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Verso la transizione all’elettrico

Riccardo Graziano


Un motore elettrico è mediamente tre volte più efficiente di un motore a scoppio. In un mondo dove c’è sempre più domanda di energia e dove di conseguenza aumentano costi e tariffe, dovrebbe bastare questa considerazione per convincerci a passare il più velocemente possibile alla mobilità elettrica. Invece le resistenze sono fortissime, specialmente in Italia, una delle nazioni in assoluto più indietro nella transizione.
Del resto non stupisce. È da tempo che gli italiani non capiscono in che direzione va il mondo, e quando finalmente ci arrivano, gli altri sono già andati avanti da un pezzo. È uno dei motivi per cui perdiamo competitività. Già trent’anni fa, nel nostro paese si osteggiavano le rinnovabili, dicendo che non erano competitive, che erano care, che non erano sufficienti. Così, nel “Paese del Sole”, come dice la famosa canzone, si stentava a mettere i pannelli fotovoltaici, mentre la Germania e la Svezia, paesi con molta meno insolazione, ne installavano più di noi. Erano fessi loro a mettere pannelli solari senza avere il sole o eravamo fessi noi che il sole ce l’avevamo in abbondanza, ma i pannelli non li mettevamo? A distanza di trent’anni, la domanda è retorica e la risposta scontata. Oggi il fotovoltaico è la forma di energia meno costosa e più efficiente, tanto che è quella con la crescita più rapida. Se ci fossimo svegliati trent’anni fa, oggi probabilmente saremmo quasi autosufficienti dal punto di vista energetico e pagheremmo bollette cinque o sei volte più basse, ma abbiamo preso altre decisioni, evidentemente sbagliate. In compenso, quelli che l’energia ce la vendono continuano a fare quattrini a palate, quindi ci sarebbe da chiedersi se le decisioni sbagliate per noi sono state prese perché andavano bene a qualcun altro…
Ormai è andata così, dirà qualcuno. Mica tanto. La Spagna, per esempio, dal 2018, cioè da quando è in carica il socialista Pedro Sanchez, ha deciso di puntare sulle rinnovabili e nel giro di otto anni è arrivata a produrre più della metà della sua energia da tali fonti, e mira a ottenere l’autonomia energetica entro dieci anni, chiudendo anche le poche centrali nucleari rimaste. In Italia, il governo di destra di Meloni – il più duraturo nella storia della Repubblica! – fin da subito ha deciso, e ultimamente ha confermato, di voler puntare sul gas, aumentando anche la produzione nazionale, e sul nucleare “sostenibile”. Domanda: sono fessi gli spagnoli, che hanno le centrali nucleari e pensano di chiuderle sostituendole con l’energia del sole, o siamo fessi noi che le centrali non le abbiamo e pensiamo di costruirle, anche se ci vanno vent’anni e costano miliardi? Sarebbe bello se, stavolta, ci svegliassimo prima di scoprire, fra trent’anni, di aver fatto la scelta sbagliata. Di nuovo.
Discorso analogo vale per la mobilità elettrica, che fino a non molti anni fa era considerata un mercato di nicchia. Il dato del 2025 ci dice che nel mondo sono state vendute oltre 13 milioni di auto elettriche. A trainare la corsa è naturalmente la Cina, dove le elettriche rappresentano ormai un terzo delle nuove immatricolazioni, seguita dal Regno Unito col 23,4%, mentre la media dell’UE è del 17,4%. l’Italia si attesta poco sopra al 6%, agli ultimi posti, e solo grazie agli incentivi che hanno beneficiato soprattutto il mercato delle flotte aziendali e di noleggio. Gli italiani non si fidano dell’auto elettrica, e continuano a dare retta alle bufale che circolano da anni, anche se sono state ampiamente smentite. Una delle più clamorose è quella che “le auto elettriche prendono fuoco facilmente”. Ma allora, sono fessi cinesi, inglesi, tedeschi e tutti quelli che nel mondo le comprano sapendo che bruceranno, o sono fessi gli italiani che credono a queste boiate e continuano a girare seduti sopra a serbatoi pieni di carburanti altamente infiammabili? Se volete la risposta, provate a dare un’occhiata alle statistiche delle compagnie di assicurazione, che questi calcoli li fanno in modo piuttosto accurato.
Altra panzana è che le batterie durano poco. Una recente ricerca ha dimostrato che dopo 100.000 km di percorrenza, le batterie migliori (montate su venti modelli diversi) avevano ancora una capacità superiore al 90% di quella iniziale. Dunque, la paura infondata di ritrovarsi tonnellate di batterie da smaltire non esiste: durano molto di più e meglio di quanto si crede, hanno la possibilità di avere una seconda vita come accumulatori quando diventano inadatte alla mobilità e già oggi vengono ampiamente riciclate per recuperare i preziosi materiali di cui sono composte.
Infatti, altre ricerche confermano che la scelta dell’auto elettrica è – e sarà sempre di più – quella più ecocompatibile. Durante l’utilizzo è palese che lo sia, visto che le auto a combustione emettono enormi quantità di prodotti nocivi dal tubo di scappamento, mentre le elettriche viaggiano a emissioni zero. Ma anche tutta la filiera e il ciclo di vita di un’auto elettrica, sebbene non privo di criticità, è comunque meno impattante della filiera dell’auto a combustione e dei suoi carburanti.
Superati anche i problemi di autonomia, di “ansia da ricarica” e di tempi eterni per il rifornimento: ormai esistono modelli che superano i 500 km di autonomia, mentre le colonnine ultrafast presenti nelle aree di servizio autostradali permettono di recuperare 200/300 km di autonomia con una sosta di 20 minuti, fisiologica sulle lunghe percorrenze.
Di falsità sull’auto elettrica ce ne sarebbero ancora molte, ma ci limitiamo a citare quella del “costano care”. Ora, è vero che una Tesla costa più di una Panda, ma non più di una Mercedes, Audi, Bmw o qualsiasi altra auto di pari categoria, con le quali va fatto il confronto. Al contrario, oggi la Cina sta sfornando decine di modelli elettrici che costano meno di una Panda, anche se sono assai più avanzati tecnologicamente. Il problema è che a quei prezzi da noi non le trovi, visto che l’UE ha provveduto a mettere dazi elevatissimi su pressione dei produttori europei, che rischiavano di essere travolti dall’arrivo di auto cinesi migliori delle nostre e a prezzi più bassi. Certo, dirà qualcuno, ma l’industria cinese dell’auto è fortemente sovvenzionata dal governo. Vero, ma è perlomeno singolare attaccarsi a questo argomento nel nostro paese, che per anni ha sovvenzionato l’unico produttore nazionale, una certa fabbrica italiana di automobili di Torino, il cui acronimo è ormai ridotto a semplice marchio marginale di una multinazionale francese che ha delocalizzato praticamente tutte le produzioni.
Ma ormai, più che parlare di auto elettrica, ha più senso parlare di mobilità elettrica. E non ci riferiamo a moto, scooter o biciclette a pedalata assistita. Oggi la mobilità elettrica sta entrando anche nel mondo dei trasporti pesanti, non solo per quanto riguarda gli ormai numerosi bus elettrici del trasporto pubblico urbano, ma anche – sebbene in piccola percentuale – nell’ambito del trasporto merci di breve e lunga percorrenza. I furgoni elettrici per le consegne in città sono sempre più numerosi, ma anche i camion elettrici non sono più qualcosa di sperimentale. Oggi sono disponibili vari modelli di motrici elettriche per autotreni in grado di ricaricarsi rapidamente alle colonnine fast e ultrafast con potenze anche superiori ai 300 kW, mentre qualcuno inizia a progettare l’utilizzo di pannelli solari sui camion per aumentare le percorrenze.
Ma il settore dove l’elettrico inizia a farsi strada rapidamente è quello dei traghetti, in particolare su laghi e fiumi, ma anche su qualche tratta marina costiera. All’estero, naturalmente, non da noi, dove ce ne sono solo un paio sul lago d’Iseo. In Finlandia, dal 2027 partiranno i traghetti elettrici che si sono aggiudicati l’appalto per i collegamenti con le isole proprio in virtù delle emissioni zero. Parallelamente, sul lago di Ginevra, con l’introduzione di un nuovo battello elettro-solare, la navigazione diventerà completamente elettrica, in linea con quanto da tempo succede in Svizzera, dove anche i natanti storici vengono riconvertiti per viaggiare a batteria. La nuova imbarcazione monta pannelli solari che vanno a coadiuvare gli accumulatori, garantendo una maggiore autonomia di servizio, fino a 13/15 ore senza interruzione nel servizio diurno, mentre alla sera viene attaccata alla rete elettrica in modo da ricaricare durante la notte. L’ennesima dimostrazione che il futuro, che noi lo vogliamo o no, sarà elettrico.
E per tornare alle macchine, l’unico, vero, grande e insormontabile problema dell’auto elettrica è che costringe l’utente a cambiare mentalità e abitudini, che è proprio quello che gli italiani non vogliono mai fare, per cui si aggrappano allo status quo e alle loro certezze, anche quando si rischia di rimanere indietro. Ma in un mondo che cambia sotto la spinta prepotente dei cambiamenti climatici, sono fessi gli altri che si convertono all’elettrico, o siamo fessi noi che continuiamo a difendere strenuamente il fossile?

