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Le previsioni meteorologiche

Alessio Genovese

 

La meteorologia e le previsioni del tempo sono uno degli argomenti sicuramente più dibattuti nel corso della giornata da parte della maggior parte delle persone. Ci interessa sapere se pioverà, se farà freddo, se farà caldo, se ci sarà il sole, etc, etc. L'importanza dell'argomento è tale che spesso, se ci facciamo caso, lo si accenna anche solo come intercalare o per iniziare una conversazione con i nostri interlocutori. L'argomento, probabilmente, ha assunto ancora più rilevanza con i cambiamenti climatici degli ultimi due o tre decenni, quando si è iniziato ad affrontare con maggiore attenzione ed insistenza il tema del Global Warming, ma anche grazie alla diffusione dei social e soprattutto dei vari siti web e delle relative app. Se negli anni '80 e '90 del '900 l'interesse del cittadino comune probabilmente si limitava alle veloci esposizioni dei vari Bernacca, Baroni e Caroselli e di rubriche come “Che tempo che fa”, oggi possiamo avere aggiornamenti meteo minuto per minuto. Se l'interesse è rilevante per le nostre abitudini quotidiane e per la pianificazione della singola giornate o addirittura delle ferie, in realtà in pochi sanno come vengono elaborate le previsioni del tempo.

Ha poco senso e rischierebbe di risultare molto confusivo il ripercorrere le molteplici tappe della storia della meteorologia. Potremmo partire dai Babilonesi passando per il Medioevo, fino ai tentativi di accostamento con l'astrologia, etc, etc. Oggi quasi tutte le previsioni vengono elaborate da potenti calcolatori i quali, utilizzando delle equazioni fisico-matematiche, simulano i movimenti dell'atmosfera partendo da una fotografia attuale, una sorta di lag 0.

Le radici dell'attuale meteorologia le possiamo collocare attorno alla metà del XX secolo quando l'avvento dei calcolatori dà vita ai primi rudimentali e sperimentali modelli fisico-matematici, per intenderci gli antesignani degli attuali ECMWF, GFS, UKMO, GEM, etc, etc, tutti modelli globali (per lo più a bassa risoluzione) che simulano i movimenti di tutta la colonna dell'atmosfera (troposfera e stratosfera) partendo da dati attuali come quelli della pressione, della temperatura, del vento, dell'umidità, etc. Per fare questo si avvalgono di radar e di tutta una serie di centraline e boe sparse per il pianeta. Ovviamente tali centraline non sono diffuse capillarmente allo stesso modo in tutto il pianeta e questo se vogliamo è già uno dei primi nodi da sciogliere per poterci avvicinare a delle previsioni globali le più possibile accurate. Per fare un esempio, almeno fino a qualche anno fa, i modelli hanno spesso mostrato una certa difficoltà nell'inquadrare con precisione le discese di aria fredda provenienti dall'estremo nord Europa e dalla Siberia. Questo probabilmente per varie ragioni che vanno dalla difficoltà di calcolo dei moti antizonali e del peso dell'aria fredda per finire al fatto che in tali zone sono più carenti le centraline e boe in grado di fornire informazioni accurate ai calcolatori. L'elemento forse più importante rispetto alla difficoltà dei modelli fisico-matematici nel raggiungere la perfezione nelle previsioni sta nel fatto che l'atmosfera è un sistema “caotico”, difficilmente prevedibile con delle equazioni, ed un piccolo errore di calcolo nel breve tempo (facciamo 2/3 giorni) può trasformarsi in un errore significativo nel lungo periodo (oltre i 5/6 giorni).

A questo punto, fatta questa premessa di carattere generale, occorrerebbe concentrarsi da una parte sulle previsioni meteorologiche del breve periodo (per intenderci quelle che sentiamo nei notiziari meteo dei mass media oppure che vediamo nelle app che scarichiamo nei nostri smartphone) e dall'altra sulle previsioni a lungo periodo che forse è più opportuno chiamare tendenze. Per quanto concerne le prime occorre prendere in considerazione i cosiddetti LAM (Local Area Model) cioè i modelli ad alta risoluzione che prendono in considerazione una porzione di territorio ristretta. In sostanza è come se, partendo dalle mappe dei modelli globali di cui sopra, andassimo a prendere una lente di ingrandimento approfondendo in maniera più precisa ciò che avviene nella porzione presa in considerazione. Di fatto tali LAM sono i fautori delle previsioni meteo che chiunque può vedere andando ad aprire i vari siti specializzati che troviamo in internet. Il fatto che un sito o un app abbia previsto determinate precipitazioni in maniera più o meno accurata può dipendere proprio dalla performance del LAM di riferimento. Tale performance a sua volta, oltre alla bontà o meno con cui è stato realizzato il LAM, è condizionata anche dalla performance del modello globale preso a riferimento. ECMWF e GFS sono considerati i due modelli migliori al mondo sia come precisione che come servizi forniti. Con piacere possiamo affermare che il modello migliore in assoluto è quello ECMWF, il quale è finanziato dall'Unione Europea e dopo la Brexit, tra l'altro, ha trasferito una delle sue sedi principali dall'Università di Reading al Tecnopolo di Bologna. È molto difficile poter dire con esattezza fino a quanti giorni di distanza può arrivare l'affidabilità di un modello anche perché quest'ultima può variare da periodo a periodo. I modelli possono inquadrare bene alcune situazioni atmosferiche arrivando magari ad essere altamente precisi fino o oltre i 7 giorni, e meno bene altre situazioni dove già oltre i 3 o 4 giorni la previsione è poco attendibile. Merita una menzione specifica l'Aeronautica Militare la quale, concentrandosi in prevalenza su previsioni limitate a non più di 2/3 giorni, si avvale in buona parte di sistemi di calcolo tradizionali ed indipendenti come il lancio di palloni sonda per registrare le variazioni della pressione atmosferica.

Si apre un mondo a parte che richiederebbe un'attenzione specifica che magari avremo in altre occasioni, se si prendono in considerazione le tendenze meteorologiche, cioè quelle che vanno oltre i 10/15 giorni fino a spingersi a più mesi (le cosiddette previsioni stagionali). Questo è forse il principale ambito di interesse di centinaia, o forse migliaia, di appassionati di meteorologia che, chi più, chi meno, tutti i giorni si confrontano in pagine e pagine interessanti sui vari forum specifici consultabili in rete. Alcuni di questi forum sono ospitati all'interno dei siti meteo più conosciuti, altri invece sono nati spontaneamente dalla passione e competenza di alcuni amatori che pur svolgendo altri lavori, dedicano allo studio della materia molto tempo arrivando anche a fornire un contributo scientifico importante alla materia.

I modelli globali da alcuni anni a questa parte stanno concentrando sempre maggiori risorse a queste tendenze meteorologiche ed anche in questo specifico ambito il più accurato è ECMWF. Parallelamente, i principali entri di meteorologia mondiale stanno sviluppando dei calcolatori che si basano sull'intelligenza artificiale che pare rappresentare il futuri anche di questo ambito scientifico. Ad ogni modo ad oggi le performance di questo ultimi sistemi di calcolo sono ancora inferiori a quelle incentrate sui sistemi tradizionali e probabilmente occorrerà ancora qualche anno per una reale affermazione.

Avanti con la deregolamentazione della caccia

Mauro Furlani

 

La caccia, come ormai chiaro a tutti, compresi agli stessi cacciatori rimasti, è un’attività irreversibilmente in declino, così come molte altre legate ad un antico mondo rurale e arcaico quasi definitivamente tramontato, almeno come lo conoscevamo fino a qualche decennio fa.
Al pari di altre attività, come il gioco del bracciale o a quello del tiro della ruzzola, il destino sembra segnato. Lo dimostra la diminuzione inesorabile dei praticanti, ormai rarefatti e più che dimezzati in pochi anni.
A poco può servire il tentativo di rendere la caccia più attrattiva, legandola ad un romantico rapporto con la natura, addirittura cercando di propagandarla come uno strumento in grado di ristabilire condizioni ecologiche in equilibrio.
Tutte le indagini statistiche dimostrano in modo chiaro che tale attività è invisa a gran parte della popolazione. Ciò non significa che l’attività venatoria abbia perduto la capacità di focalizzare su di sé alcuni settori sociali, e attrarre appetiti politici i quali tentano, con ogni mezzo, di rianimare un’attività basata su una tradizione superata, che pur tuttavia continua ad alimentare significativi interessi economici.

La stessa raccolta di firme, avviata dalla Fondazione Cappellino e a cui la Federazione ha aderito insieme a numerose Associazioni, per chiedere la modifica radicale del ddl 1552 in discussione in Senato, in pochi giorni ha raccolto oltre 150 mila firme.
Nonostante il costante declino di cacciatori, siamo a contrastare il tentativo di modificare in modo radicale e in senso estremamente peggiorativo per la fauna e l’ambiente naturale la Legge quadro 157 del 1992, che disciplina l’attività venatoria e il prelievo venatorio.
Se non vi fosse stata la denuncia da parte delle Associazioni ambientaliste alla Presidenza della Repubblica, sollevando la questione all’opinione pubblica, la proposta di legge sarebbe stata inserita all’interno della Legge di Bilancio 2025 e votata insieme ad essa, senza alcuna discussione.
Anche se questo tentativo maldestro è stato sventato, non lo è quello di portare in Aula una legge che, se approvata, ci riporterebbe ad una caccia molto antecedente rispetto ad oggi.

In realtà un paio di modifiche, di non poco conto, della 157/92 sono già state approvate, quasi alla chetichella. La prima, passata insieme alla Legge sulla Montagna, riguarda la possibilità di cacciare sui valichi montani. Le Regioni, infatti, potranno definire su basi cartografiche i valichi, equiparandoli a zone speciali di conservazione; ciò non significa un divieto di caccia come è attualmente, ma una sua regolamentazione. Si tratta di una modifica particolarmente odiosa perché permette l’abbattimento di animali spesso stremati da lunghi tragitti migratori e costretti per ragioni orografiche e passare nei punti più bassi e qui abbattuti. La seconda modifica, votata insieme Legge di Bilancio appena pochi giorni prima di Natale, ha riguardato la trasformazione delle Aziende Faunistiche Venatorie in vere e proprie imprese individuali o collettive, in cui la fauna selvatica, al pari di una qualsiasi merce, diviene un patrimonio sfruttabile con finalità lucrative. Questo principio contraddice uno dei cardini della 157/92, che sancisce la fauna selvatica patrimonio indisponibile dello stato; non più dunque res nullius ma res pubblica.

Non vogliamo entrare nel merito di una discussione etica, del valore e del significato della caccia oggi, ci preme tuttavia sviluppare alcune riflessioni sulle proposte di modifica che, a nostro parere, sono particolarmente gravi, tecnicamente inaccettabili e fortemente in contraddizione culturale con l’art.9 della Costituzione, in particolare con le recenti modifiche apportate.
La nostra totale contrarietà a questa proposta di legge riguarda sia il piano scientifico e di conservazione di un patrimonio pubblico che quello relativo alla sicurezza per altri cittadini che fruiscono, per motivi non venatori, degli ambienti naturali. 
Già con l’attuale normativa, l’attività venatoria, soprattutto agli ungulati, in particolare la caccia in braccata al cinghiale, è causa di un numero di decessi e di feriti particolarmente elevato. Durante la stagione venatoria 2024-25 gli incidenti di caccia furono 62, con un totale di ben 14 morti; nel corso dell’attuale stagione, al 30 novembre, circa metà stagione, si sono già verificati 7 incidenti mortali. Alcune delle vittime di caccia, peraltro, sono persone che non stavano esercitando attività venatoria.
Una qualsiasi attività, cosiddetta sportiva, qualora avesse avuto un così elevato numero di vittime, sarebbe stata regolamentata con norme molto più restrittive, forse addirittura abolita. Nessun amministratore di buon senso, se nella propria città gli incidenti automobilistici aumentassero, con ordinanza concederebbe una deregolamentazione del traffico e un incremento del limite di velocità.
Al contrario, la proposta di legge in discussione in parlamento, oltre ad estendere i tempi e il numero di specie oggetto di prelievo, consente la caccia in aree da decenni vietate.

