Ferdinando Boero
Con l'insediamento della prima Commissione Von Der Leyen sembrava che l'Unione Europea avesse visto la luce: misure come il Green Deal Europeo e il Next Generation EU avevano come obiettivo la transizione ecologica, e non solo a parole. Il concetto di salute unica si stava imponendo, cambiando anche significato alla parola welfare: il benessere umano e quello della natura sono la stessa cosa. Non ci possono essere umani sani in una natura malata e, quindi, è nostro interesse che la natura sia in buono stato. Cifre consistenti furono investite per cambiare i nostri sistemi di produzione e consumo, orientandoli verso la sostenibilità. Basta fossili, basta plastica, basta nucleare: bisogna uscire dall'era della combustione e passare alle rinnovabili, attraverso una transizione ecologica che passava attraverso la transizione energetica ed alimentare, con il perseguimento di un'economia circolare. L'economia lineare che vede le risorse diventare rifiuti, deve essere abbandonata, con il riciclo e il riuso. Gli stessi concetti furono espressi da Papa Francesco con la sua Laudato Si'.
I paesi europei, dopo essersi combattuti per secoli, dopo un lungo periodo di non belligeranza e di blandi accordi congiunti, a parte la moneta, decisero di unirsi davvero per combattere un nemico comune: il degrado ambientale, l'inquinamento, il riscaldamento globale, la distruzione della natura. Invece di vedere la natura come qualcosa al nostro servizio, da saccheggiare, finalmente ci si rende conto di non poter continuare ad abusare delle sue risorse, minandone l'integrità, e anche la sua bellezza, che Von der Leyen decantò come un valore imprescindibile.
Dopo la crisi del COVID-19 le cose andarono ancor meglio, paradossalmente. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci assegnò una quantità spropositata di denaro, in parte a fondo perduto e in parte a prestito, ma a tassi di interesse molto inferiori rispetto a quelli che paghiamo per ottenere soldi in prestito con i buoni del tesoro. La ripartenza dopo la crisi pandemica era un'occasione da non perdere e, nelle sue finalità, c'era proprio la transizione ecologica.
Purtroppo l'occasione di attuarla davvero, attraverso lo sviluppo di tecnologie volte alla sostenibilità, l'avevamo persa già molto tempo prima. I cinesi, infatti, dopo aver giocato il ruolo di operai nella fabbrica globalizzata (producendo le merci che prima producevamo noi, come operai nelle nostre industrie) si impegnarono seriamente in ricerca e sviluppo, investendo in innovazione e, dopo un po', realizzarono prodotti di alta qualità e iniziarono a produrli, facendoci concorrenza, prima di tutto con le auto elettriche. I cinesi hanno prodotto in proprio, per decenni, merci di scarsissima qualità (quelle che ancora troviamo nei negozi "dei cinesi"), imitando le merci ideate in occidente ma prodotte sempre da loro, nelle fabbriche aperte in Cina da imprenditori occidentali. Con il perseguimento di ricerche volte all'innovazione tecnologica, i cinesi hanno sviluppato anche prodotti di prim'ordine. Noi no.
Le nostre auto elettriche sono poco competitive rispetto alle loro, sia nella qualità sia nel prezzo. L'industria automobilistica è uno dei pilastri dell'economia europea. In Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Italia, Svezia, Romania ci sono fabbriche che producono le auto europee. Subiscono la concorrenza giapponese e coreana ma l'arrivo dei cinesi e del loro elettrico ha spiazzato l'Europa in modo drammatico. Quello che un tempo era il continente dell'innovazione e della scienza, ora pare abbia perso il suo potenziale. Paradossalmente l'investimento più rilevante del PNRR sarà la costruzione della nuova diga del porto di Genova. Il motivo per costruirla è semplice: i cinesi stanno adoperando navi sempre più grandi per portare da noi le merci che producono e che ci vendono. Se non vogliamo restare senza merci dobbiamo adeguare la portualità alle navi dei cinesi. La sostenibilità non si instaura producendo merci sostenibili ma... importandole. I cinesi hanno capito che la sostenibilità è un affare e hanno una posizione di preminenza anche nella produzione di pannelli solari e pale eoliche. Hanno i materiali necessari per costruirle e quindi le possono produrre in modo competitivo. L'Europa non ha questi materiali e non ha investito in tecnologie innovative che non ne facciano uso o che siano in grado di recuperarli in un processo circolare che non ne richieda di sempre nuovi. Così siamo diventati completamente dipendenti da produttori esteri.
