219 richiami di partite di prodotto da parte degli organismi di vigilanza. I colpevoli sono alcuni ceppi del batterio che producono tossine Shiga presenti nell’intestino delle mucche. La Seu, in soggetti fragili come quelli sopra indicati, può produrre danni seri, con una mortalità stimata tra il 5 e il 15%.
La malattia è rara e colpisce, in maniera particolare, soggetti in età pediatrica (bambini al di sotto dei 10 anni), con sintomi quali insufficienza renale acuta e danni al sistema nervoso.
Mattia Maestri da otto anni vive in stato vegetativo a causa di ingestione di formaggio a latte crudo (come riconosciuto da due sentenze della Cassazione) e la sua famiglia è in prima linea. Così come l’Associazione “Il trenino di Elia” intitolata al bimbo deceduto per la Seu prima di compiere tre anni. Al loro fianco l’associazione Progetto Alice - Associazione per la lotta alla Sindrome Emolitico Uremica.
Sulla base di questi episodi il Ministero della Salute ha emanato un decreto nel quale vengono dettate alcune regole sanitarie che però, di fatto, rischiano di incidere pesantemente su un settore già di per sé a rischio. È infatti costituito, per lo più, da aziende di piccole dimensioni, fondamentali per la salvaguardia delle biodiversità dei prati, dei pascoli e delle razze animali e per mantenere in vita territori marginali come quelli delle nostre vallate montane e delle aree interne.

Sono a latte crudo migliaia di formaggi tradizionali tra cui ben 97 Dop/Igp (Denominazione di origine o Indicazione geografica protetta) e oltre 100 Presidi Slow Food.
L’associazione ha sottolineato che il Decreto costruisce «una impalcatura di controlli costosissimi e difficili da sostenere da parte dei piccoli produttori artigianali, spesso inattuabili, in particolare, in alpeggio». Non solo, ma ha tenuto a evidenziare come gli stessi dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità al Centro Europeo di Controllo delle Malattie (ECDC) mostrano come il numero dei casi di infezione da Stec riportato in Italia sia molto inferiore rispetto a quello di numerosi altri Paesi europei. «Nel 2023 i casi di contaminazione da Stec accertati in Italia sono stati 96, pari a un’incidenza sulla popolazione dello 0,0001%, nessun decesso fortunatamente in quell’anno in Italia. In Europa i casi sono stati 10.217, in 31 casi fatali. La Listeria – che si ritrova anche nei formaggi a latte pastorizzato e la cui letalità è di gran lunga maggiore, superiore al 20% - nello stesso anno ha visto 231 casi in Italia e 2952 in Europa (fatali per 335 persone)».
La difesa è giustificata se si pensa che sono a rischio molte attività artigianali locali che già sopravvivono a stento, con migliaia di soggetti, la stragrande maggioranza di piccola scala: sono produttori che conservano saperi caseari artigianali sui quali si fonda la fama del nostro patrimonio gastronomico e sui quali si concentrano le speranze di futuro per le terre alte del nostro Paese, composto per l’80 % di montagne e colline. Il 68% degli allevamenti italiani ha meno di 100 capi e alleva complessivamente solo il 18% del totale dei bovini da latte del nostro Paese: in 10 anni abbiamo perso una stalla su tre. Le preoccupazioni si fanno serie anche perché la comunicazione veicolata dai media sta portando i clienti dei ristoranti a rifiutare i formaggi se prodotti “con latte crudo”. Le conseguenze che già si cominciano ad avvertire sono che molti piccoli produttori procedono alla pastorizzare del latte, oppure a scegliere di non salire più̀ alle malghe, o addirittura a chiudere le imprese. Una volta dismessi una stalla o un laboratorio di caseificazione, o perso un bravo casaro, non c’è corso scolastico che possa rimediare. I saperi artigianali senza contatto, continuità̀, relazione rischiano di essere persi per sempre senza la possibilità di essere conservati e trasmessi. Sin dalla prima edizione di Cheese, 30 anni fa, si sottolineava che quando si scriveva di formaggi di eccellenza, si citava la Francia. Oltralpe le eccellenze casearie esponevano con orgoglio l’indicazione “fermier” e “lait cru”. Poi tutto è cambiato. L’associazione di Carlin Petrini poco alla volta ha indotto una presa di coscienza dell’importanza della straordinaria diversità culturale di tecniche, e saperi caseari e della biodiversità rappresentata da pascoli, erbe, profumi e sapori che cambiano se si passa dalle Alpi agli Appennini, alla Sila, ai Nebrodi, alle terre di Sardegna variando da montagne a colline ,a pianure dove sopravvivono, sempre più rari, prati stabili e marcite. Queste diversità ci consentono di competere con la Francia sulle diversità casearie, rendendoci con essa uno dei paesi più ricchi di formaggi tradizionali. Per difendere il comparto è nata l’associazione di produttori La Cru (Associazione Italiana Latte Crudo) che in un manifesto si impegna a garantire qualità e sicurezza agroalimentare, creare reti nazionali e internazionali di confronto e crescita, promuovere percorsi di formazione in aggiornamento continuo, connettere la ricerca scientifica con le pratiche di allevamento per garantire genetica, benessere animale e sostenibilità, promuovere la ricerca scientifica e medica per confermare il valore nutrizionale, funzionale e salutistico del latte crudo, praticare modelli produttivi a basso impatto ambientale in ossequio alle regole di sostenibilità e circolarità, valorizzare l’analisi organolettica per raccontare le qualità specifiche dei formaggi a latte crudo.

Sull’altro piatto della bilancia si pone certamente la necessità di tutelare la salute dei soggetti a rischio.
Non appena Slow Food ha iniziato la campagna a difesa dei formaggi a latte crudo, i legali della famiglia di Mattia Maestri hanno reagito pubblicamente segnalando che «...ciò che più stupisce è l’evidente tentativo di far ritirare o edulcorare tali linee guida (quelle del Ministero NdR) ascrivendone l’attuale contenuto all’effetto di “toni allarmistici” e di “notizie sbrigative e informazioni parziali. (…) Prendersela con le linee guida ministeriali non è solo futile, ma molto pericoloso per gli stessi produttori che volessero disattenderle. Linee guida che non hanno valore normativo e non sono suscettibili di essere “ammorbidite”. Esse sono, a oggi, la cristallizzazione della miglior scienza ed esperienza in merito ai rischi intrinseci di questa tipologia di prodotti alimentari (…) così come ai metodi per fronteggiarli efficacemente Sono il parametro che permetterà di valutare, quando vi saranno nuove intossicazioni, le responsabilità dei produttori ...»  (Il Fatto quotidiano, 13 settembre 2025).

Come uscirne? Rassegnarsi a prodotti a latte pastorizzato con valori economici inferiori del 30% o da latte in polvere, con qualità organolettiche non paragonabili? Oppure a cibi sempre più artificiali pieni di additivi e conservanti?

Bisogna ricercare il miglior equilibrio tra dimensione culturale, economica e sanitaria, coinvolgendo l’intera filiera di produzione, trasformazione e distribuzione. Ciò che sicuramente può essere subito attivato è prevedere più formazione per i produttori e gli allevatori sulle pratiche da adottare per una gestione ottimale della stalla e della mungitura, informare i consumatori non solo sui rischi ma anche sul valore organolettico e nutrizionale del latte crudo, esporre con maggiore evidenza e soprattutto anche in etichetta la dizione “a latte crudo”, già obbligatoria per i formaggi fatti con latte non pastorizzato.
Quest’ultima operazione rappresenta, già da sola, un onorevole compromesso e consiste semplicemente nel riportare chiaramente le informazioni che oggi sono diffuse spontaneamente, in etichetta, dai principali produttori. In questa direzione si sono mossi i senatori Dolores Bevilacqua (Movimento 5 Stelle) e Luigi Spagnolli (Per le autonomie, già sindaco di centrosinistra di Bolzano) con uno specifico disegno di legge.
Per alcuni paesi europei la dizione che esalta la produzione a latte crudo rappresenta un vanto, un punto di qualità in più e non è obbligo di legge. Da noi sono invocate per dissuadere le categorie fragili dal consumare formaggi a latte crudo. Resta il fatto che le Direttive europee non prevedono questa indicazione e quindi i formaggi di importazione non saranno tenuti a segnalare alcun rischio specifico: risulta evidente il potenziale danno commerciale per i formaggi a latte crudo italiani.

Un’altra importante carta da giocare è, senza dubbio, quella di puntare sulla formazione di produttori, allevatori e consumatori e sulla consapevolezza del valore delle produzioni a latte crudo.

L'unione fa la forza - Commento all'articolo di Ferdinando Boero

Paolo Pupillo, professore emerito 

Un rapido commento all’articolo di Ferdinando Boero “La biodiversità non è né matematica né chimica”. Impossibile non essere d’accordo con le tesi generali di Boero, che apre (o riapre) un dibattito sull’essenza della biologia, in sé non nuovo, e con l’occasione solleva una serie di altre questioni collegate che sono anch’esse di grande interesse e meriterebbero una riflessione meno episodica, ma certo non in questa sede. È chiaro che la ricerca sugli organismi viventi, siano animali, vegetali, fungini o “microbici”, è sempre più in ritardo e quasi in affanno rispetto all’esplosivo sviluppo delle scienze “molecolari” e pure, come nota Boero, agli approcci modellistici di ampia scala in ecologia, mentre i cultori della “biodiversità” si sentono spesso svantaggiati nell’Accademia, nella pubblicistica scientifica, nei media, nella stessa pubblica considerazione. Non sappiamo nemmeno quante specie eucariotiche ci siano sulle terre e nei mari, per tacere di quelle “microbiche”, né abbiamo un’idea di quante ne restino da scoprire prima che l’estinzione di massa in corso le cancelli dalla faccia del Pianeta. Fermo restando che il concetto di specie è variabile a seconda dei tempi e delle scuole di pensiero, e – cosa più importante – lo è chiaramente in natura: e non è l’ultimo dei problemi quando si parla di numero di specie esistenti. A questo proposito però va subito riconosciuto che un approfondimento del significato e dei limiti delle “specie” necessita di metodologie introdotte in tempi recenti, a partire dalla genetica molecolare.