Sarebbe decisamente troppo lungo affrontare punto per punto le numerose modifiche che la proposta di legge prevede. Alcune di esse, qualora venissero accolte dal Parlamento, renderebbero questa legge, certamente devastante per la fauna, offensiva al sentire comune e molto più pericolosa per tutti coloro che vivono gli ambienti naturali senza imbracciare un fucile, come agricoltori, escursionisti, cercatori di funghi, ciclisti ecc.
La sola modifica del titolo stesso dell’attuale Legge 157/92 “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” con l’introduzione del concetto di “gestione”, nobilita la caccia ad una sorta di stabilizzatrice ambientale, in cui i cacciatori divengono quasi dei tecnici esecutori di una pianificazione ambientale in molti casi da loro stessi effettuata. 
Una gestione faunistica sottoposta alle pressioni del mondo venatorio, addirittura lasciata in mano ad esso, ha creato una serie di problemi ambientali spesso irreversibili e talvolta di difficile soluzione. La gestione del cinghiale e la sua proliferazione ne è un esempio.
Raramente sono evidenziate le cause e le colpe dell’aumento del numero di cinghiali, enfatizzando solo i danni che essi causano a talune colture agricole o il pericolo causato da una loro frequentazione delle aree urbane periferiche.
Tuttavia le colpe ci sono e riconducibili in gran parte ad una dissennata gestione di questa specie da parte del mondo venatorio, sostenuto dalle pubbliche amministrazioni, spesso attente al consenso procurato da una politica accondiscendente.
L’immissione massiccia negli anni per finalità venatorie di individui provenienti dall’est Europa (Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia), ne è la causa principale.
Individui più massicci e prolifici rispetto alle forme autoctone, insieme ad incroci talvolta effettuati con il maiale domestico, il foraggiamento dei branchi hanno determinato la situazione a tutti ben nota. Come se non bastasse il recente declassamento del lupo, la cui principale dieta è proprio il cinghiale, e possibili piani di abbattimento del predatore, completeranno il quadro.
Quanto avvenuto con il cinghiale non si discosta molto dai danni prodotti con l’immissione di lepri di allevamento, oppure con specie di provenienza estera e comunque differente rispetto alla italica. Pensare oggi di conferire alla caccia il ruolo di ripristino di uno squilibrio ambientale da essa stessa prodotto è un modo antitetico rispetto alla strada che bisognerebbe seguire.
Ci fermiamo qui seppure si potrebbe continuare con altre specie.

Ci saremmo aspettati, da parte del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica guidata da Pichetto Fratin, se non una netta opposizione almeno una resistenza; al contrario, onde evitare un possibile contrasto, l’ organo tecnico-scientifico del Ministero, l’ ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale), rischia di subire un forte controllo politico, avendo posto alla sua guida non già una figura tecnica, come sempre in passato, ma una figura politica (si veda l’articolo in questo numero di “Natura e Società”).
ISPRA è stato peraltro fortemente indebolito scientificamente ed esautorato dal fornire parere vincolante sulla variazione delle specie cacciabili a vantaggio di un riesumato Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale (CTFVN), formato quasi esclusivamente di rappresentanti di associazioni venatorie. (si veda più avanti l’organigramma del Comitato)
Le specie cacciabili potranno essere individuate con “decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'Agricoltura e delle Foreste, d'intesa con il Ministro dell'Ambiente”. Le Regioni inoltre potranno discordarsi dai pareri di ISPRA e del CTFVN, introdurre nuove specie cacciabili e soprattutto estendere il periodo di caccia anche durante i periodi migratori. L’Unione Europea ha più volte sanzionato l’Italia e aperto procedure di infrazione nei suoi confronti proprio per non avere rispettato adeguatamente queste normative europee.
Le modifiche, tutte ampiamente peggiorative, richiederebbero uno spazio molto più ampio per una loro discussione puntuale e certamente anche una analisi di tipo tecnico-giuridico in cui non si è in grado di addentrarci. Citeremo solo alcune modifiche previste dal ddl 1552 che danno l’idea del livello di deregolamentazione a cui si potrebbe andare incontro.
L’attuale normativa fa esplicito divieto di esercitare la caccia in terreni in parte o totalmente coperti di neve. Questa limitazione è stata resa necessaria per non sommare la maggiore mortalità naturale dovuta a condizioni climatiche sfavorevoli al prelievo venatorio in un momento di maggiore vulnerabilità. Ebbene, la nuova proposta di legge all’art. 14 consente la caccia agli ungulati anche in terreni interamente coperti di neve, oltre che la caccia in braccata al cinghiale. 
Sempre in relazione alla caccia agli ungulati, il ddl concede la possibilità di utilizzare strumenti ottici e optoelettronici per la caccia di selezione, dunque visori elettromagnetici, ad esempio infrarossi non visibili all’occhio umano, specificando - bontà loro – “purché non destinati ad uso militare”.
Si prevede la modifica degli articoli 3 e 4 della Legge 157 con la reintroduzione dell’uccellagione e la crudele pratica di utilizzo di richiami vivi. Non meno grave, è la pianificazione venatoria in aree demaniali, da sempre precluse all’attività di caccia. Ciascuno in qualsiasi realtà può facilmente individuare le aree demaniali dove la caccia potrà essere esercitata.
Nelle foreste e nelle praterie demaniali, da sempre precluse alla caccia, anche i livelli di allerta degli animali e le loro distanze di fuga sono minori rispetto ad altre aree.  Si immagini, inoltre, l’aumento del rischio a cui potrebbero incorrere coloro che fruiscono da sempre di queste aree per altri motivi che non siano venatori.
Volendo proseguire questa veloce carrellata di modifiche negative che il ddl 1552 prevede, Ad aggravare ulteriormente il quadro è la possibilità estendere il periodo di caccia oltre il limite attuale su parere delle Regioni, così come la possibilità da parte di imprenditori agricoli o conduttori di fondi di abbattere animali nei propri terreni o addirittura esercitare la caccia con il falco o con l’arco senza alcuna licenza, riportandoci a privilegi storici rinascimentali.
Un principio importante sancito dalla 157/92 è il divieto al nomadismo venatorio. Il legame del cacciatore al proprio territorio ha l’obiettivo di responsabilizzare il cacciatore sulle condizioni faunistiche nelle aree in cui egli esercita la caccia. Così come l’obbligo di scelta tra la caccia vagante e quella da appostamento fisso consente una migliore pianificazione dell’attività. Ebbene questi due obblighi sono stati aggirati e resi meno efficaci e stringenti.
L’equiparazione dell’abilitazione venatoria di qualsiasi paese dell’UE consentirà di esercitare la caccia in Italia a tutti i residenti dell’Unione Europea, addirittura dello Spazio Economico Europeo.

In conclusione il disegno di legge annunciato con soddisfazione già da maggio dello scorso anno dal Ministro Lollobrigida durante un dibattito pubblico con il Presidente di Federcaccia, deregolamenta di fatto l’attività venatoria, riportandola a periodi superati da decenni, concedendo in aggiunta la possibilità di utilizzare tecnologie attuali.
Probabilmente, il Ministro proponente, prevedendo che tali modifiche avrebbero creato un istintivo rigetto e ostilità da parte dell’opinione pubblica, ha previsto sanzioni molto più aspre anche nei confronti di coloro che ostacolano le attività cosiddette di controllo sulla fauna.
Per quanto accennato e per molto altro, la Federazione nazionale Pro Natura, insieme e moltissime altre Associazioni ha aderito alla raccolta di firme promossa dalla Fondazione Cappellino per contrastare questa che senza dubbio sarebbe la peggiore legge sulla caccia che l’Italia abbia avuto da molti decenni a questa parte. Speriamo che almeno le centinaia di migliaia di firme raccolte possano far recedere il Governo dal portare avanti questa scellerata riforma.
Il pericolo, come accaduto con la modifica dello status delle Aziende Faunistiche Venatorie, e per altri punti della Legge, è una modifica della 157/92, portata avanti non con un unico colpo di mano, come con il ddl 1552, ma in modo subdolo, a piccoli passi, alla chetichella, onde evitare l’opposizione sia parlamentare che  dell’opinione pubblica.

Il Genocidio di Gaza è anche Ecocidio

Riccardo Graziano

 

“Ma nelle città di questi popoli che l’Eterno, il tuo Dio, ti da come eredità, non conserverai in vita nulla che respiri” Deuteronomio 20:16

“E votarono allo sterminio tutto ciò che era nella città, passando a fil di spada, uomini, donne, fanciulli e vecchi, e buoi e pecore e asini.” Giosuè 6:21

La maggioranza dell’opinione pubblica si è da tempo resa conto che la persecuzione e il massacro dei palestinesi è un vero e proprio genocidio, come denunciano da tempo molte ONG, a partire da Amnesty International e, soprattutto, come ha certificato la Commissione internazionale indipendente delle Nazioni Unite d'inchiesta sul territorio palestinese occupato, che ha indagato i crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano a Gaza, le aggressioni in Cisgiordania a opera dei coloni illegali e le politiche dell’attuale governo di Tel Aviv.

Questo già configura gli estremi di un Crimine contro l’Umanità, ma purtroppo sta accadendo qualcos’altro di estremamente grave, seppure meno noto all’opinione pubblica, perché Israele sta mettendo in atto anche un ecocidio, qualcosa per cui dovremmo forse prevedere una nuova categoria di reato, quella dei Crimini contro il Pianeta.

Lo hanno reso noto, fra gli altri, l’esperto di suolo Paolo Pileri e la giornalista freelance Sara Manisera, con due articoli ben documentati ripresi dalla newsletter di Salviamo il paesaggio, a cui rimandiamo per approfondimenti.

La FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di agricoltura e alimentazione, ha infatti denunciato che l’esercito israeliano ha intenzionalmente distrutto il 90% dei campi coltivabili della Striscia di Gaza, rendendo di fatto impossibile la sussistenza per i superstiti dell’atroce massacro scatenato da Israele come rappresaglia per l’attacco terroristico di Hamas contro dei civili inermi.

I bombardamenti su Gaza, nei quali si stima siano state usate 25.000 tonnellate di esplosivi, hanno ucciso oltre sessantamila persone – un terzo delle quali bambini – distrutto quasi tutti gli edifici compresi gli ospedali, cancellato le infrastrutture e devastato i terreni agricoli, fonte di sussistenza indispensabile per una popolazione di fatto isolata dal mondo. Come ha efficacemente detto qualcuno, Gaza era già un gigantesco campo di prigionia a cielo aperto, ora è diventato un campo di sterminio.

La popolazione viene vessata e massacrata in qualunque modo, dai colpi dei cecchini al blocco degli aiuti alimentari, con crudeltà scientifica. E lo stesso viene fatto all’ambiente, con inquinamento, perdita della biodiversità e campi resi non coltivabili. Il terreno compattato dai cingoli dei blindati non consente la penetrazione dell’acqua piovana nelle falde, con conseguente ruscellamento ed erosione della superficie fertile. L’enorme quantità di esplosivi utilizzati ha prodotto contaminazione da sostanze tossiche persistenti e dispersione di polveri inquinanti, senza contare il rischio di imbattersi in ordigni inesplosi, fra i campi come in mezzo alle rovine urbane. Si calcola che solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resti coltivabile, 232 ettari contro i quindicimila di prima della guerra.

Come riporta Pileri, questo disastro rientra pienamente nella condizione di “ecocidio” come definita qualche anno fa da un gruppo di esperti, ovvero quell’insieme di “atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Con “grave” – chiarisce Pileri - si intende “un danno che implica cambiamenti avversi molto significativi, distruzione o deterioramento di qualsiasi componente dell’ambiente, incluse le gravi ripercussioni sulla vita umana, o sulle risorse naturali, culturali o economiche”; con “diffuso” si intende “un danno che si estende oltre una limitata area geografica, valica i confini nazionali o è patito da un intero ecosistema o specie, o da un gran numero di esseri umani”; con “duraturo” ci si riferisce a “un danno che è irreversibile o che non può essere sanato in maniera naturale in un periodo di tempo ragionevole”. Tutte casistiche riscontrabili nella situazione di Gaza e volutamente provocate da Israele, che anche per questo dovrebbe essere condannato e sanzionato dalla comunità internazionale, che invece ha sostanzialmente lasciato fare. Secondo Pileri, il nostro Paese dovrebbe introdurre nella legislazione il reato di ecocidio, cosa che tornerebbe utile anche per perseguire alcuni disastri ambientali di casa nostra.

Ma non è tutto.

Mentre combatteva nella Striscia di Gaza, ci dice Sara Manisera dalle pagine del suo blog, l’esercito israeliano ha pompato acqua salata nel suolo (danneggiando le falde acquifere e rendendo sterili i campi) e sradicato migliaia di ulivi, una pianta longeva e simbolica da queste parti, quasi sacra. Uno dei tanti, feroci sistemi con cui Israele tenta, anche fisicamente, di tagliare le radici del popolo palestinese. Non per nulla i “coloni” ebrei ultra ortodossi si insediano illegalmente nelle terre dei palestinesi, rubando progressivamente i loro campi, i pascoli, uccidendo il bestiame, addirittura segando le tubature per l’irrigazione e sigillando i pozzi col cemento armato, come denunciato dal bellissimo e tragico documentario “No other land”, premiato con l’Oscar nel 2025. Tutto in nome della sicurezza di Israele, naturalmente, un mantra ripetuto ossessivamente dal governo di Tel Aviv e da quelli di (quasi) tutto l’Occidente, mentre chi critica queste aggressioni viene immancabilmente etichettato come “antisemita” e magari anche “fiancheggiatore dei terroristi”.