Buone notizie dalle rinnovabili

Aquila Reale


In mezzo alle tante brutture che funestano il pianeta, c’è bisogno di una boccata d’ossigeno con qualche buona notizia. E per fortuna ce ne sono. Partiamo dal fotovoltaico, che a livello planetario sta conoscendo una crescita esponenziale. Soltanto nel 2012 la potenza installata aveva superato i 100 GW (100 gigawatt, equivalenti a 100 milioni di kW), poi nel successivo decennio è decuplicata, arrivando nel 2022 a 1 TW (1 terawatt = 1.000 gigawatt) e oggi a 3 TW. Grazie a questa crescita impetuosa, l’Unione Europea questa estate è riuscita a coprire il 25% del proprio fabbisogno energetico con il fotovoltaico, che in quel periodo è diventata la principale fonte energetica a livello continentale, superando nucleare e gas. Se al solare sommiamo eolico (14%) e idroelettrico (12%) vediamo che più della metà dell’energia prodotta in UE proviene dalle fonti rinnovabili.
Tra l’altro, il fotovoltaico è stata l’unica fonte ad aumentare la propria produttività durante le recenti ondate di calore che hanno colpito l’Europa, andando così a compensare i cali di produzione di tutte le altre fonti, messe a dura prova dalle temperature estreme e dall’aumento della domanda dovuto all’intenso uso di condizionatori. Alcuni studi sembrano inoltre evidenziare come l’ombreggiatura dei pannelli utilizzati nell’agrivoltaico abbia protetto le colture dall’eccesso di insolazione.
Dunque non è un caso se, vicino a noi, il Vaticano sta pensando di soddisfare tutto il proprio fabbisogno energetico grazie a un impianto agrivoltaico fortemente voluto da papa Francesco e che ora il suo successore sta portando avanti.
Agli antipodi, in Australia, il fatto che la produzione solare è cresciuta molto e raggiunge il picco nelle ore centrali della giornata, ha indotto il governo a incentivare lo spostamento dei consumi proprio in quella fascia oraria, concedendo tre ore di elettricità gratis! È possibile che qualcuno, guardando la propria bolletta, valuti di emigrare nel paese dei canguri, ma forse non è necessario, perché da noi qualche operatore sta iniziando a fare lo stesso, anche se solo a livello “sperimentale”, di propria iniziativa e in modo saltuario, non strutturale. Del resto il nostro governo, a differenza di quello australiano, continua a blaterare di soluzioni miracolistiche del nucleare, che se va bene dovremo aspettare venti o trenta anni, senza curarsi minimamente di abbassare le nostre bollette, che sono ormai le più care d’Europa.
La quale Europa punta invece a una elettrificazione sempre più spinta, in particolare incentivando la sostituzione delle vecchie caldaie a gas con le pompe di calore. Vale la pena ricordare che, al contrario, il nostro governo continua a insistere sul gas, anche se diventa sempre più caro, e aveva (o ha ancora) in progetto di diventare “hub del gas europeo”, cioè trasformarsi in terminale del gas proveniente dai paesi produttori per convogliarlo verso il resto d’Europa, proprio mentre quest’ultima si sta attrezzando per farne a meno. Quindi rischiamo di spendere milioni di euro per infrastrutture pensate per vendere gas a chi non avrà più bisogno di comprarlo. Che lungimiranza.
Altre buone notizie arrivano dalla mobilità elettrica, a cui dedichiamo un altro articolo.
Qui, per concludere, ci piace riportare la notizia che il governo francese ha deciso di vietare le pubblicità legate ai combustibili fossili, compreso il biogas, attuando una direttiva risalente al 2021.
Un po’ come era successo anche da noi con le sigarette: “chi usa combustibili fossili avvelena anche te, digli di smettere”.