Le ricchezze mobilitate per far fronte alla crisi del COVID-19, tra cui il nostro PNRR, avrebbero potuto essere investite in innovazione, e invece no.
Cambio di rotta
Nel frattempo si è presentata un'occasione ghiottissima, per le industrie che non puntano alla sostenibilità e che basano la loro fortuna su modalità produttive obsolete: la guerra. L'invasione dell'Ucraina, prima nella sfera d'influenza russa, contrappone la Russia con l'Europa occidentale e offre uno spiraglio per la rivitalizzazione dell'industria europea: la riconversione delle industrie dal civile al militare. Prima mascherata con le utilizzazioni duali (produzioni utili sia a scopi civili sia militari), l'industria pesante si può ora convertire senza ipocrisie verso la produzione di armi. Con enormi spese di denaro pubblico che viene sottratto al welfare, a favore del warfare.
La stessa von der Leyen, abbandonato il Green Deal, parla ora di Rearm Europe, una formula subito mutata in Readiness 2030. Il bello è che l'Europa, intesa come singoli stati membri, spende già molto di più della Russia in armamenti, ma lo fa in modo disconnesso: ogni paese per sé. Inspiegabilmente, la soluzione proposta non è di ottimizzare queste spese, fare un unico esercito europeo che funga da deterrenza, risparmiando anche i soldi di armamenti singoli invece che congiunti. Se si facesse questa scelta le industrie belliche venderebbero meno, e forse è questo il motivo di questa scelta di frammentazione: se ognuno corre agli armamenti in modo sconnesso rispetto agli altri, l'industria bellica guadagna di più. Tanto il denaro che la sostiene è pubblico!
Le distopie diventano realtà
Raccontata così, la storia recente dell'Europa sembra uno scenario da fantascienza distopica, macchiata di complottismo, dove una entità malvagia, tipo la Spectre dei romanzi di Jan Fleming, trama per conquistare il mondo. Il 1984 di George Orwell prende vita e, anche se non è stato formalmente istituito, il Ministero della Paura, intriso di retorica bellicista, sembra coordinare tutte le leve dell'informazione: dobbiamo essere pronti a fronteggiare gli attacchi dei nostri nemici. Si parla della necessità strategica del Ponte sullo Stretto di Messina per permettere l'evacuazione della Sicilia in caso di un "attacco da sud". Si sta trasmettendo il messaggio, in modo martellante, che siamo circondati e che siamo esposti alla violenza altrui: dobbiamo armarci fino ai denti. Persino la fauna diventa una minaccia che mina la nostra sicurezza, con titoli allarmanti, tipo: La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne.
Il nuovo corso bellicista vede il primo e unico ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, passare alla testa di Leonardo, una fabbrica che sviluppa sistemi di difesa, un eufemismo per dire: armi. Prima di fare il ministro, Cingolani è stato direttore dell'Istituto Italiano di Tecnologie. L'aspettativa era che sotto la sua guida le tecnologie sarebbero state funzionali alla transizione ecologica. E invece i suoi sforzi ora sono nel campo della difesa, e la sua azienda non è mai andata così bene. Chi fabbrica armi fa affari d'oro in tempi di guerre, anche solo minacciate.
Gli stessi politici che predicavano la transizione ecologica, da von der Leyen a Cingolani (diventato un politico avendo accettato il ruolo politico di ministro), si sono convertiti alle armi.
Alle Conferenze delle Parti che dovrebbero definire politiche volte alla sostenibilità partecipano innumerevoli lobbisti dell'industria fossile. Il loro ruolo è di garantire gli interessi del fossile e, quindi, di ostacolare la transizione ecologica, visto che questo metterebbe fuori mercato i combustibili fossili.
I media, dalle televisioni ai giornali, sono in mano a queste aziende, con rare eccezioni, e usano la penetrazione mediatica per influenzare l'opinione pubblica. Chi parla a favore dell'ambiente è "ideologizzato" e appartiene alla "lobby green". Come se chi ha a cuore la salute unica disponesse di enormi risorse, in grado di influenzare i decisori, anche con la corruzione. Chi manifesta contro queste politiche è un ecoterrorista.
Che fare?