Nei giorni del massacro della popolazione civile di Gaza e degli attacchi dei coloni in Cisgiordania, ci dice sempre Sara Manisera, l’esercito israeliano oltre a sradicare ulivi coi bulldozer, ha anche ucciso del bestiame e bombardato una banca di semi. Erano una minaccia allo Stato di Israele? Un pericolo per la sua sopravvivenza? Certamente no, ma erano sicuramente qualcosa di strategico: per la sopravvivenza dei palestinesi, però. Proprio quella che Israele sta cercando di minare dalle fondamenta, distruggendo tutto, anche le testimonianze archeologiche, la cultura, la memoria collettiva, per cancellare ogni indizio dell’esistenza dei palestinesi su quelle terre e nella Storia. E distruggendo anche i semi, per impedire la rinascita.

Genocidio ed Ecocidio, appunto.

Per dirla con le parole di Manisera “È la rappresentazione visiva dell’ecologia della guerra. Ogni forma di vita — umana o non umana — che appartiene all’indigeno, diventa un potenziale nemico. Una risorsa da sottrarre, uno spazio da depredare, una memoria da cancellare. Il non umano, l’ambiente, la terra, diventano strumenti del progetto coloniale in Palestina. La colonizzazione, la guerra e la resistenza in Palestina sono anche — e soprattutto — un conflitto ecologico. Un conflitto che si materializza attraverso l’espropriazione della terra, dell’acqua, delle risorse naturali.”

Già nel 2003 – ci ricorda ancora Manisera – era accaduto qualcosa di simile durante la guerra in Iraq: gli USA distrussero una banca di semi autoctoni, di varietà perfettamente adattate al clima locale, vietando al contempo agli agricoltori di riprodurre i propri semi e costringendoli a comprare quelli distribuiti dalle multinazionali che dominano il mercato delle sementi e dei fitofarmaci.

Distruggere le coltivazioni locali, il suolo e le sementi vuol dire togliere le possibilità di sopravvivenza a un popolo, o in alternativa costringerlo a dipendere dagli aiuti umanitari o dalle logiche speculative delle multinazionali e degli Stati colonialisti, un modo per ipotecare il loro futuro e renderli economicamente schiavi.

Al contrario, conclude Manisera citando le parole di una coltivatrice di Ramallah, “Fare il nostro cibo è una forma di liberazione”. Ovvero, in Palestina come altrove, difendere il suolo, i semi e – aggiungiamo noi - l’Ambiente in generale, è una forma di resistenza e resilienza, la volontà e la forza di immaginare e costruire un futuro diverso, giusto, libero e di pace

La pace e la guerra

Una riflessione pubblicata come premessa nel volume “Europa: la pace e la guerra”, ESI, Napoli 2025*

 

Giovanni Cordini

 

Il tema scelto per il convegno promosso dall’Istituto Internazionale di Studi Europei “Antonio Rosmini”, nell’anno 2024 per il 62mo convegno internazionale annuale in Bolzano, ridotto in estrema sintesi, è stato proposto con il titolo “L’Europa: la pace e la guerra”. Si tratta di una riflessione che, di recente, sembra essere tornata al centro dell’interesse scientifico come dimostrano, limitando le citazioni ad alcuni recenti incontri: il convegno tenutosi il 23 maggio 2024 all’Università di Roma Tre sul tema “Il problema della guerra e le vie della pace”;  la scelta dell’Associazione di Diritto Pubblico Comparato ed Europeo che, nell’agosto dello scorso anno svolse il convegno annuale avendo proposto come argomento: “Costituzionalismo, declinazione del principio pacifista e conflitti armati”; il convegno XXIX Seminario Urbinate sul tema “Le ragioni della pace e le ragioni della guerra” del Settembre 2022; il seminario “Pace e Guerra” svoltosi presso l’Università Cà Foscari di Venezia il 7 giugno 2022 e sarebbero molte altre le iniziative che si potrebbero citare ma, per il ragionamento che ne voglio trarre queste sono già sufficienti. I temi della pace e della guerra, dunque, sono considerati, a giusto titolo, attuali e rilevanti. La scelta di affrontare questo argomento trovava giustificazione nell’esigenza di offrire un contributo inteso a considerare diversi profili del tema in argomento, secondo il tradizionale metodo interdisciplinare seguito nel corso degli incontri dell’Istituto Internazionale di Bolzano, ove alle relazioni introduttive svolte da studiosi appartenenti a differenti ambiti scientifici segue sempre un dibattito a cui possono intervenire tutti i partecipanti e il pubblico. L’attualità del dibattito sui temi della pace e della guerra non è data solo, a parere dei promotori del convegno, da recenti vicende che occupano le cronache internazionali: a) l’aggressione militare dell’Ukraina da parte della Russia ha provocato uno scontro per il quale, lo scorso anno, nella Sua pregevole relazione il Professore Giulio Chiodi parlava, a giusta ragione, di “Europa lacerata”; b) l’irrisolto conflitto arabo-israeliano in Medio Oriente, ricondotto in primo piano in ragione dell’indiscriminato attacco terroristico di Hamas in territorio israeliano lungo il confine della “Striscia di Gaza” del 7 Ottobre 2023 e della conseguente pesantissima e indiscriminata risposta militare israeliana nella “Striscia di Gaza” e in Libano; c) l’estensione di questo pericoloso confronto militare all’IRAN d) i persistenti conflitti armati che rendono quantomeno precaria la stabilità costituzionale di diversi Paesi in Asia, nelle Americhe e nel continente africano. Ben può dirsi che, all’indomani del secondo conflitto mondiale, le ragioni della pace, proclamate come universali, non sono risultate sempre convincenti per tutti. Di conseguenza, molti Paesi, si sono trovati coinvolti in guerre o costretti ad affrontare scontri armati, rivolte, attacchi terroristici, conflitti tribali. Le “vie della pace” alle quali s’intese ricondurre ogni dinamica internazionale, dopo l’immane tragedia della seconda guerra mondiale, sono risultate difficili da perseguire e da rendere convincenti per i detentori del potere, per tutti i popoli e per tutti gli Stati del Globo. Quel conflitto mondiale, per la prima volta nella storia, coinvolse pesantemente anche le popolazioni civili provocando tra i 40 i 50 milioni di vittime. Dopo di allora tutti i successivi conflitti regionali hanno interessato anche uomini, donne e bambini che non facevano parte degli eserciti o delle milizie che si confrontavano in armi. I conflitti hanno avuto per protagonisti non solo gli Stati, con le rispettive forse armate, ma anche altri soggetti in armi, talora dotati di notevole capacità di reazione.

Il concetto di “guerra totale”, ora, sembra imporsi senza alcun rispetto per i patti e le convenzioni internazionali. L’illusione di una “pace universale” che avrebbe dovuto essere assicurata da un nuovo ordine internazionale globale presidiato dalle Nazioni Unite non ha trovato corrispondenza nella realtà contingente per cui l’idea stessa di una comunità internazionale regolata dal diritto e fondata su principi universalmente condivisi è apparsa debole: i fatti e la realtà del conflitto la mettono costantemente in discussione per cui la legittimazione dei fori internazionali viene messa in discussione e le grandi potenze tendono a sottrarsi ad ogni regola e giudizio, soprattutto ove siano in gioco interessi consistenti ed importanti influenze politiche e territoriali.

Per la prima volta nel corso della storia, oggi, sembra farsi luce la consapevolezza e il conseguente timore del rischio universale che incombe su tutti noi in ragione del fatto che i concetti di equilibrio e di  deterrenza nucleare sono più deboli e che, tra coloro che rivestono primari ruoli istituzionali o che hanno delle responsabilità di alto profilo nei ranghi militari, non mancano quanti tendono, sempre più, a fare un espresso riferimento alla concreta possibilità di una “guerra nucleare”, pur essendo essi stessi del tutto consapevoli degli effetti planetari irreversibili prodotti dal totale annientamento dei rispettivi popoli e della possibilità di provocare, in fatto, la fine dell’umano consorzio.

Nel tempo presente, riesce sempre più evidente, che i conflitti in atto rendono manifesta l’inerzia a cui, nei fatti, è costretta l’Assemblea dell’ONU e la debolezza di tutto il sistema internazionale incentrato sulle Nazioni Unite, nonostante le risoluzioni votate, le iniziative promosse dal segretario generale e i numerosi proclami che vi vengono enunciati. L’impossibilità di reagire, con efficacia, di fronte alle minacce terroristiche, il proliferare di gruppi armati, taluni supportati e finanziati da Stati che li utilizzano per alimentare la tensione internazionale e la concreta assenza di qualsiasi prerogativa efficace per convincere gli Stati a contenere le reazioni militari al fine di non coinvolgere la popolazione civile e quanti sono indifesi avverso ogni intervento armato, tutto questo, dimostra non solo la fragilità del sistema di relazioni tra Stati e popoli che avrebbe dovuto arginare tali pericoli ma anche la caducità di numerose dichiarazioni di principi che vennero declamati come universali e furono iscritti solennemente nei testi costituzionali fondativi degli Stati moderni.

Altri, in questo stesso contesto, hanno messo in evidenza i notevoli arretramenti che il riarmo può comportare per le politiche ambientali e per le politiche sociali, in generale, sia in Europa che nel resto del Mondo. Di questo rischio si erano mostrati consapevoli anche i redattori dei principi enunciati nella “dichiarazione di Rio del 1992”. A tale riguardo l’articolo 24 della Carta affermava: “La guerra è intrinsecamente distruttiva per lo sviluppo sostenibile. Gli Stati pertanto dovranno rispettare le leggi internazionali assicurando la tutela dell’ambiente nei periodi di conflitto armato e, se necessario, collaborare nelle fasi successive”. La realtà del tempo presente ci mostra quanto siano distanti da questi propositi i fatti che contraddistinguono i conflitti armati che sono in atto in varie parti del Globo terrestre, proprio mentre noi dibattiamo. 

La risposta militare, spesso sproporzionata, messa in atto da coloro che si sentono, se pure con qualche fondamento, direttamente minacciati, non potrà consentire alla comunità internazionale di esercitare un ruolo incisivo per favorire, in concreto, l’avvio di un dialogo costruttivo. Riesce, perciò, particolarmente utile, per una comunità di studiosi, interrogarsi sulle ragioni che alimentano questa nefasta prospettiva e sui temperamenti che si potrebbero mettere in atto per scongiurare il pericolo, sempre più consistente e globale, rappresentato, nel tempo presente, da ogni conflitto armato.

 

*G. CORDINI (a cura di), Europa: la pace e la guerra, ESI, Napoli 2025, pagg. 278 con scritti di: M. AYUSO, G. BAJ, G. BATTISTI, J. BENTZ, H. BULCSU, J. CAYON PENA, D. CASTELLANO, G. M. CHIODI, C. DOUNOT, F. FEDERICI, D. FUSCHI, R. DI MARCO, P. MACCHIA, J. OCHMANNC. PEREZ DEL VALLE, C. REVEILLARD, M. SANFILIPPO, P. SAVARESE, F. TAMASSIA, P. VELEZ.