Gianni Mattioli, il ricordo di ieri, il messaggio per l’oggi

Valter Giuliano


Fu con noi a Sarre in occasione delle celebrazioni del Cinquantenario del Movimento Italiano per la Protezione della Natura (MIPN) in cui affondano e si nutrono le nostre radici di ininterrotto impegno.
Era il 1998 e Gianni Mattioli ricopriva la carica di sottosegretario al Ministero dei Lavori Pubblici nel primo Governo Prodi. Ci onorò della sua presenza intervenendo da par suo. Più tardi, nel secondo Governo Amato (2000), diventerà Ministro per le Politiche Comunitarie.
Nato a Genova il 29 gennaio 1940 si è spento a Grottaferrata lo scorso 1 giugno.
Si laureò alla Sapienza di Roma in fisica nel 1964 e lì divenne docente nel 1973.
Qualche anno dopo, era il 1977, ebbe modo di occuparsi del progetto di insediamento di una centrale nucleare a Montaldo di Castro su invito delle comunità locali. Di lì, con il collega Massimo Scalia, prende avvio il suo impegno sulla questione energetica che lo porta l’anno successivo a fondare il Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche e nel 1981 a fondare e dirigere la rivista Quale energia?. Insieme all’inseparabile Massimo, e con Gianni Silvestrini, fornirono quell’imprescindibile e autorevole sponda scientifica al Movimento antinucleare, poi Comitato per il controllo delle scelte energetiche.
Le loro argomentazioni da docenti universitari della materia andrebbero riproposte oggi a chi vuole tornare su quella scelta, sconfitta per ben due volte nelle urne referendarie grazie proprio alle conoscenze e alle argomentazioni non ideologiche ma fondatamente scientifiche fornite dal duo Mattioli-Scalia e da altri colleghi che allora si impegnarono in prima fila nel promuovere scelte energetiche alternative sia al fossile sia al nucleare.
Purtroppo alla classe politica di oggi manca la conoscenza di tutte quelle convincenti argomentazioni e dunque torna a farsi influenzare dalle lobbyes dei nuclearisti che non si sono mai rassegnati e arresi all’evidenza dei fatti che condanna quella scelta come impercorribile, oggi come ieri, in attesa della fusione che oggi appare niente di più che un’Araba Fenice.
Gianni Mattioli ha insegnato, prima a noi del movimento, poi agli italiani, la strada del “conoscere per deliberare”, quella che continua a difettare in chi si è candidato a governare il Paese, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in giù, compresa gran parte del Parlamento.
Insieme a Massimo Scalia, allievo di Marcello Cini, Gianni Mattioli non esitò un istante a prendere posizione contro il Piano nucleare dell’Italia proposto dal ministro Donat Cattin.
Tra i fondatori prima di Legambiente poi delle Liste Verdi, Mattioli fu tra i protagonisti della vittoria nella battaglia contro il nucleare che, complice l’incidente di Chernobyl - spada di Damocle tuttora vigente tanto più nell’attuale scenario di guerra - ottenne il consenso dagli italiani nei referendum del 1987 e del 2011.
È stato, quello, un impegno nel quale sono stati messi in gioco scienza, etica e responsabilità civile, le stesse coordinate che a Pro Natura insegnò Valerio Giacomini. Gli amici di Legambiente si appuntano, con giustificato orgoglio, la loro connotazione di ambientalismo scientifico e non emotivo o ideologico. Ma dovrebbero riconoscere che quella stagione nacque proprio con Giacomini e la sua lezione, che ci richiamò al rigore scientifico quale bussola di orientamento per le nostre battaglie ambientaliste.
Gianni Mattioli ne fu un interprete straordinario, con posizioni sempre governate da conoscenza, supportate da dati scientifici incontestabili, mosse da una naturale capacità di farsi ponte tra accademia e piazza, tra sinistra storica e nuovo ecologismo.
Una dimensione che purtroppo si è un po’ perduta anche nei nuovi interpreti del pensiero verde.
Gianni, per molti di noi, se non un Maestro, è stato sicuramente un punto di riferimento, un uomo di visone, come quando volle immaginare la rivista di approfondimento dei Verdi, Metafora Verde, durata il tempo di un battito d’ala, ma segnale di un’esigenza di approfondimento sui temi da affrontare nell’agone politico avendo conoscenza oltre che coscienza dei problemi.
Portò il rigore del mondo scientifico in Parlamento qualificando la presenza dei Verdi a partire dalla metà degli anni Ottanta quando fu tra i promotori della Federazione delle Liste Verdi. La sua militanza politica si è sviluppata tra Democrazia Proletaria, Cristiano Sociali, Alleanza Democratica, Sinistra Ecologia Libertà. 
Insieme a Massimo Scalia seppe scendere dal piedistallo accademico per impegnarsi nelle urgenze ambientali. Un impegno allora molto meno riconosciuto di quanto accade oggi per chi si impegna, nelle Università, sui temi ambientali e che, tuttavia, non conta che piccoli numeri di protagonisti che dalla cattedra si lasciano contaminare, come militanti, nell’impegno in battaglie della società civile. 
Il suo pensiero è ben riassunto in questa frase: «La crisi ecologica non è uguale per tutti. Chi vive ai margini della società – nei quartieri inquinati, nelle periferie abbandonate, nei Paesi più poveri – paga il prezzo più alto di un modello di sviluppo dal quale ha ricevuto il meno. Combattere per l’ambiente significa combattere per loro, prima che per i ghiacciai o per le foreste. Significa scegliere da che parte stare».
Gianni è stato uomo di scienza che non ha avuto paura di farsi contaminare dalla politica. Anzi, ha risposto a un richiamo. Quello del dovere civico che impone di mettere a disposizione della collettività le conoscenze scientifiche e renderle accessibili  ai cittadini chiamati a decidere. 
«Chi entra in politica portando con sé una competenza scientifica - scrisse - ha un dovere doppio: verso i cittadini, che meritano la verità anche quando è scomoda, e verso la scienza stessa, che non può essere piegata alle convenienze del potere. La politica che non si fonda sulla conoscenza è solo gestione dell’esistente, non costruzione del futuro».
Porteremo con noi, in un’epoca di dissoluzione delle capacità di mantenere un minimo grado di stile nei rapporti umani e politici, quella sua capacità apparentemente aristocratica, che tuttavia comunicava vicinanza; quel portamento fatto di eleganza del gesto e del pensiero che non era forma ma sostanza, quel sorriso empatico che scioglieva le distanze, capacita maturate in una intensa vita di militanza, dal Movimento studentesco del Sessantotto, all’esperienza nel Pdup e poi in Dp, nei Cristiani per il Socialismo, fino alla costruzione dell’ambientalismo politico italiano. Un percorso di coerenza costruito sull’attitudine a tenere insieme sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale.
Ma di lui ricorderemo, soprattutto la dote di raccontare con semplicità e farci comprendere concetti complessi che in quegli anni abbiamo raccolto dal suo insegnamento per moltiplicarli nei dibattiti e nella assemblee in cui, sul territorio, affermavano le ragioni scientifiche contro la scelta nucleare.
«L’atomo non è né civile né militare: è potere sulla materia, e come ogni potere chiede di sapere chi lo controlla, a quale scopo, con quale legittimità democratica. Chi dice che il nucleare civile non ha nulla a che fare con quello militare o non conosce la fisica, o sceglie deliberatamente di non conoscerla. In entrambi i casi, non può guidare le scelte di un popolo».
Nel ricordare doverosamente la figura di Gianni Mattioli, così come facemmo, poco tempo fa, per Massimo Scalia, come non riflettere sul fatto che, recentemente, il nostro Parlamento su proposta del ministro Pichetto Fratin ha approvato una legge per reintrodurre il nucleare in Italia? 
Un atto che ha deliberatamente calpestato, con una disinvoltura intollerabile, che grida vendetta, il risultato di ben due referendum popolari. Con essi è stata registrata la volontà del popolo sovrano d’Italia che, a distanza di ventiquattro anni l’uno dall’altro ha detto no alla scelta energetica nucleare. 
L’attuale Governo della Repubblica ha deliberatamente scelto, con arroganza, di ignorare ciò che per ben due volte la volontà popolare, sullo stesso tema, ha deliberato. Milioni di voti verrebbero così gettati alle ortiche. La vogliamo chiamare ancora “democrazia”? Il governo di destra invoca, a ogni piè sospinto, il popolo. Ma quando si esprime contro, viene ignorato.
Per onorare Gianni Mattioli e Massimo Scalia, ci toccherà forse tornare in piazza a raccogliere le firme per un Referendum che ricordi a Lor Signori, che il popolo è sovrano sempre, non solo quando fa comodo.

Le concrete utopie di Carlin Petrini

Valter Giuliano


Mai un’assenza è stata così presente. È accaduto a Torino, in occasione dell’ultima edizione di Terra Madre / Salone del Gusto, la prima senza Carlo -Carlin per gli amici- Petrini, il fondatore di Slow Food da cui sono nate iniziative di eccellenza per la ristorazione di qualità e per la filiera agroalimentare.
I quarant’anni del movimento creato da lui si sono così celebrati senza il sacerdote laico che seppe dialogare con papa Francesco, astigiano arrivato dall’Argentina, sul tema caro ad entrambi: il destino del pianeta. 
È stato l’ultimo impegno, la cofondazione della “Comunità Laudato sì’ che ha chiuso una militanza iniziata con il sostegno al rilancio delle tradizioni contadine - in quello che è oggi il territorio Unesco-Langhe-Roero-Monferrato - dato ai Cantè j euv (Cantare le uova, la questua pasquale), proseguito con la creazione di Slow Food, la fondazione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, la rete internazionale di Terra Madre.
Oltre lo stereotipo, secondo cui la modernità ha origine nelle grandi metropoli, ci sono storie che lo smentiscono per raccontare come germogli di futuro sanno sbocciare anche in territori di provincia.
La storia di Carlin lo dimostra con la sua capacità di trasformare le visioni in progetti. Alternativi alla dimensione corrente eppure vincenti. Guidate da convinzioni etiche capaci di farsi politica per proporre strade nuove da percorrere in alternativa a quelle che sempre più si stanno rivelando fallaci.
La grandezza di Carlin è tutta in questa sfida, che ha saputo contrapporre a una idea di civiltà corrotta e rassegnata alle peggiori declinazioni del profitto, del consumismo, dello sfruttamento dell’ambiente e delle persone che abitano il Pianeta.
Buono, pulito giusto, lo slogan scelto. Tre parole. Tre concetti applicabili non solo al cibo ma alle prospettive dell'umanità.
In quelle parole tutta l’attenzione per il Pianeta, per le sorti dell’ambiente naturale che lo porterà, inevitabilmente, a incrociare il messaggio di papa Francesco. Perché non ci può essere salvezza per l’umano se non ci sarà salvezza per la terra che lo ospita e che sin qui ne ha tollerato comportamenti nefasti.
A Carlin, in un recente incontro, avevo promesso di regalare il poster di Radio Bra Onde rosse. Promessa che non ho potuto mantenere perché l’ho da poco ritrovato nell’ormai immensa scatola dei ricordi liberando la casa dei miei genitori. Per lui era prezioso perché testimoniava un’altra delle iniziative cui non aveva fatto mancare il suo sostegno: una delle prime, se non la prima, tra le radio libere che per quel manifesto promozionale aveva avuto in regalo un disegno di Dario Fo. 
La storia personale e pubblica di Carlin, militante e appassionato promotore di idee nuove ci ha insegnato la necessità di impegnarci, senza paura ma con determinazione, nelle battaglie a difesa di valori che piano piano abbiamo, senza quasi accorgercene, alienati. 
Petrini ce li ha sbattuti in faccia, richiamandoci all'impegno, nella convinzione che non bisogna rassegnarsi e che certe battaglie, buone e giuste, le possiamo vincere. Richiamandoci a far riemergere i valori che hanno costruito il nostro essere e che sono alla base del nostro divenire.
Ognuno di noi ha un passato contadino. Radici piantate nella terra. E la terra continua ad esistere, protagonista indiscutibile della nostra esistenza.
Il quarantennale delle “creature” di Carlo Petrini arriva nel cuore di Torino città industriale, culla della manifattura e dell’auto. Dove il prestigioso Salone dell’automobile era scomparso per anni e ora è ritornato in edizione ridotta. Molte fabbriche sono scomparse, altri siti industriali sono in abbandono. 
Egli ha portato il Salone del Gusto, poi Terra madre, il riscatto dei popoli della Terra, la primazia della dedizione alla terra che dà nutrimento vero all’Umanità. Non sono le automobili ma i prodotti della terra che ci danno opportunità la vita. Lo abbiamo dimenticato, in una devastante follia collettiva piegata ieri alla tecnologia, oggi all’intelligenza artificiale che molto probabilmente devasterà le nostre menti, incapace di nutrire i nostri corpi,
Abbiamo smarrito il senso della vita. È quello cui Carlin Petrini ci ha richiamati.
Lo sapremo ascoltare?
Sapremo praticare i suoi concetti: buono, pulito, giusto? 
Su quest’ultima parola ha sbattuto in faccia al mondo l’altro concetto cardine del suo pensiero. Con Terra madre, nell’impegno, insieme ai contadini del mondo globale per riaffermare giustizia economica, sociale, ambientale.
La maniera migliore per ricordarlo è auspicare che ciò che Carlo Petrini ha seminato con forza coraggio e speranza possa germogliare nella coscienza del mondo. Che donne e uomini di buona volontà sappiano accoglierlo e farne messaggio universale. 
Il futuro dell'umanità passa solo da questa speranza.