Non si vede in giro una volontà condivisa di provare a colmare l’enorme lacuna conoscitiva in fatto di esseri viventi segnalata da Boero, un impegno che pure rappresenta una necessità vitale per l’umanità: diciamo che ne va della sua stessa auspicabile sopravvivenza (per quanti secoli ancora?). La ricerca di base sui taxa è discriminata. Basti pensare che in molte istituzioni di ricerca biologica si adotta (tuttora) un criterio di impact factor,o metodi analoghi, al fine della valutazione dei lavori scientifici, ignorando (volutamente) la semplice circostanza che una pubblicazione sulla contrazione cardiaca avrà milioni di lettori e rating corrispondente, mentre uno che riguardi i collemboli di lettori ne avrà un centinaio in tutto il mondo, se va bene; con tutte le conseguenze pratiche del caso.

Tutto ciò premesso e concesso, alcuni aspetti dell’articolo di Boero meritano delle chiose, a partire dal concetto stesso di scienze “di base”. È chiaro, ad esempio, che la sostanziale contrapposizione fra la amabilis scientia di Linneo e le “scienze dure” non è cosa recente: credo che dati almeno al primo dopoguerra, se non ai tempi della belle époque e nonostante figure scientifiche immense del XIX secolo in campo naturalistico, come A. von Humboldt, Cuvier, Darwin, fino a Pasteur, che seppero letteralmente imporre nuovi indirizzi alla scienza. Forse questa polarizzazione fra le discipline scientifiche si creò anche in conseguenza della corsa alla industrializzazione, agli armamenti e al colonialismo, poi inevitabilmente sfociata nella Grande Guerra. Con la constatazione che la forza si basa sulle “tempeste d’acciaio” e quindi su chi l’acciaio lo produce: l’economia e la finanza di potenza, la tecnica asservita (la chimica, la fisica, la matematica, oggi aggiungiamo l’informatica); alla faccia delle anime belle che si occupavano di fiori alpini o protisti ciliati. E questa considerazione non ci ricorda quel che avviene oggi sotto i nostri occhi, la corsa ai satelliti e alla “conquista” dello spazio, alle guerre per droni e con altre raffinate tecnologie, fino ai cantori dell’intelligenza artificiale, per i quali l’IA dovrebbe entro breve tempo “far finire il lavoro”?

Esagero, ovviamente, così per capirci. Ma se questa grossomodo è l’ideologia dominante, se questa la scala dei valori percepiti dalla maggioranza – una maggioranza ormai formata e informata dai telefonini e dai “social” – non può meravigliare che all’interno delle scienze esistano precise gerarchie disciplinari, non riconosciute ufficialmente ma quanto mai reali, e da ciò scaturiscono conseguenze rilevanti. Una di queste è il sistematico sottofinanziamento delle ricerche biologiche rispetto a tutte le altre ricerche “scientifiche” di base. Per dirne una, basti pensare a quanti soldi italiani andavano e vanno alla fisica delle alte energie e agli acceleratori ginevrini, rispetto ai quali le cifre destinate alla “biodiversità” sono briciole.

Ma ecco un’altra obiezione: se i metodi, le tecniche e i modelli delle scienze cambiano continuamente, come si può immaginare che le discipline biologiche non ne siano toccate, e che questo non sia un evento positivo? E infatti la biologia, che non è solo “descrivere, identificare e nominare specie” come sostiene Boero, fortunatamente è molto altro e di più (scienza non è solo dare un nome ai viventi, quello semmai è l’inizio della esplorazione; anche a prescindere dal valore descrittivo o meramente convenzionale del nome dato). La biologia risente del mondo che cambia, come ogni altra disciplina, e incontra nuove e diverse tematiche. I biologi non vivono in una torre d’avorio, vivono nel sociale e si applicano a differenti ambiti della cultura biologica, nutrendo concetti diversi riguardo al proprio e all’altrui lavoro. Voglio anche dire che una certa sottostima della ricerca sistematica e ambientale rispetto alle discipline biochimiche e fisiologiche era presente già nel secondo dopoguerra, soprattutto nel momento che entravano in uso strumenti e metodi quantitativi di grande efficacia, ben al di là del microscopio dello zoologo o del botanico tradizionale, in quanto molti biologi si dedicavano a studi che ambivano a capire qualcosa di più della Vita in quanto tale.

Compito ideale dei biologi, io credo, sarebbe quello di indagare a fondo la vita (la “biologia”) degli organismi; potenzialmente di tutti gli organismi. Un compito improbo, anzi irrealizzabile se non per piccoli segmenti, e tuttavia necessario se si vuole realizzare nel senso più autentico il significato della scienza: andare al fondo delle cose. Da questo punto di vista la compenetrazione delle metodologie matematiche, fisiche, chimiche in biologia ha fatto fare alla biologia stessa enormi passi avanti negli ultimi decenni e vede anno per anno una fantastica accelerazione delle scoperte, una vera fecondazione della biologia. Vediamo solo alcuni campi, ma gli esempi sono ovunque e ciascuno ne ha di suoi prediletti. A rischio di dire o ripetere cose ovvie.

La ricerca sull’evoluzione degli organismi non può oggi prescindere dalle ricostruzioni filogenetiche basate sul tasso di mutazione, le affinità genetiche e gli orologi molecolari. I modelli evolutivi costruiti sui confronti di DNA restano senz’altro modelli probabilistici, ma non è oggi concepibile una sistematica in generale, e a maggior ragione dei funghi o dei “microrganismi” (eucarioti, archea e batteri allo stesso titolo) senza l’analisi molecolare e le sequenze genomiche. La storia dell’uomo, anzi degli ominidi, conosce in questi anni progressi straordinari, fino alla identificazione di specie con pochissimi resti fossili (come i denisoviani) e dei contributi genetici dei neandertaliani all’umanità moderna: qui la confluenza dell’indagine morfologica con quella genetica è stata un motore reale di nuove conoscenze, i cui ulteriori sviluppi sono addirittura impensabili. In questo campo, anche, la precisa datazione degli strati con tecniche isotopiche è premessa necessaria per comprendere la nostra stessa storia. Ma l’indagine sulla biologia di piante, animali o batteri si avvale di tecnologie sempre più complesse e rivelatrici, siano microscopi confocali o fotometri di fluorescenza fogliare, o metodi veloci di sequenziamento di acidi nucleici e proteine. Sarebbe semplicemente inimmaginabile la biologia degli organismi oggi, senza strumenti innovativi e senza il ricorso a modelli soprattutto in genetica, in filogenesi e in ecologia (“i modelli sono tutti sbagliati, ma alcuni sono utili”, sono parole di un celebre statistico).

Resta il fatto che la ricerca biologica in generale, e soprattutto la ricerca “sul campo” (e nelle acque), la ricerca tassonomica e di nuovi organismi, pur così importanti, sempre più, soffrono di sottovalutazione e sottofinanziamenti. E sembrano l’ultima preoccupazione della politica, quella politica che già fatica a ritrovarsi nel drammatico scenario del Pianeta che si scalda sotto i nostri occhi con le conseguenze che tutti vedono, la politica che nega o ignora quanto avviene e che al massimo si lava ogni tanto di verde, magari confondendo il culto delle foreste con la filiera del legname. Boero in sostanza ha ragione da vendere nel suo appello, e se è vero che la situazione si è aggravata negli ultimi tempi insieme alla crisi della politica vissuta e dell’associazionismo, pure c’è sempre più bisogno di studi sulla natura. Qui mi sono permesso solo di aggiungere alcune necessarie considerazioni alle sue, per concludere comunque che l’auspicabile e necessario avanzamento delle scienze naturali, nelle conoscenze così come nella società, non può prescindere da una vantaggiosa contaminazione con quante altre discipline tendono genuinamente al progresso del sapere senza fini di potere (e di lucro).

La biodiversità non è né matematica né chimica

Ferdinando Boero

La conoscenza della biodiversità
Il termine biodiversità è relativamente recente, ma è radicato profondamente nella storia umana: fin dall'inizio della sua storia, l’uomo ha osservato, nominato e catalogato piante e animali, attività fondamentali per la sopravvivenza di una specie che pratica caccia e raccolta. Nella Bibbia, inoltre, ad Adamo è dato il compito di dare nome agli animali, e a Noè si chiede di mettere nell’Arca una coppia di ogni specie: queste storie esprimono consapevolezza della diversità biologica e della sua importanza. Le pitture rupestri mostrano come la conoscenza e l’osservazione dei viventi fossero integrate con significati simbolici e pratici sin dall'inizio della cultura.

Osservare, descrivere, identificare e nominare specie è la base della scienza biologica. Le esplorazioni degli ambienti vicini agli insediamenti umani si estesero a tutto il globo, con raccolte di esemplari e redazione di monografie. Su queste basi tassonomiche si svilupparono l’ecologia e la biologia evoluzionistica, che generarono filogenesi, studi su adattamento, competizione, selezione. La scoperta del DNA portò alla genetica molecolare, che penetrò più in profondità rispetto alla morfologia o alla genetica delle popolazioni, nelle radici della variazione biologica. Parallela a questo fu la traduzione del linguaggio descrittivo della storia naturale in un gergo matematico-modellistico (prima di tutto con le equazioni di Lotka-Volterra).

La Conferenza Internazionale sulla Diversità Biologica, svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992, formalizzò il concetto di biodiversità, centrato sulle specie, ampliandolo a tre dimensioni: la diversità genetica (all’interno delle specie), la diversità di specie, e la diversità degli ecosistemi.