I movimenti ambientalisti e la comunità scientifica che studia l'ambiente sono ingenui. Pensano che la salvaguardia dell'ambiente sia talmente fondamentale da non avere connotazione politica. Chi potrebbe mai pensare di segare il ramo su cui siede, per poi precipitare nel vuoto? L'ottusità di chi detiene il potere mediatico e economico, però, è oltre ogni immaginazione. Donald Trump vince le elezioni con lo slogan "drill baby drill": drill vuol dire trivella. Il messaggio è: trivelliamo i fondali marini per estrarre petrolio. E in una dichiarazione recente ha negato il cambiamento climatico, accusando i sostenitori della transizione ecologica di rovinare l'economia. Non pago di trivellare i fondali, ora esige anche il petrolio di altri stati, un tempo formalmente sovrani, come il Venezuela, e le petroliere che trasportano petrolio venezuelano vengono requisite in alto mare dalle forze speciali. Ricomincia la guerra di corsa.
Questa smania per il petrolio, assieme alla negazione del cambiamento climatico, significano solo una cosa: il paese più potente del mondo non intende rinunciare alla vecchia economia basata sulla combustione, e cerca di appropriarsi di quante più risorse fossili possibile, per continuare ad usarle. La transizione ecologica, la sostenibilità e la sensibilità verso l'ambiente sono archiviate e si instaura la legge del più forte.
Ancora: che fare?
Gli argomenti li abbiamo. Il nostro ministro della protezione civile, ad esempio, ha detto che il paese non ha più fondi per far fronte ai disastri ambientali causati da eventi climatici sempre più intensi e frequenti e ha consigliato gli italiani di assicurarsi. Basta protezione pubblica: arrangiatevi. Questo significa che i costi di non fare scelte sostenibili sono insostenibili. Tutto il contrario di quel che ci raccontano. Ma l'accesso a tribune da cui dirlo è sempre più difficile. Le reti sociali potrebbero esserlo, ma queste sono sempre più controllate da chi sostiene politiche contrarie alla sostenibilità.
Chi chiede di perseverare nelle politiche di sostenibilità e di trovare vie negoziali per risolvere le questioni che potrebbero causare guerre, viene accusato di "stare col nemico" oltre che essere un "catastrofista". Chi dice che i russi invaderanno l'Europa occidentale, arrivando a Lisbona accusa di catastrofismo chi avverte che la situazione climatica ci è sfuggita di mano. Situazioni ipotetiche (l'invasione russa, o quella da sud) sono spacciate come più reali di situazioni reali: il cambiamento climatico.
La Società Ecologica degli Stati Uniti decenni fa si rese conto di questi problemi, visto che si manifestarono molto tempo fa, e che oggi sono tremendamente impellenti. Pe risolverli iniziò una campagna di convincimento dei politici statunitensi. La campagna ebbe un enorme successo e Al Gore, il vice presidente di Bill Clinton, pubblicò un libro e realizzò un film con lo stesso titolo "An inconvenient truth" (una verità sconveniente). La verità sconveniente è che il cambiamento climatico è un'emergenza per la sicurezza della nostra specie. Con questi prodotti Gore vinse sia il Premio Nobel per la Pace, sia l'Oscar per il miglior documentario. Gore si presentò alle elezioni a presidente degli USA quando Bill Clinton arrivò a fine mandato, e le perse: il vincitore fu dichiarato George W. Bush, che aveva fatto campagna elettorale con una motosega con cui tagliava alberi per "pulire" un appezzamento di terreno.
Questo fatto portò ad una nuova, anche se banale, consapevolezza: non bisogna convincere i politici, bisogna creare consapevolezza nel popolo che li sceglie con il voto.
Un problemino...
Pro Natura, ovviamente, è un movimento ambientalista apartitico e non intende fornire indicazioni di voto ai suoi simpatizzanti. I nostri obiettivi sono semplici: un pianeta sano per un'umanità sana, in cui i rapporti tra i popoli siano regolati dalla forza della trattativa e del buon senso, e non dalla paura delle armi. Ci conforta trovare conferma nelle parole di autorità religiose come Leone XIV, che non possiamo che sottoscrivere. Eccone alcune:
«…come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi invece di alimentare odio e vendetta?» — dichiarazione pronunciata da Papa Leone XIV rivolgendosi ai partecipanti alla Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO), stigmatizzando la propaganda pro-riarmo e denunciando la logica della supremazia militare. «La gente… è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti» — stesso contesto, ribadendo la critica alla spesa per gli armamenti rispetto agli investimenti sociali. «Non c’è spazio per l’indifferenza o la rassegnazione» — frase con cui Leone XIV ha sottolineato l’urgenza di un impegno attivo contro il cambiamento climatico: «Il creato sta gridando attraverso inondazioni, siccità, tempeste e caldo implacabile… ignorare queste persone significa negare la nostra comune umanità.»