Energia condivisa, il modello CER

Le CER, Comunità Energetiche Rinnovabili, stanno finalmente dispiegando la loro azione sui territori, ma ancora con troppa lentezza per essere efficaci nell’implementazione della transizione energetica. Ma cosa sono le CER? Come funzionano? Quali vantaggi danno? Cerchiamo di rispondere in questo articolo scritto in collaborazione con CER Sinergie [www.cersinergie.it], la CER co-fondata da Pro Natura Torino insieme ad altre Associazioni ambientali e sociali, il cui modello attivo in Piemonte è replicabile in tutta Italia.

La CER è una Comunità che si occupa della condivisione dell’energia fra i propri soci produttori e consumatori. Per evitare malintesi, NON è l’ennesimo fornitore di energia che vi propone un contratto a prezzo super ribassato, salvo poi aumentare le tariffe l’anno successivo. Chi aderisce a una CER mantiene il proprio operatore energetico e continua – ahimè – a pagare le sue bollette, ma…
Ma può accedere agli incentivi riservati ai soci delle CER, che si traducono in sostanza in un accredito quando arriva il consuntivo dell’energia condivisa fra i soci.
Già, ma cos’è l’energia condivisa?
È l’energia prodotta e contemporaneamente consumata dai soci che risiedono all’interno della stessa cabina primaria, ovvero il territorio servito da un’unica cabina elettrica di conversione dall’alta alla media tensione, che a sua volta comprende varie cabine secondarie, quelle che portano l’elettricità dalla media alla bassa tensione, fino al contatore e alle prese di casa nostra.
Ma per non perderci in tecnicismi, facciamo un esempio pratico, quello della configurazione di Ciriè (in Piemonte, provincia di Torino, cabina primaria AC001E01290) una delle prime attivate da CER Sinergie. Al momento può contare su due impianti fotovoltaici per un totale di 19.5 kW di potenza (più altri in fase di realizzazione) attivi dal gennaio 2025 e riconosciuti dal GSE – il Gestore dei Servizi Elettrici, quello che paga materialmente gli incentivi - a giugno 2025, data a partire dalla quale è iniziato il computo dell’energia condivisa e dei relativi emolumenti maturati. A consuntivo, la cifra di incentivi riconosciuta è stata di 886€ suddivisi fra i produttori e i sei consumatori che hanno condiviso l’energia secondo le percentuali concordate.
Condividere l’energia significa semplicemente consumare corrente nello stesso momento in cui gli impianti della propria configurazione la producono, un meccanismo che viene monitorato in modo automatico dai nuovi contatori elettronici, senza che i soci debbano preoccuparsi di fare nulla, se non banalmente attuare piccoli accorgimenti, tipo far partire gli elettrodomestici nelle ore centrali della giornata, quando la produzione di energia fotovoltaica è al massimo. Naturalmente, se si ha una tariffa monoraria e se la lavatrice è a pieno carico, sennò il gioco non vale la candela…
Variazioni minime delle nostre abitudini che portano a una ottimizzazione nell’utilizzo dell’energia, premiata appunto dagli incentivi. Per tornare al nostro esempio, se in una giornata di bel tempo gli impianti di Ciriè producono, supponiamo, 18 chilowattora e i sei consumatori ne utilizzano 2 a testa per un totale di 12, l’energia condivisa sarà 12 chilowattora, Se viceversa i consumatori assorbono diciamo 15 chilowattora, ma l’impianto ne produce solo 10 (perché magari è nuvolo…) la cifra condivisa sarà quest’ultima, ovvero sempre la minore fra quella prodotta e quella consumata. Per questo motivo è importante ottimizzare al massimo le configurazioni, sia come equilibrio fra produttori e consumatori, sia come adattamento dei consumi alla produzione oraria. Ecco che diventa dunque importante la “C” di “Comunità”, perché i soci possono scambiarsi informazioni e consigli per sfruttare al massimo le possibilità di condivisione e di conseguenza ottenere incentivi più elevati.
Naturalmente, la cosa funziona se ci sono persone disposte a installare un impianto di energia rinnovabile (di solito pannelli solari sul tetto di casa, ma non esclusivamente quelli) e a condividere il proprio surplus con i consumatori della zona. A tal proposito, occorre ricordare che, a fronte di un investimento iniziale ragguardevole, i vantaggi per i produttori sono molteplici:
- detrazione fiscale dei costi dell’impianto
- autoconsumo di energia e conseguente minor prelievo dalla rete (cioè bollette più basse)
- remunerazione dell’energia in eccesso riversata in rete
A tutto ciò, nel caso di adesione a una CER, si aggiunge il bonus sull’energia condivisa, che si somma a quello dell’immissione in rete, e che in certi casi può sostituire la necessità (e i costi) di installare un impianto di accumulo.
Attualmente, CER Sinergie ha già cinque configurazioni attive in Piemonte (la già citata Ciriè, Torino-Parella, Verbania, Val Pellice e Settimo Torinese-San Mauro), ne sta attivando altre sette (cioè sono in attesa del riconoscimento da parte del GSE) e ne ha svariate altre in preparazione, prevalentemente in Piemonte, ma il modello è replicabile in tutta Italia, con una sola limitazione: le CER possono accogliere solo gli impianti entrati in servizio dopo la loro costituzione, dunque nel caso di Sinergie DOPO il 15 novembre 2024. Se volete sapere se il vostro Comune o il vostro impianto è in una delle nostre configurazioni o se volete crearne una ex novo, scrivete per informazioni e chiarimenti a info@cersinergie.it e i nostri tecnici vi daranno supporto per la creazione e la gestione della vostra configurazione, o per accogliervi in una di quelle già esistenti.
Avanti tutta verso la transizione energetica!
Il Team di CER Sinergie

La Grande Sete dei Data Center

Domenico Giorsetti

 

“I Data Center (o C.E.D., Centro Elaborazione Dati) garantiranno la sovranità nazionale tecnologica, il potere di uno Stato di governare autonomamente sul proprio territorio e sulla propria popolazione, dotandosi di conoscenze ed attrezzature necessarie per risultare indipendenti da altri paesi.”
Così ci viene detto.
Ma nelle loro viscere digitali pulsano le contraddizioni del nostro tempo: l’innovazione che consuma il futuro per alimentare il presente. Stanno rappresentando un fenomeno di crescente sviluppo e di problematicità in molti paesi. Dove collocarli, come alimentarli, quali fonti usare, come collegarli alla rete elettrica e quali ricadute avranno sui territori, sui cittadini e sull’ambiente?
È una problematica che la politica fa fatica, o fa finta di non interessarsene.
Un C.E.D. non è un capannone come gli altri, non è un magazzino, non è un centro commerciale e non è una fabbrica tradizionale: significa trasformatori, cabine, sistemi di raffreddamento, ventilatori, gruppi elettrogeni e batterie. Un impatto paesaggistico e acustico che non può essere liquidato con qualche fila di alberi disegnata nei rendering al computer. Il rumore prodotto non è necessariamente un’esplosione o un rombo improvviso. Può essere un ronzio continuo, prodotto dagli impianti di ventilazione e raffreddamento, a bassa frequenza particolarmente difficili da sopportare per chi vive nelle vicinanze. E siccome i server non dormono, quel rumore può continuare di giorno e di notte.

Già agli inizi del 2025 si stava superando la presenza di 12.000 strutture a livello mondiale. Più di 120 GW di capacità installata, localizzate in 170 nazioni, quasi metà di queste infrastrutture negli Stati Uniti, che con più di 5.000 rappresentano il 45% circa della capacità globale. A fine 2025, in Italia c’erano 216 C.E.D., per una potenza installata di oltre 600 MW, secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano; di 397 MW secondo la Italian Data Center Association. Non immediata la corrispondenza dato che il codice Ateco per i C.E.D. è stato introdotto solo nel 2025, e perché molti sono interni alle aziende e non chiaramente identificabili.