USA e petrolio: una strada senza uscita

Valter Giuliano

 

Gli Stati Uniti trumpiani ben rappresentano le tendenze del capitalismo colonialista che stenta a farsi da parte. Anzi, torna prepotentemente di attualità.
Per qualcuno siamo addirittura precipitati più indietro nel tempo, alla teoria mercantilista nata nell’Europa moderna, con la rinuncia ai principi del capitalismo liberale e la messa in atto un neocolonialismo predatorio.
Gli Stati Uniti sembrano aver ingaggiato una lotta, per appropriarsi delle risorse limitate del pianeta, che regola i rapporti economici anche con il ricorso alla forza e alla violenza.
Se il capitalismo liberale comporta l’idea di un’espansione senza limiti, paradossalmente la consapevolezza dei limiti della crescita sta attivando quella che lo storico francese Arnaud Orain ha definito “il capitalismo della finitudine” (Le monde confisquè. Essai sur le capitalisme del la finitude / XVIe – XXI siècle, Flammarion 2025),
Il pensiero ecologico non serve a monito per consumare meno e meglio, a perseguire l’economia circolare, a gestire accuratamente il capitale natura, ma lo si interpreta come necessità di accaparrarsi la maggior quantità di risorse a scapito degli altri.
Dimenticando che un simile atteggiamento non dà una soluzione stabile al problema ma semmai può solo procrastinare l’inevitabile collasso del sistema finito del pianeta a cominciare dalla nostra specie. Se si guarda all’oggi delle grandi potenze che intendono dividersi il mondo, nasce lo spettro di un ritorno al mercantilismo colonialista, con buona pace dell’Adam Smith che con La ricchezza delle nazioni sosteneva la necessità di uscirne per eliminare dai rapporti economici internazionali il ricorso alla violenza e alla sopraffazione.
Se teniamo buoni questi presupposti ben si comprende come il negazionismo climatico, con la dichiarazione secondo cui la crisi climatica sarebbe solamente un imbroglio, si sposi perfettamente con la continuità energetica che si ostina a guardare ai combustibili fossili la cui gestione è, al momento, fondamentale per esercitare il dominio energetico e di conseguenza economico a livello planetario. 
Per quel poco che resterà.
Ma per chi guarda al traguardo dell’immediato, senza preoccupazione alcuna per le generazioni che verranno, è sufficiente esercitare il potere ora, con gli strumenti a disposizione.
Questo è il disegno dell’ottuagenario presidente americano che perciò continua la caccia ai Paesi che detengono le riserve naturali di idrocarburi, oggi il Venezuela e la Nigeria, ieri la Libia, il Kuwait, l’Iraq, con interventi militari volti a mantenere o riportare al potere governi subalterni agli interessi strategici statunitensi. Oggi i 303 miliardi di barili, un quinto delle riserve globali, del Venezuela, domani chissà…Oggi il 68% delle risorse petrolifere mondiali, i due terzi del petrolio presente sul mercato mondiale, è ubicato in zone di influenza USA. Un altro 10% è in mano russa. L’unica maniera per contrastare quello che si prospetta come un dominio planetario è sviluppare le energie rinnovabili, indipendenti dai giacimenti fossili.
Dal Kyoto Club segnalano che l’economia circolare vale il doppio di quella fossile e invitano l’Unione Europea a non lasciarsi sfuggire l’occasione di perseguire strade innovative e, a lungo termine, vincenti. Ma anche sotto il profilo politico non è detto che la strategia trumpiana lo sia. Né che sia durevole. Si vedrà nelle elezioni di metà mandato. Ci fu e c’è un’America diversa. Quella degli Obama, degli Al Gore… Lo Stato guida del mondo non può rassegnarsi ai Trump, ai Musk, ai Bannon. E il mondo non può dare loro carta bianca facendo finta di credere che quella sia ancora democrazia. Tanto meno da esportazione.
La visione dell’attuale presidente statunitense potrebbe avere corto respiro. A metterla a rischio è la tendenza, a livello mondiale, ad incentivare e incrementare la ricerca e darne applicazione sviluppando tecnologie innovative per utilizzare le fonti rinnovabili svincolandosi da quelle fossili destinate, in ogni caso, a progressivo esaurimento, con costi di estrazione e raffinazione destinati a moltiplicarsi. 
Il MIT nella sua famosa ricerca sui limiti della crescita del 1972 pur senza prevedere date precise (come spesso erroneamente si dice) indicò una tendenza che è destinata a realizzarsi e che metterà in condizioni di svantaggio chi non avrà saputo imboccare nuove strade prediligendo insistere nel procrastinare il percorso di quelle indirizzate verso il nulla.
Anche chi oggi saluta con entusiasmo l’abbandono del programma del Green New Deal da parte di una UE troppo accondiscendente ai poteri forti, avrà presto modo di pentirsene, rendendosi conto di essersi, in realtà, condannata alla marginalità futura.
La Cina, l’India e gli altri Paesi del Brics sembrano invece aver assunto consapevolezza imboccando la via della transizione energetica ed è facile immaginare che quel blocco economico e di mercato emergerà ben presto da quello che abbiamo superbamente chiamato Terzo Mondo, per diventare protagonista dello scenario futuro dell’economia mondiale.
Come reagirà il mercantilismo colonialista? Non avrà alcuna remora nel proseguire sulla strada della rapina delle risorse del Pianeta? Oggi il petrolio e le terre rare domani, magari, l’acqua?
Aggredirà il cuore bianco dei ghiacci polari o il polmone verde dell’America latina, l’Amazzonia, per accedere alle sue risorse naturali e fare spazio all’agricoltura e all’allevamento industriali, spegnendo definitivamente l’ossigeno del mondo? 
Ma soprattutto, gli sarà permesso?

Il Mondo del più forte

Riccardo Graziano



C’era una volta il Diritto Internazionale.
Ora è stato sostituito da qualcosa di molto più ancestrale e brutale, la Legge del più forte.
L’esempio più feroce lo vediamo in Palestina, dove Israele, sfruttando la sua soverchiante potenza militare, economica e tecnologica, sta mettendo in atto la propria “soluzione finale” volta alla eradicazione definitiva dei palestinesi da quella che viene identificata dall’ortodossia ebraica come la Terra Promessa, a uso esclusivo del Popolo Eletto. Con modalità differenti – bombe e fame a Gaza, aggressioni e persecuzioni mirate in Cisgiordania – si persegue un unico obiettivo: eliminare i palestinesi, rendendogli impossibile la sopravvivenza, in modo da costringerli ad andarsene, oppure sopprimendoli direttamente con le armi. Il tutto nell’impotenza, quando non con la complicità, della comunità internazionale.

C’erano una volta gli Stati Uniti, faro di democrazia e libertà.
Oggi c’è l’ideologia MAGA, Make America Great Again, che sta trasformando gli USA in un Impero alla conquista della sua fetta di mondo.
Il 2025, con l’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump, è stato l’Anno Zero della nuova era DT, Dopo Trump, profondamente diversa da quella che l’Occidente aveva vissuto negli oltre due millenni precedenti.
Esagerazione? Paragone eccessivo? Mica tanto.
Circa duemila anni fa, un uomo che per qualcuno è il Messia, per altri un profeta, comunque una figura straordinaria, ci insegnò ad amarci gli uni con gli altri, in una fratellanza universale, aiutando i deboli, i poveri, i bisognosi. Oggi quel paradigma di amore e solidarietà è stato completamente rovesciato, la prepotenza è arrivata al potere con il suo carico di cupidigia e insensibilità, ampliando al massimo la forbice fra chi ha – e vuole sempre di più – e chi non ha, condannato all’irrilevanza e all’abbandono. La misura simbolo di questa nuova ideologia tanto cinica quanto miope è il taglio di fondi e personale imposto da Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, all’agenzia Usaid, che si occupa di aiuto umanitario alle popolazioni più vulnerabili. Quando era ancora braccio destro di Trump, il multimiliardario Musk ha preso una decisione destinata a mettere a rischio la vita di milioni di persone, a causa dell’azzeramento dei programmi di sostegno alimentare e sanitario in zone estremamente povere dell’Africa, dove peraltro il sostegno americano aveva anche una funzione stabilizzatrice e di argine alla penetrazione di altre potenze globali.

All’inizio del 2026, anno uno dell’era Trump, questa nuova strategia prende forma con l’attacco al Venezuela e il rapimento del presidente in carica Maduro. Gli USA, dopo aver abbandonato l’Africa al suo destino col taglio imposto da Musk, dopo aver dato mano libera a Israele in Medio Oriente e dopo avere di fatto lasciato l’Ucraina alla mercé della Russia, si sono di nuovo concentrati sul continente sudamericano, il “cortile di casa” per eccellenza, ma senza dimenticare i nuovi obiettivi strategici, rivolti verso il Nord: la Groenlandia e il Canada, territori che a causa dei mutamenti climatici diventeranno sempre più accessibili e appetibili, come le altre regioni prossime ai Circoli Polari. Evidentemente, al di là del negazionismo di facciata, le élite mondiali sanno perfettamente che il Pianeta si sta surriscaldando e che questo provocherà mutamenti climatici devastanti, rendendo invivibili le fasce tropicali e provocando migrazioni bibliche. Non è un caso che gli USA rafforzino il muro al confine col Messico per frenare i migranti dal sud, mentre nel frattempo iniziano a palesare le loro mire sulla Groenlandia e persino sul Canada. E non è nemmeno un caso se il colloquio con Putin è avvenuto in Alaska. In teoria, i due presidenti avrebbero dovuto confrontarsi sulla guerra in Ucraina per trovare una soluzione pacifica. In realtà, è assai probabile che i due intendessero accordarsi per spartirsi le rispettive zone di influenza, tant’è vero che la guerra di Mosca contro Kiev è proseguita come se niente fosse.
Il nuovo ordine mondiale dell’era Trump si sta delineando in modo sempre più preciso: il Tiranno statunitense ribadisce il suo potere su tutte le Americhe dalla Patagonia all’Artico e si prepara a fronteggiare sul fronte del Pacifico l’Imperatore Xi Jimping, signore della Cina e del suo strapotere commerciale diffuso in Asia e Africa, mentre lo Zar Putin, signore del Grande Nord da San Pietroburgo alla Siberia, manovra per riportare sotto la propria influenza la parte Est dell’Europa.

Già, l’Europa.
C’era una volta, appunto, l’Europa, che aveva deciso di unirsi in nome di radici comuni, per aprire le sue frontiere (interne!) e garantire benessere e libertà ai propri popoli.
Oggi, il Vecchio Continente ha un obiettivo prioritario nuovo: consentire ai singoli Stati di riarmarsi, attingendo a fondi europei senza alcun vincolo di bilancio.
Le rigidissime regole economiche che regolavano – e regolano tuttora – i bilanci statali, vietando sforamenti e imponendo tagli drastici anche in settori vitali come Sanità e Istruzione, non valgono per le spese militari: ogni nazione è libera di contrarre miliardi di debiti e aumentare a dismisura il proprio deficit, purché lo faccia per finanziare il proprio esercito e comprare armi, munizioni, software bellico, sistemi di difesa e di attacco.
Attenzione però: non si tratta di un riarmo europeo, effettuato in coordinamento fra tutti i membri dell’UE, il che potrebbe anche avere un senso, pur nella logica distorta di un’economia di guerra, ma della possibilità per ogni singolo Stato di armarsi in proprio, in ordine sparso, senza alcun tipo di accordo a livello continentale. È lo stesso scenario storico che ha dominato l’Europa dalla fine del Medioevo alla Seconda Guerra Mondiale, quello degli Stati-Nazione perennemente in guerra fra di loro per motivi dinastici, etnici, religiosi, territoriali, con una situazione di conflittualità endemica e senza soluzione di continuità durata secoli.
Pensavamo di averla superata con quella straordinaria Utopia in fieri - tuttora in costruzione – dell’Unione Europea, senz’altro piena di difetti, burocrazie e tecnicismi, ma che ci ha consentito di vivere ottanta anni di pace ininterrotta, un unicum nella Storia dell’Umanità a livello planetario.
Ora stiamo velocemente demolendo questa oasi di pace, democrazia e benessere unica al mondo in nome di una millantata sicurezza contro presunti nemici interni ed esterni, in pratica creando le premesse per una non improbabile ripresa delle ostilità fra gli stessi Stati appartenenti a una Unione sempre meno unita.
Il combinato disposto del riarmo delle singole nazioni e dell’ondata crescente delle formazioni “sovraniste”, che predicano la difesa degli interessi nazionali e dei confini contro “gli stranieri” non sono altro che il preludio allo scoppio di nuove guerre, viste come “la continuazione della politica con altri mezzi”, come sintetizzava cinicamente il generale prussiano Von Clausewitz, uno che di queste faccende se ne intendeva, visto che la guerra la faceva di mestiere e ci ha pure scritto un libro.

In tutto il mondo si sta dunque affermando la legge del più forte, a partire dai grandi scenari geostrategici per arrivare, a cascata, fino alla nostra quotidianità, con le multinazionali e i fondi d’investimento che chiudono le fabbriche e licenziano gli operai col beneplacito dei governi, che magari intervengono pure per reprimere le legittime proteste dei dipendenti con le forze antisommossa. E giù a scendere, fino ai branchi di ragazzini che aggrediscono in soprannumero dei coetanei indifesi, per derubarli o semplicemente per dimostrare di essere più forti.