Negli ultimi decenni, però, si è sviluppata una nuova gerarchia di percezione: rispetto alla tassonomia e alla storia naturale, gli studi molecolari, i modelli, i processi sono diventati più prestigiosi per chiarezza, precisione apparente e generalità. Questa visione moderna ha spesso relegato la descrizione della natura e, prima di tutto, quella delle specie, a un ruolo secondario, privilegiando approcci predittivi e strumenti tecnici rispetto agli approcci descrittivi basati sull'osservazione. Di conseguenza la biologia ha trascurato il suo nucleo, le specie e la loro conoscenza, concentrandosi o sulla genetica o sull’ecologia, frammentando l’approccio olistico della storia naturale. La biodiversità è stata quindi divisa: da un lato la genomica e il sequenziamento, dall’altro la modellizzazione, con la penalizzazione della tassonomia basata sui fenotipi. Questa divisione ha contribuito alla svalutazione della biologia rispetto a discipline come la fisica o la chimica, con i biologi talvolta ridotti a operatori tecnici di macchine che lavorano al loro posto. La scienza avanza a volte grazie alle idee, a volte grazie agli strumenti, ma quando gli strumenti prevalgono eccessivamente sulle idee, la stagnazione prende il sopravvento. Non si fa quello che è interessante, ma solo quello che gli strumenti ci permettono di fare.

L'invidia per la fisica e la maledizione matematica
Gli ecologi, affascinati dalla matematica come strumento di rappresentazione delle interazioni ecologiche, sono stati soggetti all’“invidia per la fisica”, con l’idea che l’ecologia potesse diventare tanto “scientifica” (ossia predittiva) quanto la fisica. I lavori classici di Robert May sull’instabilità dei modelli semplici dimostrarono che modelli apparentemente non complicati possono generare dinamiche complesse. Tuttavia May, in seguito, riconobbe che i modelli non possono sostituire i dati e pose una domanda che è ancora senza risposta: "Quante specie ci sono sulla Terra?"

La critica centrale è che i modelli danno l’illusione di predire, ma la precisione apparente (es. intervalli di confidenza stretti) non significa accuratezza se migliaia di variabili (le specie) sono ignorate. I modelli che considerano solo poche variabili (es. una specie preda vs una specie di predatore) non rendono giustizia alla complessità degli ecosistemi. Se variabili rilevanti sono omesse, il modello è irrilevante.

Attualmente la tassonomia è in crisi e il cosiddetto “impedimento tassonomico” ostacola la conoscenza della biodiversità. Cresce il numero di articoli che affermano di trattare la biodiversità ma ignorano conoscenze reali sulle specie, generando un’illusione di conoscenza che rimane priva di sostanza.

La matematica può essere uno strumento statistico utile, ma diventa un problema se si presume che sia sufficiente per capire la biodiversità: non esistono sfere di cristallo e ignorare troppe variabili è un errore. Dopo troppe promesse non mantenute, i biologi reagirono: Edward O. Wilson, il più famoso naturalista del secolo scorso, scrisse che “Great Scientist ≠ Good at Math”, scatenando critiche da parte dei matematici. Il dibattito è ancora vivo: non esiste una “teoria del tutto” per la biosfera, e la matematica ha limiti intrinseci quando utilizzata in biologia. Persino biologi teorici come Stuart Kauffman, forte sostenitore della matematica, riconoscono la necessità di umiltà nell'affrontare una complessità resa semplice "per facilitare le analisi".

Attualmente, comunque, approcci tipo il “gemello digitale dell’oceano” (Digital Twin of the Ocean) rappresentano l’estensione della logica modellistica: nel caso del "gemello", una flotta di veicoli automatizzati e sensori oceanografici mappa condizioni fisiche e biogeochimiche in mare, senza rappresentare né biodiversità né ecosistemi nei modelli, visto che i dati non ci sono. Il motivo è semplice: non esistono sensori automatizzati per la biodiversità e gli ecosistemi. Senza una rappresentazione dettagliata della vita, il gemello non è altro che un manichino: i cambiamenti fisici e chimici acquisiscono significato solo se interpretati attraverso la risposta della biodiversità e degli ecosistemi. Per colmare la discrepanza tra abbondanza di dati fisici/biogeochimici e scarsa conoscenza della biodiversità, si propongono modelli di simulazione, ma questi surrogati non si basano su conoscenza reale.

I modelli di idoneità dell’habitat (Habitat Suitability Models) rientrano in questa categoria: la distribuzione della fanerogama mediterranea Posidonia oceanica, ad esempio, è spesso ricostruita in base a dati geomorfologici, con la presunzione che, visto che la specie predilige un certo tipo di fondale, essa debba essere presente ogni volta che le condizioni potrebbero essere a lei favorevoli, e a questo non seguono verifiche sul campo: accettare queste predizioni senza verifica trasforma le ipotesi in fatti.

Un’ulteriore tendenza a trasformare opinioni o ipotesi in fatti si può rilevare con l’aumento dell’uso delle opinion "esperte" come surrogato dei dati sul campo: quando i dati scarseggiano, si chiede agli esperti di predire presenza di specie o idoneità degli habitat; poi le opinioni diventano base per piani di conservazione, senza trasparenza o verifica empirica.

L'invidia per la chimica e la maledizione molecolare
In un editoriale per la rivista Nature, il redattore capo scrisse una frase lapidaria: “La vita è chimica”: l’invidia della biologia non riguarda solo la fisica ma anche la chimica. La genetica molecolare ha trasformato l’esplorazione della biodiversità in un’operazione chimico-molecolare. Senza rilevamenti sistematici di base, le stime sul numero di specie sono da prendere con cautela. Alcuni autori stimano fino a un trilione le specie microbiche; altri stimano che siano circa 10 milioni le specie non microbiche ancora da descrivere; altri ancora concludono che la maggior parte degli eucarioti marini resti formalmente non descritta.

Invece di basarsi sulla tassonomia sul campo, con la raccolta di organismi e il loro studio dettagliato, il lavoro sulla biodiversità si concentra sempre più sui geni, come se conoscere i geni equivalga a conoscere la specie. Le tecniche molecolari (PCR, sequenziamento, metabarcoding, eDNA) hanno svelato immense novità genetiche, e hanno permesso a spedizioni oceanografiche come quelle di Tara e Malaspina di individuare linee evolutive sconosciute. Tuttavia, molte di queste “scoperte” restano provvisorie: il numero di specie formalmente descritte solo su base molecolare è ancora basso. Le sequenze genetiche non sono associate ad organismi "veri" e non ci dicono cosa fanno le specie, come interagiscono, qual è il loro ruolo negli ecosistemi.

La fase pionieristica dell’esplorazione della biodiversità ha prodotto monografie con descrizioni fenotipiche, ecologiche, biologiche delle specie. Le analisi genomiche possono integrarle, ma non sostituirle. Spesso si parla di “nuove specie” molecolari ma non si generano monografie tassonomiche che le descrivano.

Oramai anche i biologi molecolari lo ammettono, tanto da scrivere frasi come: “La biologia oggi è a un bivio. Il paradigma molecolare… non è più una guida affidabile.” E criticano la trasformazione della biologia in una disciplina ingegneristica, dominata dalla tecnica e non dalla vera visione scientifica. Le specie vengono identificate da macchine: attraverso l'automazione dell’estrazione DNA e del sequenziamento, fino all'uso di algoritmi di inferenza filogenetica. Questa catena di operazioni tecniche è dominata dall’ingegneria più che dall’osservazione, dall’ecologia o dal fenotipo. La critica espressa da Woese, lo scopritore degli Archea, è devastante e descrive  “una biologia che opera da prospettiva ingegneristica… senza vera visione di guida.” L’errore è pensare che la vita sia solo chimica (e fisica).

I surrogati non sono sufficienti
La critica alla ricerca prevalente di surrogati della realtà, dai modelli matematici alle sequenze genetiche, definisce una preoccupazione crescente. Tuttavia, la consapevolezza che entrambe le tendenze (matematica nel caso dell’ecologia, molecolare nel caso di evoluzione/biodiversità) facciano parte dello stesso problema è ancora rara nella comunità scientifica. Gli epistemologi avvertono che decomporre i sistemi biologici in parti più piccole o ignorare il contesto in cui si verificano espone al rischio di perdere le interazioni di livello superiore: "l’effetto di un’entità molecolare può dipendere fortemente dal contesto… lo stesso percorso può avere funzioni diverse". Inoltre, "lo stesso fenomeno di livello superiore può essere prodotto da più meccanismi molecolari": il riduzionismo molecolare/chimico e quello matematico/modellistico non sono problemi distinti ma si rafforzano a vicenda, impedendo di comprendere la complessità della storia naturale, dell’ecologia e della variazione fenotipica.

Fino ad oggi, le critiche alla sovra-matematizzazione dell’ecologia e alla sovra-molecolarizzazione della biologia evoluzionistica sono state affrontate separatamente. Sono invece le due facce della stessa resa della biologia alla matematica, alla fisica e alla chimica. Politiche e finanziamenti spesso richiedono predizioni, spingendo i naturalisti a fornire risposte anche quando predire è impossibile. Le macchine (computer, strumenti di sequenziamento, PCR, astrazioni matematiche) modellano ciò che viene considerato conoscenza. Il pericolo è che la biologia diventi quello che gli strumenti possono misurare, anziché quello che la vita realmente è, nella sua complessità.