Il Mondo Digitale ha bisogno di sempre più energia. Dopo l’iniziale entusiasmo positivista per questi dispositivi, arrivano le domande sul loro insaziabile appetito, sia di corrente sia di acqua, risorsa sempre più carente a causa dell’azione antropica.
Spinta dalla euforia per le nuove tecnologie sull’Intelligenza Artificiale (IA), si è registrata un’impennata nei progetti di costruzione di nuovi C.E.D.: per alimentare il cloud (la nuvola) l’insieme dei servizi online che usiamo ogni giorno per conservare dati, far funzionare siti internet, e-mail, archivi, piattaforme e applicazioni.
Più crescono i dati prodotti, archiviati e utilizzati, più cresce il bisogno di capacità di calcolo e più aumenta la domanda di elettricità. In particolare sono sotto esame per l’enorme quantità di energia che consumano: si stima che collettivamentei C.E.D./IA (basati sull’Intelligenza Artificiale) utilizzino il 2% di tutta l’elettricità generata a livello globale. Inevitabile il surriscaldamento, e la necessità che sia raffreddato con l’acqua o impianti di refrigerazione. Secondo l’esperto di gestione delle risorse idriche, Venkatesh Uddameri, un tipico C.E.D. può utilizzare tra 11 e 19 milioni di litri d’acqua al giorno, all’incirca la stessa quantità di una città di 50.000 abitanti.

Perché così tanta acqua? L’acqua fornita rischia di diventare una risorsa critica nei prossimi anni in assenza di normative chiare e obiettivi di riduzione dei consumi, e ne viene consumata in due modi, direttamente e indirettamente. Il consumo maggioresi verifica durante il periodo in cui l’IA riceve dati e viene programmata per rispondere (fase di addestramento).
Il consumo indiretto. L’attenzione mediatica sui prelievi d’acqua per il raffreddamento ha portato a trascurare quella che è la quota prevalente nei consumi idrici: quellaassociata alla produzione di elettricità, per mantenerli operativi h24.
I C.E.D. sono per loro natura strutture energivore che richiedono da 10 a 100 volte l’elettricità di un edificio convenzionale; ed è un consumo spesso localizzato in aree carbon-intensive (territori geografici o settori industriali fortemente dipendenti da combustibili fossili). Per strutture piccole-medie si il consumo indiretto di acqua costituisce il 50-60% mentre per i più grandi (sui 100 MW) si arriva a più del 70% del fabbisogno.
Il consumo diretto. Per mantenere temperature operative stabili, l’acqua, prelevata in loco, viene immessa in un sistema di scambio termico per raffreddare le apparecchiature ed evitarne il surriscaldamento. Per raffreddarli, dato che possono arrivare a temperature anche oltre i 45°C, gran parte dei C.E.D. usano torri che raffreddano l’acqua proveniente dai circuiti elettronici, e che evapora in atmosfera. L’acqua per il raffreddamento è necessaria anche per rispondere alle variazioni stagionali della temperatura esterna; questo è particolarmente preoccupante considerando la crescente frequenza di estati più calde e la conseguente scarsità d’acqua che si registra in tutto il mondo. Con l’aggravarsi della crisi climatica e la crescente imprevedibilità dei modelli meteorologici si rischia il consumo d’acqua riservata alle comunità locali.
Il raffreddamento pesa mediamente per il 25-30% del consumo elettrico totale, solo per tenerli a temperatura, e manda in crisi il modello classico ad aria. Concentrare decine di kW in un singolo armadio significa flussi d’aria non più bastanti, e qui si apre la frontiera del raffreddamento a liquido: portare il fluido refrigerante direttamente sui componenti, con efficienze molto superiori e l’abbattimento dei consumi. È la tecnologia su cui si sta concentrando la nuova generazione, anche se richiede investimenti rilevanti e non è ancora diffusa su larga scala.

Indicatore centrale per questa sfida é il PUE (Power Usage Effectiveness), indicatore usato per misurare l’efficienza energetica di un C.E.D. Più si avvicina a 1, meno energia viene sprecata: è la differenza tra un’infrastruttura sostenibile e una non.
La direttiva europea sull’efficienza energetica (2023/1791) introduce per la prima volta un obbligo di trasparenza per i C.E.D.: dal 15 maggio 2026 le strutture con potenza pari o superiore a 500 kW devono raccogliere e comunicare a una banca dati europea una serie di parametri: consumi energetici, utilizzo della potenza, temperature operative, quota di rinnovabili, recupero del calore di scarto, efficienza nell’uso dell’acqua. L’efficienza esce così dall’ambito tecnico per diventare insieme un tema di conformità, di reputazione e di costo.Per anni un C.E.D. era giudicato dalla potenza che poteva erogare, oggi conta quanta ne spreca. L’efficienza non è più un dettaglio da ingegneri, è una voce di bilancio e un requisito di legge.

Richieste e normative. Oramai siamo parlando di un comparto in preda di spregiudicate manovre urbanistiche/finanziarie, seguendo la falla nel sistema che impedisce di respingere in via preventiva le istanze. Praticamente, operatori e società di comodo prenotano la potenza versando cauzioni di poche migliaia di euro, per poi rivendendo le autorizzazioni sul mercato secondario, generando i cosiddetti paper projects (progetti sulla carta).
Normativa nazionale e le recenti direttive semplificate per la transizione energetica hanno di fatto sottratto ai Comuni ogni potere di veto: qualsiasi provvedimento restrittivo adottato verrebbe immediatamente impugnato e annullato dai tribunali amministrativi, con il risultato di esporre in Comune a pesanti risarcimenti danni.
A fine luglio le domande di allaccio pervenute a Terna sono state per quasi 96 GW pari a 531 pratiche (55% dalla Lombardia), di cui 300 solo da gennaio (58 GW, il 48% in più rispetto al 2025, quando l’asticella si era fermata a 215 (39 GW). Solo 15 (meno di 2 GW) hanno raggiunto la fase più avanzata, segno che il grosso delle richieste non arriverà a traguardo.
Dati fuori scala rispetto alla potenza installata attuale, pari a circa 0,6 GW (collegati alla rete dei distributori locali e non in alta tensione). Stime al 2035, ipotizzano il fabbisogno tra 7% e il 13% dei consumi elettrici nazionali contro l’1,9% del 2024.

Nel 2025 la diffusione la potenza idroelettrica era guidata nettamente dalla Lombardia (5610 MW); a seguire Piemonte (con il maggior numero di impianti: 1109 e 3077 MW) e le province autonome di Bolzano e Trento (per un totale di 3757 MW).
La produzione altalenante: dai 60 TWh del 2014 si è scesi addirittura a 28 TWh nel 2022. Nel 2025 la generazione da idroelettrico è stata di circa 41 TWh, in calo di oltre il 21% sull’anno precedente. Il target per 2030 definito dal Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), è piuttosto conservativo: 47 TWh/anno.
Completato gli iter autorizzativo, il gestore della rete emette la cosiddetta soluzione tecnica minima di dettaglio (Stmd), con cui Terna definisce le opere e i costi necessari per connettere il C.E.D. alla rete e viene stipulato il contratto di connessione vero e proprio, al quale seguirà la fase di realizzazione delle opere e la loro entrata in esercizio.
Ma per reggere l’enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente sulle bollette dei cittadini.

Arduo descrivere, e riassumere, la situazione generale nelle diverse realtà nazionali, considerando il numero crescente e non facilmente identificabile, tra ipotesi, progetti o già attivi, anche perché alcuni sono all’interno di strutture industriali. Di seguito verranno descritte alcune realtà, le più significative, ovviamente approssimative.