La legge del più forte sta prendendo il posto del diritto internazionale e della convivenza civile, ma oltre a essere profondamente ingiusta, è anche altamente pericolosa, perché non tiene conto dell’attore più forte di tutti: il Pianeta che tutti abitiamo e che ci consente di vivere, grazie a un delicato equilibrio climatico e di disponibilità di risorse. Un equilibrio già profondamente alterato, con criticità acute che i nuovi scenari bellici non faranno che accelerare.
La guerra infatti, con il suo carico di emissioni, è un potente acceleratore del surriscaldamento globale e del conseguente mutamento climatico. Le conseguenze della nuova economia bellica  sono già preoccupanti, anche in assenza di conflitti armati, figuriamoci in caso di guerra aperta. E il rischio non si limita solo alle popolazioni direttamente coinvolte, ma può arrivare anche a chi si crede al sicuro. Per dirne una, Von Clausewitz, il professionista della guerra, non è stato ucciso da una cannonata, ma dal colera. Un monito da tenere a mente, visto che, se non bastassero le altre sciagure, viviamo anche in quella che gli epidemiologi definiscono l’era delle pandemie, altro sintomo inequivocabile di un Pianeta (gravemente) malato.

La guerra è bella (?) ma inquina

Andrea Griseri

 

Nel lontano 1929 due reduci di guerra – 11 anni dopo la fine del conflitto che è una distanza emotiva di sicurezza – pubblicarono un libro illustrato di memorie dal titolo “La guerra è bella ma scomoda”. Raccontare le vicende belliche con quella sottile ironia che al tempo stesso ne sottolinea la tragicità e versa unguento sulle ferite ancora aperte è prerogativa di un certo numero selezionato di letterati e intellettuali italiani; dopo “La guerra è bella ma scomoda” di Novello (geniale illustratore capace di condensare in una vignetta un intero saggio sociologico sui vizi e virtù della borghesia italiana) e Monelli (che già aveva pubblicato a caldo nel ’21 il romanzo “Le scarpe al sole”) al termine del secondo conflitto il grande Giovannino Guareschi diede alle stampe “Diario clandestino”dedicato alla sua esperienza di Imi (Internato Militare Italiano in Germania).

Oggi Novello e Monelli parafrasando il titolo del loro libro di quasi cent’anni fa potrebbero pubblicare il romanzo illustrato “ La guerra è bella ma inquina”.

Il Green New Deal Europeo! Dacché fu annunciato e reso poi operativo ha rasserenato l’animo di noi che ci battiamo da anni per la tutela ambientale. Dapprincipio eravamo considerati alla stregua di cassandre del malaugurio, nemici del progresso, fanatici con qualche rotellina fuori posto ma in seguito l’evidenza empirica  e scientifica del degrado della natura e delle sue conseguenze – anche economiche – ha cominciato a farsi largo nella coscienza  delle classi dirigenti  europee e della popolazione tutta. Così in Italia si giunse a formulare anche giuridicamente la base normativa della tutela ambientale che la Carta costituzionale nella sua stesura originaria non includeva (come ricorda Settis un giovane deputato di nome Aldo Moro aveva tentato senza riuscirvi di rendere più cogente l’articolato originario): la Consulta interpretò poi estensivamente l’art.9 che menziona la tutela del paesaggio e la parola Ambiente emerse finalmente alla luce con la riforma del Titolo V. La Costituzione è legge fondamentale dello Stato , base del diritto e in quanto tale è fisiologicamente sintetica, non si dilunga in dettagli e non elenca le cause che potrebbero compromettere l’integrità dell’ambiente: ma nell’art. 11 troviamo un’espressione molto forte ed esplicita , si dice infatti che l’Italia “ripudia” la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Fin qui niente di nuovo, non si contano le occasioni in cui questo celeberrimo articolo è stato citato nel corso degli ultimi anni ma potremmo porlo in connessione con le sezioni in cui la nostra Carta fa menzione dell’esigenza di tutelare l’ambiente, unire i puntini di uno schema ideale e affermare che il fatto di evitare minacce all’ambiente derivanti da attività di natura bellica presenti una particolare rilevanza costituzionale: ogni aggressione alla natura è deplorevole ma quella derivante da un’attività esplicitamente “ripudiata” lo è in un modo affatto speciale.

E allora proviamo a raccontare in quali forme e modi la guerra può nuocere all’ambiente. Non è possibile ovviamente una trattazione esaustiva del tema che richiederebbe uno spazio ben più ampio di un semplice articolo. Ci limiteremo ad additare qualche esempio dando risalto a quelli che maggiormente rendono evidente il contributo bellico al degrado della natura.

La guerra altera i principali pilastri dell’ecosistema: l’aria, l’acqua,il suolo, la fauna, la vegetazione.

Vediamo come cominciando dall’aria.

I veicoli e le navi militari sia durante le operazioni belliche sia durante le esercitazioni consumano una quantità rilevante di carburante e rilasciano in atmosfera enormi quantità di sostanze inquinanti e ovviamente di CO2. Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2. Tutto questo è collegato alle semplici manovre logistiche ma quando le ostilità transitano alla fase calda lo scoppio degli ordigni convenzionali provoca  il rilascio di gas, fumi, polveri sottili, metalli pesanti che il vento può trasportare a molti chilometri di distanza. Fra poco punteremo la lente d’ingrandimento sull’uranio impoverito ma prima occupiamoci del suolo.

Fra gli agenti che più frequentemente contaminano il terreno si annoverano metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro e arsenico. Questo avviene prevalentemente nel corso della fase calda dei combattimenti anche se non si può trascurare l’ipotesi di sversamenti accidentali durante le manovre o le esercitazioni. Per facilitare il passaggio di carri armati e altri mezzi adibiti al trasporto delle truppe ampie porzioni di territorio sono intenzionalmente deforestati e il terreno, anche quello eventualmente adibito ad attività agricole in tempo di pace, smosso e ricompattato sotto il peso dei veicoli. Gli esplosivi possono generare crateri che alterano il suolo favorendone l’erosione. In Ucraina si calcola che in ogni anno di guerra vadano perduti circa 280.000 ettari di foresta, durante la guerra in Vietnam 2 milioni di ettari sono stati “trattati” col napalm, il famigerato agente orange. Gli ordigni inesplosi, i così detti UXO (unexploded ordnance) oltre a rappresentare un pericolo duraturo per la popolazione civile (in Italia agli ordini del Ministero per la Difesa operano alcune unità preposte alla bonifica dei residuati bellici che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno…. e la guerra è terminata nel 1945!) rilasciano residui tossici nell’acqua, nel terreno e lungo le catene alimentari.

Il percolato di queste”benefiche” sostanze immesse nei suoli inevitabilmente raggiunge le falde acquifere e anche i corsi d’acqua che scorrono in superficie. Il bombardamento di dighe inteso ad allagare e rendere impercorribili e inabitabili intere aree provoca naturalmente gravi crisi idriche, la distruzione di infrastrutture dedicate al pompaggio e al trattamento delle acque reflue ( o anche solo l’indisponibilità di energia elettrica necessaria per azionare gli impianti) ne causa lo sversamento diretto nei fiumi o nel mare come sta avvenendo in questi mesi a Gaza; anche in Iraq soprattutto durante la seconda guerra del golfo tonnellate di liquami grezzi furono sversati nel suolo e nei fiumi(forse gli aggressori pensavano che le, peraltro inesistenti, armi di distruzione di massa  fossero occultate nei sistemi idrici e igienici sanitari a uso civile nei centri abitati). La prima guerra del Golfo sortì invece effetti particolarmente pesanti sull’atmosfera quando gli iracheni in fuga dal Kuwait incendiarono per ritorsione i pozzi di petrolio, non mi risulta che esista una stima precisa dell’impatto.

La devastazione dei suoli, delle foreste, l’inquinamento dei corsi d’acqua dolce e del mare ha ripercussioni drammatiche sulla fauna. Gli habitat si rendono “inabitabili” anche per periodi molto lunghi causando un danno decisivo alla biodiversità e durante le operazioni belliche il fragore delle esplosioni provoca la morte istantanea degli animali della terra, del cielo e delle acque: una battaglia navale è paragonabile a una gigantesca pesca di frodo con gli esplosivi, un bombardamento a un immenso fuoco artificiale (e pensare che noi amanti degli animali ci premuriamo di chiedere ai nostri sindaci una moratoria ai botti di capodanno…), una battaglia a un’enorme battuta di caccia.

Si sarebbe tentati di supporre che solo la guerra moderna possa assestare colpi devastanti all’ambiente naturale e agli esseri umani; è in parte vero, uno studio  del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra ( 2008 ) ipotizza che su 5 morti provocate dalla guerra solo una derivi dalla presenza diretta, di civili o militari, su un teatro di combattimento ma le restanti vittime siano causate dagli effetti anche a lungo termine delle operazioni belliche: inquinamento dei suoli e delle acque, carestie, accesso impossibile alle cure mediche (questo problema riguarda soprattutto i civili disponendo gli eserciti di un’organizzazione sanitaria d’urgenza riservata a chi veste la divisa), epidemie. Applicando questo rapporto alla stima dei 906.000–937.000 uccisi direttamente nelle guerre successive all’11 settembre si ottiene la cifra impressionante di 3,6/3,7 milioni di morti indirette.

L’Afghanistan ha conosciuto l’invasione dei sovietici contrastati dai talebani finanziati dagli USA , gli attacchi americani post 11 settembre,  20 anni di occupazione e dopo l’ignominiosa ritirata occidentale la presa del potere da parte dei fondamentalisti islamici. Il 95% per cento della popolazione soffre di malnutrizione in particolare i bambini: come accadde anche in Somalia l’insorgenza eventuale di patologie epidemiche combinata con una dieta inadeguata provoca la morte subitanea soprattutto dei più giovani.

Si sarebbe dunque indotti a ritenere che la guerra tecnologica moderna sia lesiva dell’ambiente mentre quella del passato fosse sì letale ma per lo meno molto più rispettosa della natura, più ….“green”. Non è esattamente così.

L’Europa fu devastata tra il 1618 e il 1648 da uno dei più lunghi e conflitti che la storia ricordi, la guerra dei 30 anni. Non è certo questa la sede per farne un resoconto dettagliato ci basti ricordare che all’origine ci furono le ostilità religiose fra Cattolici e Protestanti (che la pace di Augusta del 1555 siglata al cospetto di Carlo V non aveva del tutto sopito), la competitività fra la Francia borbonica da un lato e Austria e Spagna asburgiche dall’altro, le ambizioni di una potenza emergente come la Svezia. Anche il Piemonte di Carlo Emanuele I prese parte alle ostilità, per il controllo del Monferrato.

Le conseguenze ambientali furono devastanti: deforestazione massiva ( creazione di strade, approvvigionamento di legname) , erosioni, rifiuti abbandonati (deiezioni, cadaveri insepolti o gettati nei fiumi) in spregio a ogni norma igienica, carestie causate dall’abbandono dei campi da parte delle popolazioni rurali in fuga (l’economia agricola si risollevò dopo decenni anche a causa della carenza strutturale di lavoratori), epidemie, perdita di biodiversità.

Di sicuro dal ‘900 a oggi la guerra ha riqualificato e raffinato gli strumenti di offesa contro le persone e la natura. Una triste linea di morte unisce i gas tossici utilizzati nella prima guerra mondiale (il cloro e il fosgene che attaccano i polmoni, l’iprite che causa eruzioni cutanee e fu in seguito distribuita generosamente dal maresciallo Graziani in Etiopia) all’uranio impoverito che è l’ultima diapositiva di questa carrellata, tutt’altro che esaustiva, di orrori.

L’uranio impoverito è uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato per rendere le corazzature dei carri armati particolarmente resistenti e costruire munizionianticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamate API, Armor Piercing Incendiary, (munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale.

Dopo l’esplosione le polveri radioattive (cancerogene e teratogene cioè tali da causare danni genetici sui diretti discendenti) si disperdono nell’atmosfera e possono essere trasportate dai venti lontano dal teatro di guerra. I militari hanno un’elevata probabilità di inalare le polveri ricche di uranio impoverito. Questi ordigni sono stati utilizzati largamente sia in Bosnia sia in Iraq senza che i comandi militari coordinati dalla Nato si preoccupassero di avvertire il personale militare del rischio e senza predisporre un qualsivoglia sistema di tutela e di protezione (per lo meno 100 anni fa sul Carso già si usavano le maschere antigas…). Un alto graduato (di cui non faccio il nome) mi confidò anni fa il proprio senso di frustrazione e vergogna, disse più o meno: noi militari siamo pronti a sacrificare la nostra vita per difendere il nostro paese battendoci a viso aperto con il nemico non ad ammalarci e a morire per l’incuria e la superficialità (ricordo che disse proprio così) di chi prende le decisioni. Oggi l’ONA (osservatorio nazionale amianto ) grazie anche alle denunce di alcuni coraggiosi militari (graduati e non) reduci dalle guerre nella ex Yugoslavia ha avviato una serie di iniziative in sede parlamentare e processuale: “Ci troviamo di fronte alla violazione degli obblighi di cui all’art. 2087 c.c. e di cui alla Legge 11.07.1978 n. 382 contenente “Norme di principio sulla disciplina militare”. Il D.P.R. 18.07.1986 n. 545 (approvazione del regolamento di disciplina militare), all’art. 21, co. 2, sancisce l’obbligo dei superiori di: curare le condizioni di vita e di benessere del personale e di assicurare il rispetto delle norme di sicurezza e di prevenzione per salvaguardare l’integrità fisica dei dipendenti”.