Dove andare da qui
Gli approcci matematici e molecolari portano valore e devono essere affinati, sono necessari ma non sufficienti per comprendere il mondo vivente. Le spiegazioni genetiche dell’evoluzione sono semplicistiche, se non inserite in un contesto ambientale. Ridurre la biologia alla fisica o alla chimica rispecchia un bias cognitivo: di fronte a una domanda difficile e complessa, siamo tentati di sostituirla con una più semplice, e di usare la risposta alla domanda semplice per rispondere alla domanda difficile. Molti sforzi di modellizzazione e molte estrapolazioni molecolari rivendicano ampie capacità predittive, ma molti fenomeni eco-evolutivi sfuggono alla prevedibilità a causa della storia, delle contingenze, della scala e della non-linearità. I modelli matematici dominano l’ecologia; gli approcci molecolari sono visti come standard in biologia evoluzionistica e nella valutazione della biodiversità; nel frattempo, la storia naturale e la tassonomia sono trascurate.

Le lacune conoscitive sulle specie e sulle loro interazioni richiedono una nuova enfasi sulla storia naturale, sulla tassonomia, sulla ricerca ecologica in campo. Le tecniche molecolari sono senz'altro utili, ma la conoscenza deve essere costruita dal basso verso l’alto: dalla chimica (sequenziamento etc.) alla tassonomia (quali specie esistono) fino all’ecologia (cosa fanno in situ). I modelli e le sequenze devono seguire, non guidare, e devono essere radicati in realtà empirica, sensibili all’ecologia e alla contingenza storica.

Per invertire la tendenza che privilegia il riduzionismo a scapito dell’integrazione, le priorità sono: privilegiare scenari anziché predizioni rigide in sistemi complessi; riconoscere e comunicare l’incertezza come componente intrinseca del mondo vivente; ampliare lo sguardo verso taxa poco studiati (microbi, funghi, invertebrati) e regioni geografiche trascurate (fondali marini, tropici); esplorare tempestivamente la biodiversità integrando dati molecolari, organismici, ecologici e storici; permettere che dati molecolari e modelli matematici siano parte dell’immagine, ma non ne diventino la definizione.

Questo cambiamento richiede un mutamento nelle modalità di formazione dei ricercatori e nelle opportunità di carriera. Le tesi di dottorato tendono ancora a inculcare un imprinting riduzionistico, reminiscente alla nozione etologica di Lorenz. Le riviste di alto livello favoriscono lavori robusti dal punto di vista molecolare o matematico, spingendo i ricercatori a restare entro quei confini. Deviare dalla corrente principale, prima di ottenere l’abilitazione accademica è rischioso; solo dopo si possono intraprendere nuove strade, ma spesso allora è già tardi: una volta che l’impinting riduzionistico è stato fissato, passare a una scienza integrata e olistica diventa difficile. I ricercatori che si spostano significativamente dal loro ambito precedente vanno incontro a impatti ridotti, meno pubblicazioni, progressione più lenta. Si instaura un circolo vizioso: per innovare devi cambiare, ma se cambi rischi di essere escluso.

Attualmente, i programmi formativi in biologia non perseguono obiettivi olistici e integrati, ma incentivano l’iperspecializzazione. Le politiche dall’alto incoraggiano gli approcci olistici e, infatti, raccomandano di “formare una nuova generazione di tassonomi e sistematici in Europa tramite il rafforzamento di reti collaborative dinamiche, diffusione delle scuole di formazione in tassonomia e reintegrazione di questa conoscenza fondamentale nei curricula universitari perché questa expertise non vada persa”. Simili concetti sono ripetuti da molti autori, incluso un presidente della Società Americana dei Naturalisti, che avverte: "La diversità, le abbondanze e le distribuzioni delle specie rappresentano lo svolgersi di molti processi su un paesaggio storicamente e geograficamente contingente … Per interpretare i pattern della diversità dobbiamo continuare a dipendere dal ragionamento induttivo ispirato dalla storia naturale". Nonostante la validità di questi argomenti, la comunità scientifica mostra ancora resistenza. Tecnologie o strumenti senza una piena consapevolezza biologica rischiano di essere solo scorciatoie, e non vie verso una vera comprensione della vita.

 

Una versione più estesa di questo articolo, con una bibliografia di supporto, è stata pubblicata come: Boero F. 2025. Biodiversity is neither mathematics nor physics. SCIentific RESearch and Information Technology. Vol 15, Special Issue: 11-22 e-ISSN 2239-4303, DOI 10.2423/i22394303v15Sp11  

Link: http://www.sciresit.it/article/view/14018

Olimpiadi: dallo spirito decoubertiano agli interessi economici

Silvio La Corte è un ambientalista milanese, promotore della critica al progetto di Olimpiadi che si va a realizzare, ha su questo pubblicato l'unico libro noto a questa redazione sul tema: La Bolla Olimpica: Illusioni, speculazioni e interessi dietro ai cinque cerchi, edizioni Mimesis, anno 2020. Il contributo critico espresso è di particolare interesse, perché viene da persona impegnata da sempre nella promozione, diffusione e difesa della fruizione sportiva dei cittadini, in particolare dei giovani e soprattutto all'interno delle scuole dove Silvio La Corte ha insegnato fino al pensionamento. Nella critica ad un modello di fruizione sportiva passiva e volta soprattutto a favorire gli interessi economici, immensi, che genera lo sport spettacolo, negli immensi impatti sociali ed ambientali che questo modello crea è il senso del contributo che ci ha qui offerto.

Intervista di Franco Rainini

1. Vent’anni dopo l’esperienza sotto molti aspetti negativa di Torino abbiamo ancora olimpiadi invernali in questo paese, dobbiamo pensare che qualcosa cambierà? Sono state fino ad ora e saranno rispettate le promesse contenute nel dossier candidatura? Di seguito qualche esempio:
- Milano Cortina 2026 fa proprio l’impegno di adottare un approccio olistico che permetta di realizzare un evento sostenibile nel quale siano insiti i valori chiave di protezione dell’ambiente, equità sociale, inclusione sociale e crescita economica delle comunità locali e della comunità nazionale.
- Metteremo la regione alpina italiana al centro delle strategie di sviluppo sostenibile. Una speciale attenzione sarà rivolta alla tutela ambientale. Soluzioni innovative garantiranno il massimo rispetto dei siti Patrimonio dell’Umanità che ospiteranno l’evento.
- Ospitare i Giochi produrrà diversi benefici sociali, facendo leva sulla capacità dello sport di cambiare la vita delle persone. Svariate iniziative del Piano di Responsabilità Sociale del CONI, all’insegna dei temi Sport e Sviluppo Sociale o Sport, Salute e Comunità, saranno ulteriormente sviluppate per offrire maggiori e più rapidi benefici.

In tutta sincerità, queste domande andrebbero poste alle persone che hanno sottoscritto il dossier di candidatura: sono loro che dovrebbero dimostrare, fatti alla mano, la realizzazione anche solo parziale, di questi obiettivi. Per quanto mi riguarda io non vedo proprio nulla di tutto ciò: per rimanere all’interno di poche righe basterebbe segnalare che nei vari “Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri”, che non causalmente sono stati approvati dagli ultimi tre governi, Conte2, Draghi e Meloni, tutti contengono i provvedimenti per la realizzazione di  una mezza dozzina di bacini artificiali per alimentare le piste da sci durante la manifestazione. Sebbene pomposamente il dossier di candidatura sostenga che i giochi si terranno in quel periodo perché quelli sono i giorni nei quali la neve è più abbondante in quei luoghi. Ma poi, cosa si intende per inclusione sociale? Forse il fatto che si offre a 18mila persone la possibilità di lavorare gratuitamente? A me lavoro volontario pare un ossimoro, un po’ come il “Ghiaccio bollente” di Toni Dallara. Certo, quelli erano gli anni ’60 e irrompevano gli urlatori, ma qui non c’è niente di tutto questo. Si cercano volontari anche per il ruolo di infermieri!

 

2. In che modo ritieni che i giochi impatteranno su Milano? Da diversi decenni la tua città rappresenta un modello di sviluppo, certo non originale essendo la riproduzione di quanto succede o è già successo in molte città in Europa ed altrove, basato su un grande afflusso di risorse finanziarie che alimentano lo sviluppo di nuove forme di abitare, vivere e lavorare in città, stiamo assistendo aduna vera sostituzione demografica che porta all’espulsione dei cittadini ai bordi e oltre dell’areametropolitana. Le olimpiadi confermeranno questa tendenza?

Le tue domande sono coniugate al futuro, ma purtroppo non è così, la realtà è già questa, da tempo, anzi per essere precisi, proprio dall’assegnazione dei giochi: infatti proprio a giugno 2019 i valori degli immobili milanesi hanno subito un’ ulteriore impennata che ha colpito prima di tutto i nuclei abitativi in affitto, ma, paradossalmente anche una parte dei proprietari. I dati drammatici parlano chiaro: dopo alcuni anni nei quali gli affittuari hanno tirato la cinghia, ora la crisi esplode e nel 2024 si è manifestata in tutta la sua violenza. A livello singolo, cambiare casa, dopo uno sfratto è un dramma: ci dice che il nucleo ha resistito perché evidentemente cambiare avrebbe rappresentato un problema, ma non è riuscito a reggere il costo in termini economici. Lo sfratto ci dice che un’altra soluzione non è stata trovata, lo sfratto ci dice che si è andati incontro a questa umiliazione, a questa violenza, loro malgrado. A livello politico, una città che cambia la sua composizione sociale per il 40% in dieci anni, ci dice che vi è stata una netta separazione tra i ricchi e i poveri, tanto per rimanere nella metafora musicale. Ma una città così divisa è un danno per tutti. Non è necessario essere sociologi per sapere che la contaminazione sociale crea ricchezza. Il sindaco Sala si fa forte del fatto che la Città metropolitana non è mai stata realizzata concretamente. Viceversa non siederebbe a Palazzo Marino perché la gente espulsa nei comuni limitrofi serba rancore nei suoi confronti.

 

3. Ancora dal dossier candidatura: “Al fine di preparare le generazioni più giovani ad accogliere i Giochi Olimpici, sarà fondamentale istituire un programma formativo olimpico di portata nazionale che promuova un’appropriata cultura sportiva, attraverso iniziative e progetti tesi ad aumentare la conoscenza e la pratica degli sport invernali”. Quanto dobbiamo ritenere rispettata questa promessa? Cosa ritieni dovrebbe essere fatto per promuovere la sventolata “cultura sportiva”?