Lombardia. In Italia l’investimento finora si è concentrato soprattutto in Lombardia con 73 strutture già attive (un terzo dell’Italia), con piani di investimento in gestazione nei prossimi 5 anni sui 22 miliardi. Quattro sono le macroaree già interessate: la prima è il polo Nord Ovest del Milanese (Settimo, Rho, Pero, Cornaredo), la seconda è il polo Sud nel Pavese, la terza è indicata come polo Est di Segrate/Pioltello e la quarta è il polo Bergamo-Brianza.
Milano è già oggi il principale hub italiano, ma è anche quello dove si sta concentrando gran parte dell’espansione futura, con circa 75 strutture censite (dati aprile 2026), con oltre il 30%. Se si considera le sole strutture già operative, il numero scende a 49, segnalando come una parte consistente della crescita sia ancora in fase di sviluppo.
Nel luglio scorso c’è stata la prima manifestazione in Italia, a Lacchiarella nella Bassa milanese, contro la costruzione di un C.E.D.: 300 MW (con un consumo annuo stimato vicino a 2 miliardi di kWh), su 228 mila m2 (32 campi da calcio) e composta da cinque strutture con numerosi generatori diesel. Circa duecento persone si sono radunate davanti al municipio  per protestare contro il progetto. A promuovere il presidio sono stati diversi comitati di cittadini, che da mesi contestano l’iter autorizzativo dell’impianto. In piazza anche comitati di Magenta, Opera, Linate e di altri comuni della regione. Il progetto ha già ottenuto un primo via dal Ministero dell’ambiente ed è oggetto di riesame grazie alle pressioni del comitato locale.
Altre proteste a Travagliato (BS). Qui il Comune ha ritirato l’autorizzazione per la costruzione dell’impianto sul proprio territorio (120 MW di impianto, 648 parcheggi per auto e Tir, 60 generatori di emergenza per un progetto dal valore di 11 milioni di euro), dopo lo stop arrivato anche dalla Città Metropolitana. Decisione presa soprattutto a seguito delle vivaci proteste dei cittadini, venuti a conoscenza, come il solito, dopo il primo parere favorevole del Comune: contestando i possibili danni ambientali, dall’impiego di acqua e l’emissione di calore fino all’inquinamento acustico e alla cementificazione del terreno. per la mancanza di dati certi sui consumi energetici, risposte ritenute generiche dalla società e per l’assenza dei passaggi istituzionali con l’ente locale.
A Pregnana Milanese, un piccolo centro urbano di circa 7.000 abitanti situato nell’hinterland milanese, si appresta a ospitare tre nuove grandi infrastrutture, distribuite su una superficie complessiva di circa 500 mila m2 precedentemente occupata da insediamenti industriali dismessi (ex Olivetti, Citroën e Iveco-CNH).
Non lontano dalla Certosa di Pavia è previsto un insediamento da 50 MW e 130 mila m2. A Bornasco, sempre nel Pavese, è nato il comitato Sentinelle del territorio contrario all’arrivo di un altro mega impianto. Committente Microsoft, 50 MW su 165 mila m2, mentre nei pressi Amazon Data Services costruirà un altro centro di elaborazione dati su un terreno di 70 mila m2.
La concentrazione degli investimenti sulla Lombardia ha generato reazioni per i rischi legati al consumo di suolo, l’impatto sulle reti energetiche e idriche dovuto ai grandi fabbisogni di energia e acqua, spingendo la Regione Lombardia, prima in Italia, a elaborare ed approvare una legge regionale ad hoc. Entrata in vigore il 20 giugno scorso, introduce un raddoppio degli oneri di urbanizzazione in area agricola e fino al +200% in aree verdi e parchi, per fermare il consumo di suolo e favorire il recupero dei siti dismessi. Va chiarito che se gli oneri maggiorati restano l’unico strumento, i grandi operatori li potranno assorbire come semplice voce di costo, e l’effetto di deterrenza sul consumo di suolo sarà nullo.
Qualcuno ha definito la decisione “tardiva”, “mite”, “fissa sanzioni facilmente aggirabili”, “non protegge a sufficienza l’ambiente, sacrificando i terreni più fertili” (condivisa dalla Coldiretti). Giudizio opposto invece dai liberisti dell’high tech: “può costituire un freno agli investimenti, introducendo vincoli che allontanano gli investitori”. Ma in mancanza di una norma a livello nazionale (il governo finora si è limitato a dettare linee guida) si è riempito comunque un vuoto.

Piemonte. Torino e la sua cintura sono diventate particolarmente appetibili: ci sono vaste aree industriali dismesse, terreni già compromessi dal punto di vista urbanistico, collegamenti autostradali, fibra ottica, infrastrutture elettriche e una posizione sufficientemente vicina a Milano, dove il mercato dei data center è già molto più sviluppato e comincia a incontrare limiti di spazio e di potenza.
Dalle pagine de La Repubblica del 11 agosto scorso: “Torino si prepara a diventare uno dei nodi della nuova geografia italiana dei dati.” Articolo/spot-pubblicitario dove si apprende delle nuove 14 aperture nell’area metropolitana di edge data center (strutture distribuite elaboranti dati vicino al punto di generazione o agli utenti finali).
Ex Bonafous (ex laminatorio Teksid), tra corso Regina Margherita e via Pianezza, Asja Ambiente (fondata da Agostino Re Rebaudengo) ha avviato un progetto di riqualificazione per la realizzazione di un C.E.D.
Grugliasco. Nell’area dell’ex Pininfarina di Borgata Lesna, il 30 giugno 2026 il Consiglio comunale è stato chiamato a discutere il riconoscimento dell’interesse pubblico alla realizzazione di un C.E.D. in deroga alla strumentazione urbanistica vigente. Quattro miliardi di euro di investimento e quattrocento posti di lavoro, promessi.
Moncalieri. Nell’enorme area dell’ex Ilte, si prepara un campus formato da quattro edifici, con viabilità interna, spazi aperti e opere di compensazione. Il Comune ha espresso un orientamento preliminare favorevole: l’operazione dovrà essere definita attraverso il Piano esecutivo convenzionato.
Caselle Torinese. Vicino all’aeroporto, un progetto, già passato attraverso una prima fase di Conferenza dei servizi, promosso da “Hines” prevede sei grandi edifici, alti fino a circa trenta metri, su una superficie superiore ai 150 mila m2. L’investimento annunciato supera i 500 milioni di euro.
Trino. Il Cavour Hyperscale Campus nell’ex centrale termoelettrica e nucleare Galileo Ferraris (solo pochi anni fa al centro del dibattito per la vicenda del Deposito Unico delle scorie radioattive), sta già generando dibattito tra chi è favorevole e chi invece vede dei nuovi problemi. Le parole, per il momento, sono previsti e stimati. La dichiarazione di interesse strategico del Governo non equivale ancora all’apertura del cantiere, né garantisce automaticamente che tutte le ipotetiche assunzioni riguarderanno persone residenti nei territori vicini. Techbau, la società, di Castelletto sopra Ticino si occuperà di far sorgere il nuovo polo digitale: un’infrastruttura da 400 MW. Secondo le intenzioni, per diventare uno dei principali C.E.D. d’Europa. Non precisano quale saranno le fonti energetiche destinate ad alimentare il campus, come la presenza di un parco fotovoltaico, né quali sistemi di raffreddamento saranno adottati.

Lazio. Sorgerà a Colleferro (RM) il primo C.E.D. del _ai Way_ud dedicato all’intelligenza artificiale. Con 150 MW di potenza elettrica fornita da Terna si svilupperà su 76 ettari tra l’autostrada A1, via Casilina e la linea ferroviaria di Alta Velocità, a tre chilometri dalla sede logistica Amazon, e impianti fotovoltaici per 34 MW di potenza complessiva. La società proponente si è avvalsa per il progetto di un sistema di raffreddamento a circuito chiuso e ha optato per gruppi elettrogeni a gas per l’alimentazione di emergenza.
Presentato a marzo il progetto del nuovo Hyperscale Data Centerche Rai Way intendeva realizzare a Pomezia, nei pressi di Roma, prevedeva la realizzazione di un campus su un’area di circa 140 mila m2, di cui 16 mila m2 distribuiti in quattro edifici indipendenti, per 35 MW. Dalla politica si racconta di un raffreddamento verso l’operazione. Tramontato (per ora, a luglio) la fusione _ai Way-EiTowers (azienda nell’ambito telecomunicazioni), il progetto di Pomezia non ha scaldato i cuori. Anche se la Rai appena qualche mese fa s’impegnava per ben due anni, per un costo di 400 milioni di euro.
Datato, invece, al 2024 l’Hyper Cloud Data Center di Aruba, a Roma. Situato nel Tecnopolo Tiburtino, l’infrastruttura si estende su 74.000 m2 e ospita a pieno regime cinque C.E.D. indipendenti, con una potenza totale di 30 MW.

Nord-Est. Attualmente sono 20 i C.E.D. del Veneto, a cui si aggiungono gli 8 del Friuli Venezia Giulia e i 5 del Trentino Alto Adige.Complessivamente si è registrato una forte crescita di queste infrastrutture: a giugno 2026, secondo i dati di Data Center Map, erano presenti circa 33, mentre dodici mesi prima, secondo un’indagine di Fondazione Nordest, erano complessivamente 21 (14 in Veneto, sei in Friuli Venezia Giulia e cinque in Trentino Alto Adige).
Un’area industriale dismessa riconvertita, a Padova, con lo scopo di un ridotto impatto ambientale: la nuova infrastruttura recupera e riqualifica un capannone industriale dismesso, in una regione dove ne esistono più di 10.000. L’impianto fotovoltaico sarà in grado di produrre circa 110 MWh all’anno destinati a coprire dal 15 al 25% dei consumi di energia elettrica.
In Val di Non, a Predaia, all’interno di una miniera di dolomia, è entrata in funzione Intacture (6 MW di potenza a regime) la prima infrastruttura europea realizzata in un sito estrattivo operativo a 100 metri di profondità con circa 8.000 m2 di superfici. I 12°C di temperatura costante della roccia dovrebbero consentire di ridurre il fabbisogno energetico per il raffreddamento. Il sistema opera con zero consumo d’acqua grazie ad un circuito chiuso, mentre l’alimentazione proviene da fonti idroelettriche locali.