Un’ultimissima istantanea sulle esercitazioni militari. Il poligono militare di Capo Teulada, istituito nel 1956 a seguito degli accordi NATO, all'interno del territorio dell'omonimo comune nella provincia del Sulcis Iglesiente, è il secondo più grande d'Italia e d'Europa e occupa una superficie di circa 7.200 ettari.

Sul territorio in base a una normativa europea sono state istituite due zone di conservazione degli habitat sensibili gravemente minacciati dalle esercitazioni militari che costantemente vi sono ospitate: i residui dei proiettili ricchi di sostanze tossiche ( in passato si è utilizzato anche il famigerato uranio impoverito) non vengono rimossi e danneggiano terreni, falde di acqua dolce e le coste, le esplosioni sono causa di stress costanti per la fauna e le persone, l’incidenza di determinate patologie soprattutto polmonari è elevata. La recente adozione di una procedura di VIA è stata oggetto di aspre critiche: le Associazioni di cittadini e ambientaliste (tra cui Italia Nostra) la considerano una sorta di mero greenwashing.

Insomma: la guerra inquina anche durante la fase preparatoria, le esercitazioni non si riducono a marcette con pifferi e tamburi. I commissari europei che archiviano con disinvoltura il Green new deal per sfoderare orgogliosi il piano di Rearm da 800 miliardi ne sono consapevoli?

E nella recente Cop 30 di Belem si è parlato della guerra che inquina? Come ha ben scritto Guido Viale qualcuno si sarà accorto dell’”elefante nella stanza”?

Ma mi pare già di udire le voci di dissenso, le perplessità espresse con tono educato e professorale o gli scherni cui i leoni da tastiera onnipresenti sui social ci hanno abituati. Pacifisti! O meglio pacifinti!

Mettiamo subito le cose in chiaro: quella stessa Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie all’art. 52 afferma che la “difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. E’ l’unico passaggio in cui compare il termine “sacro”, declinato laicamente. Vi è contraddizione con il precedente articolo 11?

Gandhi avrebbe risposto di no. Il Mahatma contrariamente a ciò che si crede non era un pacifista in senso stretto. Era un nonviolento.  I conflitti esistono, sosteneva e sarebbe inutile e sciocco coprirsi gli occhi di fronte a questa realtà che ha costantemente accompagnato la storia umana. Può accadere di dover fronteggiare un avversario che intenda esercitare un’azione di forza “ingiusta” nei nostri confronti. Che fare in un simile frangente? Se ci lasciassimo ispirare, come comunemente succede, dal principio secondo cui il fine giustifica i mezzi non esiteremmo a procurarci una qualsivoglia arma (un coltello, uno schioppo, un cannone, un ordigno nucleare… ) per usarla contro l’avversario; ipotizziamo che la nostra azione armata sia coronata da successo. L’avversario sconfitto sarebbe – a meno di averlo annientato completamente e cancellato dalla faccia della terra – potenzialmente in grado di riorganizzare le forze e di provocarci di nuovo facendoci precipitare in uno stato di insicurezza permanente. Soprattutto continuerebbe a essere convinto delle sue buone ragioni e, con una certa dose di ipocrisia, sarebbe doppiamente animato da sentimenti ostili nei nostri confronti proprio perché abbiamo utilizzato nei suoi riguardi un mezzo letale, ingiusto, legittimato dal fatto di conseguire un fine da noi unilateralmente reputato giusto. La nonviolenza invece si avvale di un insieme di tecniche (il grande peace researcher Gene Sharp recentemente scomparso ne enumera 121!) che mirano in primo luogo a ostacolare l’esercizio operativo del potere a un nemico che abbia invaso il nostro territorio e poi a compiere uno sforzo di “persuasione” sino a mostragli la non opportunità e il carattere distruttivo-autodistruttivo delle sue azioni aggressive.

Così ribaltando il sintagma. Non più “il fine giustifica i mezzi” (poiché da un mezzo in sé ingiusto, la violenza, non  può scaturire un fine “giusto”) ma “il mezzo ( un mezzo giusto e cioè che non intende distruggere fisicamente l’avversario ma scongiurare le sue azioni esecrabili) prefigura il fine”. Un fine giusto può essere raggiunto per davvero e durevolmente soltanto se conseguito con un mezzo giusto capace di estinguere l’incendio della reciproca animosità fra i contendenti ci dicono i seguaci della teoria nonviolenta ( in seguito si conierà il termine Difesa popolare nonviolenta per indicare il carattere partecipato e democratico della difesa; che è proprio ciò cui allude l’art.52 della Carta quando afferma che il “Sacro dovere” riguarda tutti i cittadini e non solo  un gruppo di specialisti).Come ebbe anche a sottolineare Norberto Bobbio è il modo migliore per preparare il terreno al negoziato: che tanto più avrà successo quanto più si svolgerà in un clima di fiducia reciproca in cui le parti si danno ascolto e cercano se non di assumere di comprendere almeno e analizzare il punto di vista dell’opponente.

E se la tecnica nonviolenta non funzionasse perché l’avversario non ha intenzione di esercitare un dominio che gli posso rendere difficoltoso o impraticabile (come avvenne appunto nell’India coloniale) ma di annientarmi? Ebbene Gandhi ritiene che in un caso tanto estremo la violenza diviene opportuna! La giustizia (il fine) deve comunque prevalere, soggiacere a un’aggressione significa accettare passivamente un’ingiustizia. Il pensiero occidentale da S.Agostino a Kant passando per il tomismo e il giusnaturalismo di Vitoria si è sempre interrogato sulla questione della Guerra giusta. Atteso che la guerra è male quando è lecito ricorrervi per combattere un male più grande? Accettare la propria condizione di vittima è sempre una scelta eticamente preferibile oppure diviene una sorta di complicità con un nemico che mi vuole sottomettere o addirittura annientare? La guerra affonda le radici nell’ostilità che spesso grava sulle relazioni umane, frutto delle passioni, di interessi contrastanti, di ideologie antitetiche; ingenuo davvero quel pacifismo che di tanto in tanto reclama “l’abolizione”della guerra: chi potrebbe avere l’autorità di farlo? Un soggetto trascendente forse ma Dio, almeno  il Dio delle religioni monoteiste, ha inventato il libero arbitrio, riconosce e rispetta la libertà dei suoi figli.  Dunque è meglio circoscrivere le condizioni che consentono eticamente e giuridicamente la guerra (lo ius ad bellum) e cercare le possibili alternative : appunto la lotta condotta con metodi nonviolenti o il negoziato che è una forma di soluzione nonviolenta priva dell’afflato spirituale e umanitario (che ritroviamo nella visione Gandhiana). Alla teorie del bellum iustum si affianca il tema dello” ius in bello” inteso come quell’insieme di regole che i contendenti devono rispettare nella conduzione delle operazioni belliche (quando fossero legittimate secondo i principi dello ius ad bellum). Esistono al riguardo le 4 convenzioni di Ginevra (e i protocolli aggiuntivi )che sono un pilastro del diritto internazionale: stabiliscono essenzialmente il “Principio di distinzione” (la guerra deve coinvolgere per quanto possibile solo i militari) e il “Principio di proporzionalità” ( gli attacchi devono essere proporzionati alle aggressioni subite e agli obiettivi in termini di forza impiegata e intensità). Naturalmente il trattamento dei prigionieri è un ulteriore tassello convenzionale dello ius in bello. Alcuni giuristi ritengono che la violazione palese dei principi dello ius in bello provocherebbe retroattivamente il venir meno del diritto (ius) a usare le armi anche in chiave difensiva. Abbiamo esaminato gli effetti letali e duraturi sull’ambiente e sulla popolazione dei moderni sistemi d’arma: non potremmo per conseguenza asserire che oggi è praticamente impossibile rispettare i principi dello ius in bello? E che, senza  scadere in un pacifismo  all’acqua di rose, le condizioni per sancire che alla luce della dottrina tradizionale una guerra è giusta sono oggigiorno quasi irrilevanti?

Non è questa la sede per esaminare la ricca letteratura che è stata dedicata alla questione: ma  la maggioranza dei politologi senza spingersi sul terreno della pratica della nonviolenza concorda su un principio: è opportuno esperire ogni tentativo diplomatico-negoziale prima che siano le armi a parlare. Il XVIII secolo è alle nostre spalle. Allora i conflitti si giocavano su un’alternanza di round negoziali e di azioni di forza, guerra e politica erano intimamente compenetrate donde la celebre espressione di Clausewitz “ la guerra è la politica condotta con altri mezzi”, che apre il saggio “Vom Kriege” (“Della guerra” scritto tra il 1818 e il 1830). Oggi il rischio di incidenti capaci di suscitare un’escalation è elevatissimo e le armi moderne ad altissimo potere distruttivo inevitabilmente lasciano durevoli ferite sull’ambiente: danni tali da travalicare l’obiettivo, pur letale ma in determinati casi legittimato giuridicamente, che il loro utilizzo si proponeva nell’ambito del combattimento.

I teatri di guerra che tengono banco in questi mesi suscitano preoccupazione e perplessità. Consideriamo la tragedia che si consuma a poca distanza da casa nostra. La politica europea è incapace di rileggere con freddezza i passaggi che hanno esacerbato la situazione in Ucraina e mettere in fila i diversi tasselli: la volontà imperiale russa di ricostituire la propria zona di influenza da un lato ma anche le sue legittime esigenze di sicurezza, l’allargamento della Nato percepito come minaccia esistenziale (ricordiamo al proposito l’iconica e mai smentita frase di papa Francesco!), la propaganda venata di fremiti religiosi della Russia ma anche, per parte nostra, la demonizzazione del leader della Federazione e una narrazione diffusa a reti unificate che talora offende l’intelligenza della stessa casalinga di Voghera. Quando si rifiuta di dare ascolto all’avversario si fa terra bruciata intorno alle prospettive di pace; il racconto semplificato e manicheo , l’incapacità di rappresentare la complessità cancellano quella razionalità che per oltre due millenni ha costituito il pregio della nostra stessa civiltà d’occidente (oggi prevale la logica del “buono no buono” come ripeteva quel personaggio di un fortunato varietà di Arbore che i più anziani certamente ricordano). Incredibilmente oggi l’Europa non riesce a cogliere l’opportunità rappresentata da una ritrovata  prudenza americana ( il dibattito sui rischi e sui costi economici e politici della “sovra estensione” agitava l’America già durante la precedente amministrazione) e preme sull’acceleratore del riarmo e dell’assistenza militare senza che se ne intravveda una precisa finalizzazione politica. Qualche oltranzista forse ancora si augura la sconfitta e la frammentazione della Federazione russa senza considerare che il caos istituzionale in un paese che possiede 6000 testate nucleari sarebbe un tantino pericoloso? Si guida a fari spenti nella notte, il riarmo sottrarrà risorse alla transizione verde, alle riconversioni industriale, all’agricoltura, al welfare, alla salute, alla cultura per costruire oggetti letali per l’uomo e per l’ambiente. È sconcertante. La spesa militare aggregata dei paesi europei è già molto elevata e certamente esiste la questione di un maggiore coordinamento fra gli apparati: ma il tema, serio, dell’interoperabilità , di cui i vertici delle forze armate sono ben consapevoli, è assente dalle agende politiche dell’Unione.

Nel suo memorabile discorso di congedo dalla presidenza nel 1961 il presidente statunitense Eisenhower ,  vecchio soldato galantuomo che di cose militari un poco s'intendeva (aveva soltanto sconfitto i nazisti!) dichiarò che la convergenza di interessi industriali e militari forti del controllo delle tecnologie rappresentava un pericolo mortale per la democrazia liberale e per la pace nel mondo: la guerra rischiava di scaturire non già da un impulso politico, come avviene da svariate migliaia di anni, ma dalla pressione di un apparato tecnocratico interessato ad accrescere la propria forza economica e il proprio potere, capace di influenzare i rappresentanti del popolo regolarmente eletti. Il “blocco militare industriale” ha assunto un profilo anche finanziario e mai come oggi è in grado di condizionare le decisioni geopolitiche. Che dietro i vari Rearm o Readiness (attendiamo le prossime denominazioni escogitate dal brillante ufficio marketing della UE ) si celi la manina dei moderni blocchi militar-finanziari-industriali è molto più che un sospetto.