Bisogna chiedere ai politici che si presenteranno alle elezioni di schierarsi su questi argomenti, e scegliere di conseguenza. Purtroppo le forze politiche che si rifanno alle esortazioni papali sono poche, anche se molte si dichiarano esplicitamente cristiane, per poi perseguire visioni tutt'altro che cristiane.
Papa Francesco, con la sua Laudato Si', chiese la conversione ecologica. Noi non abbiamo bisogno di convertirci, perché predichiamo da sempre che la supremazia logica dell’ecologia rispetto al resto del nostro agire: non ci possono essere società ed economie sane in una natura malata.
La transizione ecologica, evocata dal Green Deal a seguito della conversione ecologica, è stata bruscamente interrotta. Dobbiamo impegnarci perché questo cammino di ravvedimento riprenda. Conversione ecologica significa un diverso rapporto con la natura e con le risorse, per coltivare il sogno di una riconciliazione con la natura e con l’uomo.
Fin quando questo non sarà compreso sarà una continua rincorsa a produrre e a ricercare fonti nuove di approvvigionamento di materie e di energia, alimentando nuovi conflitti e uno sfruttamento della biosfera oltre le sue possibilità di rinnovamento. Non è sufficiente una migliore tecnologia se non ne modificheremo in modo decisivo le modalità di utilizzo.
Forse per la prima volta in modo cosciente, è necessario fare dei passi indietro. Non sarà una decrescita felice, un improbabile ritorno alla natura di tipo Rousseauiano, ma dovrà essere uno sviluppo con il riequilibrio demografico, uno sfruttamento razionale delle risorse, il disegno di una diversa visione di futuro. Dovrà essere una riconciliazione tra noi e la natura e per quanto possibile una riconciliazione tra persone e popoli. La parte obesa dell’umanità, quella che consuma oltre ogni limite, dovrà mettersi a dieta, per la sua stessa salute.
Abbandonare le specificità
I movimenti ambientalisti dicono queste cose da sempre, ma costituiscono una costellazione molto eterogenea, con scopi solo parzialmente sovrapposti. Se gli scopi fossero identici ci sarebbe soltanto un'associazione, e invece ce ne sono tantissime, ognuna gelosa della propria identità e della propria storia. Questa frammentazione è deleteria per le cause ambientaliste e porta a irrilevanza politica.
Mai come in questo momento storico si rende necessaria un'azione incisiva che veda l'unione e non la frammentazione di chi predica il welfare, anche perché il pubblico, in generale, è contro l'aumento di spese militari, possibile solo con la diminuzione di spese per servizi essenziali come quelli relativi alla salute, all'istruzione e alla ricerca. Esiste uno scollamento tra le proposte dei politici e il sentire della maggior parte della popolazione ma, apparentemente, non esistono proposte politiche solide che si oppongano a quello che nessuno vuole: il passaggio dal welfare al warfare.
I presidenti di tutte le associazioni ambientaliste, assieme ai presidenti di tutte le società scientifiche, dovrebbero tentare un coordinamento che porti ad un'iniziativa comune che li veda tutti riuniti, con i loro aderenti, e che chiami al confronto i presidenti e i segretari di tutte le forze politiche. Per mettere tutti a fronte delle loro responsabilità e per eliminare ogni ambiguità. Chi vuole aumentare le spese belliche lo deve dire in chiaro, e deve dire dove intende prendere quelle risorse. E chi si oppone a questo deve fare proposte alternative solide e responsabili. Non basta dire no, E i cittadini devono chiamare i politici che hanno eletto a relazionare sul loro operato, mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Magari con l'aiuto del Papa, unendo pacifisti e ambientalisti.
Abbiamo già arsenali in grado di annientare ogni traccia di civiltà, a che serve costruire ancora più armi? La patologia bellicista va curata con la democrazia, sperando che la maggioranza della popolazione sia ancora non contagiata.
Pareva che i tempi stessero cambiando, ma i signori della guerra, invece che morire, come si augurava Robert Zimmermann, Nobel per la letteratura, hanno ancora il timone della storia e possiedono anche le reti sociali, e gran parte dei media, per direzionare il sentire popolare, contro la verità, spacciando notizie false.
Possiamo noi restare a guardare? Come minimo dovrebbe essere nostro dovere smentire le falsità e indicare vie d'uscita, per far prevalere la ragione contro la prevaricazione. Le vie d'uscita le conosciamo, abbiamo la strada della sostenibilità oramai ben tracciata. Sarà la coltivazione dell'ottusa stupidità delle masse a prevalere, o si riuscirà a far prevalere la ragione? Vale la pena tentare, e non bastano gli articoli come questo a farla prevalere.