Puglia. La Puglia si afferma come il principale hub digitale del Mezzogiorno e del Mediterraneo per lo sviluppo del settore, grazie anche alla presenza di energie rinnovabili e cavi sottomarini internazionali.
Il progetto “Puglia data center valley” rappresenta l’ambiziosa strategia di questo tassello. Prevede lo sviluppo di tre grandi progetti hyperscale con una capacità complessiva superiore a 2 GW. Il piano include Adriatic Dc Bari, che prevede la riconversione dell’ex Manifattura Tabacchi in un impianto da 200 MW; Adriatic Dc Brindisi, con un secondo polo hyperscale da 500 MW nell’area industriale; e Adriatic Dc Hub, un campus da 1,5 GW su circa 800 ettari, destinato a diventare il più grande complesso in Europa e tra i più estesi a livello mondiale. I primi cantieri sono attesi entro la fine del 2026. Il valore potenziale degli investimenti sui tre poli potrebbe superare i 100 miliardi di euro.

Per approfondimenti:
- https://www.youtube.com/watch?v=EcbCqzAe1mI&t=670s
- https://italiandatacenter.com/
- https://www.datacentermap.com/
- https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/viaggio-nei-data-center-italiani-quali-sono-dove
- https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/datacenter-server-puglia/
- https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/data-center/

Benessere o guerressere?

L'Italia (e l'Europa) non hanno soldi per sanità, scuola, servizi sociali. Ma per armi e guerre sì.

Ferdinando Boero

 

Tutto sembrava andare per il verso giusto, nel 2015, quando Papa Francesco pubblicò Laudato Si’, l’Enciclica in cui, per la prima volta nella storia, un Pontefice chiede la conversione a una scienza: la conversione ecologica, la conversione all’ecologia. Sempre nel 2015, la Conferenza delle Parti, a Parigi, decreta la necessità di una transizione ecologica: la trasformazione dei sistemi di produzione e consumo verso la sostenibilità. Buone intenzioni che la Commissione Europea decide di trasformare in fatti, con il New Green Deal, il Nuovo patto verde. La transizione energetica, la transizione alimentare e l’economia circolare non sono solo sogni, diventano il programma politico di un’Unione Europea decisa a dare l’esempio al mondo: dalla conversione alla transizione ecologica. Dopotutto la rivoluzione industriale, il punto di partenza di un saccheggio dissennato del pianeta, era partita dall’Europa. Gli USA altro non erano che una sua propaggine, diventata ancora più efficiente nel saccheggio. E l’Asia inquinava per conto nostro, visto che lì avevamo trasferito le produzioni più inquinanti. Dopo aver depredato le risorse naturali del pianeta, diventato una pattumiera, gli europei decisero che fosse venuto il momento di dire basta, senza attendere che lo facessero altri. La comunità scientifica avvertiva da decenni che il pianeta sarebbe diventato in gran parte inospitale per noi e per il nostro stile di vita. Non si trattava di tornare indietro, ma di andare avanti. Uscire dall’era della combustione e entrare in un’era di energie pulite, di efficienza delle produzioni, di abolizione degli sprechi. Il benessere ottenuto in modo distruttivo doveva cambiare, per restare benessere. L’Europa è la patria del benessere, del welfare. C’è lavoro da fare per omogeneizzare culture così complementari, ma i giovani sono pronti, si sentono europei a tutti gli effetti, grazie ai programmi Erasmus. Tutti parlano inglese, anche se il Regno Unito ha deciso di staccarsi. Che fessi. Il benessere materiale, la sicurezza sociale, l’istruzione, l’assistenza sanitaria sono diritti, o quasi, in un’Europa che vuole continuare a star bene. Per farlo, deve pensare non solo al benessere umano, ma anche a quello degli ecosistemi: salute unica. Non possiamo pensare di essere sani in un mondo malato.

Non c’è mai stata prima una volontà così unanime, o quasi, di lasciarsi dietro alle spalle un mondo grigio e di addentrarsi in un mondo verde e blu. Bisognava solo smetterla di bruciare carbone, petrolio e gas, e di costruire aggeggi inquinanti, case inquinanti, città inquinanti, agricoltura inquinante. C’erano le risorse per progettare un nuovo futuro. Sembrava fatta.

Poi iniziò la reazione. Vendere combustibili fossili rende. Come anche continuare a produrre nel solito vecchio modo. Le promesse cominciarono a non essere mantenute. Le date di scadenza degli obiettivi di sostenibilità slittarono sempre di più verso il futuro. I soldi e la finanza iniziarono a reagire con tutti i mezzi a loro disposizione. Televisioni, giornali, riviste, reti sociali. Per non parlare di politici blanditi con compensi generosissimi per consulenze e conferenze. Magari per ostacolare ogni transizione. Il negazionismo climatico prende il potere in USA, e non solo.

I giovani che chiedevano agli anziani, responsabili delle crisi ecologiche, di mantenere le promesse cominciarono ad essere presi in giro. Greta Thunberg, che arringa le Nazioni Unite, rimproverandole di parlare solo di soldi mentre il mondo stava bruciando, diventa la leader di una massa di “gretini”. Accusati di non avere nulla da proporre, quando la loro richiesta è che si realizzino le riforme strutturali proposte dai “grandi”. Se bloccano una strada o imbrattano di vernice (lavabile) un monumento o il vetro che protegge un’opera d’arte, sono ecovandali, ecoterroristi. Si inizia a parlare di lobby green, di complotti tesi a distruggere l’economia corrente a vantaggio di profittatori delle pale eoliche e delle auto elettriche, per non parlare dei pannelli solari. Campagne martellanti chiedono rinnovata fiducia nelle centrali nucleari, con la promessa di una fusione nucleare che ci metterà al riparo da tutto.

L’invasione russa dell’Ucraina, diventa un’occasione d’oro per cambiare rotta: la Russia è una minaccia esistenziale per l’Europa e si appresta ad invaderci! Ci dobbiamo armare! I russi, dal canto loro, hanno una visione speculare e, vedendo sempre più vicina la NATO ai loro confini, con le sue testate nucleari, percepiscono una minaccia altrettanto esistenziale e si lanciano in una guerra che sembra la prima guerra mondiale: migliaia di morti in uno stillicidio di avanzate e ritirate, con bombardamenti mediatici da entrambe le parti. Anche loro non usano la parola guerra: l’invasione del Don Bass è un’operazione speciale. Suona meglio. Nel frattempo altre guerre. Iran, Siria, Sudan, il genocidio in atto a Gaza, e i profughi che scappano da condizioni inumane.

Il primo e ultimo Ministro della Transizione Ecologica, caduto il governo di cui faceva parte, passa a dirigere una fabbrica di armi e in televisione avverte che se la casa è in fiamme (il fuoco lo hanno appiccato i russi) non possiamo pensare agli ospedali, alla ricerca, alla scuola, all’aria e all’acqua. Dobbiamo spegnere quell’incendio, e l’unico modo per farlo è di armarci più di “loro”. Deterrenza. E si spolvera il latino: si vis pacem para bellum.

La seconda Commissione Von der Leyen non è da meno: diventa scettica riguardo al Green Deal, etichettato come “ecofollia”, e lancia un’altra iniziativa in direzione diametralmente opposta: Rearm Europe. Riarmiamo l’Europa. Poi si rende conto che forse è un po’ dura da ingoiare, e allora cambia nome: Readiness 2030. Teniamoci pronti. Pronti a cosa? Ma è ovvio: alla guerra, che tra poco arrivano i russi. Nel 2030 avremmo dovuto raggiungere una tappa decisiva della transizione, ora dobbiamo realizzare il riarmo. Ma non chiamiamolo così.

Archiviato il welfare, ci prepariamo al warfare. E su questo “investiamo” centinaia di miliardi di euro. Soldi pubblici, perché le fabbriche di armi hanno un solo cliente: gli stati. Una persona ricca può pensare di farsi lo yacht, o l’aereo privato, ma non si fa il carro armato o il caccia bombardiere. Così i soldi pubblici, invece di andare al welfare, alimentano quelli che Bob Dylan, molto prima del Nobel, chiamò Masters of war, i signori della guerra. Una poesia-canzone in cui si augura che muoiano, per partecipare ai loro funerali e di stare in piedi sulle loro tombe, per assicurarsi che siano morti. Per ora sono ben vivi e si spartiscono lauti dividendi, e stratosferiche buonuscite: con quei soldi pensano forse di comprarsi l’anima? si chiede Bob.