Noi restiamo convinti che l’approccio nonviolento o almeno quello negoziale siano sempre preferibili: non solo perché suscettibili di garantire condizioni durature e strutturali di pace ma anche perché sono molto più… green!

 

Fonti:

https://www.osservatorioamianto.com/

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/

https://www.geopop.it/

https://home.watson.brown.edu/

https://ilgiornaledellambiente.it/

https://cri.it/2025/08/12/le-convenzioni-di-ginevra-del-1949

https://www.emergency.it/

https://www.goodreads.com/book/show/487044.The_Politics_of_Nonviolent_Action

https://www.limesonline.com/rivista/sovraestesi-e-senza-strategia--14647642/

Dal welfare al warfare: rinnegare la natura

Ferdinando Boero

 

Con l'insediamento della prima Commissione Von Der Leyen sembrava che l'Unione Europea avesse visto la luce: misure come il Green Deal Europeo e il Next Generation EU avevano come obiettivo la transizione ecologica, e non solo a parole. Il concetto di salute unica si stava imponendo, cambiando anche significato alla parola welfare: il benessere umano e quello della natura sono la stessa cosa. Non ci possono essere umani sani in una natura malata e, quindi, è nostro interesse che la natura sia in buono stato. Cifre consistenti furono investite per cambiare i nostri sistemi di produzione e consumo, orientandoli verso la sostenibilità. Basta fossili, basta plastica, basta nucleare: bisogna uscire dall'era della combustione e passare alle rinnovabili, attraverso una transizione ecologica che passava attraverso la transizione energetica ed alimentare, con il perseguimento di un'economia circolare. L'economia lineare che vede le risorse diventare rifiuti, deve essere abbandonata, con il riciclo e il riuso. Gli stessi concetti furono espressi da Papa Francesco con la sua Laudato Si'.

I paesi europei, dopo essersi combattuti per secoli, dopo un lungo periodo di non belligeranza e di blandi accordi congiunti, a parte la moneta, decisero di unirsi davvero per combattere un nemico comune: il degrado ambientale, l'inquinamento, il riscaldamento globale, la distruzione della natura. Invece di vedere la natura come qualcosa al nostro servizio, da saccheggiare, finalmente ci si rende conto di non poter continuare ad abusare delle sue risorse, minandone l'integrità, e anche la sua bellezza, che Von der Leyen decantò come un valore imprescindibile.

Dopo la crisi del COVID-19 le cose andarono ancor meglio, paradossalmente. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci assegnò una quantità spropositata di denaro, in parte a fondo perduto e in parte a prestito, ma a tassi di interesse molto inferiori rispetto a quelli che paghiamo per ottenere soldi in prestito con i buoni del tesoro. La ripartenza dopo la crisi pandemica era un'occasione da non perdere e, nelle sue finalità, c'era proprio la transizione ecologica.

Purtroppo l'occasione di attuarla davvero, attraverso lo sviluppo di tecnologie volte alla sostenibilità, l'avevamo persa già molto tempo prima. I cinesi, infatti, dopo aver giocato il ruolo di operai nella fabbrica globalizzata (producendo le merci che prima producevamo noi, come operai nelle nostre industrie) si impegnarono seriamente in ricerca e sviluppo, investendo in innovazione e, dopo un po', realizzarono prodotti di alta qualità e iniziarono a produrli, facendoci concorrenza, prima di tutto con le auto elettriche. I cinesi hanno prodotto in proprio, per decenni, merci di scarsissima qualità (quelle che ancora troviamo nei negozi "dei cinesi"), imitando le merci ideate in occidente ma prodotte sempre da loro, nelle fabbriche aperte in Cina da imprenditori occidentali. Con il perseguimento di ricerche volte all'innovazione tecnologica, i cinesi hanno sviluppato anche prodotti di prim'ordine. Noi no.

Le nostre auto elettriche sono poco competitive rispetto alle loro, sia nella qualità sia nel prezzo. L'industria automobilistica è uno dei pilastri dell'economia europea. In Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Italia, Svezia, Romania ci sono fabbriche che producono le auto europee. Subiscono la concorrenza giapponese e coreana ma l'arrivo dei cinesi e del loro elettrico ha spiazzato l'Europa in modo drammatico. Quello che un tempo era il continente dell'innovazione e della scienza, ora pare abbia perso il suo potenziale. Paradossalmente l'investimento più rilevante del PNRR sarà la costruzione della nuova diga del porto di Genova. Il motivo per costruirla è semplice: i cinesi stanno adoperando navi sempre più grandi per portare da noi le merci che producono e che ci vendono. Se non vogliamo restare senza merci dobbiamo adeguare la portualità alle navi dei cinesi. La sostenibilità non si instaura producendo merci sostenibili ma... importandole. I cinesi hanno capito che la sostenibilità è un affare e hanno una posizione di preminenza anche nella produzione di pannelli solari e pale eoliche. Hanno i materiali necessari per costruirle e quindi le possono produrre in modo competitivo. L'Europa non ha questi materiali e non ha investito in tecnologie innovative che non ne facciano uso o che siano in grado di recuperarli in un processo circolare che non ne richieda di sempre nuovi. Così siamo diventati completamente dipendenti da produttori esteri.

Le ricchezze mobilitate per far fronte alla crisi del COVID-19, tra cui il nostro PNRR, avrebbero potuto essere investite in innovazione, e invece no.

 

Cambio di rotta

Nel frattempo si è presentata un'occasione ghiottissima, per le industrie che non puntano alla sostenibilità e che basano la loro fortuna su modalità produttive obsolete: la guerra. L'invasione dell'Ucraina, prima nella sfera d'influenza russa, contrappone la Russia con l'Europa occidentale e offre uno spiraglio per la rivitalizzazione dell'industria europea: la riconversione delle industrie dal civile al militare. Prima mascherata con le utilizzazioni duali (produzioni utili sia a scopi civili sia militari), l'industria pesante si può ora convertire senza ipocrisie verso la produzione di armi. Con enormi spese di denaro pubblico che viene sottratto al welfare, a favore del warfare.

La stessa von der Leyen, abbandonato il Green Deal, parla ora di Rearm Europe, una formula subito mutata in Readiness 2030. Il bello è che l'Europa, intesa come singoli stati membri, spende già molto di più della Russia in armamenti, ma lo fa in modo disconnesso: ogni paese per sé. Inspiegabilmente, la soluzione proposta non è di ottimizzare queste spese, fare un unico esercito europeo che funga da deterrenza, risparmiando anche i soldi di armamenti singoli invece che congiunti. Se si facesse questa scelta le industrie belliche venderebbero meno, e forse è questo il motivo di questa scelta di frammentazione: se ognuno corre agli armamenti in modo sconnesso rispetto agli altri, l'industria bellica guadagna di più. Tanto il denaro che la sostiene è pubblico!

 

Le distopie diventano realtà

Raccontata così, la storia recente dell'Europa sembra uno scenario da fantascienza distopica, macchiata di complottismo, dove una entità malvagia, tipo la Spectre dei romanzi di Jan Fleming, trama per conquistare il mondo. Il 1984 di George Orwell prende vita e, anche se non è stato formalmente istituito, il Ministero della Paura, intriso di retorica bellicista, sembra coordinare tutte le leve dell'informazione: dobbiamo essere pronti a fronteggiare gli attacchi dei nostri nemici. Si parla della necessità strategica del Ponte sullo Stretto di Messina per permettere l'evacuazione della Sicilia in caso di un "attacco da sud". Si sta trasmettendo il messaggio, in modo martellante, che siamo circondati e che siamo esposti alla violenza altrui: dobbiamo armarci fino ai denti. Persino la fauna diventa una minaccia che mina la nostra sicurezza, con titoli allarmanti, tipo: La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne.

Il nuovo corso bellicista vede il primo e unico ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, passare alla testa di Leonardo, una fabbrica che sviluppa sistemi di difesa, un eufemismo per dire: armi. Prima di fare il ministro, Cingolani è stato direttore dell'Istituto Italiano di Tecnologie. L'aspettativa era che sotto la sua guida le tecnologie sarebbero state funzionali alla transizione ecologica. E invece i suoi sforzi ora sono nel campo della difesa, e la sua azienda non è mai andata così bene. Chi fabbrica armi fa affari d'oro in tempi di guerre, anche solo minacciate.

Gli stessi politici che predicavano la transizione ecologica, da von der Leyen a Cingolani (diventato un politico avendo accettato il ruolo politico di ministro), si sono convertiti alle armi.

Alle Conferenze delle Parti che dovrebbero definire politiche volte alla sostenibilità partecipano innumerevoli lobbisti dell'industria fossile. Il loro ruolo è di garantire gli interessi del fossile e, quindi, di ostacolare la transizione ecologica, visto che questo metterebbe fuori mercato i combustibili fossili.

I media, dalle televisioni ai giornali, sono in mano a queste aziende, con rare eccezioni, e usano la penetrazione mediatica per influenzare l'opinione pubblica. Chi parla a favore dell'ambiente è "ideologizzato" e appartiene alla "lobby green". Come se chi ha a cuore la salute unica disponesse di enormi risorse, in grado di influenzare i decisori, anche con la corruzione. Chi manifesta contro queste politiche è un ecoterrorista.

 

Che fare?

I movimenti ambientalisti e la comunità scientifica che studia l'ambiente sono ingenui. Pensano che la salvaguardia dell'ambiente sia talmente fondamentale da non avere connotazione politica. Chi potrebbe mai pensare di segare il ramo su cui siede, per poi precipitare nel vuoto? L'ottusità di chi detiene il potere mediatico e economico, però, è oltre ogni immaginazione. Donald Trump vince le elezioni con lo slogan "drill baby drill": drill vuol dire trivella. Il messaggio è: trivelliamo i fondali marini per estrarre petrolio. E in una dichiarazione recente ha negato il cambiamento climatico, accusando i sostenitori della transizione ecologica di rovinare l'economia. Non pago di trivellare i fondali, ora esige anche il petrolio di altri stati, un tempo formalmente sovrani, come il Venezuela, e le petroliere che trasportano petrolio venezuelano vengono requisite in alto mare dalle forze speciali. Ricomincia la guerra di corsa.

Questa smania per il petrolio, assieme alla negazione del cambiamento climatico, significano solo una cosa: il paese più potente del mondo non intende rinunciare alla vecchia economia basata sulla combustione, e cerca di appropriarsi di quante più risorse fossili possibile, per continuare ad usarle. La transizione ecologica, la sostenibilità e la sensibilità verso l'ambiente sono archiviate e si instaura la legge del più forte.

 

Ancora: che fare?

Gli argomenti li abbiamo. Il nostro ministro della protezione civile, ad esempio, ha detto che il paese non ha più fondi per far fronte ai disastri ambientali causati da eventi climatici sempre più intensi e frequenti e ha consigliato gli italiani di assicurarsi. Basta protezione pubblica: arrangiatevi. Questo significa che i costi di non fare scelte sostenibili sono insostenibili. Tutto il contrario di quel che ci raccontano. Ma l'accesso a tribune da cui dirlo è sempre più difficile. Le reti sociali potrebbero esserlo, ma queste sono sempre più controllate da chi sostiene politiche contrarie alla sostenibilità.

Chi chiede di perseverare nelle politiche di sostenibilità e di trovare vie negoziali per risolvere le questioni che potrebbero causare guerre, viene accusato di "stare col nemico" oltre che essere un "catastrofista". Chi dice che i russi invaderanno l'Europa occidentale, arrivando a Lisbona accusa di catastrofismo chi avverte che la situazione climatica ci è sfuggita di mano. Situazioni ipotetiche (l'invasione russa, o quella da sud) sono spacciate come più reali di situazioni reali: il cambiamento climatico.

La Società Ecologica degli Stati Uniti decenni fa si rese conto di questi problemi, visto che si manifestarono molto tempo fa, e che oggi sono tremendamente impellenti. Pe risolverli iniziò una campagna di convincimento dei politici statunitensi. La campagna ebbe un enorme successo e Al Gore, il vice presidente di Bill Clinton, pubblicò un libro e realizzò un film con lo stesso titolo "An inconvenient truth" (una verità sconveniente). La verità sconveniente è che il cambiamento climatico è un'emergenza per la sicurezza della nostra specie. Con questi prodotti Gore vinse sia il Premio Nobel per la Pace, sia l'Oscar per il miglior documentario. Gore si presentò alle elezioni a presidente degli USA quando Bill Clinton arrivò a fine mandato, e le perse: il vincitore fu dichiarato George W. Bush, che aveva fatto campagna elettorale con una motosega con cui tagliava alberi per "pulire" un appezzamento di terreno.