Suvvia: stanno realizzando il nuovo Palazzo dello Sport che non sarà un Palazzo dello Sport perché per praticare le gare previste dai giochi dovranno avere una deroga dal prefetto. A fine giochi sarà tutt’al più un Palazzo della Musica, privato, ma realizzato con tantissimi fondi pubblici. Siamo l’unica nazione dell’U.E. che non ha gli insegnanti di Scienze Motorie organicamente all’interno della Scuola Primaria! La condizione dei centri sportivi milanesi è sotto gli occhi di tutti, centri balneari abbandonati, piste di atletica impraticabili e, ciliegina sulla torta, il Palazzetto “Agorà”, dove una volta si praticava il pattinaggio, abbandonato e fatiscente. Vado avanti?

 

4. Ritieni ci possa essere un modo sostenibili di realizzare grandi eventi sportivi? Come dovrebbe essere modulato a questo scopo il rapporto tra lo sport agonistico a livello internazionale e la pratica sportiva che certo riveste grande importanza per tutti e che dovrebbe essere incentivata?

Le Alpi e gli Appennini sono la nostra principale risorsa, insieme al mare Mediterraneo. Tutelare le Alpi dovrebbe essere la nostra prima preoccupazione dal momento che le regioni che da essere dipendono, ospitano la metà della popolazione italiana. Ma sulle Alpi c’era già tutto per disputare le Olimpiadi. Bastava mettere insieme la Francia con la Svizzera, l’Austria, l’Italia e la Slovenia, cinque nazioni come cinque sono i cerchi olimpici, e mettere a disposizione gli impianti. Sarebbe stato un atto politico lungimirante e di esempio. Niente di tutto ciò. La Triplice Alleanza, la Triplice Intesa, per fare la guerra sì, ma le Olimpiadi no!

 

5. In questi giorni (fine ottobre 2025) L’Istituto Superiore di Ricerche Ambientali (ISPRA) ha prodotto il suo rapporto sul consumo di suolo, non sorprendentemente, la Lombardia risulta essere la Regione con la maggior percentuale di suolo consumato; i permessi di costruzione emessi in Lombardia nel 2023 sono grosso modo pari a tutti quelli rilasciati nello stesso periodo in Centro Italia; negli anni 2023-2024 l’Area Metropolitana di Milano ha rappresentato più del 20% del consumo di suolo della Lombardia. È presuntuoso derivare questa situazione dalle Olimpiadi, ma certo il modello di sviluppo di Milano ha costi ambientali enormi e non a lungo sostenibili ed eventi come quello in corso di avvio confermano questa brutta tendenza. In che modo opporsi e che ruolo può avere lo sport di base nel correggere questa tendenza?

Intanto va detto che sono in corso indagini su diverse decine di interventi edilizi, sospettati di non essere in regola con le norme. Quindi l’opposizione è rappresentata innanzitutto dalla legge, e da tutti quelli che, a vario titolo sono tenuti a farla rispettare. Certo, i tutori della legge sono più forti nella misura in cui i cittadini, organizzati come meglio ritengono, esercitano il loro diritto politico attivo. Va denunciata una sproporzione nella disponibilità delle risorse economiche tra chi si oppone a questo modello di sviluppo e chi lo sostiene, spesso screditando attraverso un vero e proprio bombardamento mediatico il fronte opposto. Ma le ultimissime notizie che arrivano da New York ci dicono che la speranza non è del tutto persa.

 

6. Tra il 2022 e il 2023 le associazioni ambientaliste, tra cui Pro Natura hanno cercato di interloquire con la Fondazione Milano Cortina per correggere quelli che da subito sono parsi travisamenti degli impegni assunti dagli organizzatori con i cittadini ed anche con il CIO, abbiamo registrato nessuna attenzione alle nostre richieste ed anche l’interlocuzione con il CIO, a parte qualche anodina affermazione di principio, non ha prodotto risultati. A questo riguardo l’impressione è che degli impegni assunti in fase di assegnazione non importasse molto al Comitato Olimpico Internazionale, o che questo soggetto non avesse più la forza reale per intervenire ed imporre correzioni alle scelte fatte dagli organizzatori. Qual è il tuo parere a riguardo? Dunque gli impegni presi prima dell’assegnazione scompaiono davanti agli interessi smossi dall’annuncio dell’evento?

Occorre precisare: gli impegni presi e sottoscritti con l’assegnazione, non prima. L’Italia scrive un dossier e lo sottoscrive, con firma importantissime, il capo del governo, i governatori delle regioni, i sindaci coinvolti e pure le province. Se le firme hanno ancora un senso, quelli sono gli impegni e quelli si realizzano. Invece no, niente di tutto questo. E il CIO tace e acconsente. Nella tabella 7 del famoso dossier di candidatura lo stadio di San Siro/Meazza viene considerato come uno dei lasciti alla cittadinanza. Insomma lo Stato si impegna, dopo il 2026 a mantenerlo come tale, sia come infrastruttura che come utilizzo. La settimana scorsa, il rogito. Tra qualche anno l’abbattimento!

L’insostenibile e assurda pista da bob di Cortina

Giovanna Ceiner – Vice Presidente Italia Nostra Consiglio Regionale Veneto

Molto si è scritto sulla pista da bob di Cortina, la cui vicenda assomiglia ad una commedia dell’assurdo per le notizie contraddittorie riguardo alla sua riqualificazione e ai relativi costi.  E’ andato in scena un copione simile a quello già visto in occasione delle Olimpiadi di Torino 2006 quando la politica nazionale impose la costruzione della pista di Cesana,  che per le insostenibili spese di gestione fu abbandonata nel 2010, quindi vandalizzata negli anni fino a diventare una discarica a cielo aperto. Una triste sorte che avrebbe dovuto servire di lezione ai nostri politici che, troppo preoccupati di dimostrare forza e potere davanti al loro elettorato, non hanno voluto sentir ragione e neppure rispettare la volontà del CIO, che ha sempre richiesto di utilizzare per i Giochi impianti esistenti e già funzionanti.  Fatto sta che ormai la nuova pista è una realtà, un mastodonte che si staglia nel paesaggio di Cortina al centro di un’area che porta chiaramente i segni della devastazione ambientale. Un’opera assurda, costosa ed inutile.

Secondo quanto scritto nel Dossier di candidatura Olimpica (gennaio 2019), la pista da bob, slittino e skeleton doveva essere una ristrutturazione della vecchia “Eugenio Monti” di Cortina, chiusa dal Comune nel 2008 per gli insostenibili costi di gestione e per la pericolosità del tracciato e avrebbe dovuto costare 47 milioni di euro a carico della Regione Veneto.

Nel 2021 i costi erano aumentati a 61 milioni,  per sopperire ai quali e venire in soccorso al Veneto il Governo Draghi stanziò un contributo di 24 milioni e mezzo e commissariò l’opera per consentirne la realizzazione/adeguamento prima dell’inizio dei Giochi Olimpici 2026.

Nel 2022 il costo lievitò a 85 milioni di cui si fece carico nuovamente il Governo con Decreto del 26 settembre 2022.

Con Decreto del Governo dell’8 settembre 2023, il finanziamento divenne di  circa 125 milioni complessivi, ( realizzazione della nuova pista  + strip out della vecchia + realizzazione del Memoriale “Eugenio Monti”).

Per due anni la farsa è andata avanti con notizie contraddittorie sui costi, sui vari progetti che si sono susseguiti e sulle gare di appalto, di cui le prime due sono andate deserte a causa dell’importo troppo basso e dei tempi strettissimi per  portare a realizzazione l’opera.

Nell’ottobre 2023 e soprattutto dopo l’annuncio di Giovanni Malagò in occasione della 141esima Sessione del Comitato Olimpico Internazionale a Mumbai e dopo le dichiarazioni del Ministro Andrea Abodi e del Presidente del CIO Thomas Bach deciso a spostare le gare di scivolamento all’estero in una pista già esistente e funzionante, sembrò che il progetto della nuova pista da bob di Cortina fosse stato definitivamente abbandonato; invece nel dicembre 2023 il Ministro Matteo Salvini lo rimise in gioco, escogitando insieme alla Società Infrastrutture Milano Cortina 2026 un progetto “light”, privato della copertura a verde, delle tribune (sostituite da terrapieni), dei piazzali, dei rivestimenti esterni, dei servizi per gli spettatori, dell’infermeria e delle cabine per i giudici, ma sempre dal costo di 118,4 milioni. Una pista impoverita a cominciare dall’estetica e dall’impatto visivo. Con queste modifiche studiate appositamente per trovare un’impresa disposta a realizzare l’opera, il nuovo progetto esecutivo è stato messo a gara con un terzo bando dell’importo di 81.610.000 euro che ha avuto esito positivo con l’assegnazione  del  grosso dei lavori all’ impresa Pizzarotti, ad esclusione dei corpi illuminanti interni ed esterni, del sistema di cronometraggio e di altre forniture essenziali al funzionamento della pista, spese extra budget  in carico a SIMICO da aggiungere al finanziamento totale di 125 milioni stanziati per tutti e tre i lotti in cui è stata frazionata l’opera.

Tutti questi milioni, in parte già spesi, per realizzare un impianto sportivo che una volta terminati i Giochi Olimpici comporteranno spese annuali di gestione abnormi tra 1.100.000 e 1.500.000 euro che, dopo qualche anno dai Giochi,  ricadranno  sul Comune di Cortina!. E’ evidente che con questi costi e senza un serio piano di gestione l’impianto è destinato ad essere abbandonato.