Sorpreso dal pudore del cambio di nome a Rearm Europe, caso mai le parole potessero indurre la gente a pensare, mi sono chiesto: ma quanto capiranno le persone del contrasto tra welfare e warfare? Sembra un gioco di parole. Come tradurle in italiano, in modo da renderle esplicite? Welfare è il benessere, ma warfare? Al bene di wel-fare si sostituisce la guerra di war-fare. E quindi la parola italiana è presto coniata: guerressere. Dal benessere al guerressere.

Intanto, nell’estate del 2026 le peggiori previsioni dei climatologi si rivelano ottimistiche. La boa oceanografica di Capo Mele era tarata per una temperatura massima di 29.9°C, chi pensava che si potesse andare oltre? Siamo arrivati a 30.3 gradi e il sistema è stato aggiornato a 35 gradi. A terra peggio, con decine di città con bollino rosso, sopra i 40°C. Temperature che non uccidono… semplicemente fanno morire. Migliaia di individui indeboliti ma con discrete aspettative di vita, se ne vanno per lo stress termico. In città compaiono cartelli luminosi che consigliano di restare a casa nelle ore diurne. E di bere molto. Il problema del riscaldamento globale lo risolviamo con l’aria condizionata e l’acqua fresca.

La minaccia esistenziale sono i russi, e non solo loro. Il ministro degli esteri giustifica la costruzione del ponte sullo stretto di Messina: potrebbe essere strategico per evacuare la popolazione siciliana in caso di invasione da sud. Il ministero della paura non è un’invenzione di Orwell, ci viviamo dentro. Il guerressere entra nelle scuole e i bambini sono portati a parate militari, per familiarizzare con droni e carri armati. Si pianifica un ritorno alla leva obbligatoria. Non c’è tempo per il clima, e poi non ci sono i soldi. Li dobbiamo spendere per armarci, sempre di più.

Dopo Francesco, Leone, un papa statunitense. Parla di pace, negoziati, ragionevolezza, dialogo. Dice che i conflitti non si possono risolvere con le armi (ma guarda un po’, lo dice anche la nostra Costituzione) e ora e sotto il suo pontificato la Commissione Teologica Internazionale arriva a definire il “peccato contro il creato e contro il Creatore”: devastare l'ambiente assume esplicitamente anche la dimensione del peccato. Già, perché quello che stiamo facendo all’ambiente è talmente fuori da ogni logica che non esiste, nei testi sacri, alcuna prescrizione che lo definisca un peccato, per il quale andare all’inferno. Se siete credenti vi dovrebbe sconvolgere il fatto che Dio non abbia previsto che saremmo arrivati a devastare l’ambiente. Arriva l’upgrade dei dieci comandamenti a undici. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere al pensare ai nuovi crimini inventati di recente, dai rave party all’eco-terrorismo, alla richiesta di grazia per chi uccide per legittima difesa. A proposito: ma se un’industria inquinante, per risparmiare i soldi dell’adeguamento degli impianti, minaccia la mia vita e quella della mia famiglia, sono autorizzato a sparare a chi sta attentando alla mia esistenza? Che farebbero Charles Bronson, Mel Gibson, e Liam Neeson in una situazione del genere?

Viviamo tempi molto interessanti. Chissà se riusciranno davvero a convincerci che il guerressere è meglio del benessere, che l’unico modo per esistere è di pianificare la distruzione dei nostri vicini di casa, prima che loro distruggano noi, senza curarci della distruzione pianificata del pianeta che ci ospita. Tra un po’ i politici ci chiederanno il voto. Io ho una sola domanda che pone le condizioni per la mia scelta. Cosa state pianificando? Benessere o guerressere? E quali strade pensate di intraprendere, a seconda della scelta? La Cina, ad esempio, ha preso la strada delle tecnologie eco-sostenibili. Auto elettriche, pannelli fotovoltaici, batterie, pale eoliche, reti di distribuzione sempre più efficienti. La transizione ecologica è un affare. Noi, invece, pianifichiamo di trasformare le industrie che producono auto in industrie belliche. Danno magnifici dividendi a chi ne ha comprato i pacchetti azionari.

La lobby green dovremmo essere noi, e agire per il nostro interesse, utilizzando la democrazia per scegliere gestori del potere che ci propongano benessere e non guerressere. Ma è già successo che la folla scelga Barabba al posto di Gesù, e i cannoni al posto del burro.

Tornando al nuovo peccato, chissà che punizione attende, all’Inferno, i profittatori che attuano la distruzione delle condizioni che garantiscono il nostro benessere. Io li farei sedere in eterno in bellissimi uffici, senza aria condizionata, a 50°C. Con l’acqua a un euro in più di tutte le ricchezze che hanno accumulato, senza possibilità di ottenere credito: che bevano soldi.

Questione di scelte

La Redazione

 

È questione di scelte.
Non è il caso di scomodare Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino o il sommo Dante Alighieri, che ci hanno dottamente spiegato cos’è il Libero Arbitrio.
Ognuno di noi, nel suo quotidiano, ogni giorno compie decine di scelte, più o meno importanti, più o meno obbligate, più o meno consapevoli.
Possiamo decidere se comprare le mele o le pere in base al prezzo e all’aspetto, ma potremmo anche farlo in base alla provenienza o alla indicazione di “biologico”. Sembra poco importante, ma forse non lo è.
Potremmo scegliere di indugiare a letto o farci i fatti nostri, invece magari “scegliamo” di andare a lavorare, perché il salario ci serve per campare, ma qui la scelta è obbligata, tranne per quei pochi nati ricchi.
E pensiamo di scegliere su tante cose in maniera indipendente, ma forse non sempre è così, perché in giro c’è un sacco di gente molto brava a indirizzare le nostre decisioni e a farci credere che pensiamo “spontaneamente” quello che qualcun altro vuole farci pensare. I sistemi per controllarci sono molti, e diventano sempre più sofisticati. Un grande classico è: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità» (Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich dal 1933 al 1945).
Negli ultimi decenni, la lobby dei combustibili fossili ha ripetuto cento, mille, un milione di volte la bugia che “il cambiamento climatico non esiste, è un’invenzione degli ambientalisti”.
Molti, moltissimi ci hanno creduto. Oggi, chiunque abbia occhi per vedere e cervello per comprendere non può negare che il cambiamento climatico è qui, feroce e devastante, esattamente come previsto da scienziati e ambientalisti. Peccato che abbiamo perso decine di anni durante i quali avremmo potuto fare moltissimo per evitarlo, invece abbiamo tirato dritto con lo scenario BAU – Business As Usual ovvero andare avanti come se niente fosse. Peggio ancora, continuiamo a farlo, anzi addirittura stiamo peggiorando la situazione.
Nel 2011, nel film “Le Idi di Marzo” il candidato alla presidenza interpretato da George Clooney sostiene più o meno che il modo migliore per non avere a che fare con tiranni e terroristi è imparare a fare a meno del loro petrolio.
Nel 2015 papa Francesco emana l’Enciclica Laudato Sì, sollecitando la cura del Creato, mentre le Nazioni firmano l’Accordo di Parigi per la riduzione delle emissioni climatiche.
Nel 2022 Emergency, l’organizzazione di soccorso umanitario fondata da Gino Strada, ha intitolato “La Scelta” il suo Festival annuale, sottolineando come si possano destinare miliardi alla cura invece che alla guerra.
Oggi, siamo ancora al punto di partenza. Non si è fatto nulla, o si è peggiorata la situazione.
La Russia ha invaso l’Ucraina, Israele sta sterminando i Palestinesi, in Sudan una guerra atroce imperversa da anni nel silenzio dei media, gli Usa hanno aggredito Venezuela e Iran, le spese militari crescono per queste guerre e per quelle future.
La temperatura sale, i ghiacciai scendono, la produttività agricola cala, la biodiversità collassa.
I data centre richiedono quantità enormi di acqua ed energia, gli eventi estremi si moltiplicano, il mondo sembra avviato verso una spirale catastrofica.
Cosa possiamo fare?
Possiamo scegliere. Consapevolmente, Responsabilmente, Riattivando il nostro pensiero critico.
In questo numero di Natura e Società, proviamo a fornirvi strumenti e bussola per farlo.

«È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese». (Hermann Göring, il numero 2 del Partito Nazista dopo Hitler)