Questo fatto portò ad una nuova, anche se banale, consapevolezza: non bisogna convincere i politici, bisogna creare consapevolezza nel popolo che li sceglie con il voto.

 

Un problemino...

Pro Natura, ovviamente, è un movimento ambientalista apartitico e non intende fornire indicazioni di voto ai suoi simpatizzanti. I nostri obiettivi sono semplici: un pianeta sano per un'umanità sana, in cui i rapporti tra i popoli siano regolati dalla forza della trattativa e del buon senso, e non dalla paura delle armi. Ci conforta trovare conferma nelle parole di autorità religiose come Leone XIV, che non possiamo che sottoscrivere. Eccone alcune:

«…come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi invece di alimentare odio e vendetta?» — dichiarazione pronunciata da Papa Leone XIV rivolgendosi ai partecipanti alla Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO), stigmatizzando la propaganda pro-riarmo e denunciando la logica della supremazia militare. «La gente… è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti» — stesso contesto, ribadendo la critica alla spesa per gli armamenti rispetto agli investimenti sociali. «Non c’è spazio per l’indifferenza o la rassegnazione» — frase con cui Leone XIV ha sottolineato l’urgenza di un impegno attivo contro il cambiamento climatico: «Il creato sta gridando attraverso inondazioni, siccità, tempeste e caldo implacabile… ignorare queste persone significa negare la nostra comune umanità.»

Bisogna chiedere ai politici che si presenteranno alle elezioni di schierarsi su questi argomenti, e scegliere di conseguenza. Purtroppo le forze politiche che si rifanno alle esortazioni papali sono poche, anche se molte si dichiarano esplicitamente cristiane, per poi perseguire visioni tutt'altro che cristiane.

Papa Francesco, con la sua Laudato Si', chiese la conversione ecologica. Noi non abbiamo bisogno di convertirci, perché predichiamo da sempre che la supremazia logica dell’ecologia rispetto al resto del nostro agire: non ci possono essere società ed economie sane in una natura malata.

La transizione ecologica, evocata dal Green Deal a seguito della conversione ecologica, è stata bruscamente interrotta. Dobbiamo impegnarci perché questo cammino di ravvedimento riprenda. Conversione ecologica significa un diverso rapporto con la natura e con le risorse, per coltivare il sogno di una riconciliazione con la natura e con l’uomo.

Fin quando questo non sarà compreso sarà una continua rincorsa a produrre e a ricercare fonti nuove di approvvigionamento di materie e di energia, alimentando nuovi conflitti e uno sfruttamento della biosfera oltre le sue possibilità di rinnovamento. Non è sufficiente una migliore tecnologia se non ne modificheremo in modo decisivo le modalità di utilizzo.

Forse per la prima volta in modo cosciente, è necessario fare dei passi indietro. Non sarà una decrescita felice, un improbabile ritorno alla natura di tipo Rousseauiano, ma dovrà essere uno sviluppo con il riequilibrio demografico, uno sfruttamento razionale delle risorse, il disegno di una diversa visione di futuro. Dovrà essere una riconciliazione tra noi e la natura e per quanto possibile una riconciliazione tra persone e popoli. La parte obesa dell’umanità, quella che consuma oltre ogni limite, dovrà mettersi a dieta, per la sua stessa salute.

 

Abbandonare le specificità

I movimenti ambientalisti dicono queste cose da sempre, ma costituiscono una costellazione molto eterogenea, con scopi solo parzialmente sovrapposti. Se gli scopi fossero identici ci sarebbe soltanto un'associazione, e invece ce ne sono tantissime, ognuna gelosa della propria identità e della propria storia. Questa frammentazione è deleteria per le cause ambientaliste e porta a irrilevanza politica.

Mai come in questo momento storico si rende necessaria un'azione incisiva che veda l'unione e non la frammentazione di chi predica il welfare, anche perché il pubblico, in generale, è contro l'aumento di spese militari, possibile solo con la diminuzione di spese per servizi essenziali come quelli relativi alla salute, all'istruzione e alla ricerca. Esiste uno scollamento tra le proposte dei politici e il sentire della maggior parte della popolazione ma, apparentemente, non esistono proposte politiche solide che si oppongano a quello che nessuno vuole: il passaggio dal welfare al warfare.

I presidenti di tutte le associazioni ambientaliste, assieme ai presidenti di tutte le società scientifiche, dovrebbero tentare un coordinamento che porti ad un'iniziativa comune che li veda tutti riuniti, con i loro aderenti, e che chiami al confronto i presidenti e i segretari di tutte le forze politiche. Per mettere tutti a fronte delle loro responsabilità e per eliminare ogni ambiguità. Chi vuole aumentare le spese belliche lo deve dire in chiaro, e deve dire dove intende prendere quelle risorse. E chi si oppone a questo deve fare proposte alternative solide e responsabili. Non basta dire no, E i cittadini devono chiamare i politici che hanno eletto a relazionare sul loro operato, mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Magari con l'aiuto del Papa, unendo pacifisti e ambientalisti.

Abbiamo già arsenali in grado di annientare ogni traccia di civiltà, a che serve costruire ancora più armi? La patologia bellicista va curata con la democrazia, sperando che la maggioranza della popolazione sia ancora non contagiata.

Pareva che i tempi stessero cambiando, ma i signori della guerra, invece che morire, come si augurava Robert Zimmermann, Nobel per la letteratura, hanno ancora il timone della storia e possiedono anche le reti sociali, e gran parte dei media, per direzionare il sentire popolare, contro la verità, spacciando notizie false.

Possiamo noi restare a guardare? Come minimo dovrebbe essere nostro dovere smentire le falsità e indicare vie d'uscita, per far prevalere la ragione contro la prevaricazione. Le vie d'uscita le conosciamo, abbiamo la strada della sostenibilità oramai ben tracciata. Sarà la coltivazione dell'ottusa stupidità delle masse a prevalere, o si riuscirà a far prevalere la ragione? Vale la pena tentare, e non bastano gli articoli come questo a farla prevalere.

Guerra o Pace

Riccardo Graziano

 

Cari lettori, cari amici
dopo ottanta anni di pace, noi occidentali, noi europei confluiti nell’Unione Europea, ci eravamo illusi di aver relegato la Guerra negli archivi della Storia. Certo, sapevamo che da qualche parte qualcun altro continuava a combattere e a morire, alle volte persino a pochi chilometri da casa nostra, come nella guerra dell’ex Jugoslavia, o quando i telegiornali ci riferivano di massacri particolarmente efferati, come il genocidio del Ruanda, staterello africano che molti avrebbero difficoltà a indicare su una mappa.
Ma eravamo convinti che queste cose riguardassero gli altri, noi al limite bombardavamo da distante, come sulla Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq. Del resto, con l’industria bellica che sfornava armi in continuazione, ciclicamente bisognava pur trovare qualche nemico su cui utilizzarle.
Comunque, erano cose distanti, che non ci riguardavano, che non entravano nel nostro quotidiano. Forse, qualche ottimista pensava addirittura che, prima o poi, anche quei popoli primitivi e feroci avrebbero imparato a vivere come noi, le grandi democrazie faro di civiltà, come sembrava stesse per succedere con le “primavere arabe”.
Altrimenti, fatti loro. Che c’entravamo noi? Si, certo, le armi gliele vendevamo noi, ma mica era colpa nostra se poi le usavano per ammazzarsi.

Però un pochino avremmo dovuto preoccuparci. Perché, come diceva qualcuno, in un mondo globalizzato, se non risolvi i problemi di qualcun altro, prima o poi diventano problemi tuoi.

La sveglia è arrivata bruscamente, con l’invasione russa dell’Ucraina, di nuovo una guerra in grande stile nel cuore dell’Europa, come non si vedeva da decenni. Certo, c’era stata, come dicevamo, l’ex-Jugoslavia. Ma lì era una questione interna, quella che in genere si definisce “guerra civile”, anche se di civile non ha proprio nulla, a parte il fatto che ci combattono – e ci muoiono – i civili, come peraltro ormai succede in tutti i conflitti.

Fino alla Prima Guerra Mondiale, il 90% delle vittime erano militari. Con la Seconda, tutti si sono ritrovati al fronte, fra bombardamenti, rappresaglie, rastrellamenti, persecuzioni. Oggi, il 90% delle vittime sono civili inermi, col solo torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. O magari di avere la pelle del colore sbagliato, la religione sbagliata, qualcosa di sbagliato secondo “l’altro”.

Quando è cominciata la guerra in Ucraina, tutto si è ribaltato. Di nuovo, una potenza straniera attaccava un Paese sovrano. E le vittime avevano la pelle del nostro stesso colore, vestivano come noi, vivevano come noi, erano pure europei. Insomma, potevamo essere noi. Poteva, potrebbe capitare anche a noi. O almeno, questo è il pensiero che si è annidato più o meno consapevolmente in qualche angolo dei nostri cervelli, e che le nostre élite dominanti stanno cavalcando per portarci verso un’economia di guerra. Niente è meglio della paura per convincere un popolo recalcitrante ad aumentare le spese militari, tagliando fondi alla Sanità, all’Istruzione, magari alle pensioni. O addirittura aumentando le tasse!

L’industria dell’auto è in crisi? Riconvertiamola a produrre armi. Le risorse scarseggiano? Accaparriamone il più possibile, a tutti i costi, anche se sono in Venezuela o Groenlandia (ogni riferimento a Trump è voluto). Il pianeta si surriscalda? Diciamo che non è vero, ma intanto prepariamoci a sfruttare le rotte e le risorse dell’Artico. E così via.

Noi non ci stiamo. Non siamo utopisti o ingenui, semplicemente sappiamo, come diceva von Clausewitz, che la guerra è “la prosecuzione della politica con altri mezzi”. E sappiamo che, con l’avvento del Neoliberismo, l’economia e la finanza hanno preso il sopravvento sulla politica. Quindi capiamo che, oggi, la guerra è la prosecuzione dell’economia con altri mezzi.

Ma c’è un’altra via possibile. L’economia circolare vale il doppio dell’economia consumista, in termini di posti di lavoro, PIL e ricavi, con un peso sull’ambiente molto più ridotto. Le energie rinnovabili sono ovunque e a disposizione di tutti, senza bisogno di scatenare conflitti per le riserve fossili.

Soprattutto, in un Pianeta che brucia, è da fessi alzare la temperatura, in senso conflittuale, ma soprattutto fisico. Perché le guerre aumentano in misura esponenziale quell’effetto serra che è alla base del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici.

La nostra rivista si chiama Natura e Società, dunque abbiamo pensato questo numero per parlare degli effetti della guerra sulla Natura, sull’Ambiente, sull’Ecosistema. Ma non ci siamo dimenticati della Società, perché le guerre non le portano gli Alieni, come nei film di fantascienza. Le guerre nascono qui, per interesse, per odio, per capriccio di qualche potente (ogni riferimento a Trump è sempre voluto). Ma si alimentano all’interno di società che progressivamente vengono indottrinate alla cultura della guerra, alla necessità della guerra, all’ineluttabilità della guerra.

Noi non ci stiamo. Vogliamo dare il nostro piccolo contributo a decolonizzare le menti dall’idea che la Società – e la Natura – si possono difendere esclusivamente con armi e divise. Sappiamo di affrontare argomenti spinosi, divisivi, scivolosi. Ma sentiamo il dovere di farlo, perché mai come ora il mondo si è trovato così vicino all’abisso, mai come ora l’Umanità è stata così vicina al rischio di estinzione.

Su questo pianeta siamo in tanti, troppi, e vogliamo sempre di più. Esistono due vie. Cercare di soddisfare le nostre esigenze impattando il meno possibile sul pianeta e sugli altri, magari riducendo un po’ le pretese per facilitare la convivenza di tutti con tutti. Oppure sgomitare e massacrarci per ottenere di più a scapito degli altri.

Attenzione, però, perché la seconda è una falsa soluzione. Primo, perché non possiamo essere sicuri di stare dalla parte di chi sgomita più forte, di quelli che vincono, di quelli che ce la fanno. Come occidentali ed europei, certo, abbiamo più possibilità di altri, ma non possiamo esserne sicuri, basti ricordare che in Italia i poveri assoluti sono più che triplicati negli ultimi venti anni. Secondo, soprattutto, perché c’è qualcuno molto più forte di qualunque esercito, che potrebbe spazzarci via in tempi sorprendentemente brevi. È la Terra, che ha vissuto miliardi di anni senza di noi, e può fare benissimo a meno di qualche miliardo di parassiti inquinanti. Siamo noi che non possiamo fare a meno di Lei, così com’è ora, non più calda, più inquinata o con sempre meno risorse.

Come si dice, Uomo avvisato, mezzo salvato.