A parte lo scandaloso spreco di denaro, ciò che fin dall’inizio ha spinto Italia Nostra ad opporsi a questa inutile e assurda opera  (anche con due ricorsi al TAR del Lazio, ahimé rigettati), sono state le evidenti violazioni al Codice dei Beni Culturali e del paesaggio e al DLgs 152/2006 Testo Unico Ambiente.

Con il primo ricorso era stata impugnata l’ autorizzazione immotivata data dalla COREPACU (Segretariato Generale del Veneto) alla demolizione della vecchia pista, che la stessa Commissione ha dichiarato di interesse culturale particolarmente importante ed era stato  messo in evidenza il devastante impatto paesaggistico sulla Conca Ampezzana, uno dei più importanti contesti montani al mondo, interamente sottoposta a vincolo paesaggistico ai sensi dell’art.136 del D.Lgs. n. 42/2004 e del D.M. 10 giugno 1952, dove, fra l’altro, si legge:

“l’intero territorio del comune di Cortina d’Ampezzo comprende nel suo insieme bellezze che costituiscono un quadro naturale di rara suggestività anche per le Dolomiti che circondano l’incantevole conca”;

 Per non parlare della conseguente distruzione del fragile e prezioso ecosistema dell’intero versante sud ovest delle Tofane determinata dall’abbattimento di un bosco di larici secolari dal valore ecologico e paesaggistico unici nelle Dolomiti.

Con il secondo ricorso avverso al progetto definitivo della pista e con il ricorso per motivi aggiunti contro il secondo progetto esecutivo, soprannominato “light”, erano state denunciate una serie di violazioni: al Codice degli appalti (il progetto esecutivo light è stato appaltato senza l’approvazione di un nuovo progetto definitivo che ne recepisse le modifiche ), al Codice dei Beni Culturali ( il progetto esecutivo è stato approvato senza l’obbligatoria autorizzazione paesaggistica da parte della Regione) e al Codice dell’ambiente (assenza di assoggettabilità a VAS,  a VIA e a VIncA).

 Normalmente, per realizzare opere che comportano ampi sbancamenti e tagli boschivi di una certa entità, si attivano tutte le procedure di valutazione ambientale che le norme italiane ed europee prescrivono obbligatoriamente e in primis la Valutazione Ambientale Strategica. Ciò non è invece avvenuto né per il progetto della pista da bob e neppure per tutto il Piano nazionale delle opere da realizzare per le Olimpiadi, che nel Dossier di Candidatura dovevano essere le più sostenibili di sempre.

In quanto a sostenibilità, la pista da bob non può certo essere additata ad esempio se si considerano i seguenti dati:

- circa 7 ettari di suolo naturale consumato;

- taglio di alberi: secondo la Società Infrastrutture Milano Cortina 2026 sono stati abbattuti  560 (larici) e 260 (piante di varie specie) per circa 2 ettari di esbosco;  invece secondo i nostri calcoli gli alberi eliminati sarebbero circa 2000, considerato che il volume di legname abbattuto è  di 2.200 mc

- un serpentone di cemento lungo 1.600 metri

- circa 18.000 mc di edifici

- 21.890.000 litri d’acqua all’anno prelevati dall’acquedotto comunale

- 2.000.000 di KWh all’anno in gran parte per la produzione del ghiaccio

Senza parlare dei danni alla ricca biodiversità che caratterizza l’area, in particolare il disturbo alla fauna selvatica che da sempre lì vive e transita.

Dal punto di vista paesaggistico e della salute, la perdita del bosco di larici di Ronco  ha costituito  un danno irrecuperabile. Erano piante monumentali, alte fino a 35 metri, colonnari. Piante che sono state un polmone di rigenerazione dell’aria in un contesto, quello di Cortina, travolto dal traffico privato: in entrata e in uscita da Cortina verso il Cadore e verso Dobbiaco e il passo Falzarego. Si pensi solo alla quantità di CO2 che l’insieme di un bosco assorbe. Oltre all’assorbimento di NO2 e delle polveri sottili, le nanoparticelle diffuse anche dal riscaldamento a legna. Tale patrimonio andava posto a tutela assoluta, invece, si è proceduto a un taglio sconsiderato per fare posto a una struttura mastodontica, la pista di bob, skeleton, slittino, per una compagine sportiva che in Italia conta meno di 60 atleti nazionali.
Da notare che si è proceduto al taglio di un simile gioiello forestale in assenza di una Valutazione d’Impatto Ambientale (violazione della direttiva europea nel merito e della legge nazionale del 2006).

Inoltre, il drastico ridimensionamento operato dal cosiddetto progetto “light”, lasciando la struttura nell’essenziale ed eliminando quegli elementi di mitigazione previsti nel progetto definitivo (rivestimento e copertura a verde della pista, rivestimento e tetto verde dell’edificio dell’impianto di refrigerazione, interramento di parte del tracciato), produrrà un evidente impatto ambientale e paesaggistico.

La costruzione iniziata a marzo 2024 non sarà completata per febbraio 2026, ma per ottemperare agli impegni presi con il CIO, sarà comunque consegnata alla Fondazione Milano Cortina 2026 per l’effettuazione delle gare olimpiche. Speriamo che ciò non vada a scapito della sicurezza degli atleti e degli spettatori.

Altro che “Guggenheim del ghiaccio” come l’ha definita Luca Zaia! Una volta ultimata la nuova pista da bob di Cortina sarà il simbolo dell’arroganza e della prepotenza del ministro Matteo Salvini e del presidente della Regione Veneto che l’hanno voluta a tutti i costi, in spregio alla natura e a dispetto delle norme di tutela ambientale e paesaggistica.

Alla montagna basterà la nuova legge?

Valter Giuliano

L’Italia ha una nuova legge sulla montagna: “Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane. Legge 12 settembre 2025, n.131”.
Si spera venga applicata a differenza della precedente“ Nuove disposizioni per le zone montane”, n.97/1994, buona, ma mai messa in pratica.
L’auspicio e che non si tratti dell’ennesima azione di propaganda governativa.
Ne è principio informatore l’assunto: «La crescita economica e sociale delle zone montane costituisce un obiettivo di interesse nazionale». Ciò è dovuto «in ragione della loro importanza strategica ai fini della tutela e della valorizzazione dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi, della tutela del suolo e delle relative funzioni ecosistemiche, delle risorse naturali, del paesaggio, del territorio e delle risorse idriche e forestali, della salute, delle attività sportive, del turismo e delle loro peculiarità storiche, artistiche, culturali e linguistiche, dell’identità e della coesione delle comunità locali, anche ai fini del contrasto della crisi climatica e demografica e nell’interesse delle future generazioni e della sostenibilità degli interventi economici».

Il provvedimento prevede lo stanziamento di circa 200 milioni di euro all’anno, per il triennio 2025-2027, da destinare a una serie di interventi nei territori montani. Le risorse, secondo il testo approvato, andranno a finanziare servizi essenziali come la sanità e l’istruzione, con incentivi specifici per medici, operatori sanitari e insegnanti disposti a lavorare nei comuni montani. Ulteriori fondi saranno indirizzati ad agricoltura, mobilità, infrastrutture digitali e turismo, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita degli abitanti e rendere più attrattivi territori che negli ultimi decenni hanno sofferto di spopolamento e marginalizzazione.

Uno degli elementi centrali della legge è la definizione normativa di “montagna”, che stabilisce criteri precisi per individuare i comuni beneficiari delle misure. Una scelta che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe evitare la dispersione di risorse in territori non effettivamente montani e garantire una distribuzione più mirata dei fondi.
Ad occuparsene, una specifica Commissione composta da sei esperti. In rappresentanza delle Regioni Davide Genna, Pietro De Camillis, Valentina Fiore; per l’ UPI (Unione Province Italiane) Michele Artusato; per l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) Tiziano Maffezzini e Mariano Allocco.
Compito di costoro sarà stabilire, con Istat, i criteri di montanità e pendenza per definire i "nuovi" Comuni montani. La classificazione servirà per il riparto del fondo montagna e per gli incentivi previsti dalla legge, tuttavia non toglierà quella storica che prevede l'esenzione dal pagamento Imu dei terreni nei Comuni finora montani. Per le sue ricadute è realistico immaginare scatenerà una battaglia all’ultimo sangue per non perdere privilegi.

I commenti dell’Uncem, della Cipra e del mondo ambientalista
Dal Presidente dell’Uncem (Unione Nazionale dei Comuni e Enti  Montani) – che è stata peraltro esclusa dalla Commissione di cui abbiamo appena parlato – arriva un giudizio sostanzialmente positivo.

«La legge - commenta Marco Bussone - contiene una serie di provvedimenti interessanti, ma che devono essere concretizzati con quindici decreti attuativi che sarà importante realizzare presto, per evitare di fare la fine della precedente normativa nazionale sulla montagna, la legge n.97 del 1994, che ne era sprovvista e perciò è rimasta nel limbo delle buone intenzioni. Un altro elemento sul quale è necessario e urgente intervenire è il sistema degli Enti Locali, il tessuto istituzionale, che finisce per essere fragile in numerose parti d’Italia. Abbiamo bisogno di un sistema istituzionale rinnovato che lavori insieme per sviluppare quanto è scritto nella legge».

L’associazione sottolinea che la legge lascia aperte due grandi sfide: la governance e le risorse. Per la sua efficacia, dopo le riforme delle Province e delle Comunità montane, sono necessarie istituzioni di governo forti, capaci di coordinare le diverse programmazioni già in atto: Aree Interne, Gal, Green Communities.
Le risorse inoltre risultano insufficienti se rapportate all'intero territorio nazionale.
Sono rimaste quelle previste nella legge di bilancio 2021 dalla ministra Gelmini e dal precedente Governo.

«Da 200 milioni di euro si può salire – suggerisce il Presidente Uncem – anche attivando risorse dalle concessioni idroelettriche, autostradali e delle attività estrattive. La montagna non vuole più regalare risorse. Bisognerà dunque intervenire in legge di bilancio per aumentarne le risorse, affinché tutte le regioni abbiano un fondo per la montagna e una normativa sulla montagna. È un aspetto importante, perché troppe Regioni, in particolare del centro e del Mezzogiorno, non hanno un’adeguata normativa sulla montagna e non prevedono adeguati investimenti».

La Cipra (Commissione Internazionale per la Protezione delle Regioni Alpine, di cui la Federazione fa parte) è stata più critica, segnalando come sia assente: «un adeguato riferimento agli effetti che i cambiamenti climatici stanno avendo e avranno sull’ambiente, sull’economia e sulla società montana, così come una concreta attenzione all’effettiva implementazione delle misure proposte».

Inoltre sottolinea come risultino completamente assenti tre ambiti strategici:
1. Piani di adattamento climatico, fondamentali per rispondere agli impatti ambientali e socio-economici nelle Alpi, dove le temperature sono già aumentate di 2°C, il doppio rispetto alla media dell’emisfero settentrionale;
2. Piani di manutenzione territoriale, strumenti necessari per prevenire il dissesto e promuovere una gestione sostenibile delle risorse;
3. Partecipazione attiva delle comunità locali, che dovrebbero avere un ruolo chiave nelle decisioni territoriali.

Il legislatore sembra aver del tutto ignorato l’evoluzione che si produce oggi sulle nostre Terre Alte con le Green Communities, le Associazioni Fondiarie su base volontaria, gli Accordi e i Contratti di Foresta e di Fiume...
«Ma il vero nodo critico – sottolinea la Cipra che in questo si trova in sintonia con Uncem – resta l’assenza di una chiara visione sull’assetto istituzionale dei Comuni montani: senza un soggetto in grado di coordinare servizi, investimenti e progettazione, è difficile parlare di sviluppo sostenibile e di reale capacità di risposta alla crisi climatica».

Dal mondo ambientalista salgono le preoccupazioni per alcune norme inserite nella legge. E se dal ddl è scomparsa in fase di conversione in legge quella che prevedeva la possibilità di gestire il lupo tramite abbattimenti anticipando l’eventuale recepimento del declassamento della specie avvenuto a livello europeo negli scorsi mesi (che peraltro l’Italia non sarebbe obbligata ad attuare), allarma la cancellazione del divieto di caccia nei valichi montani con la conseguenza di scardinare le tutele agli uccelli migratori (vedi approfondimento a parte NdR).

Alle reazioni a caldo e alle prime impressioni non si può però omettere la parte che la legge lascia in sospeso e che non è affatto indifferente alla sua reale applicazione. I decreti attuativi cui rimanda la legge rappresentano nel nostro Paese una consuetudine che spesso ha impedito alle leggi la possibilità di essere applicate. Nodi contorti che in sede legislativa non si riescono a sciogliere, si demandano e spesso si rimandano, senza certezza alcuna che alla fine i problemi rinviati trovino soluzione.

Una storia segnata dalle difficoltà
Il futuro della montagna non dipende solo da fondi e incentivi, ma da regole e scelte politiche capaci di leggere davvero la realtà dei territori. Un obiettivo che ci si è posti spesso ma che non è mai stato realmente raggiunto. La politica italiana ha, infatti, più volte tentato di dare una cornice organica alla questione montana, ma non è mai riuscita a produrre risultati davvero efficaci e duraturi. Si parte con la legge 991 del 1952, aggiornata nel 1971, che ha cercato di rafforzare gli interventi a favore delle zone alpine e appenniniche, ma i fondi stanziati sono finiti dispersi in mille rivoli, senza incidere e soprattutto senza essere in grado di fermare l’emorragia di persone dalle terre alte e dalle aree marginali, così ben documentata, cinquant’ anni fa dai due saggi di Nuto Revelli Il mondo dei vinti (Einaudi, 1977).
Poi è arrivata la legge n. 97 del 1994, la cosiddetta “legge sulla montagna”, che riconosceva peculiarità e specificità a questi territori, aprendo la strada a misure di sostegno economico e istituzionale. Tuttavia, anche quel tentativo si rivelò parzialmente inefficace a causa della mancanza di finanziamenti stabili e in una dimensione amministrativa frammentata tra Stato e Regioni.
La stessa mancanza di continuità nei fondi ha caratterizzato gli anni Duemila, con l’attenzione concentrata sul concetto delle aree interne e sui programmi di coesione territoriale legati alla episodicità dei fondi europei.

Si è aggiunta, nel 2013, la Strategia nazionale per la montagna italiana (SNAMI).
La nuova legge introduce misure e fornisce strumenti amministrativi e finanziari per realizzarla e non resta che augurarle buona fortuna. Essa offre, peraltro, lo spunto per alcune riflessioni sul futuro delle aree montane, per molti versi assimilabili a quelle cosiddette marginali.

La droga degli “eventi” e le esclusioni programmate
Ieri Torino 2006, oggi Milano – Cortina 2026: ci sono occasioni nelle quali i territori fuori dalle aree metropolitane in senso stretto (non in quello amministrativo) tornano utili e per un attimo vedono le luci della ribalta
La metropoli lancia il suo nome-marchio-logo, ma poi ha bisogno del contesto territoriale fatto delle valli che sino a quel momento ha marginalizzato e sfruttato, ad esempio per le riserve idriche potabili o per la produzione delle energie pulite.

«Finita la festa gabbato lu Santo» e ciò che è marginale torna ad esserlo, bruciato dall’illusione di poter diventare finalmente partecipe dei destini comuni. È una storia che si ripete da tempo.
Subito dopo il chiarore si attenua sino a svanire del tutto e tornano le condizioni di marginalità. Ricollocati ai margini e abbandonati al loro ineluttabile destino, come di recente scritto, nero su bianco, nelle righe del documento governativo “Strategia Nazionale Aree Interne”, che interessa buona parte dei territori montani insieme alle aree cosiddette marginali, il quale ha evidenziato una strategia di abbandono nei loro confronti. La struttura demografica compromessa, l’impossibilità che queste aree possano porsi l’obiettivo di inversione di tendenza (chi lo ha deciso?), sono motivi sufficienti per abbandonarle al loro destino, predisponendo per loro un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato destino.
Somiglia un po’ a una resa incondizionata, una dichiarazione di impotenza, di rinuncia della politica a svolgere il ruolo cui è chiamata; in definitiva, di incapacità .
Ma è anche la rinuncia a perseguire – e questo è di gravità assoluta – i contenuti di una Carta costituzionale sulla quale i Ministri e il Presidente del Consiglio hanno giurato.

Per alcuni territori si decreta l’eutanasia, l’accompagnamento alla morte.
Si decide a tavolino, per alcune aree in difficoltà, un intervento chirurgico per tagliarle fuori dalla programmazione e dalla politica nazionale, uccidendo ogni speranza per chi le abita. Quasi si trattasse di estirpare un cancro.

Dove sono finiti gli art 3, 44 e 119 della Costituzione? Chi è disposto a tollerare la palese rinuncia al diritto all’eguaglianza, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale; alla necessità di un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante; alla individuazione di risorse aggiuntive e risorse speciali per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e solidarietà sociale; per rimuovere gli squilibri economici e sociali; per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona; per attuare misure atte a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’ insularità? E mentre si discute in Parlamento di una nuova legge sulla montagna che fine farà l’articolo della Costituzione che stabilisce provvedimenti a favore delle zone montane? La Strategia non verrà loro applicata? O lo sarà a macchia di leopardo, decidendo chi deve essere lasciato a se stesso?

Leggendo il documento governativo la prima reazione è stata di stupore, di incredulità; poi sono subentrate rabbia e indignazione.
Una condanna senza speranza, come fossimo davanti a tessuti cancerogeni da estirpare chirurgicamente. Come sia possibile poter pensare di escludere una fetta così importante del Paese dalle prospettive di progresso di un'intera nazione è inspiegabile. Tanto più se l'allucinante proposta Giunge da un governo che si riempie la bocca, a giorni alterni, del concetto stesso di orgoglio nazionale e patriottico, sviluppa narrazioni che pongono al centro le eccellenze del "made in Italy", che in gran misura giungono proprio dai territori extra urbani.
La gaffe il Governo fu costretto a rimangiarsela in fretta, ma resta rivelatrice di un pensiero che emargina chi non ce la fa, distante dai valori costituzionali di inclusione.
Ma la realtà rimane. E se questa è una scelta che ripudiamo, altre occorre immaginarne. E che siano praticabili. Possono esserlo i grandi eventi, o sono bolle evanescenti, iniezioni di stupefacenti che durato l’attimo del loro effetto? Vogliamo una montagna drogata?

Calza perfettamente l’occasione olimpica. Si prepara Milano Cortina 2026, ma in Piemonte si pagano ancora i debiti finanziari e i danni ambientali delle sconsiderate scelte fatte per Torino 2006.
Ieri come oggi, gli ingenti investimenti per i trampolini del salto e la pista di bob spacciati come impianti a disposizione delle squadre per i futuri allenamenti. In Valle di Susa non si è mai vista nessuna squadra, né hanno avuto successo immaginifiche ipotesi di riconversione, al punto che per la pista di bob si sono dovuti trovare nuovi finanziamenti per smantellarla e i trampolini restano a futura memoria dell’ignavia umana.
La montagna che periodicamente cade nell’illusione di poter costruire il suo futuro sui cosiddetti eventi è rimasta con il cerino in mano.
Intanto per le Olimpiadi lombardo-venete che le roboanti dichiarazioni dei “ Governatori”, al momento dell’assegnazione dei Giochi, assicuravano sarebbero state a completo carico delle finanze e degli imprenditori regionali, ci sono già costate una bella cifra, messa a disposizione dal Governo (cfr Giuseppe Pietrobelli, Un montagna di soldi, Paper First, 2025). La spesa pubblica per le sedi di gara è lievitata dai previsti 204 milioni di euro a 945. La previsione di costo per le spese organizzative valutata in un miliardo e mezzo a carico dei privati è salita a due miliardi, dei quali 400 milioni sono stati stanziati dal governo Meloni per ripianare i prevedibili debiti. Soldi delle nostre tasse. Alla faccia degli Zaia e dei Fontana, che nel momento dall’aggiudicazione dei Giochi esultavano dichiarando il costo a zero. Siamo già a 7 miliardi… Per non dire dell’altra clamorosa falsità: «Non sono necessarie nuove infrastrutture di trasporto». Cinque miliardi di cemento, tondini di ferro e asfalto per ponti, strade, parcheggi, la gran parte dei quali (per una spesa stimata in tre miliardi) non saranno pronti per le Olimpiadi. Intanto la famigerata pista da bob che ha massacrato un prezioso patrimonio forestale verrà utilizzata senza essere completata, affidata provvisoriamente ai Comuni che dovranno stipulare gravose assicurazioni per cautelarsi da eventuali malfunzionamenti.

No. Non è questa la montagna che può darsi un futuro. Questa è la montagna che continua a essere sfruttata con risorse esogene che nulla lasciano in eredita se non scempi ambientali, economici e sociali.

Alternative possibili
Nello scenario prima evocato è arrivato il Rapporto Montagna Italia 2025. Delinea, in contrappunto, nuove visioni, che prospettano possibilità di investire producendo economia e lavoro per una nuova comunità abitante i territori montani, basata su innovazione energetica (Green community), eccellenze agroalimentari sostenibili, nuove tecniche, materiali e tecnologie dell'abitare, educazione e formazione allo sviluppo durevole, processi di comunicazione immateriale e infrastrutturazione comunicativa (telelavoro, telemedicina...), formazione alla gestione dei beni rinnovabili (acqua, foreste, risorse minerarie...), offerta qualificata di turismo e tempo libro, strutture sanitarie e socioassistenziali di prossimità territoriale adeguate, da consolidare dopo l'avvio con fondi PNRR.

Secondo il Rapporto, tra il 2019 e il 2023 il numero di residenti in aree al di sopra dei 600 metri di altitudine è cresciuto di 100 mila unità, pari a + 9,1%. Tra il 2011 e il 2023 il Pil della montagna italiana è cresciuto del 30%, arrivando a 10,6 miliardi di euro.
Dati ragguardevoli. Effetto della crisi climatica, della ricerca di una migliore qualità del vivere, e dei sostegni all’insediamento con il PNRR.

Perché simili prospettive – ormai ad una avanzata fase di elaborazione teorica e a un altrettanto convincente stadio progettuale – possano essere accolte come possibili sfide di futuro vi è la necessita che vengano fatte proprie, con uno sforzo collettivo, da tutta la comunità nazionale. A cominciare dalla politica che, altrimenti, cosa ci sta a fare? A cosa serve se è solamente gestione dell'ordinario, rassegnata al declino senza capacità alcuna di visione verso prospettive di inclusione, in un disegno comune capace di delineare il domani, indicare le tracce da seguire e infine percorrerle?

Coinvolgere, condividere, offrire una strategia di largo orizzonte e di lunga durata, in uno sforzo collettivo sono elementi fondamentali e fondanti per avviare e sviluppare una riconversione radicale che ammetta il Paese, nessuno escluso, verso prospettive di sviluppo armonico ed equilibrato, in linea con le conoscenze che prospettano la necessità di realizzare davvero – non solamente nelle intenzioni, ma nei fatti – linee programmatiche di progresso sostenibile e durevole.
Per sua natura non possiamo pensare che questo possa essere realizzato da una coalizione di destra guidata da un partito che fa riferimento a tutt'altri valori. Purtroppo riflettono in gran parte gli stessi programmi politici che hanno animato la dittatura di inizio Novecento e che hanno portato l'Italia allo sfascio. Da lì arrivano le infelici frasi scritte nella Strategia. Non sono affatto un lapsus, ma hanno espresso l'intenzione di chi le ha pensate.

Consentite un finale velenoso. In cauda venenum: c’è da augurarsi che nel periodo olimpico non scenda nemmeno un fiocco di neve. Così magari tutti si renderanno conto anche dei cambiamenti climatici che continuano a negare progettando e investendo in nuovi impianti, buoni solo a deturpare le terre alte delle nostre Alpi. E a continuare a fare business sulle spalle della montagna e dei montanari che ostinatamente continuano a volerla abitare.

Un hotspot di biodiversità nell’Appennino Centrale

di Pierangelo Crucitti, Stefan Rodrigo von Kempis, Edoardo Di Russo, Nicolò Pellecchia, Luca Tringali

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In assenza di politiche di transizione all’elettrico, in Italia al 2030 la produzione del settore auto potrebbe essere dimezzata

di Aquila Reale

Sentiamo spesso dire che la transizione all’auto elettrica sarebbe un danno per la produzione italiana. In realtà l’industria dell’auto italiana è in crisi da tempo, anni prima che le auto elettriche si affacciassero sul mercato, e questo per deliberate scelte industriali ed economiche dell’unico produttore presente nel Paese, non certo a causa di dinamiche di mercato o per la concorrenza cinese. Ma c’è di più. Secondo il parere di esperti del settore, se la filiera dell’auto del nostro Paese non si decide a convertirsi all’elettrico, potrebbe subire un ulteriore ridimensionamento. È quanto emerge da un recente studio commissionato a un gruppo di economisti della Scuola Superiore S. Anna di Pisa e del Centro Ricerche Enrico Fermi di Roma da Transport and Environment (T&E) e da ECCO, un “think tank” italiano, indipendente e senza fini di lucro, dedicato alla transizione energetica e al cambiamento climatico, come loro stessi si definiscono nel proprio sito.

Lo studio sostiene che senza adeguate politiche industriali e incentivi mirati alla transizione verso la mobilità elettrica, al 2030 il valore della produzione del comparto potrebbe registrare un calo del 56-58%, per un valore stimato fino a 7,49 miliardi di dollari. È il costo della cosiddetta “inazione”, cioè il non fare nulla mentre gli altri, a livello globale, vanno avanti spediti in questa direzione. Lo studio indica una serie di iniziative da intraprendere, tra le quali le principali sarebbero dal lato della domanda quella di accelerare l’elettrificazione delle flotte aziendali, mentre dal lato della produzione servirebbero incentivi fiscali e un calo dei costi dell’energia, ottenibile attraverso il ricorso alle fonti rinnovabili, da implementare in parallelo.

In proposito, Andrea Boraschi, Direttore di Transport and Environment Italia, ha dichiarato: “La crisi dell’industria dell’auto in Italia ha radici lontane e, contrariamente a quanto spesso si vuol far credere, parte da molto prima dell’avvento dell’auto elettrica. Che invece rappresenta la frontiera verso la quale si muove l’industria globale, il presente e il futuro della mobilità privata. Resistere alla transizione è una strategia perdente. L’Italia deve garantire un quadro regolatorio e fiscale stabile che favorisce l’elettrificazione, e dare sostegno mirato all’industria per lo sviluppo di tutte le tecnologie strategiche lungo la filiera, premiando direttamente la produzione come stanno facendo, con successo, negli USA”.

A sua volta, Massimiliano Bienati, Responsabile delle politiche dei Trasporti di ECCO, ha rimarcato: “Le conseguenze socioeconomiche dei ritardi nella transizione del settore automotive in Italia sono evidenti già oggi. Nella trasformazione del mercato globale dell’auto, il dibattito politico e pubblico dovrebbe uscire dal paradigma della neutralità tecnologica e sviluppare un piano industriale di rilancio del comparto fondato sull’innovazione e la ricerca verso l’elettrico. Politiche e misure dovranno essere coerenti e allineate con gli obiettivi di decarbonizzazione europei e del piano di rilancio competitivo del settore. Incentivare la domanda e stimolare investimenti nell’innovazione di prodotto e di processo per produzioni di veicoli elettrici e componenti Made in Italy deve diventare una priorità nazionale”.

Secondo questo studio, senza una strategia di progressiva elettrificazione e senza una spinta all’innovazione la produzione di auto è destinata a diminuire, con ovvie conseguenza sulla tenuta dell’occupazione e sulla competitività del sistema paese. Il rischio è di innescare una spirale negativa con conseguenze nefaste sull’intera economia nazionale. In questo scenario, lo studio valuta anche diversi livelli di coinvolgimento dello Stato, a suon di soldi pubblici, per riassorbire i lavoratori espulsi dal cosiddetto automotive, lungo tutta la filiera di produzione, con un impatto potenzialmente devastante per le casse pubbliche.

Nell’ipotesi più ottimistica, quella che ipotizza una maggiore capacità del sistema economico di riassorbire i lavoratori in esubero, quindi con una minore necessità di intervento dello Stato, l’analisi registra comunque una perdita di valore della produzione di 7,24 miliardi di dollari e la perdita di oltre 66 mila posti di lavoro, dei quali un terzo diretto e due terzi nell’indotto, con una stima di costo di 510 milioni di dollari per le finanze pubbliche per coprire la cassa integrazione.

Nello scenario peggiore, i posti di lavoro diretti persi sarebbero 30 mila, più altri 64 mila indiretti, con il costo della cassa integrazione destinato a lievitare intorno ai 2 miliardi di dollari, pari al doppio di tutta la spesa pubblica stanziata nel 2022 per l’assistenza ai disoccupati di tutti i comparti.

Cifre che mettono i brividi e che dovrebbero indurre a mettere da parte tutte le resistenze ideologiche e le pressioni delle lobbies dell’auto e del petrolio per avviare un processo di riconversione necessario e non più rinviabile, se vogliamo evitare il tracollo del nostro sistema industriale ed economico, l’emarginazione competitiva del nostro Paese e l’impoverimento di una larga fetta della popolazione.